Approfondimenti - Temi Zen

Di seguito sono visualizzate le anteprime degli approfondimenti di articoli pubblicati su Pagine Zen. In alternativa è possibile consultare l'elenco sintetico di tutti gli approfondimenti pubblicati visitando questa pagina.

Otomi

Cristian Pallone -
Otomi

Si dice che fosse così bella da assomigliare all’attore Iwai Hanshirō IV (1747–1800). Il volto paffuto e angelico, l’espressione benevola e rassicurante. Si chiamava Otomi e viveva a Tachibanachō, un quartiere pulsante di vita nella Edo mondana, a due passi dalla bottega del farmacista Ōsakaya Heiroku. Di mestiere faceva la geisha.

Con questo termine non si era fatto altro che tentare di dare un nome nuovo a un’antica professione, ma nessuno era stato così sciocco da non accorgersi che dietro una tanto raffinata etichetta giacevano vecchie abitudini contro cui più volte l’amministrazione di Edo e lo stesso bakufu si erano scagliati. Leggiamo dallo Yakkodako di Nanpo: «Un tempo chiamavamo danzatrici...»

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Mettersi in viaggio

Rossella Marangoni -
Mettersi in viaggio

Tutto iniziava all’alba, al Nihonbashi, il ponte del Giappone, nel cuore di Edo. Da lì partivano tutte le strade del Giappone di periodo Tokugawa (1603-1868) e di quelle strade la Tōkaidō (“strada del mare dell’est”), era la più importante: collegava infatti la capitale dello shōgun, Edo, alla capitale imperiale, Kyōto. Da lì arrivavano, oltre ai prodotti della fertile pianura del Kansai (allora chiamato Kamigata), gli inviati dell’imperatore, le ambascerie degli Olandesi e i grandi signori delle province occidentali che dovevano sottoporsi periodicamente alla pratica delle residenze alternate (sankinkōtai). Lungo la Tōkaidō i daimyō passavano e ripassavano con le loro sfarzose processioni, i loro ricchi equipaggiamenti adeguati al rango. Il seguito del feudatario era commisurato alla grandezza dei suoi possedimenti, giungendo fino a ventimila uomini, che tutti viaggiavano con regale solennità. A questo proposito converrà ricordare che durante il passaggio dei cortei dei daimyō, alcuni personaggi, reclutati sul posto, provvedevano a rammentare al popolino che doveva scoprirsi il capo e prosternarsi nella polvere al passaggio del signore e dei suoi vassalli…

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Il disegno giapponese (seconda parte)

Franco Fusco -
Il disegno giapponese (seconda parte)

Secondo Schodt, condiviso da Horn, il primo esempio di strip giapponese apparve nel 1902 sul Jiji Manga ad opera di Kitazawa Rakuten: Tagosaku to Mokubē no Tōkyō kenbutsu (“Tagosaku e Mokubē visitano Tōkyō”).

Vi si vedono due campagnoli, che parlano un buffo dialetto, alle prese con una pompa dell’acqua. Il dialogo è inserito nelle vignette, a margine dei personaggi, ma non è ancora contenuto nella tipica nuvoletta. Kitazawa aveva lavorato inizialmente per una rivista americana a Yokohama, il Box of Curios, e nel 1905 fondò Tōkyō Puck, forse la rivista giapponese più diffusa all’estero, con le sue didascalie anche in Inglese e in Cinese e la sua tiratura di oltre 100.000 copie. La sua popolarità fu tale che “he...is today the only one with a mission [temple] in his honor”. L’altro grande cartoonist giapponese dell’epoca fu Okamoto Ippei, che ...

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Il disegno giapponese (prima parte)

Franco Fusco -
Il disegno giapponese (prima parte)

Qual è l’origine dei manga? Se con questa parola si intende genericamente un racconto fatto attraverso un insieme di disegni, non mi pare peregrina l’idea di farne risalire la nascita ad epoca preistorica, quando, mancando la scrittura, l’uomo espresse appunto con le immagini (graffite sulle pareti di una grotta o incise sulle pietre o sulla corteccia degli alberi o tracciate su pelli) la propria innata esigenza di narrare. Penso, per esempio, ai disegni di uomini e animali del Tassili-n-Ajjer (Algeria) o a quelli delle grotte di Altamira (Spagna) e a tanti altri, in giro per il mondo. D’altronde, se è vero, secondo la teoria vichiana, che le età dell’Umanità corrispondono a quelle dell’uomo, basta osservare il comportamento dei bambini, per trovarne conferma: assai prima di imparare a leggere e scrivere, da sempre e a qualunque latitudine, questi sentono il bisogno istintivo di tracciare figure. Il che ci riporta al significato originario della parola ‘manga’, inizialmente scritta con...

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Le fotografie della Scuola di Yokohama (1860-1910)

Moira Luraschi -
Le fotografie della Scuola di Yokohama (1860-1910)

Il fenomeno fotografico noto con il nome di Scuola di Yokohama nacque in Giappone in un’epoca che coincide quasi interamente con il periodo Meiji (1868-1912). La città di Yokohama ne fu il principale centro di diffusione, ma ben presto il peculiare stile di queste fotografie si diffuse in tutto il paese. Si trattava di fotografie all’albumina colorate a mano da artisti locali. La tecnica della fotografia all’albumina, importata in Giappone dall’Europa verso la seconda metà dell’Ottocento da fotografi occidentali come Felice Beato (1832-1909), Raimund von Stillfried (1839-1911) e Adofo Farsari (1841-1898),in poco tempo fu padroneggiata anche dai giapponesi stessi come Kusakabe Kimbei (1841-1934), Ogawa Kazumasa (1860-1929), Tamamura Kōzaburō (1856-1923).

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