La corte coreana tra luce e oscurità
La Principessa Hyegyǒng e le cronache del sangue versato (Hanjung-nok, 한중록).

Scritto da Dalila Bruno -

Ci troviamo nel regno di Chosǒn (조선 朝鮮), nel lontano 1805. Una donna di 70 anni si accinge a terminare un manoscritto mentre i colori dell’alba segnano l’inizio di una nuova era: la principessa Hyegyǒng (혜경궁 풍산 홍씨, 惠慶宮 豊山 洪氏1735 – 1816) ha appena finito di raccontare la sua verità.

L’invenzione dell’alfabeto Hangŭl (한글) nel 1443 da parte del re Sejong (세종대왕, 世宗大王 1397 – 1450) aveva ampiamente contribuito allo sviluppo della letteratura, rendendo quest’ultima accessibile a tutti i membri della popolazione.

Nonostante l’importanza di tale evento fosse innegabile, la classe aristocratica cercò di ostacolare in ogni modo l’utilizzo del nuovo alfabeto in ambito letterario, prediligendo la scrittura in caratteri cinesi e deridendo il nuovo alfabeto con il termine ǒnmun (언문, 諺文) “lingua volgare” o anche amgŭl (암) cioè scrittura femminile. L’accezione denigratoria della parola “femminile” era intesa rispetto a un presupposto livello di istruzione inferiore e di impossibilità alla partecipazione sociale da parte delle donne. Seppure questa interpretazione non possa essere considerata del tutto errata a causa delle rigide imposizioni patriarcali della società, è impossibile negare che l’hangŭl rappresentò per le donne uno strumento di grande rivalsa sociale.

È forse anche da questa necessità che nacque l’Hanjung-nok, “memorie scritte nei momenti d’ozio” (閑中錄) o “cronache del sangue versato” (恨中錄). Si tratta di una serie di quattro opere autobiografiche redatte tra il 1795 e il 1805 nelle quali la principessa Hyegyǒng mise per iscritto i ricordi dei suoi anni trascorsi a corte.

Quest’opera di solito viene fatta risalire al genere della letteratura di corte, che nell’antico regno di Chosǒn divenne famoso solo verso il diciassettesimo secolo, a differenza del Giappone, in cui soprattutto in epoca Heian, l’ambientazione di corte fu spesso quella prediletta.

La principessa Hyegyǒng del clan Hong, era la consorte del principe Sado (사도세자, 思悼 世子; 1735 –1762), figlio del ventunesimo sovrano del regno di Chosǒn, Yǒngjo (영조, 英祖 1694 – 1776). Quest’ultimo viene ricordato dalla storia come un sovrano particolarmente abile e capace di risollevare il regno nei momenti di grande difficoltà. Il suo ruolo da padre, però, non fu altrettanto lodevole. Nell’opera sopracitata infatti si racconta di come ogni problema che si verificava nel regno venisse attribuito al piccolo principe Sado, il quale iniziò ad avere incarichi importanti già all’età di soli quindici anni. L’incredibile pressione psicologica ed emotiva che riceveva dal re lo portarono a soffrire di numerosi disturbi d’ansia e a provare per il padre nient’altro che puro terrore.

Nonostante questo il principe Sado fin dalla prima infanzia venne descritto come un ragazzo con grandi doti e un’intelligenza incredibile, il suo futuro sembrava essere promettente:

A quattro mesi sapeva già camminare, a sei rispondeva a suo padre che lo chiamava, a sette indicò le quattro direzioni e nel suo secondo anno di vita il principe aveva già imparato a scrivere oltre sessanta caratteri. Durante il terzo anno, un giorno gli vennero regalati alcuni dolci. Lui mangiò solo quelli decorati con il carattere cinese di “lunga vita” e di “fortuna”. (Lady Hong [1795-1806] 1998, p. 254)

La sua vita prese però una piega tristemente diversa.

Il disagio emotivo che gli procurava il padre lo portò a soffrire di numerosi disturbi psicologici. La sua malattia nell’Hanjung-nok è chiamata ŭidaejŭng, in cui ŭidae vuol dire abiti di corte. Questo termine venne adoperato proprio per dimostrare quanto una posizione tanto ambita comportasse in realtà anche importanti conseguenze. Sado tentò più volte il suicidio, ma all’ennesimo fallimento, esasperato dalla situazione che si respirava a corte, iniziò ad uccidere anche eunuchi e domestiche al suo servizio, e ciò iniziò ad accadere ogni volta che i suoi piani non andavano come previsto. (Bruno A., Riotto M., La letteratura coreana, Asino d’Oro 2014, p. 177)

All’inizio il principe Sado era solo amareggiato e addolorato, ma in seguito questo fatto divenne per lui fonte di profonda irritazione: a volte arrivava persino a piangere per la frustrazione. […] Il terrore che il principe aveva del padre divenne ben presto una malattia. Quando era infuriato si vendicava sugli eunuchi o sulle dame di compagnia, e a volte se la prendeva persino con me. (Lady Hong [1795-1806] 1998, p. 273)

Il popolo iniziò presto a parlare di ciò che accadeva a corte e il sovrano, per proteggere la propria reputazione, prese una scelta radicale: quella di assassinare suo figlio.

Nel 1762 il principe venne rinchiuso in un mobile per il riso e non vide più la luce del sole, morendo dopo 8 giorni, all’età di 27 anni. La principessa Hyegyǒng dovette assistere impassibile a quella scena.

Nella sua opera racconta che in quel momento anche lei desiderò togliersi la vita per seguire il marito, sebbene all’epoca questa imposizione, molto presente nei regni precedenti, fosse stata revocata. La scelta di continuare a vivere fu dettata non solo dalla volontà di voler proteggere il figlio Chǒngjo (정조대왕, 正祖大王 1752 – 1800), erede al trono, ma anche perché facendo altrimenti avrebbe contestato il volere reale. Ma questa decisione non fu in grado di alleviare i suoi rimpianti e il silenzio a cui si costrinse la tormentò ulteriormente.

Dopo quell’evento, parlare di Chǒngjo come successore al trono divenne un grande tabù, e questo fece nutrire un profondo rancore al ragazzo nei confronti della madre. Egli si convinse infatti che il problema fosse dovuto al lato materno della famiglia, che intanto cadeva in disgrazia.

Dopo la morte del re Yǒngjo, nel 1776, Chǒngjo prese il potere e sospettando slealtà nei suoi confronti da parte di Hong Inhan (1722-1776), zio della madre, lo condannò a morte. (Jahyun Kim Haboush (2013). The memoirs of Lady Hyegyŏng: the autobiographical writings of a Crown Princess of eighteenth-century Korea p.3)

Perché l’autrice ha deciso di raccontare questa storia dopo tanta sofferenza, e dopo ben 33 anni? Bisogna chiarire che per la principessa Hyegyǒng scrivere della propria vita non fu affatto facile. Dovette superare molte inibizioni personali, come il non temere di raccontarsi e il superare le rigide regole sociali dell’epoca, per raccontare oggettivamente l’accaduto. Inizialmente il motivo che la spinse a scrivere quest’opera fu la volontà di creare una sorta di testamento per suo nipote, il futuro re Sunjo (순조, 純祖1790–1834), con il quale avrebbe spiegato nel dettaglio il perché scelse di vivere dopo il tragico incidente. Sicuramente volle anche rivendicare l’onestà dello zio e del fratello, membri del clan Hong, condannati a morte ingiustamente. Tuttavia, dopo i primi volumi, si manifestò in lei il desiderio impellente di voler raccontare la verità su ciò a cui dovette assistere. La vicenda viene narrata nell’ultimo volume. Le descrizioni sono vivide, taglienti, come se l’autrice avesse vissuto quei momenti poco prima della stesura. È qui che spiega perché ha impiegato così tanto tempo a prendere coraggio: la principessa sperava che il silenzio avrebbe acquietato il suo dolore e che l’avrebbe aiutata a dimenticare, ma negli anni ciò non ha fatto altro che moltiplicare i fraintendimenti e i pettegolezzi sulla famiglia reale. I racconti attribuivano le colpe sempre e solo ad una o all’altra delle parti coinvolte, e ciò era per lei intollerabile; sentì quindi necessario attribuire ad ognuno le proprie responsabilità raccontando la verità.

Nel caso della letteratura giapponese, il Genji Monogatari (源氏物語) di Murasaki Shikibu (紫式部973 – c. 1014/1025) e il Makura no Sōshi (枕草子) di Sei Shōnagon (清少納言 965/967 –1025 circa) furono delle opere estremamente rivoluzionarie. Nel Genji Monogatari, Murasaki Shikibu creò un vero e proprio dibattito sulla letteratura dell’epoca, rivendicando il valore e l’importanza del genere del monogatari. Nel caso di Sei Shōnagon, il racconto si rifà ad una sfera più privata e personale, in cui l’autrice racconta i suoi pensieri più intimi con la struttura dello zuihitsu (随筆). Questi capolavori, nonostante la loro apparente leggerezza, rappresentarono una grande testimonianza della volontà di raccontare e raccontarsi da parte delle donne in quel periodo. Allo stesso modo, anche i quattro volumi che compongono l’opera della principessa Hyegyǒng sono un unico capolavoro rivoluzionario, testimonianza della forza immensa di una grande donna: Hǒngyǒng, l’imperatrice virtuosa (헌경의황후, 獻敬懿皇后), morta nel 1816 all’età di 80 anni.