Suzuki Shōsan
Lo Zen e l’ideale del guerriero

Scritto da Aldo Tollini -

Si parla spesso dello stretto rapporto che esisteva nel Giappone premoderno tra la scuola Zen, soprattutto Rinzai e la classe dei bushi, i guerrieri. Lo spirito severo, virile e intransigente che connotava questa classe trovava un riflesso e un sostegno nelle altrettanto severe dottrine dello Zen Rinzai e nel suo stile essenziale e privo di orpelli.

Le ragioni di questo connubio non sono solo dovute a una affinità di sensibilità, vuoi culturale o spirituale, ma anche a ragioni storiche che portarono la classe dei guerrieri, al potere dal periodo Kamakura, a proteggere e aiutare la diffusione dello Zen.

In questa occasione vorrei presentarvi un caso che esula dalla consolidata e ampia casistica, ma che riguarda molto strettamente un membro della classe dei bushi, un samurai che intraprese il percorso religioso dello Zen. Si tratta di Suzuki Shōsan (1579-1655), un guerriero che, lasciata la carriera del bushi, si fece monaco per realizzare il suo ideale di vita.

Shōsan è un maestro Zen piuttosto particolare: sebbene sia sempre rimasto lontano dai grandi centri buddhisti e dai grandi templi e abbia intrapreso un percorso molto individuale, direi addirittura solitario, ha esercitato una notevole influenza sui suoi contemporanei. Oggi è stato rivalutato dagli studiosi moderni, che vedono in lui un personaggio fuori dagli schemi, ma con un genuino spirito di ricerca e di dedizione per la realizzazione degli ideali dello Zen.

Shōsan visse in un periodo turbolento, quando il paese era scosso da guerre tra clan per la presa del potere, partecipando alle più importanti battaglie del periodo e comportandosi con grande valore. Il suo spirito guerriero era caratterizzato da grande coraggio, lealtà e dedizione al signore fino al sacrificio di sé, secondo lo spirito dell'epoca.

Dopo l'assedio e la distruzione del castello di Osaka nel 1614, quando il suo signore riuscì nell’impresa di conquistare il potere e di conseguenza i suoi servigi non servivano più, Shōsan chiese il permesso di lasciare la vita del guerriero per farsi monaco. Gli fu concesso ciò che chiedeva e fu così che, all'età di quarantun anni, sotto il maestro Daigu Sochiku (1584-1669), prese gli ordini religiosi nonostante l’età avanzata.

Dopo l'ordinazione, Shōsan conobbe personaggi autorevoli come Gudō Toshoku (1577–1661) e Shidō Munan (1602-1676), entrambi maestri Zen, con i quali intrattenne un rapporto di amicizia, pur non volendo mai diventare loro discepolo, come non volle mai rimanere in nessun monastero, preferendo ritirarsi in propri rifugi. Per soddisfare le richieste di coloro che arrivavano al suo eremo nella valle di Ishinotaira, Shōsan ampliò l'eremo fino a farlo diventare un centro di pratica autonomo, indipendente da qualsiasi scuola e qualsiasi lignaggio.

Shōsan si sforzò per tutta la vita di mantenere il massimo rigore morale e una continua dedizione alla pratica. Tuttavia, fino all’ultimo ebbe un atteggiamento scettico sulla possibilità di raggiungere la vera illuminazione e per quanto riguardava se stesso continuò a ritenersi lontano dalla perfezione spirituale. Non insistette mai perché questa realizzazione gli fosse riconosciuta da qualche maestro, e affermò sempre di avere ottenuto una autorealizzazione senza nessun aiuto.

Trascorse i suoi ultimi anni nella capitale Edo, praticando in una piccola stanza larga solo due tatami. Due anni dopo si ammalò, e il medico che lo curò lo informò che la sua malattia era terminale e che sarebbe morto a breve. Senza nessun turbamento Shōsan gli rispose “Ho già affrontato la mia stessa morte più di trent'anni fa”. Morì nel 1655, a 76 anni.

Lo Zen di Shōsan è detto Niō Zen, ossia lo Zen impersonato dalle statue dei feroci guerrieri posti a guardia del Buddhismo che si trovano all’entrata dei templi. Egli trasportò lo spirito guerriero nella pratica buddhista proponendo uno stile rigoroso, temerario, fiero, inflessibile e anche privo di ipocrisia e di autoinganno, non accontentandosi mai dei risultati raggiunti.

La pratica che insegnava era relativamente semplice, ed era aperta a chiunque volesse aderirvi, sia che avesse preso voti monastici o che fosse laico. Consisteva nello sviluppo dell'attenzione nella pratica di zazen e nella recitazione del nenbutsu come nel lavoro quotidiano, tenendo sempre in mente l'idea della propria morte.

La via del Buddha, ricordava Shōsan, richiedeva un grande sforzo e una pratica continua, lontana dai piaceri mondani, propri di quel corpo che il maestro considerava come uno “stupido sacco di sofferenza e dolore”.

Vedeva il vero risveglio in una via fuori della tradizione ed era lontano dal ritenere che l'illuminazione potesse accadere soltanto in ambiti monastici. Insegnava che il vero obiettivo del Buddhismo è nel fare un uso corretto della mente in ogni momento e in ogni occasione. Per questo, per tutta la vita si dedicò alla lotta contro le passioni ponendosi nello stato d’animo dell’accettazione del terribile destino della morte. La vigilanza continua sui pensieri, sui sentimenti e le passioni, la pratica ininterrotta e il rigore morale furono al centro della concezione del Buddhismo di Shōsan.

Sosteneva che il modo corretto di comportarsi era quello di adempiere ai doveri propri nella classe sociale in cui si era nati: il contadino doveva porre la sua pratica nel suo mestiere di contadino, e il guerriero nel mestiere di guerriero. Affermava che il samurai fosse adatto a questo tipo di pratica perché addestrato a mantenere la concentrazione anche nel bel mezzo della battaglia. Per questo motivo, sentiva lontana da sé la pratica quieta del monaco concentrato nella meditazione e scoraggiò dal seguire il suo esempio coloro che volevano seguire la sua strada, abbandonando la loro professione per prendere i voti.

Un tema ricorrente nei suoi insegnamenti è quello dell’io, e della sua illusorietà: insisteva sulla necessità di liberarsi dalla schiavitù dell’io. Finché saremo costretti e guidati dal nostro io egoista non saremo mai liberi. Insegnava che la pratica consiste fondamentalmente nel rinunciare a questo mondo illusorio (che) ci acceca gli occhi e ci riempe le orecchie. Liberarsi dagli attaccamenti significa lasciar cadere il proprio io, cioè la propria mente e il proprio corpo. Tuttavia, egli avverte: non dimenticarti di te stesso dimenticando te stesso. Dimenticare se stesso è la via maestra per accedere alla liberazione, ma questo “dimenticare se stesso” dev’essere un atto altamente cosciente: deve avvenire sulla base della comprensione della illusorietà dell’io. Per questo motivo, giunge alla conclusione che ciò che davvero è necessario è la conoscenza di se stessi. Solo conoscendo davvero se stessi ci si può liberare del nostro io illusorio ed egoista: Riflettendo su te stesso, conosci te stesso. Per quanto si studi e si conoscano le cose, se non si ha la conoscenza di se stessi, non si può dire davvero di conoscere le cose. Non si può dire di conoscere gli altri se non si conosce se stessi. Solo allora, si potrà giungere alla vera virtù, che consiste nel non dimorare in alcunché.

Shōsan scrisse vari testi in cui esponeva i punti fondamentali del suo insegnamento. In questa presentazione mi soffermerò su due punti, che sono tra i principali della sua dottrina: la mente e la morte.

Per Suzuki, la mente e il suo controllo, ovvero la sua pacificazione è l’elemento determinante che conduce alla pace e al superamento di nascita-e-morte. La mente umana instabile, egoista e contaminata dai desideri è la fonte delle nostre sofferenze e la causa delle incessanti nascite-e morti: Da dove proviene la sofferenza? Viene solo dalla mente che ama questo corpo. Quindi, non lasciate mai andare in giro liberamente la vostra attenzione, e rendi limpida la tua mente. La mente è la nostra nemica, perché ci porta alla perdizione, perciò, drasticamente afferma: coltiva la mente distruggendola. Non lasciare prevalere la sofferenza prodotta dalla mente buia che oscura la mente chiara. Distruggi la prima continuamente. La coltivazione (o la distruzione) della mente avviene tenendola costantemente sotto controllo e impedendole di vagare dove il proprio io egoistico la vorrebbe portare. La pratica del nenbutsu, che sappiamo Suzuki esercitava con grande impegno, era volta proprio allo scopo di tenere la mente sotto controllo e non aveva alcuna connotazione amidista. Scrive:

Non si deve andar dietro alla mente! Ci si impegni a far sì che essa segua noi. Fate sicuramente della mente il vostro maestro e non fate, invece, in modo che il maestro sia la vostra mente. La mente viene trascinata sulla via del male e dei demoni. Dovete ammonire la vostra mente e poi di nuovo ammonirla. Dovete temerla e poi di nuovo temerla.

Shōsan mantenne sempre presente l’idea della morte inevitabile, che sarebbe prima o poi giunta. Cercò per tutta la vita di giungere all’accettazione del terribile destino della morte. La paura della morte era per lui il simbolo del proprio egoismo e della propria inettitudine. Superare questa paura sarebbe stato il segno concreto dell’abbandono del proprio io. Nel suo passato come bushi, Shōsan ha affrontato la morte innumerevoli volte vedendola da vicino. Il suo status di guerriero imponeva che egli disprezzasse la morte e fosse sempre pronto ad accettarla valorosamente, ma evidentemente non era mai riuscito a concepirla serenamente, al di là delle ipocrisie che certamente erano molto diffuse nel suo ambiente.

Per lui, quindi, l’accettazione della morte equivaleva a giungere all’illuminazione buddhista. Lo spirito guerriero era l’atteggiamento che gli avrebbe permesso di giungere ad accettare il sacrificio di sé: non per lealtà al suo signore, ma per seguire fino in fondo la Via del Buddha. Dice, infatti:

L'unica ragione per cui mi esercito è che non voglio morire, ma se mi capita di essere ucciso voglio essere sicuro di poter tenere la testa fuori senza un pensiero e morire libero.

E anche:

Morire lieti, questo è la "buddhità". Essere un buddha significa morire serenamente.[…] Devi arrivare a morire ruggendo con risate.

Anche della pratica aveva una concezione del tutto particolare: da bushi, qual era, non amava la pratica quietistica, ne preferiva una dal carattere virile:

È meglio praticare zazen fin dall'inizio in mezzo al trambusto. Un guerriero, in particolare, deve assolutamente praticare uno zazen che funzioni in mezzo a grida di guerra. Gli spari crepitano, le lance si scontrano lungo la linea, si alza un ruggito, e la mischia è iniziata: ed è qui che, risolutamente, mette in azione la meditazione. In un momento come quello, a che servirebbe uno zazen che preferisce la quiete? Per quanto un guerriero sia appassionato di buddhismo, è meglio che lo butti via se non funziona in mezzo alle grida di guerra....