A proposito di Zazen

Scritto da Anna Maria Shinnyō Marradi www.zenfirenze.it -

Il termine zazen è composto dai due caratteri: za, stare seduti e zen, traslitterazione del termine sanscrito dhyana, meditazione, concentrazione, la quinta delle pāramitā, le virtù trascendenti del Bodhisattva. Dire zazen equivale a dire Zen, poiché la meditazione seduta è così centrale e pervasiva che si può intendere come la pratica stessa della Tradizione.

Dōgen, capostipite del Sōtō, infatti non ha mai parlato di Scuola Zen, ma solamente di zazen e in origine era in vigore la denominazione Zazenshū1, Scuola della meditazione seduta. È stato poi con il passare del tempo che in forma abbreviata è stata detta Zenshū, Scuola Zen.

Nel Buddhismo Sōtō lo zazen è praticato in shikantaza, “sedersi e semplicemente essere” concentrati esclusivamente sulla seduta. Shikan, partecipazione totale, diventare tutt’uno con il processo in sé, ta, colpire, za, stare seduti.

Semplicemente sedersi e momento dopo momento colpire il bersaglio dello zazen, assumere una postura corretta in shinjin datsuraku, “lasciando cadere corpo e mente”, non rifiutare e non trattenere niente, osservare solo il fluire dei pensieri che attraversano la mente.

In zazen non dobbiamo cercare di eliminare i pensieri, fare il vuoto mentale. Il comparire dei pensieri nella mente fa parte dell’attività del cervello nella sua funzione di veglia.

Importante non è non pensare, ma non attaccarsi ai pensieri che sorgono, non entrare in emozioni o in speculazioni mentali, in sintesi non agire l’azione del pensare, non pensare con la coscienza personale, ma semplicemente lasciar sorgere i pensieri e lasciarli scomparire. Se non vengono elaborati, se non si rimane attaccati a essi, semplicemente ritornano alla loro fonte originaria, cioè alla vacuità. Essi stessi infatti sono impermanenti, insostanziali, condizionati, dunque illusori, non reali, sono come nuvole in cielo sospinte dal vento, a volte leggere e a volte pesanti, ma, come il cielo non è disturbato dalle nuvole qualunque esse siano, allo stesso modo non dobbiamo farci disturbare dai pensieri. Così facendo la mente si calma e appare la coscienza hishiryō, il pensiero oltre il pensiero, la coscienza assoluta che rivela la visione del mondo così com’è, non derivante da un processo mentale.

Hishiryō è il pensiero indicibile del corpo-mente unito con l’intero universo, impossibile a spiegare a parole, di cui può essere fatta solamente l’esperienza diretta, in modo naturale e inconscio.

Per questo è detto che zazen va sperimentato, poiché non è possibile comprenderlo così come l’arcobaleno che, per quanto se ne possano descrivere i colori, non sarà mai come vederlo, o un dolce disegnato, di cui non potremmo mai conoscere il sapore. Usare il pensiero per realizzare la Verità è illusione. Le parole esprimono la condizione, ma lo zazen permette di realizzare la Verità ultima, la nostra Vera natura, utilizzando l’unione corpo-mente. In zazen gli organi di senso funzionano perfettamente, quindi percepiamo suoni, vediamo il muro davanti a noi, siamo consapevoli delle sensazioni, emozioni, ascoltiamo l’insegnamento dalla voce del maestro e cerchiamo di comprenderlo.

Shinjin datsuraku accogliamo ciò che sorge senza niente aggiungere o respingere, senza interferire, attuando lo spirito mushotoku, di non profitto, di non volere qualcosa, di non attaccarsi a qualcosa, di non cercare di ottenere qualcosa.

Meditiamo in zazen, nello spirito di shikantaza, sedersi e semplicemente essere, mushotoku, senza chiedere niente in cambio, senza voler raggiungere un qualsiasi fine fosse anche lo stesso risveglio, il satori, in assenza di spirito di profitto. Atteggiamento che ci induce ad andare incontro a ciò che arriva senza giudizio e alle responsabilità su ciò che abbiamo messo in essere e che ci apre alla Via del Bodhisattva, come esempio di colui che opera compassionevolmente e con saggezza per il bene di tutti gli esseri, per la salvezza degli altri prima che di se stesso.

Durante zazen, dimenticando il proprio ego e uscendo dal binomio io/mio, possiamo riconoscerci in tutti gli esseri e, sentendoci uno con essi, entrare in risonanza armonica con l’universo che si manifesta in noi.

Nel Genjokōan Dōgen insegna:

Apprendere la Via autentica è apprendere se stesso. Apprendere se stesso è dimenticare se stesso. Dimenticare se stesso è essere inverato da tutte le cose2.

Diciamo sempre che ci sediamo per incontrarci, ci sediamo per conoscerci, seguendo le parole di Dōgen, per conoscere noi stessi e poi dimenticarci per ritrovarci in tutti gli esseri. Il significato profondo di queste parole è imparare a riconoscere la natura-di-Buddha in tutte le esistenze dopo averla riconosciuta dentro noi. Shinjin datsuraku diventa così uno straordinario sforzo per allentare la morsa del nostro ego e aprirci con cuore puro, magokoro, alla compassione del Buddha.

In quel lento infinito processo il grande lavoro è proprio su noi stessi: imparare il rispetto verso la propria persona e accettare la trasformazione che ne consegue. Accogliere l’impermanenza della nostra esistenza, oltre le nostre paure che vorrebbero eternità e staticità in ogni condizione. La vita però è continuo perpetuo cambiamento e il nostro sforzo quotidiano è quello di migliorarci e approfondire la conoscenza di ciò che non possiamo razionalmente comprendere con la nostra mente duale.

Il nostro ego ci allontana e ci offusca dalla visione della Verità ultima, così ci sediamo in zazen per entrare in contatto con la nostra dimensione fondamentale, che avevamo dimenticato, poiché l’unica possibilità di realizzazione è quella della non dualità. Solo quando diventiamo la cosa così com'è si è persone della cosa così com'è, diventiamo tutt'uno con essa.

Lo zazen non è un mezzo per raggiungere l’illuminazione, ma è esso stesso illuminazione nella pratica del mokushōzen, l’illuminazione senza parole del Sōtō Zen, in cui la pratica meditativa non è intesa come metodo per realizzare un obiettivo: il corpo-mente nella seduta in zazen è la manifestazione stessa del Buddha e dell’illuminazione. Nel Fukanzazengi Dōgen insegna:

Zazen wo suru koto sore jitai ga satori de aru,
Zazen è la pratica realizzazione del perfetto e immediato risveglio.

Difficile riconoscere prima e accettare dopo che non c’è niente al di fuori della nostra mente, che niente è fuori di noi, da cui: “Se trovi un Buddha per strada uccidilo”, perché di fatto non esiste un Buddha al di fuori da incontrare e da seguire.

Dobbiamo solamente risvegliarci alla nostra buddhità, seguendo un cammino di ricerca verso la Verità assoluta, praticando zazen come ha fatto il Buddha sotto l’albero della bodhi, poiché zazen vive eternamente, risvegliato da Shakyamuni e attualizzato da chiunque lo pratichi.

Dōgen insegna nello Shōbōgenzō, capitolo Zanmai o Zanmai:

Solo Nyojō ha insegnato che attraverso shikantaza, possiamo incontrare direttamente la mente dei Buddha e dei Patriarchi e diventare una sola cosa con la loro esperienza3.

Seguendo i principi della nostra Scuola praticare Zen si traduce in mettere in ordine lo stato della mente guardando il Vero aspetto delle cose, la manifestazione della Verità così com’è, e vivere tranquillamente nella Verità senza confondersi.

Seduti in zazen manteniamo stabili corpo e mente cercando l’armonia di corpo-mente-respiro. Il non trattenere e non respingere pensieri e immagini ci insegna a riportare la medesima attitudine all’osservazione e al non coinvolgimento quando nel quotidiano veniamo coinvolti da emozioni, da desideri e dalla superficialità delle cose.

Secondo Dōgen il significato di zazen non è solamente meditazione in semplice seduta, ma tutta l’intera pratica della Via del Buddha, per questo ha insegnato a riportare lo stesso atteggiamento in ogni gesto della vita e a considerare i vari aspetti come momenti di pratica. La parola “pratica”, shugyō, ci può dare l’impressione di qualcosa di speciale, di particolare, lontano dalla vita di tutti i giorni, ma di fatto non è così. Importante è continuare a compiere ogni gesto con la stessa attitudine mentale con cui “siamo zazen”.

Il significato della meditazione zen nella vita di ciascuno, infatti, non può avere a che fare con l’intelletto, ma con attualizzare lo zazen nella vita di tutti i giorni, mettendosi continuamente in gioco e imparando ad affrontare gli eventi secondo il paradigma: “io, qui, ora”, “ima, koko, watashi”.

Per poter progredire nel percorso è necessario uno sforzo personale costituito da zazen quotidiano, attenzione, presenza mentale, umiltà e studio costanti. Il maestro nello Zen è colui che indica la luna, ma il compito e lo sforzo di ciascun allievo è trovare la propria luna, la personale realizzazione.

Dōgen ha portato per la prima volta in Giappone le “Regole ufficiali dello zazen”, Zazen no kiku, al ritorno dalla Cina, dove si era recato nel 1223 per rispondere alla sua grande domanda:

Se sin dall’inizio tutti siamo illuminati, perché sedersi in zazen, perché fare sforzi?

Quesito a cui dette risposta nel Bendōwa:

Sebbene questo Dharma sia intrinsecamente presente in ogni persona, non viene alla luce finché non si pratica4

Dōgen insegna che siamo tutti Buddha e tenendo forte questa convinzione dobbiamo vivere pienamente la nostra vita per risvegliarci alla nostra Vera natura.

In questa ottica, zazen è come viviamo la vita in ogni attimo, è come inveriamo la pratica in ogni gesto. Se ciò che pensiamo sia zazen non lo riportiamo nel nostro vissuto allora zazen è di nuovo un’illusione, una nuova gabbia della mente, è solo uno strumento.

Zazen è qualcosa che trasforma, che continuamente ci richiama al nostro agire, che esce dalla nostra seduta e si spalma nelle azioni del quotidiano diventando un modo di essere, un modo nuovo di vedere, un modo di intendere l’esistenza.

[Il Maestro] così insegnò.
Gli studenti della Via non devono pensare di praticare attendendo il giorno successivo. Semplicemente, senza lasciar trascorrere il giorno presente e il momento presente, di giorno in giorno, di attimo in attimo, essi si impegnino [nella pratica]5.
Zuimonki (1-6)

Biografia

Rev. Anna Maria Shinnyō Marradi

Anna Maria Shinnyō Marradi è fondatrice e abate del Tempio Sōtō Zen Shinnyōji di Firenze, Sede Italiana del monastero di Daijōji a Kanazawa in Giappone. Ha ricevuto la Trasmissione del Dharma dal rev. Ryūshin Azuma Rōshi, già 72° abate del Daijōji. È kokusai fukyōshi, maestra missionaria del Sōtō Zen; ministro di culto dello Stato Italiano; membro del DIM (Dialogo Interreligioso Monastico) Italia. Curatrice con Ikuko Sagiyama e Aldo Tollini dei saggi La dimensione mondana e il distacco. Zen e le altre tradizioni religiose a confronto (Mimesis, 2022); ha scritto L’eco della valle. Sulle note dello Zen (Mimesis, 2022) e il commento allo Shōbōgenzō Zuimonki: Discorsi informali di Eihei Dōgen, tradotto da Aldo Tollini (Bompiani, 2023); curatrice degli Atti del convegno Il Femminile nelle tradizioni religiose: la forza di una voce. Dialogo tra Buddhismo, Cristianesimo e Islam (Ensemble, 2025). È inoltre ideatrice e autrice della serie podcast Al cuore dello Zen, serie audio del canale Zen Firenze, la cui prima stagione di dodici episodi è stata diffusa nel 2025. Per maggiori informazioni è possibile visitare: www.zenfirenze.it.


Note

1. Zazenshū, shū, scuola, zazen meditazione seduta. ↩︎

2. Eihei Doghen, Divenire l’essere, Shoboghenzo Ghenjokoan, Comunità Vangelo e Zen Edizioni Dehoniane 1997. ↩︎

3. Dōgen zenji, Shōbōgenzō, l’Occhio e il Tesoro della Vera legge, a cura di Sergio Oriani, Editrice Pisani, 2006. ↩︎

4. Pratica e illuminazione nello Shōbōgenzō, Testi scelti di Eihei Dōgen, Aldo Tollini, Ubaldini Editore, 2001. ↩︎

5. Eihei Dōgen, Shōbōgenzō Zuimonki a cura di Aldo Tollini e Anna Maria Marradi, Bompiani Testi a fronte, 2023. ↩︎

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