Samu 作務
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Il termine zazen è composto dai due caratteri: za, stare seduti e zen, traslitterazione del termine sanscrito dhyana, meditazione, concentrazione, la quinta delle pāramitā, le virtù trascendenti del Bodhisattva. Dire zazen equivale a dire Zen, poiché la meditazione seduta è così centrale e pervasiva che si può intendere come la pratica stessa della Tradizione.
Dōgen, capostipite del Sōtō, infatti non ha mai parlato di Scuola Zen, ma solamente di zazen e in origine era in vigore la denominazione Zazenshū, Scuola della meditazione seduta. È stato poi con il passare del tempo che in forma abbreviata è stata detta Zenshū, Scuola Zen.
Nel Buddhismo Sōtō lo zazen è praticato in shikantaza, “sedersi e semplicemente essere” concentrati esclusivamente sulla seduta. Shikan, partecipazione totale, diventare tutt’uno con il processo in sé, ta, colpire, za, stare seduti...
“Quanti anni hai luna? Tredici? Sette?” In un dipinto di Sengai Gibon, uno dei più irriverenti maestri zen, due figure (presumibilmente Hotei e un suo compagno) impegnate in una sgangherata danza, si rivolgono alla luna, indicandola con un dito. Un luna che però non viene rappresentata. È invisibile. Sappiamo della sua presenza solo perché viene citata nella calligrafia di accompagnamento. Il dipinto è volutamente enigmatico. Ma la sensazione di straniamento dell’osservatore viene stemperata dalla potente vena ironica del dipinto. L’espressione divertita dei due monaci, la posa strampalata e lo stesso tratto pittorico, fanno di quest’opera...