Il Buddha che ride
Ironia e gioia di vivere nella pittura sumi-e buddhista
Scritto da - “Quanti anni hai luna? Tredici? Sette?” In un dipinto di Sengai Gibon, uno dei più irriverenti maestri zen, due figure (presumibilmente Hotei e un suo compagno) impegnate in una sgangherata danza, si rivolgono alla luna, indicandola con un dito. Un luna che però non viene rappresentata. È invisibile. Sappiamo della sua presenza solo perché viene citata nella calligrafia di accompagnamento. Il dipinto è volutamente enigmatico. Ma la sensazione di straniamento dell’osservatore viene stemperata dalla potente vena ironica del dipinto. L’espressione divertita dei due monaci, la posa strampalata e lo stesso tratto pittorico, fanno di quest’opera un ottimo esempio di come la pittura abbia saputo cogliere e interpretare una particolare esigenza dello Zen: conferire alla comicità un ruolo centrale.
La luna ha suggestionato una parte cospicua della produzione letteraria buddhista (kōan, dialoghi, aneddoti, sermoni di maestri) che a sua volta è stata riproposta, attraverso medium visivi, in ambito artistico.
Un’immagine prediletta dello Zen è che indicare la luna col dito è necessario, ma guai a coloro che scambiano il dito per la luna1
La frase presume uno stretto legame con il celebre detto di origine cinese “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Ad un’analisi preliminare, il proverbio esorterebbe a dirigersi verso l’obiettivo prestabilito, eludendo distrazioni e impedimenti. Tuttavia la questione si profila molto più complessa e delicata. A tal proposito si riportano le parole di D.T. Suzuki:
Un cesto è, certo, utile per portare a casa il pesce, ma una volta che il pesce sta sulla tavola non ha senso continuare a pensare al paniere. Qui ci sono i fatti: afferrarli a mani nude, a che non ci sfuggano – ecco ciò che lo Zen si propone2.
Questo percorso, linearmente diretto verso il raggiungimento dello scopo, non presuppone - e non tollera - alcuna interferenza raziocinante.
Nello Zen l’attività intellettiva non è considerata di supporto: l’eccesso di zelo, così come la sua completa assenza non sono incoraggiati. I dipinti zen si dispiegano come strumenti in grado di fornire un traccia, di dissodare il terreno in vista di un progressivo sviluppo spirituale dell’individuo. Il linguaggio si rivela un mezzo fallace e poco idoneo alla mentalità zen che dunque si affida alla pittura la cui spontaneità esecutiva assicura un approccio più genuino e immediato. Nell’ottica zen ciò che è celato alla vista è di uguale, se non maggiore, valore a ciò che si rende visibile. I dipinti zen supportano e richiedono un’implicazione attiva sia da parte dell’artista che da parte dell’osservatore3. Quando Hotei indica una luna che non viene rappresentata, adempie al compito per cui l’opera è stata creata: non svelare una verità ma tracciare una strada. Il dito che punta la luna rimane un dito e non deve diventare luna, similmente come arte, parole e gesti non sono l’illuminazione, ma solo un metodo di realizzazione e conseguimento di essa. E dunque il gesto del monaco non è casuale ma risponde ad una precisa istanza:
Nel dito puntato verso la luna non vi è Zen, ma se si considera il dito puntato in se stesso, fuori da ogni riferimento esterno, in esso vi è Zen4.
Il rapporto tra lo Zen e l’umorismo, ad una prima analisi, si struttura in modo molto originale rispetto alle altre religioni e sistemi di pensiero. Tendenzialmente infatti, la componente comica viene percepita come estranea, quando non aliena e nociva, qualora si rapporti con l’ambito religioso. Sacralità e umorismo, in quest’ottica, si trovano in due piani completamente diversi, privi di punti di contatto. Comunemente, il riso viene avvertito come una forma di disturbo; opinione corroborata dalla scarsa considerazione, spesso degenerata, che i membri delle comunità religiose riservano agli “agenti dell’umorismo” (buffoni, clown, giullari). Da una prospettiva prettamente religiosa, il messaggio comico e il modo in cui esso viene proposto, non sono in grado – per loro stessa natura – di supportare in qualsiasi modo il “messaggio” sacro.
La diversità dello Zen, se confrontato con altre dottrine, risiede precisamente nelle modalità attraverso le quali concepisce il comico, che diventa fulcro dell’esperienza religiosa: il pensiero zen articola la risata come acme spirituale. La dinamica di interdipendenza tra sacro e comico è accolta e suffragata dallo Zen in misura molto maggiore e in modo più evidente rispetto alle altre tradizioni. Ulteriore sostanziale differenza con altri sistemi è il pieno rifiuto per ogni forma di idolo. Ogni manifestazione di sacralità – dall’icona al rituale, dalla guida spirituale al patriarca – deve spogliarsi dal pericolo di indurre il fedele all’idolatria. Di conseguenza ogni aspetto della dottrina e della stessa esistenza diventa oggetto di un’interpretazione umoristica e dissacrante, che non ne depaupera il valore ma ne alleggerisce il peso contenutistico e simbolico. La comicizzazione svicola il sacro dalla sua dimensione ieratica, sottraendolo de facto al circolo vizioso dell’attaccamento:
nessun aspetto dell’esistenza deve essere elevato oltre quello che è richiesto da comico5
Il rapporto dialettico che intercorre tra Zen e comicità si articola secondo tre direttive che si alimentano e definiscono vicendevolmente:
(1) L'umorismo ha una tecnica per invertire e far crollare le categorie, (2) l'umorismo come tecnica per abbracciare gli opposti. (3) [...] L'umorismo come espressione di illuminazione, liberazione e armonia interiore6
Le prime due prospettive sono volte al raggiungimento dell’illuminazione, la terza non presuppone invece alcuna finalità di fondo, rendendo l’utilizzo dell’umorismo fine a sé stesso. L’avvalersi del comico come tecnica di collasso e annullamento delle categorie è perfettamente coerente con la concezione dell’illuminazione immediata e spontanea tipica dello Zen. Il cuore dello humor zen è la rottura di ogni barriera concettuale, di tutte le impostazioni intellettuali che in realtà generano un intorpidimento mentale e spirituale. Nel comico, la mente viene invitata a superare con una risata il dualismo a cui l’uomo è portato a dividere il mondo, invitando a superare le strutture di valutazione preimpostate. Laddove la tragedia divide, la comicità unifica, riducendo tensioni e conflitti e dove la logica crea categorie, l’umorismo le semplifica. Scopo dello Zen è liberarsi dal dualismo imposto da costrutti logici, rendendo vuoto l’io che in questo modo si rende capace di confrontarsi con l’infinito. Le azioni dei maestri sono dunque dettate non da una necessità logica, ma appunto dalla sua completa assenza, di conseguenza non di rado destano perplessità, stupore o riso.
Pubblico dominio, Birmingham Museum of Art.
Nella trasmissione della dottrina zen viene sfruttato ogni elemento che abbia la facoltà di avvicinare il seguace ad una comprensione immediata. In questa accezione, il ruolo della produzione artistica è rivalutato secondo due ottiche: quella dell’allievo che non ha ancora esperienza del satori e quella del maestro che esplicita la sua maggiore prossimità alla verità. L’arte dunque ha il duplice compito di educare e testimoniare. Dal IX al X secolo d.C. la pittura, la letteratura, la meditazione e la vita monastica zen, si allontanarono sensibilmente dal solco segnato dal buddhismo indiano. Le dinamiche sottese a questa inversione di tendenza sono direttamente imputabili all’ascesa della considerazione dell’umorismo nello Zen. È l’elemento comico che rappresenta il vero scarto con la tradizione precedente:
la teoria del riso appartiene alla filosofia dell'arte; la soddisfazione e, in qualche misura, il comico divengono una forma di bello... Un semplice crollo o una delusione non è in sé comico; deve essere un crollo estetico, un crollo del sublime7
L’arte buddhista indiana con i suoi ieratici bodhisattva e gli arcani buddha venne definitivamente scalzata in favore di una componente comicizzante, e dunque umanizzante. Lo Zen non ridicolizza la bellezza, ma ne allontana la suggestione, sia in ambito artistico che in ambito dottrinale. Le imperscrutabili rappresentazioni indiane vengono sostituite, in Giappone, da raffigurazioni di maestri e patriarchi di altrettanta potenza visiva, perché squisitamente e semplicemente terreni. Sono creature di questo mondo, non parte di una terra divina e irraggiungibile. Le divinità vengono trascinate nel quotidiano, tra gli uomini comuni. La grande novità della pittura zen è la trasformazione del divino in umano. Si riportano di seguito le parole di Suzuki:
Le divinità buddhiste scendono dai propri piedistalli trascendentali per unirsi a noi essere comuni, agli animali, alle piante, alle rocce e alle montagne. […] non siedono più su alti troni decorati con sette varietà di gioielli, intenti a discorrere su argomenti astratti come il Non-Io, il Vuoto, la Mente. Al contrario, impugnano le vanghe, dissodano il terreno, gettano i semi e ne raccolgono i frutti. Nelle fattezze esteriori non si distinguono dalle persone comuni che è possibile incontrare per strada, nei campi o altrove. Le divinità zen non ostentano la propria grandezza ma la portano dentro di sé8
La funzione svolta dal comico in questo processo di desacralizzazione è chiaramente di grande portata. L’annullamento delle categorie, il loro appiattimento, si inscrive nelle modalità d’azione dell’umorismo che, tra gli altri effetti, profana il cosmo sacro in favore di una sacralizzazione del profano. In questo contesto, la voce del sublime non può essere accolta e ascoltata: la pittura zen non si pone affatto come obiettivo la ricerca di una bellezza ideale, anzi mira alla rappresentazione fedele di una realtà concreta, sebbene filtrata attraverso una adeguata lettura artistica e dottrinale, ma resa più sagace e icastica dalle accezioni comiche spesso inserite nei dipinti.
L’arte zen, dimostra una stretta correlazione con la Cina, tuttavia nella declinazione giapponese ne vennero accentuate le sfumature comiche, caricando i dipinti di una ulteriore accezione umoristica. Nel passaggio da pittura chan a pittura zen, inoltre, emergono caratteristiche esclusivamente giapponesi come le quinte paesaggistiche, tratte da ambientazioni locali, oppure i riferimenti al folclore giapponese, che risulta un elemento di particolare rilevanza. Nell’ottica giapponese venne anche marcato l’allontanamento da tematiche puramente religiose, come ritratti di divinità o ex voto. Tale affrancamento permise da un lato una forma di devozione dal carattere più intimo e personale, d’altra parte concesse e sostenne una maggiore libertà espressiva. Il superamento dei confini imposti dalla categorizzazione autorizza l’artista zen a trascendere le rigidità della logica per trasmettere la propria verità, autonomamente e contro ogni regola razionale. La produzione artistica connessa allo Zen è indice e testimonianza di questa emancipazione. Analizzando la grande varietà iconografica che interessa il soggetto di Daruma, si nota come nel corso del tempo le immagini del monaco abbiano saputo cogliere e rispondere ad esigenze devozionali molto diverse tra loro. Daruma rimane un’epitome dell’assoluta serietà e, in virtù di questa caratteristica, incarna l’anima e la tendenza di un approccio allo Zen di grande rigore morale.
Diametralmente opposta – quasi a volersi proporre come l’altra faccia della medaglia – è la gaiezza festosa che denota le illustrazioni di Hotei. Per una maggiore chiarezza ci si appella alle parole di D’Arminio:
La complementarietà delle figure di Bodhidharma e Putai (Hotei n.d.t.) nasce dal fatto che entrambi possono essere considerati come rispettivi rappresentanti delle due maggiori scuole zen approdate e, successivamente, sviluppatesi in Giappone: la Scuola Sōtō e quella Rinzai. La maggiore differenza fra le due consiste nel fatto che la Scuola Sōtō pone maggiore enfasi sulla meditazione seduta, lo zazen, massima espressione di ricerca della tranquillità, mentre la Rinzai basa il conseguimento del fine spirituale attraverso l’uso del kōan, “strumento di illuminazione” sicuramente differente dal “tranquillo sedere”9
Hotei personifica il lato più irriverente dello Zen, accogliendo i favori di un apprezzamento più popolare, ma non per questo dal contenuto meno significativo. Il monaco che ride e danza alla luce della luna chiedendole l’età, non risulta affatto di minore impatto della sua controparte “seria”, Daruma. Hotei deve parte della sua popolarità alle frequenti rappresentazioni che lo ritraggono in compagnia di bambini. Questa associazione con l’infanzia nasconde ragioni ben più dottrinalmente coerenti degli aneddoti: nell’umorismo, secondo l’ottica del pensiero zen, risiede il conseguimento e la stessa espressione della conquistata realizzazione spirituale. Nel momento in cui si perviene alla verità, ci si libera da ogni vincolo terreno. Coloro che si sono affrancati dai lacci del desiderio sono in grado di ridere allo stesso modo dei saggi o dei fanciulli. La relazione tra l’infanzia e lo stato di grazia del saggio si articola in due stadi, a seconda del loro grado di dipendenza dalla razionalità tipica dell’adulto: la prima fase, precedente alla logicità, è propria dell’innocenza della tenera età; la seconda ha inizio nel momento in cui il bambino esperisce la razionalità che, con il proprio insorgere, comporta la nascita della dicotomia tra io e mondo esterno.
Non sorprende quindi il grande successo iconografico di cui godettero le immagini e la leggenda di Hotei. Il monaco ridente, soprattutto nel contesto artistico, si dimostra probabilmente più propenso di Daruma a recepire gli stimoli e le istanze dello Zen. Emancipandosi dalla rigidezza schematica e dalla serietà meditativa, la pittura zen supera la concezione che vorrebbe l’austerità come fattore essenziale per il conseguimento del satori. Questo scarto viene compiutamente portato a termine da Hotei mediante l’appropriazione dell’elemento comico: auto-ridicolizzandosi il monaco valica definitivamente gli ostacoli imposti dalla ragione, conquistando l’illuminazione e una libertà espressiva senza precedenti.
Nella tradizione sino-giapponese, la pittura va inquadrata in un più ampio contesto, di cui l’aspetto estetico è solo una delle tante chiavi di lettura. Dipingere è un esercizio filosofico, un veicolo di trasmissione del pensiero immediato, potente ed efficace quanto la parola scritta. E, in effetti, la pittura risulta essere una delle arti più apprezzate, proprio in considerazione dell’elevata portata filosofica che ne permea ogni aspetto, dalla realizzazione dell’opera alla sua fruizione. La dimensione artistica diventa parte di uno sviluppo individuale: questa impostazione prevede che ad una lunga e impegnativa ricerca della perfezione tecnica di un gesto o di un movimento, ne consegua un’elevazione spirituale. La conoscenza di un’arte non si limita ad una serie di nozioni o di esercizi, ma si articola come un percorso di crescita interiore, finalizzato all’innalzamento spirituale dell’individuo. Si comprende in tal senso la rivalutazione dell’icona da parte del buddhismo zen: l’opera d’arte, e soprattutto la sua produzione, sono supporti alla meditazione e testimonianza materiale della verità.
A conferma di ciò si nota come alla produzione ortodossa di immagine buddhiste se ne affianchi una più popolare ed eterodossa, meno aderente al canone, ma che diventa proprio per questo la manifestazione tangibile dell’elaborazione di una spiritualità personale. La realizzazione di un dipinto (dalla scelta del materiale, al risultato finale) subì dunque una precisa codificazione che portò la pittura a diventare espressione prediletta dello Zen, rappresentandone gli ideali di spontaneità, semplicità e moderazione.
La percezione e l’apporto giapponese rettificarono e sovvertirono completamente la concezione della risata tipica del buddhismo indiano: la risata tonante e genuina divenne centro del buddhismo zen ed estrinsecazione autentica del satori. Non di rado i maestri zen rispondono agli interrogativi dei loro zelanti allievi con sonori sghignazzi e la letteratura zen è ricca di coloriti aneddoti e di vivaci personalità che spesso e volentieri si abbandonano a fragorosi scoppi di ilarità. Non solo figure semi-leggendarie come Hotei, ma anche maestri storicamente ben ricostruiti come il già citato Sengai Gibon, Hakuin Ekaku, ma anche Ryōkan Taigu, che si autoattribuì il soprannome di “Grande Scemo”; oltre ad una pletora di maestri minori e poco conosciuti di cui sono pervenuti solo alcuni aneddoti isolati.
A differenza di Daruma che, eccetto poche raffigurazioni, mantiene sempre un peculiare ritegno, Hotei si concede il più beato abbandono all’euforia. Con Hotei si compie anche il percorso artistico-concettuale di umanizzazione del divino. Questo sviluppo decrescente (dal sacro al profano) viene attestato anche dalle rappresentazioni di animali: magniloquenti draghi e imperiose tigri vengono sostituiti da impertinenti scimmiette, tronfie ranocchie, umili lumache e docili gattini. A conferire ulteriore carica ironica alla sghignazzante ranocchia è la breve iscrizione: «Se si siede in meditazione si diventa Buddha…10». L’iscrizione invita lo spettatore a completare il ragionamento con l’ovvia conclusione: se bastasse sedersi in meditazione per divenire Buddha, allora tutte le rane sarebbero Buddha.
Sono ancora una volta Sengai e Hakuin che si rendono latori di un messaggio inedito e causticamente originale e lo estrinsecano non solo attraverso la parola scritta, per molti inarrivabile. Il linguaggio prediletto diventa quello artistico, più vivace e immediato della parola scritta, dotato di un potenza espressiva accessibile ad un pubblico amplissimo. Il rapporto che intercorre tra lo Zen e il comico presuppone molteplici mezzi comunicativi, la cui maggioranza è volta alla rappresentazione del messaggio dello Zen e al raggiungimento della verità. Tuttavia entro tale panorama, per certi versi puramente utilitaristico, l’umorismo si ritaglia uno spazio anche in virtù della sua non-funzionalità. La comicità fine a sé stessa, priva di scopo – integralmente e squisitamente disinteressata – è probabilmente la tipologia che accoglie e rende proprio l’autentico appello della dottrina. Il medium pittorico si rivela un puntuale ed efficace interprete delle velleità elaborate dallo Zen. I maestri compresero ben presto l’energia espressiva e comunicativa del mezzo artistico, generando potenti e meravigliose icone comiche in grado di supportare un messaggio dal respiro universale.
Bibliografia
Questo articolo è tratto dalla tesi di laurea magistrale di Veronica Gambilare “Il Buddha che ride. Ironia e gioia di vivere nella pittura sumi-e buddhista: una proposta interpretativa”.
Bibliografia essenziale
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Note
1. D.T. Suzuki, Saggi sul buddhismo zen vol. I, cit., p. 27. ↩︎
2. Ibid. ↩︎
3. In generale, tutta la pittura a inchiostro cinese e giapponese, presenta delle modalità di fruizione diverse dall’arte occidentale: un’opera d’arte viene completata dalla presenza attiva dell’osservatore, altrimenti rimane incompiuta. ↩︎
4. D.T. Suzuki, Saggi sul Buddhismo Zen vol. I, cit., p. 282. ↩︎
5. Cfr. M. D’Arminio, Una rilettura del comico nello zen attraverso l’opera di M.C. Hyers, in “Il Giappone” 46, pp. 183-205, p. 190. ↩︎
6. M.C. Hyers, Humor in Zen: Comic Midwifery, cit., p. 270. ↩︎
7. R.G. Collingswood, Essay in the Philosophy of Art, Indiana University Press, Bloomington, 1946, p. 28. ↩︎
8. D.T. Suzuki, Zen and Japanese Buddhism, Japanese Tourist Bureau, Tokyo, 1965 in M. D’Arminio, op. cit., p. 193. ↩︎
9. M. D’Arminio, op. cit., p. 196. ↩︎
10. Humor in Zen: Comic in Midwifery, cit. p. 271. ↩︎