Kuji-Hō, il Potere dei Nove Segni
Tra Storia, Esoterismo e Arti Marziali

Scritto da Christian Russo shinobido.it -

I "nove segni" (Kuji) rappresentano uno degli aspetti più affascinanti e misteriosi del buddhismo esoterico giapponese. La loro eco ha raggiunto anche l’Occidente, spesso amplificata dal cinema e dal legame, talvolta romanzato, con il mondo del ninjutsu. Ma il Kuji-Hō è ben più di un semplice gesto scenico: è un complesso rituale, dalle profonde radici spirituali e storiche, presente nei manuali tecnici di numerose scuole di arti marziali. Le sue interpretazioni e applicazioni variano in base alle scuole e alle correnti di pensiero, ma il fine è spesso simile: preparazione mentale e fisica, protezione, guarigione, o in certi casi, maledizione. Comprenderne la ricchezza richiede uno sguardo attento alle sue origini e alle molteplici forme assunte nel tempo.

L’uso rituale delle mani, sotto forma di intrecci e gesti simbolici, è attestato in culture di tutto il mondo. In India, nei contesti induista e buddhista, questi gesti sono noti come mudrā: vere e proprie posture spirituali delle mani, capaci di esprimere concetti profondi e appartenenze religiose. In Oriente, la visione olistica dell’esistenza ha assegnato a questi gesti un potere trasformativo, capace di agire non solo a livello simbolico, ma anche sullo stato interiore del praticante. Il Kuji, nella sua forma verbale, appare per la prima volta nel poema daoista Bao Pu Zi (Il Libro del Maestro che Abbraccia la Semplicità) di Ge Hong (280–340 d.C.). Nel diciassettesimo capitolo, dedicato all’ascensione di montagne e all’attraversamento di fiumi, l’autore introduce una sequenza di nove fonemi come preghiera rivolta a sei divinità daoiste, con l’obiettivo di ottenere protezione divina: 「臨兵斗者皆陣列前行(lín bīng dòu zhě, jiē zhèn liè qián háng).

In Giappone, come molte altre filosofie e religioni giunte dal continente asiatico, anche il daoismo si radicò e si sincretizzò con il buddhismo e lo shintoismo. La formula delle nove parole fu mantenuta e pronunciata come: Rin, Pyō, Tō, Sha, Kai, Jin, Retsu, Zai, Zen, divenendo parte integrante di rituali, talismani, visualizzazioni e gesti simbolici, dai sigilli tracciati con le mani ai tagli rituali nell’aria.

Nel tempo, il Kuji ha assunto diverse denominazioni in relazione al contesto in cui veniva praticato. Il termine Kuji (nove caratteri) si riferisce alla formula originaria. Kuji-Hō indica l’intero corpus rituale, mentre Kuji In associa le parole ai sigilli delle mani (mudrā). Il Kuji Kiri descrive invece il tracciamento simbolico dei caratteri nell’aria. Esistono poi altre espressioni come Kuji no Shingon (mantra delle nove parole), Kuji Kan (contemplazione), Heihō Kuji-Hō (versione marziale), Kuji Goshinpō (metodo protettivo), e declinazioni legate a contesti religiosi specifici come Dōkyō Kuji, Mikkyō Kuji, Shugendō Kuji, Ryōbu Shintō Kuji e Onmyōdō Kuji.

Nell'ambito giapponese, il Kuji si è sviluppato in particolare nella forma del Kuji In, ovvero l’associazione delle nove parole ai sigilli rituali delle mani. Probabilmente già in ambito daoista o shugendō, i mudrā hanno assunto la funzione di “corpo” del mantra, dando una forma tangibile al significato spirituale. Tra le associazioni più diffuse troviamo il Dokkō-In (sigillo del fulmine) per Rin, il Daikongōrin-In per Pyō, Gejishi-In e Naijishi-In per Tō e Sha, Gebaku-In e Naibaku-In per Kai e Jin, Chiken-In per Retsu, Nichirin-In per Zai, e Ongyō-In per Zen. Queste configurazioni si legano a loro volta a divinità, pianeti e direzioni cardinali, costruendo un articolato sistema simbolico.

Nel contesto dello Shugendō, antica via sincretica di ascesi praticata dagli yamabushi, “coloro che si ritirano sulle montagne”, il Kuji-Hō trova una delle sue espressioni più emblematiche. Gli yamabushi, nel loro peregrinare attraverso foreste, picchi e vette sacre, ricercavano una trasformazione interiore attraverso l’incontro con la natura estrema e gli spiriti che la abitano. In questo quadro, il Kuji-Hō si configurava come pratica di centratura e protezione, strumento per attraversare luoghi pericolosi, invocare presenze spirituali o dominare forze invisibili. Il gesto rituale diventava parte di un dialogo con il mondo soprannaturale, mentre i mantra pronunciati in solitudine tra i monti assumevano la funzione di scudi spirituali. La gestualità degli intrecci delle dita (In), la visualizzazione delle divinità tutelari e l’uso dei mudrā erano dunque strumenti di sopravvivenza spirituale, al pari del bastone e della conoscenza delle piante. Lo Shugendō, in questo senso, ha rappresentato uno dei veicoli principali attraverso cui il Kuji è stato tramandato, non come dogma, ma come esperienza viva.

Il Kuji Kiri è forse la forma più nota in Occidente, almeno per il nome. In questa pratica, l’officiante traccia una griglia immaginaria chiamata Dōman, composta da quattro linee verticali e cinque orizzontali, o viceversa. Ogni tratto è accompagnato dalla recitazione di uno dei nove fonemi. Il rituale ha inizio con il Tō-In, sigillo della spada, che viene simbolicamente “sfoderata” per eseguire i tagli. Al termine, la griglia viene racchiusa in un cerchio e chiusa con un taglio diagonale, sigillato dal suono “a-un”, simbolo di inizio e fine.

In alcune varianti viene introdotto un decimo segno, il jūji, tracciato al centro della griglia. Esso rappresenta un'entità da controllare o annientare, e il kanji impiegato varia in base allo scopo: può essere legato alla protezione, alla vittoria, alla guarigione o all’esorcismo.

Elemento fondamentale del Kuji-Hō è l’uso dei mantra, o shingon, formule vocali che accompagnano i gesti. Ogni sigillo ha il proprio mantra specifico, che regola la respirazione e favorisce la concentrazione, amplificando l’efficacia del gesto e canalizzando l’intenzione.

A differenza delle pratiche meditative orientate al vuoto mentale, il Kuji-Hō mira alla focalizzazione su un’intenzione precisa. Gesti isometrici, vocalizzazioni, respirazione e visualizzazioni convergono per generare uno stato di attivazione globale: corpo, mente, energia. In origine, era una pratica propiziatoria prima del combattimento, ma anche un metodo di protezione o esorcismo in situazioni ad alto rischio.

Anche nelle arti marziali tradizionali giapponesi, il Kuji-Hō ha avuto un impiego funzionale e simbolico. Alcune scuole di bujutsu, soprattutto quelle con una componente esoterica o legata alla protezione personale (goshinjutsu), ne hanno incorporato i principi per preparare mentalmente il combattente. Il rituale, spesso eseguito prima di un combattimento reale o simbolico, serviva a richiamare concentrazione, incanalare l’energia e allineare mente e corpo. Non si trattava solo di una formula magico-religiosa, ma di una tecnologia mentale ante litteram, atta a favorire uno stato di prontezza, controllo e calma. In taluni ryū antichi, il Kuji Kiri veniva praticato come gesto propiziatorio o apotropaico, mentre il Kuji-In fungeva da strumento per rafforzare l’intenzione. Il fatto che questi gesti siano giunti fino a noi attraverso documenti tecnici e trasmissioni orali è segno del valore attribuito loro da generazioni di guerrieri e maestri.

Uno studio condotto dalla Facoltà di Medicina dell’Università di Mie, presentato in occasione della mostra The Ninja a Tokyo, ha analizzato gli effetti del Kuji-In sul sistema nervoso. I risultati hanno evidenziato un incremento delle onde cerebrali alfa-2, associate a calma e concentrazione, e una riduzione delle onde beta, collegate a stress e agitazione. Il Kuji-Hō emerge così non solo come rituale simbolico, ma come autentica “tecnologia mentale” per la centratura interiore, utile tanto allo shinobi quanto all’individuo moderno.

Nel mio approccio al Bujutsu tradizionale, all’interno della via dello Shinobi Dō, il Kuji rappresenta un ponte tra azione e introspezione, tra gesto tecnico e disciplina interiore. E oggi, grazie anche all’interesse scientifico, possiamo riconoscerlo come una pratica viva, efficace e attuale.

Christian Russo tiene regolarmente seminari su questo tema. Gli appuntamenti precedenti – tra cui quello dello scorso ottobre a Torino – hanno riscosso un’ampia partecipazione da parte di praticanti, appassionati e curiosi di ogni estrazione. Un segnale eloquente del fatto che, anche in un contesto culturale profondamente diverso come quello italiano, una pratica antica e apparentemente distante come il Kuji-Hō possa ancora suscitare interesse, curiosità e, soprattutto, generare senso. Non si tratta solo di recuperare rituali del passato, ma di offrire strumenti per la centratura, la consapevolezza e la resilienza nell’epoca presente. Un dialogo tra culture, tempi e linguaggi che – come dimostrano i numerosi partecipanti intervenuti – ha ancora molto da dire.
Per approfondimenti: www.kinshinden.it

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