Tra antenati e legami perduti
Incontri con le itako del Tōhoku (seconda e ultima parte)

Scritto da Marianna Zanetta www.mariannazanetta.com -

Matsuda Hiroko e lo sguardo sul futuro - Tra i vari incontri che hanno costellato la ricerca e il cammino in Tōhoku, uno dei più significativi è stato certamente quello con Matsuda Hiroko. Erano passati due anni dal primo incontro con Nakamura, lo studio e la ricerca sul campo continuavano e per me diventava urgente incontrare una nuova itako. Avevo altrimenti la sensazione di parlare di tutto e niente, di raccontare una figura mitologica che vive solo nei ricordi e nelle fantasie dei libri. Così, grazie all’aiuto di tante altre donne sul mio cammino (interpreti, studentesse, ricercatrici), sono riuscita a raccogliere i preziosissimi numeri di telefono di alcune sciamane ancora attive nel Tōhoku. Con mia grande sorpresa e disappunto, ho scoperto che nell’intera prefettura di Aomori all’epoca ne esistevano meno di dieci; alcune di queste erano troppo anziane per lavorare, mentre – secondo i racconti di qualche collega - altre non volevano più avere nulla a che fare con i ricercatori stranieri.

I resoconti di piccole e grandi scorrettezze mi hanno fatto comprendere una volta di più l’importanza di attenersi a un’etica precisa quando si sta sul campo – etica che evidentemente non ha lo stesso valore per tutti gli studiosi. E a farne le spese è spesso l’intera comunità scientifica. Ad ogni modo, dopo svariate telefonate e comunicazioni ambigue, sono riuscita a recuperare il numero di telefono dell’ultima itako, la più giovane, e la più peculiare. Così, in un pomeriggio di primavera Matsuda Hiroko ha accettato di incontrarmi.

Sapevo che, tra le sue colleghe, Hiroko era la più famosa soprattutto tra il pubblico giovane. Di circa quarant’anni, con un viso imperscrutabile (quasi severo, dalle foto che avevo trovato su internet), quella donna mi metteva in soggezione; forse questa sensazione era un leggero senso di inadeguatezza, di preparazione insufficiente. Più guardavo quel volto e più sentivo crescere profonda la certezza che la mia visita non sarebbe stata altro che un fastidio per la giovane itako. In ogni caso, non avevo alternative. Così, all’inizio della primavera sono tornata ad Hachinohe. Avevo uno strano timore, il desiderio sotto pelle di risolvere la questione al più presto per non parlarne più. Come ho fatto spesso nella mia permanenza sul campo, ho programmato il mio arrivo con un paio di giorni di anticipo rispetto all’incontro: sembra quasi che il mio fisico abbia bisogno di acclimatarsi al cambiamento, e che la mia mente debba ritagliarsi una parentesi di pausa – un momento di decompressione prima di buttarsi nel cuore del lavoro.

Il giorno della visita è arrivato comunque in fretta, e sempre insieme ad Aya, ci siamo incamminate verso l’abitazione di Matsuda. Qualche giorno prima del mio arrivo avevamo telefonato all’itako per confermare l’appuntamento: ci aveva risposto la madre, con indicazioni precise sul luogo e l’ora dell’incontro. Dopo un veloce caffè ci siamo quindi dirette con tanto di navigatore verso il parcheggio nel quale avremmo dovuto aspettare ulteriori indicazioni. A noi può sembrare una modalità quantomeno strana di darsi appuntamento, ma mi è successa più volte nei miei viaggi in Giappone – soprattutto quando si trattava di visitare qualcuno a casa. La spiegazione è più semplice di quello che si può pensare: gli indirizzi in Giappone sono complessi come degli oracoli, e trovare la casa giusta richiede dimestichezza non solo con la città, ma finanche con il quartiere e l’isolato specifico. Qui, nella periferia di Hachinohe, le abitazioni si dispongono sulla collina senza una particolare logica: incontrarsi in luoghi conosciuti e facilmente identificabili è quindi una questione di estrema praticità e consapevolezza. Così, raggiunto il parcheggio abbiamo telefonato nuovamente a casa dell’itako, e la madre di Matsuda ci ha detto di attendere. Poco dopo, la donna è comparsa alla guida di un piccolo furgone e ci ha condotto fino alla giusta abitazione: è indiscutibile, non ci sarebbe mai stato possibile arrivare da sole.

L’abitazione in stile tradizionale era adagiata tra un campo e il bosco: una sensazione di vita concreta e di familiare rapporto con il lavoro, che in quel luogo preciso si traduceva in uno strano disordine. Con cautela, abbiamo seguito la madre all’interno: dopo esserci tolte le scarpe, siamo state condotte in una piccola stanza di tatami dove ho intravisto un altare simile a quello di Nakamura.

Matsuda era andata a prendere la figlia all’asilo, ma dopo pochi minuti di attesa ha subito fatto il suo ingresso nella stanza, accompagnata da una bimba di circa due anni, allegra e sorridente che ha iniziato a correre rumorosamente per la stanza. Quella visione così intima e familiare ha in un attimo spazzato via tutte le immagini e le fantasie che della donna mi ero costruita nel corso dei mesi: certo, il suo viso continuava a trasmettere una sensazione di severità e di distanza, ma la sua voce e il suo sorriso la restituivano alla dimensione umana. Così, mentre ci chiedeva se la figlia poteva rimanere in stanza con noi (non mi sarei mai permessa di dire di no), abbiamo iniziato a chiacchierare: sapevamo che non avremmo potuto chiedere un rituale – Matsuda aveva scelto di non lavorare data l’età della bimba - e ci siamo immediatamente dedicate alle domande che avevo programmato. Prima di andare avanti, c’è un particolare che non ho ancora condiviso: Matsuda non è cieca. Non ha nessun problema agli occhi, né alcun altro problema di salute – allo stato attuale. Questo elemento rende la sua esperienza e la sua testimonianza particolarmente interessanti: mi trovavo di fronte ad una donna giovane e sana che aveva volontariamente scelto quella professione. Avevo assoluto bisogno di capire cosa l’aveva guidata in questa scelta.

Così, davanti alle nostre domande, Hiroko ha incominciato il suo racconto in un curioso dialetto locale – di cui ho colto perfino io le sfumature. Le itako erano presenze molto concrete nella sua infanzia, proprio perchè quella zona del Giappone ha sempre avuto molta dimestichezza con questa professione e le persone del posto si sono sempre rivolte alle sciamane del quartiere per affrontare le questioni più svariate. Soprattutto, ci si rivolgeva a loro per risolvere problemi di salute in un’area dove il sistema sanitario moderno è arrivato in ritardo e a fatica. E proprio la salute è stata la ragione che ha avvicinato Matsuda a quel mondo segreto. Da bambina era infatti molto debole di costituzione, e soffriva di febbri ricorrenti; i genitori la portavano spesso in ospedale e da diversi medici generalisti della città, ma nessuno riusciva a risolvere il problema permanentemente nè tantomeno a fornire una diagnosi certa. Una collega della madre ha quindi suggerito alla famiglia di portare la bambina da un’itako della zona, Hayashi Mase. Quando la sciamana ha incontrato Hiroko, il suo verdetto è stato immediato: la malattia era causata dallo spirito di un antenato. Senza indugi ha allora iniziato una lunga serie di rituali di purificazione - oharai – per rimuovere l’impura influenza di questo spirito fastidioso. Come risultato, nei giorni successivi la febbre è diminuita drasticamente. Matsuda ricorda tuttavia che il problema ha continuato a ripresentarsi ancora per diverso tempo, e negli anni successivi ha continuato ad essere vittima di queste violente febbri che l’hanno costretta ad abbandonare l’asilo. Ad ogni ricomparsa del sintomo, i genitori la portavano in visita dall’itako che eseguiva il rituale di purificazione e la rimandava a casa in condizioni migliori. Per Hiroko quelle visite non erano mai preoccupanti, anzi: rappresentavano gli unici momenti in cui la bambina percepiva qualcosa di simile alla serenità e al rilassamento, mentre il canto dell’itako e il suono del rosario che veniva sfregato ritmicamente le ristabilivano la calma e la pace nell’animo. Con il tempo, ci raccontava Hiroko, il suo corpo ha cominciato a riprendersi del tutto, e ha potuto iniziare le scuole elementari senza preoccupazioni. Le sue visite all’anziana sciamana sono comunque continuate ancora per un po’, e intanto nella sua mente si apriva una nuova possibilità: diventare lei stessa itako. Matsuda ha confessato questo desiderio in famiglia solo successivamente, quando ha compiuto 15 anni: in quel periodo infatti aveva dichiarato ai genitori di non voler continuare con le superiori ma di voler iniziare l’apprendistato con la sua salvatrice. In un primo momento i suoi genitori si sono categoricamente opposti, poiché quella non sembrava una strada adatta ad una ragazzina, e soprattutto sembrava priva di qualsiasi sicurezza economica. Ma di fronte alla risolutezza di Hiroko, hanno deciso di interpellare direttamente l’itako. La maestra Hayashi, ricorda Matsuda, si stupì notevolmente per il desiderio di Hiroko, ma al posto di un netto rifiuto, propose un accordo: Matsuda si sarebbe diplomata, e solo successivamente sarebbe stata accettata come apprendista.

Così, la ragazzina si arrese a iscriversi al liceo, ma non si arrese ad aspettare. Tornò da Hayashi e riuscì a convincerla ad un accordo differente: lei avrebbe continuato il liceo se l’itako avesse accettato di dare il via all’apprendistato durante quella stessa estate, e poi nei fine settimana.

Matsuda aveva raggiunto il suo obiettivo: si allenò con tenacia per i quattro anni successivi fino a che, al suo diciannovesimo compleanno, la maestra la considerò pronta per sottoporsi all’iniziazione e diventare una professionista.

Che storia incredibile mi veniva offerta, così distante dalle narrazioni di Nakamura e dei libri: Matsuda era una giovane ragazza in salute, che nei vicinissimi anni ottanta ha deciso di spostare la sua vita su binari alternativi. In questa storia non ci sono estreme difficoltà economiche, discriminazioni legate alla disabilità, o bisogno di provare la propria rilevanza sociale. Questa è una storia che parla di vocazione, e del coraggio (o incoscienza) di seguire percorsi difficili e marginali. In quella giornata di primavera ancora non me ne rendevo conto, ma il racconto e l’esperienza di Matsuda iniziavano a gettare luce sulle incredibili capacità trasformative e creative dei fenomeni religiosi, e sulle possibilità del singolo individuo di agire e modificare le istituzioni esistenti. Quelle riflessioni erano rimpiazzate sul momento da un senso di totale incredulità, tra i sorrisi di Hiroko e la bimba piccola che rideva e correva per la stanza. Una vita normale, una donna normale con una forza di volontà superiore alla media.

La bellezza di questo incontro è arrivata inaspettata anche nelle considerazioni di Matsuda sul suo ruolo nella comunità: le itako erano molto presenti in quelle zone ed erano apprezzate non solo per le comunicazioni con kami e spiriti. Erano un supporto pratico e quotidiano per le famiglie della zona (spesso venivano chiamate proprio kaka-sama, madre). Erano consigliere e guaritrici, che si prendevano cura dei vicini e delle loro famiglie. Ecco, proprio la parola “famiglia” è tornata tante volte nel suo discorso: le itako erano importanti nel mantenimento dei legami ancestrali all’interno delle famiglie. Invocando i defunti e curando i vivi queste donne riuscivano a conservare la relazione tra le varie generazioni. Matsuda ci ha restituito un affresco intenso e dinamico, fatto di sacralità e di quotidianità, fatto di preghiere e canti ma soprattutto di rapporti umani, di comunità.

L’argomento è scivolato poi lentamente sul presente: lo tsunami del 2011 ha fatto aumentare enormemente le richieste di kuchiyose, per via dell’elevato numero di dispersi e dal terribile bilancio di famiglie distrutte. Oltre i riti funebri, sembra quindi di intravvedere in queste sciamane un diverso tipo di aiuto, forse più intimo e a portata di mano, per ritrovare i fili degli affetti spazzati via. Anche solo per chiudere il cerchio ed elaborare la perdita, anche solo per dire addio un’ultima volta.

Sono uscita da quella casa carica di pensieri e di riflessioni confuse: Nakamura mi aveva mostrato l’umanità e la concretezza di una scelta difficile, ma Matsuda mi parlava di legami e connessioni. Senza che me ne accorgessi, iniziavo a trovare il giusto cammino per comprendere quel mondo antico, femminile e silenzioso.

Di famiglia e di legami - Le riflessioni sulla famiglia e sui suoi rapporti con i defunti mi hanno rivelato una piccola parola potente: on. È un termine con più di un colore: da un lato infatti rappresenta quegli obblighi che ci portiamo dietro in quanto destinatari di amore, cure e attenzioni; ricorda giri, la consapevolezza di aver ricevuto un dono o un favore e l’assoluta necessità di reciprocare. D’altra parte, on evoca le responsabilità e i doveri per i propri familiari – gimu: la pietà filiale verso un genitore, la venerazione per gli antenati, il rispetto per il sistema sociale in una data comunità, la devozione all’imperatore.

Il peso che questi oneri si portano dietro risiede in una consapevolezza chiara: i debiti non saranno mai del tutto ripagati. Il sistema regge perché si è sempre in debito verso gli altri, specialmente quando gli altri sono vicini a noi – sono uchi, sono i nostri cari. Proprio qui, nella comunità più intima, si innesca un complesso sistema di relazioni di status in cui nessuno è mai davvero uguale agli altri, ed è costante la sensazione di essere sempre in debito con qualcuno del gruppo. Inoltre, se non pagare i propri debiti (morali, sociali e pratici) può causare danni irreparabili nelle relazioni familiari, il gesto di compensazione non libera mai dal circolo perché innesca nel ricevente il senso di obbligo di una nuova restituzione. In fin dei conti, si muore sempre con qualche conto in sospeso o qualche debito non ripagato, con qualche colpa o scusa. È un sistema che obbliga in vita e in morte. Ma fate attenzione a giudicare con troppa fretta: perché nel suo funzionamento più lineare questo è un sistema che crea legami. Il senso di dovere genera senso di unione. Se all’equazione si aggiunge la morte, si crea la percezione di costante vicinanza con il defunto: basta guardare ai riti funebri e commemorativi si perpetuano per 33 anni - trentatrè, un’infinità. Sono tanti anni per ricordare un caro: sono certamente il segnale di una società che pone l’accento sulla famiglia e non sul singolo.

Come tanti fenomeni che ho incontrato in Giappone, sono faticosi – perché vincolano e appesantiscono le relazioni – ma sono consolatori perché chi muore, in fin dei conti, non se ne va mai davvero. È sempre lì, tra la tomba di famiglia e l’altare domestico, tra montagna e risaia. E non è raro rintracciare nelle storie di fantasmi proprio le paure di coloro che non vedono nel proprio futuro qualcuno che mantenga questo legame: sono le storie dei muenbotoke, dei morti senza connessioni, di coloro che non hanno una famiglia che perpetua i rituali e permette loro di raggiungere la terra degli antenati. Certo, da un punto di vista puramente antropologico si tratta di trucchi per permettere la sopravvivenza della famiglia e dell’assetto sociale: per questo è così forte l’accento sull’obbligo, sul dovere, sui debiti, sulle ricompense. E sulla costante sensazione di non essere all’altezza di quanto ricevuto. Dall’altra parte, questa cura e questa responsabilità per i defunti diventa anche un segno di relazione: senza negare la morte, senza negare le difficoltà e il dolore delle relazioni sociali, sembra che qui si cerchi comunque di mantenere i defunti coinvolti nelle faccende dei vivi. Fintanto che continuano i riti, anche i nostri defunti continuano a rimanere parte della nostra esistenza, e qualcosa della loro personalità e della loro vita continua ad evolvere con noi. Mi sembra di percepire una piccola ma consolante illuminazione: dinnanzi a una perdita e a un lutto, non si va semplicemente avanti. La perdita ci trasforma, e il dolore rimane una parte costante della nostra vita: i nostri morti non ci lasciano, e soprattutto – per quanto spesso non ce ne rendiamo conto – siamo noi che non lasciamo loro, proprio nelle pieghe di quelle fitte inattese che ci colgono dal nulla al cuore dello stomaco. Arrivando da una cultura che sembra molto sbrigativa a lasciare andare i propri morti, il Giappone mi ha sorpreso con la sua mano sempre tesa verso quella dimensione: alcuni ricercatori che ho incontrato sulla strada affermano che i giapponesi non lasciano mai andare i propri morti, e dalla mia ristrettissima esperienza non posso che condividere questa visione. La morte trasforma – ma non cancella – la relazione, mantenendo comunque in comunicazione le due sponde con reciproche promesse di cura e protezione.