L'astronomia nell'antica Cina
Scienza, potere e cosmologia: l'evoluzione delle visioni cosmologiche cinesi fino all'incontro con la scienza occidentale alla fine del XVI secolo.

Scritto da Daniele L. R. Marini -

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http://www.icooitalia.it - Vedi Icoo Informa - Anno 9 - Numero 5 | maggio 2025

Lo studio dell’astronomia dell’antica Cina permette di comprendere aspetti fondamentali della storia e della natura di questa civiltà. Le prime testimonianze risalgono alla tarda dinastia Shang (circa 1250-1046 a.C.), quando sulle ossa oracolari venivano incisi riferimenti a eclissi solari e lunari, a comete, a pianeti e alle prime identificazioni di asterismi. Durante la dinastia Zhou Occidentale (1046-771 a.C.) queste osservazioni si consolidarono e nel periodo degli Stati Combattenti (475-221 a.C.) furono sistematizzate le ventotto dimore lunari (xiu 宿), attraverso le quali si sposta la Luna di note in notte. L’osservazione del cielo divenne uno degli elementi fondanti del potere imperiale. La visione taoista del cielo come organismo vivente e la dottrina dello yin e dello yang, insieme alla teoria del qi (氣), ispiravano l’interpretazione dei fenomeni celesti come espressione di cicli armonici tra principi complementari.

Gli astronomi di corte avevano due compiti: misurare il moto dei corpi celesti per costruire i calendari, cercando di far corrispondere i cicli annuali delle stagioni e i cicli lunari, e interpretare i fenomeni celesti a fini divinatori. La prima funzione aveva un carattere scientifico, la seconda politico e sociale, ma entrambe erano strettamente intrecciate. Infatti l’imperatore, “figlio del cielo” (天子 tianzi), investito del Mandato Celeste (tianming 天命), doveva garantire un governo in armonia con il cielo. In una civiltà agricola come quella cinese, nata nel bacino dei grandi fiumi Giallo e Azzurro, conoscere i ritmi stagionali significava assicurare raccolti sufficienti, controllare le inondazioni e proteggere le “pianure centrali” dai barbari.

Lo studio del calendario (li 历) divenne quindi la principale attività degli astronomi imperiali: con la sua promulgazione si stabilivano non solo le attività agricole ma anche i riti propiziatori e le festività collettive. Aggiornare il calendario, migliorando i calcoli previsionali, era compito ricorrente e coincideva spesso con l’avvento di un nuovo imperatore o di una nuova dinastia, divenendo lo strumento di legittimazione più importante.

La precisione dell’astronomia cinese si riconosce sia nell’accuratezza delle osservazioni, svolte con strumenti di grande raffinatezza, sia nei metodi di calcolo. Accanto alla funzione rituale e politica, l’astronomia cinese sviluppò un metodo di previsione numerica del tutto originale. Diversamente dall’Occidente, dove la ricerca di leggi universali portò alla costruzione di modelli geometrici del cosmo, in Cina l’obiettivo primario era garantire un calendario accurato e continuo. L’osservazione sistematica dei corpi celesti, la registrazione di fenomeni ricorrenti e la compilazione di tavole permisero di elaborare algoritmi capaci di prevedere le posizioni del Sole, della Luna e dei pianeti, nonché le eclissi. L’assenza di trigonometria o di funzioni continue non costituì un limite: la precisione era assicurata dalla lunga accumulazione di dati e dal riconoscimento di regolarità cicliche.

Nella tradizione occidentale, geometria e trigonometria costituivano il fondamento formale per la modellizzazione dei moti celesti; nella tradizione cinese, invece, l’astronomia predittiva si radicava nel riconoscimento e nella risonanza dei ritmi temporali. La periodicità delle funzioni trigonometriche — essenziale negli sviluppi in serie impiegati per risolvere le equazioni del moto planetario da Keplero a Newton — trovava un implicito corrispettivo nell’identificazione cinese delle strutture cicliche, profondamente radicata nella cosmologia taoista e nella sua concezione dell’ordine cosmico come ritmico e ricorrente, ispirato ai principi dello yin e dello yang e allo Yi Jing. Esemplare è il calendario Santong Li (“tripla concordanza”) di Liu Xin (I sec. a.C.), che sincronizza i cicli solare e lunare usando numeri dal valore simbolico, come l’81: potenza di 3 e 9 (numeri imperiali), ma anche lunghezza della “campana gialla” huangzhong (黃鐘), base della scala musicale. La musica, espressione dell’ordine celeste, veniva così associata al moto lunare.

Le fonti letterarie e materiali ci restituiscono una ricchissima testimonianza di questa concezione. Le Storie ufficiali delle dinastie, a partire dalle Memorie storiche (Shiji史记) di Sima Qian (145-86 a.C.), conservano capitoli dedicati al cielo e al calcolo dei calendari. Sul finire del II secolo a.C. il cosmo era concepito come un grande ombrello che ruota attorno al polo nord, con le stelle fisse e i sette luminari (Sole, Luna e cinque pianeti) che si muovono in senso inverso. Tra il I e II secolo d.C. prese invece forma la visione di un cielo sferico simile a un uovo, con la Terra piatta al centro circondata dal mare. Tale immagine si rifletteva nell’urbanistica imperiale: la città e il palazzo di pianta quadrata con il tempio circolare che rappresentavano rispettivamente la terra e il cielo. Questa concezione portò alla costruzione di sfere armillari (hun yi 渾儀) e globi celesti (hun xiang 浑象), strumenti di lavoro degli astronomi. Alcuni erano azionati da meccanismi ad acqua già dal I secolo d.C., Zhang Heng (78–139 d.C.) costruì una sfera armillare idraulica, un globo celeste e un sismografo.

I cataloghi stellari, redatti fin dall’epoca Zhou, furono costantemente aggiornati e trasposti in mappe celesti. La più antica giunta fino a noi è la mappa di Dunhuang del VII secolo (dinastia Tang), ritrovata nel 1900 nelle grotte di Mogao: contiene oltre 1300 stelle disposte in costellazioni che riproducono nel cielo la struttura sociale e militare. Nel 1094 Su Song descrisse le mappe celesti per la sua Torre Astronomica, mentre nel 1190 Huang Shang realizzò un planisfero inciso nel 1247 su una stele, oggi conservata a Suzhou.

Le cronache riportano osservazioni di comete, eclissi, stelle nove: dati che ancora oggi gli astronomi moderni analizzano, come nel caso della nebulosa del Granchio. Tra i più antichi osservatori di cui abbiamo testimonianza c’è la Torre Senz’ombra di Dengfeng, cui venne associato il Centro della Terra Dizhong (地中); ogni capitale aveva un osservatorio al servizio dell’imperatore. Il grande gnomone in pietra di Gaocheng, con cui Guo Shoujing, durante la dinastia mongola Yuan (1279-1368), determinò con estrema precisione il solstizio di inverno, e gli strumenti bronzei, conservati a Pechino e a Nanchino, testimoniano l’attività e la presenza di osservatori imperiali, risalenti a molti secoli prima che venissero istituiti in Occidente.

Questo sistema raffinato di osservazione e calcolo fu mantenuto fino all’arrivo dei gesuiti guidati da Matteo Ricci (1583), che introdussero l’astronomia occidentale e il modello di Tycho Brahe. Tra il 1630 e il 1746 la direzione dell’Osservatorio imperiale fu affidata ai gesuiti, per poi tornare ai funzionari cinesi dopo la loro espulsione. La straordinaria capacità della tradizione cinese di conservare e rinnovare i propri metodi fece sì che, anche di fronte all’apporto della scienza europea, l’astronomia restasse un potente strumento di continuità politica e culturale, contribuendo in modo decisivo alla stessa durata millenaria della civiltà cinese.


Daniele L. R. Marini è un fisico, informatico, docente PoliMi e cultore della materia.

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