L'altra metà del Giappone
Ritratti di donne straordinarie

Scritto da Ornella Civardi -

Non è un mistero che la parità di genere in Giappone sia un traguardo ancora piuttosto distante. Il paese con un piede nel futuro, che detta le mode all’Occidente, sul versante della condizione femminile arranca. Nonostante i progressi degli ultimi decenni, per la donna giapponese resta tuttora quasi inimmaginabile far convivere maternità e carriera o raggiungere posizioni di potere in azienda o in politica.

Dopo una lunga epoca di relativa indipendenza, residuo dell’originaria società matriarcale, in cui le donne potevano ereditare e gestire proprietà, studiare e praticare le stesse discipline degli uomini, l’avvento dei samurai nel XII secolo ha rappresentato un colpo di spugna su tutte le libertà che non fossero quella di difendere se stesse e la propria casa con armi maschili. E la morale confuciana del periodo Edo, a partire dal 1600, ha sancito la sottomissione con tre grandi precetti di ubbidienza: al padre durante la giovinezza, al marito nel matrimonio, ai figli nella vecchiaia. Eppure, anche nei secoli più bui, spesso sottotraccia, il sesso “debole” ha giocato il suo ruolo nella storia nipponica, nell’evoluzione dei costumi e del pensiero, nei mutamenti sociali. Nel bene e nel male, il Giappone è quello che è anche grazie a queste donne fuori dell’ordinario, che hanno saputo percorrere la loro strada fino in fondo, qualche volta a prezzo della vita.

Il volume “Il Giappone delle donne” (Nuinui Editore) allinea sessanta ritratti di donne celebri, da cui sono tratti i medaglioni che presentiamo qui.

Jingū – la regina sciamana

Il primo nome femminile che s’incontra nella storia giapponese è quello di Jingū, la sovrana semileggendaria che le antiche cronache collocano attorno al II secolo. Il mito la vuole regina guerriera. Si narra che alla morte del consorte, l’imperatore Chūai, abbia guidato l’esercito di Yamatai (così si chiamava allora il Giappone) nientemeno che alla conquista della Corea. L’improba impresa le sarebbe riuscita grazie a due gemme magiche che le conferivano il potere di controllare le maree. Le stesse cronache riferiscono anche un altro particolare: al momento di salpare alla testa della spedizione Jingū era incinta, ma il bambino sarebbe rimasto nel suo grembo tre anni, per consentirle di completare la campagna. Tornata vittoriosa in patria, diede alla luce Ōjin, in seguito venerato come kami della guerra e protettore dei samurai con il nome di Hachiman (in tutto l’arcipelago esistono almeno 25.000 santuari dedicati al dio, di cui uno molto visitato a Kamakura).

Nei tratti mitizzati di Jingū si concentrano le figure di diverse regine che in epoca prestorica avrebbero retto il paese di Yamatai, o Yamato. La società giapponese ancestrale era matriarcale, dominata da queste regine sciamane, probabilmente votate al culto del Sole. Almeno di una, Himiko, si trovano riferimenti in certe cronache cinesi del V secolo, e gli antichi tendevano a ritenere che Himiko e Jingū fossero la stessa persona. Queste sacerdotesse non avevano un contatto diretto con il popolo, ma si avvalevano di un tramite, che in genere era un membro maschile della famiglia. Il progressivo aumento del potere politico dell’intermediario, e parallelamente della segregazione della sciamana, avrebbe infine determinato il passaggio alla successione in linea maschile. Tuttora la Grande Sacerdotessa di Ise, il santuario più antico, è un membro femminile della famiglia imperiale.

Sei Shōnagon – lo sguardo sulla corte di Heian

Colta, brillante, disinibita. La donna che emerge da quella sorta di diario intimo che è il Makura no sōshi, ovvero le “note del guanciale”, non si direbbe affatto una donna di un millennio fa. Invece era il 993 quando Sei Shōnagon, aristocratica figlia e nipote di grandi poeti, allora sulla trentina, varcava la soglia del palazzo imperiale di Heian per diventare nyōbō, dama di compagnia, dell’incantevole imperatrice Teishi, più giovane di lei di una decina d’anni. Difficile dire se quelle annotazioni sparse, con giudizi, aneddoti, ricordi di persone ed eventi, quadretti di vita di corte, pettegolezzi, siano stati buttati giù per rimanere segreti, come pretenderebbe l’autrice nello scaltro poscritto, o fossero invece destinati a intrattenere e divertire la giovane imperatrice, come il tono spiritoso e complice lascerebbe pensare. Certo è che quel diario rappresenta la fonte di informazioni più ricca che ci sia pervenuta su quell’universo fatato e perfetto che era la corte di Heian, un eden immune da preoccupazioni materiali e seccanti incombenze, dove le giornate trascorrevano piacevolmente fra ozi intellettuali e svaghi raffinati. Lì, dietro i paraventi dei saloni e all’ombra dei ciliegi, una ristrettissima cerchia di aristocratici coltivava una vera e propria religione del bello, che si esercitava nella calligrafia, nella poesia, nella musica, ma anche nelle infinite regole di etichetta che disciplinavano l’abbigliamento, il comportamento, i rapporti. Sei Shōnagon descrive tutto questo con il suo tono lieve e raffinato, qualche volta venato di humor, qualche volta pungente. E con una libertà di giudizio in cui si avvertono le tracce di quell’originaria società matriarcale che si stava ormai inesorabilmente avviando verso il mondo tutto maschile dei samurai.

Tomoe Gozen – la prima donna samurai

In giapponese si chiamano onna bugeisha o onna musha e sono quelle donne addestrate alle arti del combattimento, che vestivano l’armatura e intervenivano in battaglia al fianco degli uomini, capaci di affrontare schiere di nemici con lo stesso coraggio – e lo stesso furore – dei compagni maschi. La storia del Giappone ne ricorda diverse, in ogni epoca, ma una in particolare ha colpito l’immaginazione, ed è stata consacrata dalla letteratura e dall’arte a icona del genere. Tomoe Gozen visse nella seconda metà del XII secolo, in quel burrascoso momento storico in cui i due potenti clan dei Taira e dei Minamoto insanguinarono l’intero arcipelago contendendosi il controllo sul trono imperiale. Tomoe era la concubina di un Minamoto, Yoshinaka signore di Kiso.

Lo Heike monogatari, il romanzo epico che narra le gesta degli eroi di questa guerra, scaltramente rimarca l’intrigante contrasto fra la sua bellezza fine, dalla pelle diafana e i tratti delicati, e l’indole indomita di amazzone inarrestabile, di formidabile arciera e spadaccina. «Una guerriera che da sola valeva mille uomini, – raccontavano i cantastorie – capace di affrontare dei e demoni». Yoshinaka la mandava in prima linea, e lei trascinava i soldati all’attacco facendo strage di avversari; immancabilmente tornava con un bottino di illustri teste mozze. Si dice che nella battaglia di Uchide no Hama del 1184, con 300 uomini abbia tenuto testa ai 6000 cavalieri dei Taira. Ma il destino aveva in serbo per lei una fine meno gloriosa. I Minamoto persero la guerra e Yoshinaka morì nella battaglia di Awazu. Di Tomoe si dice che si sia fatta monaca, o che sia stata catturata come concubina da un signore nemico. Secondo una leggenda sarebbe stata vista vagare per le campagne, con la testa dell’amante in un involto, pazza di dolore per non aver potuto morire con lui.

Izumo no Okuni – la fondatrice del teatro Kabuki

Curiosamente, un’arte oggi tutta maschile come il Kabuki è stata in realtà inventata da una donna. Okuni, vissuta sullo scorcio del XVI secolo, era una sacerdotessa del grande santuario di Izumo, ma con un’inclinazione per quella che oggi si chiamerebbe lap dance. Il santuario la spediva in giro a raccogliere fondi, e si era visto che la raccolta era più fruttuosa se il nenbutsu odori, la danza sacra dedicata al Buddha Amida, con qualche movenza un po’ spinta e qualche accorta allusione piccante, faceva salire la temperatura del pubblico. A Kyōto, la nuova formula introdotta da Okuni spopolava: la gente non parlava d’altro, e dappertutto spuntavano imitatrici.

Quando il santuario la richiamò indietro, Okuni si rifiutò di tornare: aveva un progetto. Sull’argine del Kamo, il fiume della città, aprì un teatro di sole donne, un branco di scugnizze raccattate nei bassifondi, a cui insegnò a recitare e a danzare. Fu quella la nascita del Kabuki, il cui nome significa infatti “arte del canto e della danza”. Le prime rappresentazioni erano chaya asobi (lett. “giochi da bordello”), ovvero siparietti in cui Okuni recitava in panni maschili in mezzo alle sue pupille. Pare che sia comparso allora, per coinvolgere ancora più efficacemente il pubblico, anche quel geniale espediente da living theatre che è lo hanamichi, la passerella che dal palcoscenico si allunga fin in mezzo agli spettatori. A quanto risulta, il teatro di Okuni sarebbe durato solo una decina d’anni, fin verso il 1610, poi la sacerdotessa tornò a Izumo, dove morì forse nel 1613. Ma ormai era fatta: in capo a pochi decenni, la nuova forma d’intrattenimento sarebbe diventata una passione esplosiva, destinata a durare fino a oggi.

Manji Takao - la geisha più tragica

Questa geisha d’alto rango debuttò a Yoshiwara, il quartiere dei piaceri di Edo, nel 1655, a quindici anni. Subito con il suo fascino oscurò le altre bellezze della cosiddetta “città senza notte”, dando lustro alla casa da tè Miuraya, cui apparteneva. Un bel ritratto di Kunisada nella serie delle Biografie di donne famose antiche e moderne la raffigura con un fastoso kimono blu decorato da grandi foglie d’acero rosse. Proprio una foglia d’acero color porpora, infatti, compare nel suo stemma e giustifica forse il nome di Takao, il monte presso Kyōto celebre per i colori che assumono i suoi boschi verso metà novembre.

L’immagine della foglia, splendida nei toni dorati che le regala l’autunno e tuttavia destinata a essere ben presto portata via dai rigori invernali, è anche la metafora più appropriata per la sorte di questa donna, che la malattia consumò a soli diciannove anni, quando la sua bellezza era in pieno fulgore e il suo talento nella calligrafia e nello shamisen ne alimentava la fama. Quella morte di foglia fragile colpì a tal punto la fantasia popolare da dare origine a tutta una fioritura di leggende che tendono ad amplificare la drammaticità della sua vicenda. Alcuni racconti parlano di un ardente corteggiamento da parte del signore di Sendai, Date Tsunamasa, al quale tuttavia la bella non avrebbe ceduto, nemmeno dopo che questi la ebbe riscattata con un enorme esborso di denaro, per mantenersi fedele al rōnin Shimada Jūzaburō, il suo grande amore. Disperato, l’amante respinto le avrebbe spezzato le dita e infine l’avrebbe uccisa. Nel racconto Hangonko, Takao ricompare come un fantasma assetato di vendetta.

Kaga no Chiyo – l’apripista dello haiku femminile

Oggi in Giappone è considerata la più grande poetessa di haiku, e il convolvolo, il fiore che entra così spesso nei suoi versi, è diventato il simbolo della sua città natale, Matto (oggi Hakusan, nella prefettura di Ishikawa). Ma nel 1703 quando è nata, lo haiku, il componimento di 5 / 7 / 5 sillabe, rapido e folgorante come un’illuminazione, era un affare prettamente maschile. Lanciato pochi decenni prima da Matsuo Bashō, contava ancora pochissime seguaci fra le donne. Chiyo, figlia di un artigiano, cominciò a giocarci a sette anni, e a diciassette i suoi versi erano già famosi in tutto l’arcipelago. La poesia fu il grande amore della sua vita. Si sposò incidentalmente a 17 anni per rimanere vedova a 19, e incidentalmente ebbe un figlio che morì quasi subito. Non le passò minimamente per il capo di risposarsi. Si prese cura dei genitori anziani, e quando se ne andarono si fece monaca, «non per rinunciare al mondo, ma per insegnare al cuore a essere trasparente come l’acqua». Era quella un’epoca in cui per una donna entrare in convento non significava segregarsi, ma al contrario essere più libera di coltivare le proprie passioni intellettuali e la scrittura di quanto non fosse una madre di famiglia, legata ai doveri domestici. Chiyoni (il ni aggiunto al nome sta per “monaca”) non depose più il pennello fino alla morte. Con grazia incantevole, nei suoi componimenti cantò le piccole cose della quotidianità, i minuscoli tesori della natura, un mondo quasi sempre circoscritto alla cucina o al cortile, di cui la poetessa mostra di godere con atteggiamento solare e profonda serenità interiore le volatili gioie segrete. Morì nel 1775, dopo aver preparato il terreno per la nutrita schiera di poetesse che dopo di lei si sarebbero misurate con lo haiku.

I convolvoli

Asagao ya
tsurube torarete
morai mizu

Ah, i convolvoli!
han catturato il mio secchio:
chi mi presta un po’ d’acqua?

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