Impressioni di un viaggio in Giappone 1867-1870
Mathilde Sallier de La Tour

Scritto da Teresa Ciapparoni La Rocca -

Scritti di Mathilde Sallier de La Tour sul suo viaggio in Giappone

La nascita dei rapporti fra lo stato italiano e il Giappone è legata ad un filo: la seta. Se a fine Ottocento le grandi potenze cercavano di stabilire accordi con un Giappone chiuso da più di due secoli a liberi rapporti con gli altri paesi per i più vari motivi di commercio, il caso Italia, paese che usciva proprio allora dall’essere una “definizione geografica”, come aveva sostenuto il cancelliere austriaco Metternich nel 1847, sembra avere un unico scopo: procurarsi i bozzoli da seta, che una malattia in Europa aveva reso inutilizzabili. Per questo si chiede aiuto alla Francia, allora la potenza in migliore posizione presso il governo shogunale, prima per ‘coprire’ in loco i pochi commercianti di seme bachi, così il nome tecnico dei bozzoli, che osavano sfidare il mare prima e il governo locale poi, al fine di procurarsi la materia prima fondamentale (ne era vietato il commercio); poi, per ottenere un Accordo di Amicizia e Commercio. E’ così che nel 1867 arriva il primo rappresentante del Regno d’Italia destinato a seguire, da Yokohama, i commerci con la Cina e con il Giappone: Victor Sallier de La Tour, ministro plenipotenziario e inviato straordinario, non ambasciatore, perché dove si presume o valuta che le garanzia giuridiche del luogo siano insufficienti, si istituisce una Legazione. Tale rimarrà la rappresentanza sino a che le riforme locali, nel 1890, metteranno al governo del paese una monarchia costituzionale basata sul modello prussiano, con relativo cambio di garanzie legali.

La famiglia Sallier, di origine francese, è insediata in Piemonte quando nasce Victor, così lo chiama nelle sue memorie la moglie Mathilde, lei di nascita parigina che, da quanto scrive, si sente però del tutto italiana.

La sua famiglia, Ruinart dei Marchesi di Brimont, è oggi nota per la sua produzione di champagne di alto livello, ma non sembra allora aver cercato di esportarne in Giappone approfittando della posizione di Mathilde, mentre sappiamo che il secondo rappresentante italiano su suolo giapponese, il conte Alessandro Fé d’Ostiani, aveva un fratello ‘semaio’, ovvero commerciante di seme bachi, molto preso in quell’attività. Mathilde però era un membro un po’ alieno nella sua famiglia e nell’alta società in cui viveva. In più di un’occasione dichiara questa sua estraneità:

Sono stata tacciata di originalità e questa parola tremenda ha costruito un muro di diffidenza fra me e gli altri. Ne ho sofferto ma so che sarà così sino alla mia morte
(pagina 13)
io mi considero come una rondine schiava per fatalità in una gabbia per canarini
(pagina 73)

La vita le offre occasioni un po’ speciali: prima, appena sposata, questo viaggio in Giappone che, non ancora navigabile il canale di Suez, le fa incontrare lungo il viaggio, in Egitto, personaggi importanti come Ferdinand de Lesseps, che coordinava i lavori in corso; poi in Giappone, un lacerto di Medio Evo negli attimi della sua agonia, schiacciato dall’arrivo prepotente degli stranieri; poi nei paesi baltici l’incontro con Arthur de Gobineau, diplomatico, ma soprattutto scrittore, con cui intreccerà un’amicizia chiacchierata finita solo con la morte di lui, che le affida i suoi beni letterari.

Poi a Roma, dove finisce a vivere fino alla precoce morte dell’unica figlia, la frequentazione della corte, sino a dipingere un ritratto della regina Margherita. Una vita dal quotidiano tutt’altro che banale, vissuta senza sensi di superiorità, con una disinvoltura che avrà contribuito a creare quel muro di cui parla, certo intriso di invidia.

Una gran signora che è felice di nascondersi nella ‘normalità’.

Sistemata in un vagone di seconda classe, senza altro bagaglio che una valigia, un involto di scialli, il mio ombrello, la scatola dei colori, sconosciuta e libera
(pagina 147)

Così scrive partendo per una vacanza un Sicilia, lei che, davanti alla folla stupita dalla presenza straniera in Giappone, commentava:

E la massa compatta si abbassò. Che spettacolo stupefacente! Venivamo riportati ai tempi della più pura feudalità. Il Giappone rappresenta l’Europa del Medio Evo e noi lo attraversiamo come uno dei principi!
(pagina 108)

Chiuso alle navi straniere, escludendo quelle olandesi della Compagnia delle Indie, autorizzate una volta l’anno a commerciare nel porto di Nagasaki, con l’obbligo di recarsi

a Edo per rendere omaggio allo Shōgun con doni preziosi, il Giappone era rimasto legato alla vita tradizionale.

Le case realizzate in legno, l’unica ricchezza esteriore era eventualmente l’uso di essenze pregiate, non così evidente all’esterno; i trasporti erano a cavallo, in carri trainati da mucche (le carrozzine condotte a mano, “risciò”, saranno introdotti dopo l’arrivo degli stranieri) o in portantine di vario tipo; relegati i kimono alle classi superiori, non per leggi suntuarie (unico limite l’uso di alcuni colori), ma per la povertà del popolo, l’abbigliamento degli operai era succinto e si giustifica l’impressione iniziale che Mathilde riferisce nella sua prima lettera (qui non riportata):

Siamo sbarcati sotto un sole caldo, la banchina era polverosa, nessuno ad attenderci, ci portarono in hotel, l’unico, triste, misero, affacciato su una strada deserta. Andai alla finestra e non vidi altro che case basse, dei giapponesi seminudi che trascinavano carretti carichi di mercanzia, aiutandosi con grida, richiami regolari e monotoni, l’alloggio era piccolo, triste e, lo confesso, mi sciolsi in pianto. Il giorno dopo è stato migliore.
(pagina 25)

Le sue memorie, per lo più copie di lettere inviate a parenti ed amici, sono materiale prezioso sul piano storico per vari motivi. Anzitutto, sono scritti conosciuti dal 2000, ma precedono ogni altra memoria femminile pubblicata, quindi riportano cristallizzata una realtà che nessun’altra ha visto e raccontato, Poi, sono scritti per familiari, quindi spontanei, non depurati di emozioni e sensazioni che animano il testo, come il pianto all’arrivo in un paese straniero, sconosciuto, forse ostile, in una località certamente povera, un pianto liberatorio dopo mesi di traversata, dura anche per un carattere come il suo.

Era il 1867, l’anno seguente avrebbe avuto inizio il grande cambiamento conosciuto come Restaurazione Meiji (1868-1912), dal nome del nuovo imperatore, perché l’amministrazione del paese ritornava nelle mani della corte imperiale, dando inizio a cambiamenti epocali. Una modernizzazione/occidentalizzazione accelerata, intesa soprattutto a togliere agli stranieri il pretesto di comandare, perché i giapponesi erano inferiori per cultura e capacità, ma soltanto l’entrata in vigore di una Costituzione nel 1890, elaborata sotto l’ala di giuristi europei, cancellerà questo pregiudizio.

Presto le costruzioni sarebbero state realizzate anche in mattoni (con grandi rischi per una zona sismica), con forme diverse da quelle tradizionali.

Di lì a poco sarebbe stato vietato il diritto per i cittadini della classe dei samurai di cingere al fianco le due spade, i funzionari pubblici avrebbero vestito la marsina, i soldati nuove uniformi ispirate a quelle occidentali. Anche il cibo sarebbe cambiato, con l’introduzione del latte e del formaggio e, per produrli, con l’importazione del necessario bestiame dagli USA.

Gli operai, che sino ad allora giravano coperti solo da un perizoma, fundoshi, cominciarono a coprirsi, anche se non troppo, per non avere intralci nel lavoro.

Ma le donne ancora restavano legate al passato, relegate nel fondo della casa, così che la moglie di qualcuno si chiama infatti okusan, dove oku sta per «interno» e san è forma di cortesia nel rivolgersi a qualcuno. Il bello dell’abbigliamento tradizionale, nonostante la semplicità e spesso povertà, era la ricchezza di colori e pattern che venivano mescolati con grande fantasia ed effetti sorprendenti. E se le donne giapponesi rimanevano nelle

loro case, uscendo certo, ma non facendo vita sociale, le straniere si contavano sulle dita di una mano e questo rendeva ancora più difficile vivere in quel contesto, mancando quella solidarietà di genere che spesso aiuta a superare i problemi quotidiani.

Questo è il Giappone che Mathilde incontra, quotidianamente a Yokohama e poi nel viaggio all’interno del paese, di cui fornisce testimonianza guardandosi intorno con una

capacità straordinaria di cogliere i particolari, lasciandoci quindi un complemento verbale alle fotografie che l’italo-inglese Felice Beato (1832-1909) andava prendendo nel paese e che oggi testimoniano di quel passaggio storico cruciale, il bakumatsu, cioè la fine (matsu) dello shogunato, il potere militare (baku allude alle tende dei comandi militari) che lo aveva amministrato per circa tre secoli, definiti della “pace Tokugawa”, la dinastia al governo.

Una volta a Yokohama, Mathilde condivide con il marito il suo impegno diplomatico, cercando di organizzare incontri, piccole recite, esecuzioni di piano, di cui era appassionata e capace (giudizio trovato in altro libro di viaggio), che sono l’impegno costante delle mogli di chi fa vita sociale, ma riporta discussioni fatte con lui su temi scottanti, come il tipo di relazione da mantenere con i francesi, la sua nazionalità originaria, per non esserne considerati succubi. Una sorta di alter ego di Victor, che trova in lei consiglio disinteressato e lucido.

Le sue memorie riportate nel libro hanno come filo conduttore il suo interesse per i panorami locali, sia la natura rigogliosa e capace di creare quadretti ammalianti, sia la peculiarità degli interni.

La città di Ōmiya è poco distante da una montagna molto alta chiamata Takinomakura e un fiume torrenziale scorre fra i due. Il paesaggio è dunque molto grazioso e accidentato.
(Pagine 130-131)

Insomma l’occhio della pittrice che diverrà (sappiamo che frequenterà l’Accademia di Belle Arti in Svezia, ma non sappiamo prima che tipo di preparazione avesse avuto) influenza la sua visione del paese. Scrive:

Siamo andati a vedere il tempio Mangorou [Meguro? Anche noto come Ryūsenji], uno dei più rinomati e più belli ed è anche l’occasione di una piacevole passeggiata, perché si trova ad un'estremità della città, contornata di boschi. Si passa sotto un bel portale di pietra e un viale lastricato porta sotto la collina dove cade una graziosa cascatella e si sale una bella scalinata. L’acqua della cascata guarisce da ogni male e i pii malati vanno a mettersi sotto questa doccia benefica; un credente al momento stava ricevendo i benefici di questa idroterapia sacra e dei begli alberi secolari, che si protendevano su questo rivolo d’acqua e diffondevano un’ombra fresca sul bacino, davano al paesaggio un aspetto elegante e pittoresco. La scalinata porta sulla collina e sul viale lastricato, lo stesso che si trova davanti a tutti i tempi, dove si trovano numerose statue di bronzo che rappresentano gli dei della fortuna, dei giochi ed altro. Superbi brucia-profumo in bronzo erano posti davanti all’altare che, dorato e pieno di iscrizioni e di ornamenti, ricorda per la forma i nostri altari; dei vasi da fiori in bronzo e delle lanterne sono lì per onorare la divinità, rappresentata da uno specchio in metallo che suggerisce la trasparenza dell’anima al cospetto di Dio.
A terra, delle stuoie delle più fini; a destra il cuscino su cui il bonzo si inginocchia, il leggio su cui appoggia il suo libro, il piccolo tamburo con cui scandisce la fine di ogni versetto. C’è in questo un mistero gentile che attira e colma di poesia.
Sui gradini dell’entrata c’erano in una coppa dei chicchi di grano per i piccioni sacri, che volteggiavano dappertutto tubando sulla punta ricurva del tetto o sulle travi ornate di draghi laccati in rosso e il pio giapponese che avevamo visto sotto la doccia ora, dopo essersi prosternato sui gradini, tirava il pesante cordone del gong, che toccava terra.
Non vanno dimenticati i begli alberi verdi che si stagliano contro il cielo blu e inquadrano il tempio dipinto in rosso, dal tetto nero e bianco, dorato e ornato di bronzi diversi e di fiori e figure fantastiche; e i personaggi che sono posti davanti a guardia, e il silenzio e il mormorio dell’acqua che cade e allora si deve confessare che è davvero un bell’insieme cromatico.

La sua è una visione attenta ai colori, all’estetica, ma anche a particolari tecnici.

Scrive:

Già sulla strada si cominciava a vedere qualche allevamento di bachi da seta, ma poca cosa, come fanno da noi i contadini poveri, che non hanno spazi e condividono la loro di mora con questi piccoli ospiti.
(Pagina 108)

Il suo interesse si rivolge anche al modo di realizzare ponti provvisori, sui corsi d’acqua che devono attraversare nel viaggio all’interno, che Victor riesce a ‘strappare’ alle autorità per raggiungere i luoghi di allevamento del seme bachi, prima visita ufficiale del genere all’interno del paese. Un viaggio cui il governo dedica molta cura, provvedendo, soprattutto, alla presenza costante di una congrua scorta armata, vista la vigente virulenza del movimento anti stranieri. Non una gita in campagna, insomma, ma un’avventura tra i monti sconosciuti, una prova che la rende felice, se stiamo a quanto dice in altra occasione:

Victor non perde di vista un solo momento il mio cavallo e se lui si preoccupa, io mi affido a questo solido affetto. È un momento di pace che non dimenticherò mai, una delle rare occasioni in cui mi sono sentita perfettamente felice di esistere! Era la felicità, si, avevo tutto, ero viva!
(pagina 73)

Da qui si capisce che il ruolo di madamina che avrebbe dovuto ricoprire era molto distante dalla sua sensibilità, che tra l’altro le fa dire dei giapponesi:

Noi abbiamo il nostro punto di vista, ed essi il loro; tutto ciò a noi sembra sciocco, ma da parte loro trovano noi ugualmente sciocchi.
(pagina 54)

Un atteggiamento molto moderno, frutto di intelligenza e curiosità scientifica, elementi che caratterizzano i suoi scritti e ne fanno una lettura stimolante, che allo stesso tempo ci conduce per mano in un mondo ormai perduto, ma vero e pulsante.

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