Chabana il cuore dei fiori per la cerimonia del tè
Il cuore dei fiori per la cerimonia del tè

Scritto da Roberta Santagostino -
Si contempla il paesaggio solo come un dipinto, lo si legge come un rotolo di poesie. (…) Ecco in che consiste la preziosa virtù di cui è dotata la natura. La natura in un attimo coltiva il nostro animo, lo purifica e lo conduce in un limpido mondo poetico.

Con queste parole Natsume Soseki nel suo libro Guanciale d’erba, ci introduce alla speciale visione della natura che si ritrova in ogni aspetto della vita e del pensiero giapponese.

Anche nella sofisticata e complessa Cerimonia del Tè la natura è presente e trova la sua espressione in una semplice e delicata composizione floreale chiamata chabana, fiori del tè. Attraverso il chabana la natura irrompe nello spazio raccolto e silenzioso della stanza del tè, catalizza l’attenzione dei presenti creando un’atmosfera distesa e serena, adatta a rendere ancora più confidenziale e piacevole il momento dell’incontro.

Chabana: la sincerità dei fiori

Per capire la particolarità dello spirito del chabana bisogna avvicinarsi alla storia dell’ikebana, l’arte tradizionale dei fiori, che si è sviluppata nel corso del tempo in diverse forme, alcune molto complesse e codificate come i rikka, composizioni dalle dimensioni imponenti e dalle regole precise, altre in contrasto più libere e naturali, come il nageire, termine che significa “gettare dentro”, nelle quali, appunto, i fiori venivano disposti semplicemente nel vaso senza l’uso di particolari sostegni. Le composizioni nageire consentivano ai maestri di esprimersi senza troppi vincoli ed erano particolarmente apprezzate da Sen no Rikyū, il più noto tra i Maestri del tè, che, più di tutti, ha avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione del chabana. Egli amava sperimentare nell’ikebana un uso naturale e istintivo di rami e fiori ed anche in una famosa leggenda si trova conferma di questa sua preferenza per la spontaneità.

Si racconta infatti che Rikyū, sfidato dal suo daimyō a creare una composizione mentre si trovava in prossimità di uno stagno, senza vasi o contenitori adatti, raccolse alcuni iris, li legò al suo pugnale e li lanciò in un secchio lì vicino. Il risultato fu di tale bellezza che tutti i presenti applaudirono alla nascita di un nuovo… nageire!

Questo atteggiamento più libero nella disposizione dei fiori gettò le basi per l’evolversi di scelte estetiche che poi, in modo particolare, si svilupparono nel chabana.

La rivoluzione wabi dei maestri del tè

Rikyū (1522-1591), monaco buddhista zen, visse nella seconda metà del 1500 ed è noto per essere il più famoso divulgatore della cerimonia wabi-cha, che si contrappose alla cerimonia del tè di palazzo, ricca e opulenta, con la sua ricerca di semplicità e purezza: una novità per quei tempi. Uomo colto e raffinato, crebbe alla scuola del maestro Takeno Jōō (1504-1555), grande studioso di poesia dal gusto raffinato ma informale che raccolse l’eredità di pensiero del monaco Murata Jukō (1423-1502), considerato universalmente il padre fondatore della cerimonia del tè in “stile wabi”.

Rikyū, sapiente e autorevole, divenne ben presto molto noto e influente politicamente, contribuendo a diffondere il gusto wabi nella società contemporanea, che cominciò ad apprezzare sempre di più oggetti, stoffe, arredi e architetture rustiche e senza pretese. Così la sua cerimonia del tè divenne icona di un apprezzamento sincero delle “cose del mondo” più umili e schiette e di un approccio verso la natura ancora più intimo e poetico, strettamente correlato, appunto, alla sensibilità wabi, che valorizzava tutto ciò che era irregolare, imperfetto, non lussuoso, incompleto, anche, in sostanza, anticonformista per quei tempi.

Per la sua chashitsu, o sukiya dimora del vuoto, la stanza del tè, Rikyū sceglieva solo fiori semplici e spontanei, che non dovevano impressionare l’osservatore per i colori sgargianti o per le ricche corolle, ma presentarsi timidamente, colpendolo per la loro grazia intensa: ecco il chabana, la composizione ikebana più essenziale, libera ed emozionante che possiamo incontrare, capace di rivelarci il “cuore dei fiori”: hana no kokoro.

Se vuoi fare ciò che non è secondo la regola, conduci l’azione, valuta, e procedi con ciò che ti sembra meglio.
Zeami Motokiyo

La regola delle non regole

Il chabana è considerata una composizione libera perché a differenza di tutti gli altri stili ikebana tradizionali, non ha regole compositive codificate. I vegetali sono messi nel vaso senza un metodo preciso, viceversa il maestro del tè ha cura di porli con un solo gesto, garbato e sincero, lasciandoli poi liberi di disporsi autonomamente nello spazio.

Rikyū amava dire che in un chabana è essenziale “disporre i fiori come si trovano nei campi”. Ci si può chiedere quindi: qual’era l’abilità nell’inserire semplicemente pochi fiori in un piccolo contenitore?

La risposta è complessa perché, anche in assenza di regole scritte, per fare un chabana il maestro del tè teneva conto di moltissima fattori: il tema dell’incontro, la stagione, il carattere dei suoi ospiti, la posizione che avrebbe avuto nel tokonoma, addirittura l’orario in cui si si sarebbe svolta la cerimonia. E sceglieva i fiori con grande attenzione.

In passato infatti, non tutti i fiori venivano considerati adatti per un chabana, molti erano considerati kinka, ossia fiori proibiti. Non è sempre chiara l’origine di queste antipatie spesso nate da credenze e superstizioni o, in qualche caso, dalla velenosità della pianta. In generale erano considerati kinka i fiori molto profumati, perché interferivano con il profumo della bevanda; con spine o dai colori molto accesi, perché erano ritenuti grossolani; il cui nome aveva anche una lettura negativa, come ad esempio la calendula, kinsenka o fiore dei soldi, e quelli dalla fioritura prolungata. Rikyū non amava i crisantemi e gigli proprio per quest’ultima ragione mentre utilizzava gli effimeri fiori d’ibisco, che si aprono al mattino e sfioriscono alla sera, perché con la loro presenza collaboravano a rendere l’incontro un momento ichigo-ichie, ossia unico e irripetibile.

I fiori preferiti per il chabana erano quindi quelli più spontanei e di stagione, in particolare venivano apprezzati quelli dalla fioritura precoce. Si racconta che per una cerimonia organizzata dal daimyō Hideyoshi venne inviato un servitore a cento chilometri a sud di Kyoto per recuperare un fiore non ancora sbocciato in quel periodo in città. Anche le foglie erano utilizzate spesso, ad esempio dei semplici steli di bambù, le foglie di peonia o dei piccoli meloni chiamati himeuri - i meloni della Principessa - (Cucumis melo var. hime) tanto amati da Rikyū. Preferibilmente i fiori del tè erano presentati in una o due varietà e veniva fatta attenzione che fossero in numero dispari. Anche l’orientamento che si dava alla composizione era importante perché i fiori dovevano mostrarsi all’ospite con il loro lato migliore; se appesi erano rivolti frontalmente e leggermente verso il basso, se posti sul tatami le loro corolle dovevano dirigersi graziosamente anche verso l’alto. Ecco come anche questa composizione, considerata senza regole, non si sottraeva ai suggerimenti di stile dei maestri del tè, indicazioni che ben presto divennero salde tradizioni, rispettate e messe in pratica da tutti gli appassionati.

Come contenitore di fiori per una piccola stanza, la cosa migliore è un pezzo di bambù, un cesto o una zucca. Un vaso di metallo è generalmente più appropriato per la stanza di quattro tatami e mezzo.
Tratto da Nanpōroku
L’attenzione che i maestri del tè riservavano alla scelta dei fiori non poteva escludere una altrettanto attenta selezione dei contenitori. Grazie alla classifica nota come “shin-gyō-sō”, redatta dai dōbōshū, i consulenti artistici di corte, i vasi utilizzati per i fiori della stanza da tè (hana-ire) venivano distinti in contenitori di stile formale, semiformale e informale. Inutile dire quanto Rikyu preferisse i vasi poveri, in stile , ricavati da sezioni di bambù o da zucche, tuttora è conservato presso il Museo Nazionale di Tokyo un vaso in bambù (Onjoji) a lui attribuito.

L’armonia che si creava tra vegetali e contenitori era importante perché una composizione equilibrata sapeva integrarsi perfettamente con ogni oggetto presente nella stanza da tè. I maestri consideravano il chabana come uno degli attori principali sul palcoscenico del tokonoma, e tenevano conto anche della sua consonanza con il messaggio o il disegno presente sul kakejiku (rotolo appeso), che solitamente definiva il tema dell’incontro. Giochi allusivi e garbati sottintesi dimostravano la capacità del maestro di preparare al meglio il luogo preposto ad accogliere i suoi ospiti. Ad esempio Katagiri Sekishū (1605-1673) allievo di Rikyū e fondatore di una delle principali scuole del tè del periodo Edo, in accompagnamento a un dipinto di Sōami che rappresentava anatre selvatiche in volo, dispose in un suiban (vaso basso) erbe acquatiche di palude, ricreando così l’atmosfera di un ambiente lacustre; un altro maestro del tè, Shoha, combinò un poema sulla solitudine in mare con alcuni fiori selvatici della spiaggia: si narra che agli ospiti parve di respirare l’aria di fine autunno sulla costa.

La ridondanza però era considerata grossolana, il maestro Ichio Iori (1602-1689) sosteneva ad esempio che non fosse opportuno, alla fine dell’autunno, appendere un rotolo di carta con la scritta ‘le foglie cadono come gocce di pioggia’, mentre Rikyū si raccomandava di non esporre fiori o disegni di uccelli nei giorni dell’hanami perché gli occhi e il cuore delle persone erano già pieni di tanta bellezza che non serviva aggiungerne altra. Il maestro Katagiri Sekishū, non usava fiori bianchi in inverno, quando all'esterno c'era ancora la neve e Kobori Enshū (1579 –1647) addirittura scelse di non piantare fiori nel suo giardino per dare il massimo risalto a quelli disposti nella stanza da tè.

La società di allora giudicava con attenzione l’operato dei maestri del tè che, anche all’interno del loro ristretto gruppo, non risparmiavano giudizi, talvolta feroci, sul senso estetico dei colleghi nello scegliere e disporre i fiori del tè.

Si racconta che il maestro ōda Sadaoki, invitato a una cerimonia in primavera, incontrò sulla sua via uno splendido pruno fiorito. Si fermò ad ammirarne i vivaci fiori rossi, riflettendo su quanto fossero inadatti a un chabana da esporre in una stanza da tè così piccola come quella che l’attendeva. Poi si ricordò del carattere rozzo dell’ospitante e sospettò che avrebbe potuto scegliere proprio quei rami così esuberanti e ricchi di colore: quando vide che ad aspettarlo c’erano proprio i fiori di quel pruno, il suo giudizio sul gusto del collega ne ebbe definitiva conferma!

Molto raffinato fu invece il maestro Kobori Enshū (1579-1647) che accolse i suoi ospiti, sorpresi da un’improvvisa pioggia mentre attraversavano il roji, con il tokonoma completamente vuoto, spruzzato solo con delle gocce d’acqua. Alla richiesta di spiegazioni il maestro rispose che non aveva osato esporre nulla dopo che i suoi ospiti avevano goduto dell’incanto degli alberi bagnati dalla pioggia, la bellezza di nessun fiore poteva competere con quell’immagine così piacevole e rinfrescante.

Anche il maestro Nomura Soji fu molto ammirato a Kyoto dagli appassionati di tè, perché scelse di non utilizzare elementi in bambù nella costruzione della sua nuova chachitsu, realizzata apposta per accogliere, con il dovuto onore, il famoso vaso in bambù Onjoji di Rikyū che da anni non veniva esposto.

Scegliere un fiore è come farsi un nuovo amico.
Yuan Hongdao

Yuan Hongdao, autore cinese del famoso trattato sulla composizione floreale ‘History of the vase’ (P'ing Shih), molto apprezzato in Giappone a quei tempi scriveva: Ah! Disporre i fiori in un vaso non è che un piacere temporaneo e non potrà mai farti dimenticare la vera gioia dello scenario naturale. Queste parole ci riportano a pensare al paesaggio, da “contemplare come un dipinto…” che attraverso i fiori del tè si mostra in una estrema, potentissima sintesi, che non può lasciarci indifferenti. Questa composizione dall’apparenza inconsistente, eterea e semplice ancora una volta rafforza il concetto che meno è davvero più. Con il suo minimalismo un piccolo e discreto chabana riesce a comunicare forti messaggi poetici, interpretando magistralmente paesaggi invisibili. Osservando un chabana possiamo entrare in relazione con la natura e rivedere con gli occhi della memoria distese verdi, acque calme, boschi e montagne mentre i suoi piccoli fiori gentili timidamente ci sorridono.

Tutto cambia in questo mondo ma i fiori sono gli stessi della primavera di un tempo.
Ryōkan

Roberta Santagostino, da sempre attratta dall’essenzialità e dalla bellezza dell’estetica giapponese, si è avvicinata con sempre maggiore curiosità al Giappone e alla sua cultura. Pratica e insegna ikebana, l’arte tradizionale della disposi­zione dei fiori, nella quale linee, forme e colori sono ricer­cati con cura e messi in luce nelle composizioni vegetali. Ha già pubblicato con Jouvence Piante e fiori dell’ikebana. Tradizioni, leggende e curiosità (2017).

Scrive Kakuzo Okakura:

“Un poetico percorso per scoprire le delicate composizioni di fiori spontanei, protagoniste della Cerimonia del tè giapponese.Gli inseg­namenti del celebre monaco buddhista Sen no Rikyū e le parole di antichi testi ci fanno capire come osservare i fiori, in modo attento e parte­cipe, per trarne il massimo piacere. Questa pic­cola rivoluzione personale ci regala una nuova sensibilità che possiamo estendere a tutto ciò che facciamo.
Il Maestro del tè ritiene che il suo dovere sia finito con la selezione dei fiori e li lascia soli a raccontare la propria storia.
Entrando in una sala datè in tardo inverno, si può vedere un sottile ramoscello di ciliegio sel­vatico insieme a una camelia in boccio; è un’eco dell’inverno unito alla profezia della primav­era. Di nuovo, se vai a un tè di mezzogiorno in una giornata estiva irritantemente calda, puoi scoprire nell’oscurità frizzante del tokonoma un singolo giglio in un vaso appeso; gocciolante di rugiada, sembra sorridere alla follia della vita.”


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