Bianco, nero, rosso (seconda e ultima parte)
I tre colori della bellezza
Scritto da www.rossellamarangoni.it - Il nero
Nell’ideale pagina bianca che è il volto secondo il trucco tradizionale, il segno lasciato dal nero è rappresentato dalla pratica dell’annerimento dei denti e da quella del disegno delle sopracciglia.
L’usanza di annerirsi i denti o ohaguro (letteralmente “nero per i denti”) sembra documentata in Giappone sin dal III secolo. Nella cronaca cinese Weizhi, infatti, il Giappone è menzionato come “la terra dei denti neri”.
Donne e uomini utilizzavano una combinazione di polvere fushinoko, ricavata dalle noci di galla proveniente dagli afidi che infestano i sommacchi, ricche di tannino, insieme a succo di ferro (tesshō) creato scaldando frammenti di ferro e tuffandoli in una miscela di tè, aceto e sake per farli ossidare. L’acetato di ferro dell’uno e l’acido tannico dell’altro si combinavano per annerire gradualmente i denti. Per preservare il colore nero, era necessario rivestire i denti con questa miscela ogni mattina, un processo che aveva l’effetto collaterale di formare un efficace strato protettivo contro carie e malattie parodontali.
In periodo Heian l’ohaguro era costume dell’aristocrazia di corte sia femminile che maschile.
Anche i guerrieri delle epoche successive lo utilizzavano, soprattutto coloro che erano legati al clan dei Taira, tradizionalmente vicino alla corte imperiale. I Minamoto, per contro, non si annerivano i denti.
Essendo l’usanza dell’ohaguro seguita quindi anche nella maggior parte dei clan guerrieri, essa si registra anche nella pratica guerresca del kubi jikken, ossia l’ispezione delle teste in seguito a una battaglia. Durante il periodo di incessanti guerre intestine conosciuto come Sengoku (o degli “stati combattenti”, 1477-1573) l’onore e le ricompense di un guerriero erano determinati dal numero e dal rango dei nemici da lui uccisi in battaglia. A dimostrazione del suo valore e della sua abilità, le teste dei nemici vinti erano spiccate e portate all’accampamento, dove venivano lavate, truccate e acconciate in vista della cerimonia del kubi jikken. Era alle donne dei clan buke che veniva delegato il macabro compito di truccare le teste, il kubi genshō, che consisteva nel pulire la testa, lavare e acconciare i capelli, applicare il trucco fresco e, quando era necessario, annerire i denti. A ciascuna testa veniva poi applicata una etichetta minuziosamente dettagliata con le generalità del guerriero. Dopo la presentazione e la verifica, le teste erano esposte pubblicamente o restituite al campo nemico, mentre ai guerrieri che le avevano presentate era rilasciata una dichiarazione scritta che permetteva loro di ottenere la giusta ricompensa per i servizi resi in battaglia. Di questa usanza e del ruolo svolto dalle donne resta una preziosa e rara testimonianza nell’Oan monogatari, memoria di una donna buke di basso rango, figlia del samurai Yamada Kyōreki, chiamata con l’appellativo di Oan, che eseguì questo macabro compito nel castello Ōgaki del dominio di Mino, nel 16001. Una versione perturbante dell’usanza del kubi genshō o “trucco delle teste nemiche” è al centro della vicenda umana del signore di Bushū, protagonista del romanzo di Tanizaki Jun’ichirō, Vita segreta del signore di Bushū (Bushūkō hiwa, 1935).
Da qualche tempo, ogni notte, cinque o sei donne andavano a confrontare le teste dei nemici con il registro delle teste presumibilmente già prese. Inoltre, cambiavano i biglietti di contrassegno, o lavavano via le macchie di sangue. Eccettuato per le teste dei soldati semplici senza nome, qualsiasi testa di guerriero doveva essere ripulita prima di essere presentata davanti ai comandanti per il confronto ufficiale. Perciò le teste dovevano essere in ordine: si pettinavano i capelli, si ritingevano i denti a chi usava tingerli, e capitava perfino d'incipriarle. Insomma bisognava dar l’apparenza più vicina ai tratti e alla carnagione di quando erano in vita. Il lavoro veniva chiamato “adornare le teste” ed era considerato uno dei compiti da donne2.
L’usanza, pur molto antica, venne compiutamente formalizzata nel corso del periodo Sengoku. Ma una volta compiuto il processo di unificazione e instaurato lo shogunato dei Tokugawa, le cose cambiarono e, a partire dal XVIII secolo, l’uso dell’ohaguro rimase appannaggio esclusivo femminile. In particolare lo si limitò alle donne sposate che, dopo il primo parto, iniziavano a radersi anche le sopracciglia: entrambe le pratiche diventarono simboli di piena adultità per le donne sposate.
Il termine genpuku segnala in Giappone i riti di passaggio all’età adulta. Per la cerimonia nuziale le giovani si tingevano i denti di nero, secondo il costume detto hangenpuku (“mezzo-genpuku”) mentre, una volta avuto il primo figlio, le donne del popolo generalmente si radevano le sopracciglia, operazione chiamata hongenpuku (“genpuku completo”): si consumava così il “vero” passaggio all’età adulta. Durante il periodo Meiji (1868-1912) entrambe le pratiche furono proibite, perché gli stranieri in visita in Giappone ne rimanevano impressionati. Queste prassi si mantennero quindi solo presso il gineceo della corte imperiale e furono limitate a particolari occasioni cerimoniali.
L’annerimento dei denti era ancora popolare tra le donne comuni sposate nelle aree urbane fino al periodo della guerra russo-giapponese (1904–1905), e sopravvisse nelle aree rurali fino ai primi anni del periodo Shōwa (1926-1989). L’esempio più recente, riportato nel 1977, è stato quello di una donna di 96 anni di Akita che si anneriva i denti a giorni alterni.
La ragione di questa pratica, comunque, resta ancora soggetta alle ipotesi più varie, nessuna più convincente delle altre. Ragioni apotropaiche o forse igieniche stanno all’origine dell’ohaguro, non ci è dato sapere, pure, considerando il primato del candore dell’epidermide quale elemento di bellezza3, viene spontanea una piccola annotazione estetica: l’annerimento dei denti non avrebbe forse esaltato il biancore della pelle del viso più di qualsiasi altro espediente? Del resto, come ebbe a osservare l’antropologa Liza Dalby, che condusse la sua residenza di ricerca nel quartiere delle geisha di Pontochō, a Kyōto, nel biennio 1975-1976:
La okāsan mi sottolineò gli occhi e disegnò con un rosso carminio una bocca, più piccola di quella vera, sulle mie labbra, invisibili sotto il fondo bianco. Mi resi subito conto che il viso color gesso induce a sorridere poco: i denti non possono che apparire mostruosamente gialli a paragone di quel bianco spettrale. Compresi allora perché alle maiko venisse ripetuto in continuazione di nascondere i denti quando ridevano e da cosa derivasse l’enigmatico sorriso a bocca chiusa che spesso si vede sul loro viso4.
Nella scrittura del volto bianco, nel trucco tradizionale, il colore nero non era comunque limitato alla bocca.
Riscrivere le sopracciglia
Già sin dal periodo Heian, infatti, il canone di bellezza femminile imponeva che le donne, soprattutto all’interno della corte imperiale, si depilassero le sopracciglia e che se le ridisegnassero più in alto, a metà della fronte, con un inchiostro chiamato mayuzumi. La pratica era detta okimayu. Chi non avesse seguito questo canone estetico sarebbe stata additata come un’eccentrica. Tale infatti è considerata la protagonista del racconto di anonimo del XII secolo, Mushi mezuru himegimi (La principessa che amava gli insetti), un personaggio affascinante di fanciulla intrepida dal comportamento trasgressivo che “non si depilava mai le sopracciglia, dicendo che era una cosa che dava fastidio, né si anneriva i denti, perché i denti anneriti le sembravano sporchi5”.
In periodo medievale questo costume era ancora in vigore, come del resto testimoniano i versi di Arakida Moritake (1473-1545):
Quali sopracciglia / disegnate su una fronte, / sta sulla riva / il verde salice piangente.
L’okimayu era d’uso fin dall'adolescenza all'interno dell’élite, mentre per le donne comuni era praticato a partire da momenti chiave dell’esistenza, come il matrimonio e la prima gravidanza. Nel periodo Edo il costume di rimuovere le sopracciglia si diffonde fra le donne di tutte le classi sociali come segno di rito di passaggio all’età adulta. Per raggiungere un risultato ottimale occorreva una certa pratica, ma potevano essere utili anche i manuali che per tutto il periodo furono pubblicati ad uso delle donne come, ad esempio, il Manuale delle buone maniere e del trucco (Miyako fūzoku kewai den). Pubblicato in tre volumi nel 1813, questo manuale costituisce per noi una vera miniera di informazioni sugli ideali estetici del periodo. Al pubblico dell’epoca forniva una preziosa sintesi dei vari trattamenti di bellezza in voga; si trattava di uno strumento indispensabile e dal successo duraturo, tanto da essere ripubblicato numerose volte fino all’epoca Taishō (1912-1926). Il contenuto è dei più vari: cura della pelle a base di lozioni fatte in casa, tecniche di applicazione dell’oshiroi per accentuarne il candore, strategie per far sembrare la bocca più piccola, stili di disegno delle sopracciglia, modi corretti di comportamento, acconciature ideali a seconda della forma del corpo e delle caratteristiche del volto, e così via.
Se le donne coniugate seguivano l’usanza della rasatura delle sopracciglia, affermando così il loro ingresso nell’età adulta, nei quartieri del piacere le cortigiane e le prostitute, seguendo una logica opposta ma del tutto ragionevole per la loro attività, preferivano tenerle in quanto segno di giovinezza, fattore essenziale per la loro immagine di perenni fanciulle. Kitagawa Morisada (1810-?) osservava che:
a Kyōto e Ōsaka le cortigiane e le giovani geisha non si radono le sopracciglia. Anche in età matura, quelle donne le mantengono.
E poiché le cortigiane costituivano il modello per le bijin dell’epoca, era comune per gli artisti aggiungere le sopracciglia quando disegnavano le donne, anche se non si trattava di cortigiane o geisha. Ciò era fatto per enfatizzare la loro giovinezza: la maggior parte delle donne nei bijinga del periodo sono quindi raffigurate con le sopracciglia. Nell'arte ukiyo-e le sopracciglia sono dunque disegnate intenzionalmente: senza sopracciglia, le donne ritratte sarebbero sembrate più anziane e meno attraenti.
Il rosso beni, un colore prezioso
Il benibana (Carthamus tinctorius, ossia il cartamo) è una pianta della famiglia delle Asteraceae che ricorda un cardo, è originaria dell’Egitto e può superare il metro di altezza. I suoi fiori, che compaiono a luglio, sono dapprima di colore giallo pallido, e si scuriscono con l’esposizione al sole. Alla base di ciascun petalo compare ben presto un punto rosso minuscolo come la punta di uno spillo. Una volta apparso il rosso, i petali, che contengono sia coloranti gialli che rossi, vengono raccolti ed essiccati per essere conservati o fatti fermentare per produrre un colorante concentrato. I petali di cartamo contengono solo circa l’1% di pigmento rosso. Sembra che solo quest'ultimo colore fosse comunemente usato in passato. Il colorante giallo viene prima lavato via in acqua corrente; il rosso viene poi estratto immergendo i petali in una soluzione alcalina come la liscivia, ricavata dalla cenere degli alberi.
Il cartamo fu introdotto in Giappone attraverso la Cina intorno al V secolo. Fino ad allora, i colori rossi erano sempre stati ricavati dalla cocciniglia ed erano molto brillanti, ma quando fu introdotto il cartamo, i toni tenui piacquero maggiormente e il cremisi ottenuto con il cartamo divenne popolare.
La studiosa Monica Bethe riflette sul valore culturale del colore rosso in ambito giapponese:
Il rosso è ritenuto affascinante, seducente, un'evocazione dell'innata attrattiva della giovinezza. Indossato da una giovane donna, il colore fa risaltare il rossore delle sue guance. Se indossato da una donna anziana, appare del tutto inappropriato, sfacciato e vistoso. I suoi indumenti devono essere iro nashi (senza rosso). Questa equazione risale a molto tempo addietro nella storia giapponese e rimane anche oggi nella moda femminile. Una donna dai capelli grigi sarebbe imbarazzata ad apparire vestita di rosso vivo o rosa, ma indossa volentieri il color lavanda, il cui tono più sobrio è considerato più appropriato alla maturità […]6.
Come in tutte le culture antiche tradizionali, anche in quella giapponese si attribuivano ai colori virtù di vario tipo, anche medicinali e, più in generale, apotropaiche e il beni non faceva eccezione: gli si riconoscevano proprietà antisettiche e antipiretiche e gli si attribuiva la capacità di preservare la stoffa dalle muffe. Ma il rosso assunse presto nei componimenti poetici già presenti nell’antologia più antica, il Man’yōshū, connotazioni metaforiche collegate al sentimento d’amore e all’erotismo. Inoltre, proprio perché il beni è un colorante sensibile alla luce, il riferimento al rosso poteva alludere a un sentimento evanescente. Certo è che le associazioni sociali, culturali e letterarie possibili erano innumerevoli e crearono un deposito di immagini e connessioni che avrebbe attraversato i secoli. Si pensi, ad esempio, alle stampe shunga di periodo Edo e alla creazione di un’estetica del desiderio che vide il rosso come colore protagonista.
Come si è visto, l’estrazione del beni è un compito che richiede molto tempo e sono necessarie abilità e conoscenze sofisticate per produrre pigmenti a base di beni. Nel periodo Heian, il colore ottenuto dal cartamo era pertanto un colore speciale riservato alle persone di rango elevato.
Il rango sociale, che si rifletteva nel colore appannaggio dei vari livelli di corte di epoca Heian, decaduto durante il periodo medievale, in periodo Edo fu nuovamente ripristinato per mezzo di numerose leggi suntuarie. I colori soggetti a restrizioni più frequenti erano il murasaki e il rosso beni: il primo doveva essere indossato solo dalla nobiltà e dall’alto clero, mentre il rosso beni era destinato ai samurai e alle classi superiori. Le leggi che miravano a limitare l’uso di questi colori avevano come scopo quello del controllo sociale, impedendo alle classi inferiori di accedere a privilegi destinati unicamente all’élite, ma erano emanate anche per limitare il dispendio di risorse economiche. Tuttavia, nonostante le restrizioni suntuarie sull’uso della tintura benibana emanate dal terzo shōgun Tokugawa, lemitsu (1604-1651), nel periodo Edo si assistette a una crescente domanda di rosso beni, indotta dai molteplici usi per cui era richiesto anche dalla popolazione comune.
Ben presto il rosso beni entrò a far parte nella palette dei colori per il trucco femminile e degli attori del kabuki, poiché si scoprì che permettendo al colorante di sedimentare, era possibile ottenere un bellissimo pigmento; questo divenne un ingrediente cosmetico prezioso sia come kuchibeni (rossetto) che come benikao (fard per le guance). Sul tema ricordo un suggestivo haiku di Yosa Buson (1716-1784):
Fiore di melo selvatico,/ per errore un po’ di rosso / è finito nel bianco belletto!
I riferimenti letterari suggeriscono che il rosso beni divenne popolare durante la metà del periodo Edo non solo tra gli attori kabuki e le cortigiane, ma anche tra le donne del popolo, le quali potevano acquistare il cosmetico dai venditori ambulanti che si spostavano con le loro merci di villaggio in villaggio, di casa in casa. In alcuni musei giapponesi d’impresa è possibile ammirare le speciali coppette in ceramica, piccole come quelle per il sake, nelle quali era venduta la pasta rossetto affinché non se ne sprecasse neppure una minima porzione. Nelle epoche più antiche la pasta beni era, invece, ingegnosamente venduta attaccata all’interno di conchiglie.
Elemento essenziale della cosmesi femminile, il beni, nel trucco, era dosato accuratamente: una leggera applicazione era infatti considerata come un segno di raffinatezza. Occorreva inoltre far sembrare la bocca più piccola e l’effetto era ottenuto coprendo il labbro inferiore con polvere bianca e poi applicandovi sopra il rosso. Meno concentrato e applicato per mezzo di una grossa spazzola morbida, lo stesso prodotto serviva per dare una tinta rosata agli zigomi.
Attorno al 1810 ebbero grande popolarità anche le labbra verdi, una moda lanciata, come sempre all’epoca, dai palcoscenici del kabuki e dalle cortigiane di alto rango dei quartieri del piacere. Di questa moda ci restano, quali testimonianze visive, molti ukiyo-e con ritratti di oiran prodotti da Keisai Eisen (1790–1848). Per seguire questa moda si colorava solo il labbro inferiore con abbondante beni e con un minima quantità di pigmento ricavato dai germogli giovani di bambù, sasa: ne risultava il cosiddetto sasabeni, un verde iridescente che ricorda il carapace scintillante di un insetto molto apprezzato per la sua bellezza, uno scarabeo chiamato tamamushi (letteralmente “insetto gioiello”). Il particolare effetto ottenuto sulle labbra di una bijin non poteva che colpire, tanto più che la tecnica per ottenere questa speciale iridescenza era mantenuta segreta dai mercanti di beni e, occorre ricordarlo, i principi alla base di questa iridescenza sono tuttora sconosciuti. Nell’era Bunka-Bunsei (1804-1830), durante il periodo in cui il beni iridescente era in voga, le donne delle classi inferiori, che non potevano permettersi questo pigmento prezioso, ricorrevano a una tecnica che consisteva nell’applicare uno strato di inchiostro nero (sumi) sul labbro inferiore quale base; su questo poi andavano aggiunte minuscole quantità di beni allo scopo di ottenere un effetto simile di iridescenza.
Presto le cose, anche nella cosmesi, sarebbero cambiate e i capricci della moda avrebbero imposto nuovi canoni di bellezza. Eppure, ancora per qualche tempo, il tricolore della bellezza giapponese sarebbe rimasto e, comunque, anche una volta abbandonato dalle donne comuni, sarebbe andato conservato da geisha e onnagata, fedeli e unici depositari della tradizione.
Bibliografia
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Kubota Yoko (a cura di), Le concubine floreali. Storie del Consigliere di Mezzo di Tsutsumi (Tsutsumi Chūnagon monogatari, XII sec.), Marsilio, Venezia1989 (in particolare i racconti La principessa che amava gli insetti e Nerofumo).
POLA Research Institute, Secrets de beauté. Maquillage et coiffures de l'époque Edo dans les estampes japonaises, Maison du Japon, Paris 2020.
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Note
1. Tani Kakimori, “Oan monogatari (The Tale of an Old Nun, 1837)”, in Review of Japanese Culture and Society, Vol. 10, (Dec. 1998), p. 66-69. ↩︎
2. Tanizaki Jun’ichirō, Vita segreta del signore di Bushū, in Opere, a cura di Adriana Boscaro, Milano, Bompiani, 1988, p. 425. ↩︎
3. Si veda il mio saggio dedicato al colore bianco: https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/bianco-nero-rosso-i-tre-colori-della-bellezza-il-bianco ↩︎
4. Liza Dalby, La mia vita da geisha (ed. 1983), Milano, Sperling & Kupfer, 2001, p. 128. ↩︎
5. La principessa che amava gli insetti, in Kubota Yoko (a cura di), Le concubine floreali. Storie del Consigliere di Mezzo di Tsutsumi (Tsutsumi Chūnagon monogatari, XII sec.), Venezia, Marsilio, 1989, p. 80. ↩︎
6. M. Bethe, “Reflections on Beni: Red as a Key to Edo-Period Fashion”, in Dale Carolyn Gluckman, Sharon Sadako Takeda (eds.), When Art Became Fashion, Los Angeles County Museum of Art, 1992, pp. 133-134. ↩︎