Wushu
Le arti marziali cinesi

Scritto da Fabio Smolari www.daoyin.itwww.facebook.com/daoyinitaliawww.instagram.com/daoyinitalia -

Dalla Cina con furore!; Cinque dita di violenza; I tre dell'operazione drago - il "film di kungfu" è oggi puro vintage, eppure fu il veicolo principale della diffusione delle arti marziali orientali in Occidente e nel mondo intero. L'effetto di quelle pellicole fu dirompente e le arti marziali passarono in pochi anni da sport di nicchia a fenomeno di massa.

La calda richiesta del mercato occidentale non poteva però essere soddisfatta da una Cina ancora sconvolta dalla Rivoluzione Culturale, povera e isolata. Ad approfittarsi di questa inaspettata pubblicità non furono le arti marziali cinesi, bensì quelle giapponesi - già presenti da anni nel nostro paese, anche se fino ad allora confinate ad un'isola di appassionati.

Quando negli anni '80 la Cina riuscì a consolidare la sua situazione interna poté finalmente inviare anche i primi insegnanti e gli appassionati da tutto il mondo ebbero l'opportunità di recarsi direttamente nei luoghi decantati dalla tradizione. Fino ad allora il kungfu era rimasto un oggetto alquanto misterioso, anche se alcuni maestri già erano arrivati da Hong Kong e Taiwan. Dunque esisteva ancora nella Cina rossa o il comunismo l'aveva cancellata come raccontavano i rivali? Cosa c'era di vero nei film e nei romanzi? Si poteva imparare a volare? Un uomo da solo poteva sconfiggere quaranta avversari? Si poteva fare del proprio corpo un'arma micidiale come pubblicizzavano i vari corsi?

L'arte marziale cinese esisteva davvero, non era morta, non era stata cancellata e l'apertura della Cina al resto del mondo la rivelò con un nome fino ad allora sconosciuto: wushu 武術. Wushu vuol dire proprio “arte marziale” - da 武 “marziale” e shù 術 “arte, tecnica”, un termine già diffuso all'inizio del Novecento, ma raramente usato nei film di Hong Kong, che avevano optato per il sinonimo kungfu.

Il wushu è una disciplina dalle radici antiche, dalla storia lunga e in gran parte sconosciuta, dalle molte implicazioni e sfaccettature, intimamente connessa ad altri aspetti della cultura cinese. È una disciplina che consiste nell’apprendimento e nell’esercizio di tecniche a corpo libero e con armi bianche, in funzione potenzialmente combattiva. “Potenzialmente”, poiché la preparazione al combattimento e l’autodifesa non sono oggi le uniche interpretazioni di quest’arte, che ha nell’aspetto ginnico, educativo e sportivo altre importanti declinazioni.

È bene chiarire che "arte marziale" non è sinonimo di "arte militare". Le due discipline erano vicine nella Cina arcaica, quando l'esercizio della guerra era incarnato e gestito da una nobiltà guerriera. A quei tempi l'addestramento dei nobili all’uso delle armi e le abilità individuali in tale pratica avevano una rilevanza nello scontro bellico. Con la comparsa dei grandi eserciti di coscritti – attorno al V sec. a.C. – l’importanza bellica dei reparti aristocratici diminuì e l’arte marziale iniziò lentamente a trasformarsi in qualcos’altro.

Il nuovo esperto di arti marziali – alle volte ancora legato alle classi dirigenti e agli ambienti militari – poteva ricoprire il ruolo di ufficiale, istruttore o soldato, ma poteva anche trovare impiego come scorta valori, poliziotto, guardia del corpo o brigante, passando magari da una professione all’altra. Le cronache ci riportano di ufficiali diventati briganti, di briganti arruolati negli eserciti e di ex-militari divenuti poi istruttori.

Nei secoli il wushu ha penetrato anche gli strati meno abbienti della società cinese, soprattutto con l’istituzione delle milizie, con le grandi rivolte, i movimenti di guerriglia o le guerre civili. In epoca moderna trova ancora applicazione nella formazione di alcuni corpi speciali dell’esercito e della polizia – soprattutto nell'addestramento generale e nella preparazione alla lotta corpo a corpo – ma dalla fine dell'Ottocento ha imboccato la via dell’educazione fisica e dello sport, ambiti nei quali gode tuttora di ampia diffusione anche fuori dalla patria natia.

Esistono oggi due declinazioni di quest'arte: quella sportiva e quella tradizionale. La versione sportiva è frutto di un processo iniziato negli anni '20 del Novecento, che ebbe una svolta a metà degli anni '50 con la creazione di una disciplina agonistica standardizzata suddivisa in due specialità distinte: il combattimento libero a contatto pieno (sanshou) e gli esercizi di forma a mani nude e con armi (taolu). Il "tradizionale" invece perpetua gli insegnamenti dei maestri del passato e dei loro diversi metodi, ognuno con caratteristiche peculiari e un armamentario specifico.

Tra queste antiche scuole oggi ancora attive molte conservano albi genealogici che ne tracciano la storia al 1700, in alcuni casi al 1600 o anche prima. Il generale Qi Jiguang (1528-1588) della dinastia Ming, in un manuale sull'arte militare edito del 1560, dedicò un intero capitolo al pugilato, menzionando ben quattordici differenti scuole a mani nude e quattro con armi, alcune delle quali avrebbero goduto già ai suoi tempi di un glorioso passato.

Ogni "sistema marziale" - si preferisce questa denominazione oggi - possiede un bagaglio tecnico specifico, una strategia, una tattica, una metodologia di allenamento e si identifica in una comunità di praticanti. I nomi che definiscono questi sistemi sono perlopiù sconosciuti ai neofiti, tra i più noti: shaolinquan (la boxe del tempio Shaolin), baguazhang (i palmi degli Otto Trigrammi), xinyiquan (la boxe della mente e dell'intenzione), tongbeiquan (la boxe attraverso la schiena), tanglangquan (la boxe della mantide religiosa), hongquan (il pugno rosso), meihuaquan (la boxe del fior di prugno).

Nelle movenze che caratterizzano l'allenamento del praticante si può spesso capire a quale metodo faccia riferimento. Si può così facilmente riconoscere un praticante di baguazhang per la caratteristica camminata in cerchio e i movimenti sinuosi come un drago o un serpente; un seguace del tongbeiquan per l'uso delle braccia in colpi allungati e lanciati da varie direzioni, come agile ed imprevedibile scimmia; uno studente di tanglangquan che si richiama alla mantide religiosa; un esperto di chuojiao capace di calciare nelle maniere più impensabili, anche all'indietro; un maestro di xinyiquan o bajiquan (boxe delle otto direzioni), per la straordinaria forza esplosiva in grado di scalzare un avversario da ogni posizione; oppure un devoto del taijiquan dai movimenti lenti e morbidi, ma improvvisamente veloci ed esplosivi, radicato come quercia ma flessuoso come bambù, capace di ritornare la forza dell'avversario contro di lui.

Questi diversi sistemi sono frutto di approfondito studio e delle esperienze di generazioni e generazioni di maestri, che hanno tramandato i principi del loro sistema e i punti essenziali dell'arte, spesso in testi manoscritti e codici segreti lasciati in eredità agli allievi migliori o ai letterati. Molti principi dell'arte marziale vengono enunciati prendendo a prestito i concetti dell'arte bellica o della filosofia, in modo diverso da scuola a scuola, ma spesso anche con grande unità di linguaggio e riferimenti. Ecco dunque che sono noti a tutti i praticanti detti come: "annunciarsi a Oriente ma colpire ad Occidente"; "dominare l'avversario attaccando per primi"; "dominare l'avversario contrattaccando"; "non uscire dai propri confini"; "colpire ove non ci sono difese"; "chiudere le porte per non fare entrare", "attirare l'avversario nel vuoto".

L'arte marziale condivide con la filosofia e la fisiologia cinese un linguaggio sulla descrizione del corpo, del movimento e della biomeccanica. Si tratta di un linguaggio figurato, fortemente evocativo che necessita di adeguate chiavi di lettura per essere compreso. Ecco dunque che abbiamo il - "energia vitale", che può essere anche "forza"; lo shén - "spirito" che può indicare l'attenzione vigile, la concentrazione, ma anche la vitalità; tiāndì - Cielo e Terra, in molte accezioni diverse; yinyang - gli opposti; sāncái - le tre potenze; wuxing - i cinque elementi; lièhé - le sei unioni; bāguà - gli otto trigrammi, ecc.

Le armi del wushu sono innumerevoli, ma le più diffuse sono: spade, sciabole, bastoni, lance, alabarde, catene, uncini, coltelli, mazze, spranghe. Tra tutte quattro sono le più importanti e comuni: bastone, lancia, spada e sciabola. Il bastone è l’arma più “povera”, ma anche la più versatile e di uso generale. Per molti è ancor oggi la via d’accesso a tutte le altre armi nonché lo strumento più comodo e più sicuro nell’allenamento, da cui il detto quan wei wuyi zhi yuan, gun wei baibing zhi zu (il pugilato è all’origine delle arti marziali, il bastone è l’antenato delle cento armi).

La lancia è invece detta “il re delle cento armi” (baibing zhi wang) ed era in dotazione alla fanteria. Quando misurava oltre i 3,3 m era catalogata come “lancia lunga” (daqiang) e poteva giungere sino a otto metri di lunghezza. Un detto popolare fa capire quanto fosse difficile padroneggiarne l’uso: nian quan, yue bang, buli shou de qiang (un anno per il pugilato, un mese per il bastone, ma le mani non lasciano mai la lancia).

La sciabola è detta “la più intrepida delle cento armi” (baibing zhi dan), richiede agilità, forza, coraggio e ferocia, come ricorda un detto popolare, ancor oggi diffuso: “la sciabola è come una tigre feroce la spada è come un drago sinuoso” (dao ru menghu, jian ru jiaolong).

La spada era l’arma degli ufficiali e delle persone di alto lignaggio. Strumento di altissimo valore estetico, veniva utilizzata sia per l’autodifesa che per il semplice esercizio fisico ed è definita “la più nobile delle cento lame”(bairen zhi jun). In tale arte raggiunsero l’eccellenza anche alcune donne, i cui nomi sono giunti fino ai giorni nostri.

In Cina vi sono vari luoghi famosi per la loro tradizione marziale, dai più noti quali il tempio di Shaolin nello Henan ai meno noti in Occidente ma famosissimi in loco come Cangzhou nella provincia di Hebei, Penglai e Yantai, nella provincia di Shandong o Yongchun e Quanzhou nel Fujian. Proprio dalla provincia di Fujian, prospiciente l'isola di Taiwan, si pensa siano originari i maestri che contribuirono alla formazione del karate di Okinawa. Ancora tra fine Ottocento e inizio Novecento diversi maestri giapponesi si recavano nella città di Quanzhou per approfondire la loro arte.

Oggi i maestri e gli allenatori cinesi viaggiano per il mondo cercando di perpetuare e diffondere la loro arte, eppure le condizioni che hanno permesso al wushu di sopravvivere al cambiamento dei tempi e giungere sino al XXI secolo potrebbero non ripresentarsi. Il ruolo dell'immaginario cinematografico che ne ha "tirato la volata" potrebbe rivelarsi un boomerang: quando un sogno si trasforma in realtà spesso svanisce. E dunque no, non si può imparare a volare, ma si può imparar a saltare, se si hanno muscoli buoni e ci si allena intensamente da giovani. Quaranta avversari da soli non si possono sconfiggere, ma qualche mattone a mani nude si può anche rompere, con opportuni trucchi e senza curarsi dell'artrite che potrebbe derivarne. Ciò che è vero è che l'arte marziale cinese è un'arte raffinata e difficile. Ottenerne la maestria richiede tempo e pazienza, conoscenze precise, allenamento intenso e un certo talento naturale.

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