NAMANARI o della gelosia

Scritto da Renzo Freschi - Asian Art www.renzofreschi.com -
Sono una donna tradita, coltivo il rancore, mi nutro di dolore, la gelosia mi trasforma nel demone della vendetta con zanne feroci e diaboliche corna.
Poi salgo sul palco e consumo la mia ossessione.
Esco dalla scena, mi tolgo la maschera e lascio che Namanari viva, ma esiliata ai confini della mente.

Se un amico sapesse che ho deciso di pubblicare sul mio sito la maschera di una donna che si sta trasformando in un terribile demone potrebbe considerarmi pazzo o quantomeno uno sconsiderato eccentrico.

Quanti infatti potrebbero essere affascinati da un personaggio così carico di sentimenti malvagi?

Io sono uno di questi e vi spiego perché.

Namanari è il ritratto di una donna abbandonata, che la gelosia sta trasformando in un demone assetato di vendetta. La trasformazione non è ancora compiuta: questo avviene in una seconda maschera di Namanari e si completa in una terza, quella di Hannya

Namanari sente i primi segni del cambiamento: il viso ha ancora una forma umana, ma è preda dello smarrimento, perché percepisce la trasformazione in atto. La fronte si stringe in una profonda piega di paura e gli occhi serrati cercano di mettere a fuoco, come di fronte a uno specchio, un viso che non è quasi più il suo: la bocca si spalanca per mostrare i canini che si allungano e sulla fronte spuntano piccole ma diaboliche corna, i capelli si scompigliano. L’espressione diventa ancora più drammatica per il contrasto tra il bianco della fronte e il rosso del viso.

Ma è anche un momento di trasformazione mentale: il dolore diventa ossessione e l’ossessione diventa delirio. Namanari è consapevole che sta perdendo il controllo della ragione, ma è preda di sentimenti che non riesce più a controllare. La forma ancora in parte umana del viso mostra il suo smarrimento, ma ormai è pervasa dall’inarrestabile cambiamento fisico e psichico.

Certo siamo a teatro o meglio sul palco di una tragedia del teatro Noh, dove tutto è estremo per forzare le emozioni dello spettatore, ma chi non ha provato una volta nella vita per svariati motivi -anche in misura omeopatica- sentimenti così pericolosamente totalizzanti? Il teatro Noh mette a nudo l’animo umano, lo lacera nella tragedia di sentimenti che vivono nel nostro inconscio fin da quando non eravamo ancora uomini sapiens.

Sono queste le ragioni dell’attrazione che provo per questa maschera? Certo che no, mi sembrerebbe perverso apprezzare sentimenti così devastanti!

Il mio incantamento per la maschera di Namanari vive su due livelli paralleli, quello estetico e quello psicologico.

Solo uno scultore di grande abilità riesce infatti a rappresentare sullo stesso volto due espressioni così apparentemente inconciliabili: il realismo dell’umano e l’apparire del demoniaco, come se il dottor Jeckyll si guardasse allo specchio e vedesse il suo volto trasformarsi in quello di Mr. Hyde. Il risultato in questa maschera è perfetto, equilibrato, perché permette alle due dimensioni non solo di convivere, ma addirittura di rafforzarsi. Pur nel rispetto della impareggiabile differenza di qualità e delle diverse tradizioni artistiche, la maschera di Namanari mi ricorda -mutatis mutandis- il ritratto di Medusa di Caravaggio: le bocche si spalancano in un urlo muto, le fronti si corrugano, gli sguardi riflettono il terrore della morte.

Il secondo motivo di questa suggestione è collegato in generale ai risvolti psicologici e spirituali del teatro Noh, alla capacità di stimolare nello spettatore una identificazione con il personaggio del dramma. Namanari è l’ambivalenza della natura umana e quanto più lo spettatore la riconosce in se stesso trasformando “lo spettacolo” nello specchio della sua anima, tanto più riuscirà a purificarsene. Se ciò accade anche solo per un istante, il fine del teatro Noh è raggiunto.

Esistono due diverse maschere di Namanari definite per convenzione in “tipo B” nella quale la trasformazione è all’inizio e “tipo A” che mostra un cambiamento avanzato: il naso si allarga e si appiattisce, la bocca si apre e il viso da ovale diventa esagonale.

Il processo si completa in una terza maschera, quella di Hannya con la bocca spalancata, le corna allungate, l’espressione in un ghigno terrifico e infine, con piccole differenze, in una quarta, quella di Ja, l’archetipo delle maschere infernali.

Ma questo processo inizia con la maschera in parte ancora umana di Namanari per concludersi con quella di Hannya – Ja o viceversa? E’ il Male che prende le sembianze di Namanari oppure è lei stessa, nella sua umana debolezza, che si incarna nel Male?

Le ricerche storico-filologiche sul teatro Noh di Stephen E. Marvin nel suo esemplare testo “Heaven has a face as does Hell” sembrano propendere per la prima ipotesi: Hannya è il simbolo del Male che shintoismo e buddhismo hanno trasformato in un Mito e Namanari ne è la vittima. La religione offre una via di salvezza: riconoscere il Male dentro di noi è come sconfiggerlo, non ucciderlo perché ciò è impossibile, ma svuotarlo del suo potere e relegarlo ai confini della mente.

Gli autori del Noh hanno lentamente dato una parvenza umana al Male di Hannya, in modo da renderne l’identificazione più immediata e facilitare la catarsi di attori e spettatori. Ciò che rende straordinarie queste maschere è l’abilità degli artisti, che sono riusciti a dare un volto ad un processo che è insieme psicologico e spirituale.