Matsuo Bashō
I suoi insegnamenti sull’arte poetica dello haiku
Scritto da - Matsuo Bashō (1644-1694) è universalmente conosciuto come uno dei maggiori poeti giapponesi e sicuramente come il maggior poeta di haiku, la forma poetica di sole diciassette sillabe. Le sue poesie non sono solo apprezzate nel suo paese, ma hanno anche stimolato la sensibilità degli Occidentali e hanno trovato ammiratori e cultori in tutto il mondo. Oggigiorno il suo stile è imitato da schiere di poeti rimasti affascinati dalla apparente facilità e immediatezza delle sue poesie.
Spesso si pensa che lo haiku sia una forma di poesia che non necessiti di apprendimento e di un addestramento che prevede l’osservanza di regole, a volta stringenti, ma si fondi solo sulla capacità di avere una intuizione repentina, che poi viene resa in parole. Costoro dimenticano che, da sempre in Giappone, la semplicità e l’immediatezza sono il frutto di una coltivazione interiore severa e costante, che richiede grande impegno.
Il libro da me scritto, “Gli insegnamenti di Bashō sull’arte poetica dello haiku” (Mimesis, 2025), vuole dare una risposta ed essere una guida per coloro che per vari motivi si avvicinano allo haiku e soprattutto a quello di Bashō, al fine di aiutarli a comprendere il suo mondo poetico e, al tempo stesso, di fornire loro una guida alla composizione. L’intenzione è quella di proporre una sintesi dei principi che hanno guidato Bashō nella sua attività poetica, utilizzando due trattati scritti da due diretti discepoli del Maestro, che hanno appreso i suoi insegnamenti. Questi due trattati rappresentano una guida preziosa per introdurci al mondo poetico di Bashō. Sono il Sanzōshi 三冊子, I Tre libri (Bianco, Rosso e Nero), e il Kyoraishō 去來抄, Trattato di Kyorai, entrambi della scuola inaugurata da Bashō, la Shōmon. Il primo, risalente al 1702, fu scritto da Hattori Tohō (o Dohō, 服部 土芳, 1657-1730), mentre il secondo, quasi contemporaneo (1704), fu scritto da Mukai Kyorai 向井去來 (1651-1704). Sia Hattori che Kyorai sono annoverati tra i principali discepoli di Bashō, persone che stettero in strettissimi rapporti con il Maestro, per cui i loro Trattati sono considerati resoconti affidabili dei suoi insegnamenti.
Il libro da me scritto esplora i contenuti dei due Trattati, cercando di mettere a fuoco gli elementi più rilevanti e isolando alcuni temi principali che vengono presentati.
Tuttavia, per comprendere veramente la grandezza di Bashō è necessario anche ricostruire il suo percorso poetico, che consiste nella trasformazione dello haikai (così veniva chiamato lo haiku al quel tempo) da una forma poetica leggera e giocosa, quindi poco prestigiosa, in una impegnata ed elevata, tale da poter essere annoverata tra le forme della grande tradizione della poesia giapponese, come il waka e il renga. Per questo, la prima parte del testo presenta una panoramica dell’ambiente poetico giapponese al tempo di Bashō, delle varie forme poetiche esistenti e infine l’intuizione della potenzialità dello haiku di diventare grande poesia a carattere universale.
Dopo questa parte introduttiva, si passa ai due Trattati esaminandone i temi che di volta in volta vengono presentati, innanzitutto con la prima parte del Libro Bianco del Sanzōshi, in cui si ricostruisce la semi-mitica nascita della poesia breve a scansione alternata di versi da 5 e 7 sillabe.
Poi si passa al Libro Rosso, quello più interessante dei tre, perché tratta dei temi poetici e dei principi della composizione secondo la scuola Shōmon del Maestro. Infine vengono presentati brani significativi dell’ultimo dei Tre Libri, il Libro Nero. Durante tutta la trattazione si fa costante riferimento anche all’altro Trattato, il Kyoraishō, con cui si integrano e si mettono a punto i vari temi. Essi sono numerosi, ma tra questi vorrei focalizzare brevemente l’attenzione su un tema cruciale, che in Bashō riveste un ruolo particolarmente rilevante: quello della dimensione interiore del poeta nel processo della composizione poetica.
Bashō nel suo insegnamento propone una particolare disposizione psicologica (o mentale) del processo creativo nell’arte: la creazione artistica (o la performance artistica) nella sua espressione più elevata è frutto di un flash intuitivo che dev’essere registrato in versi senza esitazioni e senza ripensamenti. La composizione poetica è un processo che si basa sulla spontaneità e sull’immediatezza, che impediscono l’inquinamento con riflessioni ed elaborazioni mentali, e tanto meno retoriche.
Il generale, la spontaneità e la conseguente immediatezza dell’atto creativo è evidenza della non ostruzione mentale, l’assenza di ragionamento, di attaccamento e di esitazione, e, insomma, di elaborazioni artificiali; la creazione artistica viene considerata, quindi, un esito naturale della predisposizione interiore dell’artista.
E, tuttavia, l’azione spontanea non è…del tutto spontanea! Cioè, non scaturisce da una predisposizione naturale, ma è la conseguenza di un percorso interiore di affinamento e perfezionamento che richiede molta dedizione, studio e pratica.
Per fare alcuni esempi celebri, si pensi al giardino giapponese che appare naturale e spontaneo, ma che è il risultato di un lavoro di predisposizione minuzioso. I gesti di un mastro del tè, perfetti e spontanei, sono il risultato di anni di studio di pratica e di perfezionamento. Al momento di mostrarli appaiono spontanei, dando l’impressione di una bellezza perfetta e naturale. Allo stesso modo, per Bashō la poesia che dev’essere frutto di una intuizione resa in modo immediato, quindi senza interferenze mentali di tipo razionale, è frutto della spontaneità, che tuttavia, è una “spontaneità coltivata”, che va predisposta a priori e poi lasciata libera di esprimersi senza frapporre ostacoli. Quello che fa la differenza è la presenza del makoto - la sincerità, la genuinità senza artefazione - tema centrale nell’insegnamento di Bashō e vero fattore che permette allo haikai di elevarsi a poesia impegnata. Quindi, questa spontaneità è il frutto di un lungo percorso di affinamento del gusto e di grande esperienza pratica. È il risultato della lunga e intensa coltivazione in quell’arte.
L’espressione “spontaneità coltivata” significa che il processo creativo è la manifestazione della propria interiorità portata a perfezionamento e maturazione: senza autocoltivazione non si dà spontaneità nella creazione artistica, quindi essa va coltivata negli anni, con grande dedizione.
Non c’è innovazione senza impegno per il cambiamento. L’innovazione nasce sempre dallo sforzo di impegnarsi per il suo perseguimento e si manifesta in modo spontaneo dove si procede un passo alla volta.
Di conseguenza:
…senza interporre un intervallo benché minimo come quello di un capello tra sé e lo scrittoio, il poeta deve esprimere quello che sente [immediatamente], senza nessuna esitazione.
Il poeta per poter fare come qui si dice, deve entrare in sintonia con le cose, percepirle profondamente per poter cogliere la sensibilità emotiva che trasmettono.
C’è un detto del Maestro che recita: “Del pino impara dal pino e del bambù impara dal bambù.”
Cioè ci si attenga alla realtà oggettiva senza frapporre istanze soggettive.
Questo vuol dire di tenersi lontano dalle istanze soggettive. Ci sono interpretazioni soggettive di questo “imparare” che alla fine sono un “non imparare”.
Il significato di “imparare” è di “entrare nelle cose” e percepirle emozionalmente con il manifestarsi del loro senso profondo e rendere questa emozione in versi. Per esempio, per quanto si descriva qualcosa così come essa si manifesta nella realtà, se non vi è l’emozione che naturalmente scaturisce da quella cosa, questa cosa e l’io del poeta sono due entità separate, e il sentimento non giunge alla sincerità. E così diventa una costruzione basata sulla soggettività personale.
Si dice: entrare nelle cose, quindi, non vederle dell’esterno esprimendo l’emozione che emana dalle cose dal punto di vista del soggetto-poeta. Costui dev’essere un trasmettitore che dà voce alla realtà emozionale della natura e dei fenomeni, esprimendola in parole e versi. Quello che qui viene chiamato il “senso profondo” delle cose è la loro naturale emozione che viene colta dal poeta, allo stesso modo di come un segnale viene catturato da un’antenna e trasformato in linguaggio comprensibile dagli esseri umani.
Se ciò non succede, “questa cosa e il proprio io del poeta sono due entità separate”, non vi è identificazione e il poeta non è in grado di essere la cosa e di percepirla profondamente: il rapporto resta individuale, soggettivo e di conseguenza superficiale.
Il poeta dev’essere in grado di percepire l’animo delle cose, saper cogliere gli aspetti più profondi ed essenziali della realtà che gli sta di fronte. E questo è sempre il punto di partenza dell’attività poetica: ciò che accende la fantasia e l’emozione e di lì nasceranno le parole che renderanno in versi questa intuizione:
Per colui che risiede costantemente nell’arte poetica, lasciandosi contagiare dalle cose del mondo, la forma (aspetto) dei suoi versi si stabilisce (da sé) in modo naturale e senza impedimenti.
“Se il poeta si lascia contagiare dalle cose” o come dice in modo più poetico “se si lascia colorare (contaminare) il cuore” allora la realtà entra dentro di sé autenticamente, senza il filtro del proprio io distorsivo. Allora questo “colore” diventa poesia senza necessità di artifici. È un processo di “contaminazione” in cui il poeta recepisce emozionalmente la realtà circostante e la fa sua. Questa sensibilità è la qualità più importante del poeta e corrisponde a quello che tradizionalmente in Giappone viene chiamato aware, la sensibilità di percepire e immedesimarsi nei fenomeni con cui viene in contatto.
Se [invece] il colore del cuore-mente non è bello c’è bisogno di aggiungere parole artificiali. Questa situazione è, detta con altre parole, la volgarità di colui che cerca di cogliere la realtà senza sforzarsi di avere un cuore-mente sincero.
In questo processo devono essere esclusi ragionamenti, riflessioni e tutto quello che può dare adito ad artifici. L’immediatezza è ciò fa da tramite tra la realtà e la composizione e che impedisce elaborazioni artificiali. Ciò si basa su una attività mentale senza ostacoli, fluida e naturale, immediata.
…e quando siete nella situazione di comporre poesie, non lasciatevi prendere da vari pensieri dispersivi che soffocano [lo slancio creativo dell’ispirazione], poiché da pensieri dispersivi non esce mai una [buona] sequenza di versi.
L’ultima frase è molto significativa: la volgarità di colui che cerca di cogliere la realtà senza sforzarsi di avere un cuore-mente sincero, poiché ci dice che la sensibilità dell’aware si basa su un “cuore sincero”, che è il makoto. È fondamentale che il poeta sviluppi un cuore sincero, perché è quello che è in grado di “colorarsi” nel contatto delle cose. È un cuore genuino, non offuscato, non bloccato, non impedito, che fluisce liberamente nel contatto con i fenomeni.
E dunque, qui arriviamo a un punto cruciale. Il processo creativo dipende dalla sensibilità del poeta; è questa che egli deve sviluppare per essere vero poeta. La poesia, dice Bashō, dipende dalla capacità di avere un cuore puro (magokoro) che si lascia “impressionare” generando una intuizione, a cui segue la capacità di trasmettere questa intuizione direttamente, immediatamente in parole, senza interferenze.
Quindi è necessario un percorso di “formazione” preventiva che conduca alla “purificazione del cuore” come si dice nel Buddhismo, cioè di sviluppare l’attitudine sincera del makoto.
L’attività poetica continuata, basata sulla relazione diretta con le cose porta all’affinamento della sensibilità e a modificare il proprio mondo interiore. Tuttavia, è importante comprendere che il makoto non si trova nella passiva accettazione della realtà, ma è un percorso di ricerca e di perfezionamento che comprende lo studio degli antichi e il raffinamento del proprio kokoro, [cuore, ndr] con impegno, dedizione e abnegazione.