L’immagine del monte Fuji
Dal mondo fluttuante alle arti applicate, verso la grafica contemporanea

Scritto da Eleonora Lanza -

Poche immagini sono così intimamente legate all’anima del Giappone quanto quella del Monte Fuji, la sua forma conica e il profilo innevato dominano non solo il paesaggio naturale, ma anche quello spirituale e artistico del Paese. Fin dal periodo Edo (1603–1868), e in particolare attraverso le stampe ukiyo-e, il Fuji si è trasformato da montagna reale a icona culturale e spirituale, punto di convergenza tra natura, arte e simbolo. È una montagna “disegnata”, quasi un ideogramma naturale. La straordinaria fama del Fuji deriva da una combinazione di elementi naturali, religiosi, estetici e culturali che lo hanno reso unico nei secoli. Fin dai tempi antichi, il Fuji è considerato sacro nello shintoismoe meta di pellegrinaggi, luogo di origine mitica, punto di contatto tra cielo e terra.

In epoca Edo, con la diffusione della cultura e del gusto della classe mercantile, il Fuji divenne anche un punto di riferimento comune per i viaggi, associato all’immaginario del popolo, e viene visto e rappresentato da mille angolazioni, avvolto dalla nebbia o dal sole, riflesso nell’acqua o perso tra le nubi. Appare rappresentato nelle stampe ukiyo-e di molti artisti, tra cui anche Katsushika Hokusai, talvolta in primo piano come in Temporale ai piedi della vetta, dove colpisce per il suo colore rosso acceso, e in Vento leggero, mattinata serena.

Il Fuji diventa una presenza costante nellavita quotidiana con le stampe di Utagawa Hiroshige. Compare nella sua serieCinquantatre stazioni del Tōkaidō, come nella stazione di Hara o di Fujisawa, sempre sullo sfondo a testimoniare la vista delle stazioni di posta per le persone che viaggiavano lungo il Tōkaidō,e nella serie Cento vedute celebri di Edo, dove si intravede fin dalla prima stampa Il Ponte di Nihonbashi: spaccatura dopo la neve, e poi dietro ponti, tra gli alberi o all’orizzonte, immerso nel ritmo delle stagioni e delle attività quotidiane umane, in uno stile più lirico, con linee morbide, composizioni asimmetriche, colori sfumati. Qui la montagna non è più solo simbolo dell’assoluto, ma parte del vivere comune, presenza rassicurante nel paesaggio.

Può apparire dominante o piccolo, in lontananza, come nellacelebre Grande onda di Kanagawa, dove la forza tumultuosa dell’acqua si contrappone alla calma della montagna sullo sfondo.

Il fascino del Fuji non si esprime solo nella pittura e nelle stampe, ma arriva anche alle arti applicate: ceramiche, lacche, tessuti, oggetti d’uso e d’arredo. Già nel periodo Edo, il suo profilo veniva utilizzato come motivo ornamentale, segno di fortuna. Compare sulle ceramiche e le porcellane: le manifatture di Kutani e Arita produssero piatti e vassoi con il “Monte Fuji rosso” (Aka-Fuji), compare stilizzato tra fiori di ciliegio, gru e onde diventando pattern, ritmo visivo, ornamento da indossare, segno di eleganza e identità nazionale, diventa decorazione per lacche e oggetti di vario genere: dai kimono alle lacche in makie (lacca con polvere d’oro) appare circondato da cieli dorati e nubi simboliche, elevandosi a motivo augurale di prosperità e armonia, ed è ancora oggi rappresentato su ciotole e inrō in lacca, anche nelle recenti produzioni dei maestri di Wajima, che creano ancora arte nonostante il disastro naturale che ha da poco distrutto la prefettura di Ishikawa.

In tutte queste forme, la montagna perde la sua dimensione paesaggistica per diventare icona grafica: un segno puro, astratto, riconoscibile. Stilisticamente, si assiste a una trasposizione del sacro nel quotidiano: il Fuji, da simbolo spirituale, diventa decorazione domestica, immagine di pace e equilibrio applicata agli oggetti della vita di tutti i giorni.

Le stampe di Hokusai e Hiroshige, giunte in Europa nella seconda metà dell’Ottocento, influenzarono profondamente anche gli impressionisti e post-impressionisti: Monet, Van Gogh, Whistler e Gauguin ne ammiravano la forma, la purezza delle linee e così il Fuji divenne simbolo dell’estetica giapponese nel mondo occidentale, incarnazione visiva di equilibrio, semplicità e spiritualità.

L’immagine del Monte Fuji non è rimasta confinata nell’arte tradizionale o nella pittura paesaggistica: nel campo della moda e del tessile il Fuji assume la veste di decorazione, pattern, simbolo visivo globale, con la sua forma semplice e riconoscibile, comunica raffinatezza, identità nazionale e stile.

In epoca moderna, il Fuji si trasforma da soggetto contemplativo a icona visiva universale: nella grafica, nella moda, nella vita quotidiana, dagli anni ’50 del Novecento in poi, grazie all’opera di designer come Kamekura, Sato e Nakamura, diventa un motivo grafico moderno, ponte tra tradizione e contemporaneità. Il Monte Fuji comincia ad apparire nell’advertising e nel design urbano contemporaneo, diventa simbolo visivo utilizzabile, sempre più stilizzato in forma astratta, integrato in una composizione grafica geometrica e moderna; con il suo profilo essenziale, ed elemento fatto di contrasti cromatici, spazi negativi e forme pulite, il Fuji passa da essere paesaggio contemplativo a icona visiva identitaria per la comunicazione di massa.

I lavori dei graphic designer quali Kamekura, figura chiave del graphic design post-bellico in Giappone, Koichi Sato, Nakamura Makoto, Nakajo Masayoshi, hanno contribuito a definire un’estetica moderna giapponese capace di fondere tradizione e avanguardia, anche utilizzando simboli ed espressioni chiave, semplici ma poteneti per esprimere i loro messaggi. Tra i tanti grafici che segnarono l'estetica del graphic design e del linguaggio visivo contemporaneo giapponese, molti scelsero anche il Fuji come elemento simbolico di espressione. In Works for Mount Fuji: The Incurable Malady di Masayoshi Nakajo si hanno diverse rappresentazioni del Monte Fuji come simbolo intramontabile della cultura, della spiritualità e della storia giapponese. Realizzate principalmente in tonalità monocromatiche di bianco e nero, queste immagini sono un omaggio alla tradizione giapponese della stampa silografica per la loro bidimensionalità, i contorni definiti, i colori accesi, talvolta sfumati, talvolta saturi, che rendono la montagna semplificata. Il Fuji si trasforma in pattern di design più che in rappresentazione naturalistica anche in opere quali Mt. Fuji: Five seasons, Spring di Koichi Sato, del 1988, dove le transizioni cromatiche e gli effetti luministici (ad esempio sfumature, bagliori o contorni attenuati) conferiscono all’immagine un’atmosfera sospesa, la silouette del monte è reinventa in chiave moderna, più sintetica, più astratta, si semplifica la forma, concentrandosi sull’essenziale.

Il Monte Fuji ha attraversato un percorso complesso: da montagna sacra a simbolo visivo universale, da soggetto di contemplazione a metafora della natura in trasformazione, da simbolo eterno a fonte continua di ispirazione per artisti e designer anche oggi nei loghi, nel design contemporaneo, nella fotografia, nella moda e persino nella cultura pop, nei fumetti, nei marchi commerciali, nei souvenir e nelle installazioni digitali, ma continua a conservare intatta la sua aura di sacralità e di bellezza senza tempo.

Il racconto di questa evoluzione — e di molti altri simboli e aspetti della cultura giapponese — è al centro della mostra “Graphic Japan. Da Hokusai al Manga”, a cura di Rossella Menegazzo con Eleonora Lanza, ospitata al Museo Archeologico di Bologna fino al 6 aprile 2026, dove le opere antiche e contemporanee dialogano, per narrare la storia di un simbolo che non ha mai smesso di rappresentare l’anima del Giappone.

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