Kuki Shūzō: Iki
o l’estetica della singolarità

Scritto da Laura Ricca -

Il nome di Kuki Shūzō è associato a un libricino singolare e inclassificabile, La struttura dell’iki; ma è indubbio che la figura del suo autore sia entrata dalla porta principale nella storia della filosofia occidentale grazie allo scritto di Heidegger Da un colloquio nell’ascolto del linguaggio, contenuto in In cammino verso il linguaggio (1954). Heidegger infatti per molti versi tocca qui l’apice della sua sconcertante “filologia”, tra-ducendo, letteralmente, il termine iki lungo uno di quei labirinti ermeneutici da cui una frase, un frammento o addirittura una singola parola, come in questo caso, escono completamente irriconoscibili, dopo il cammino a cui il filosofo li costringe. Tanto più in questo caso, trattandosi di un termine radicato in una lingua del tutto aliena, e sottoposto, in aggiunta, allo sguardo incrociato di due interlocutori, nella finzione di un dialogo tra un non meglio definito Giapponese (in realtà il germanista giapponese Tezuka Tomio) e un Interrogante, a cui Heidegger affida emblematicamente la propria voce. Si tratta infatti di un’ulteriore intermediazione “teatrale” che non può non ricordare l’inizio del Simposio platonico, per il calcolato distanziamento temporale introdotto in tal modo nella cornice del dialogo. Il “conte Kuki” viene infatti ricordato-evocato dai due interlocutori molti anni dopo il soggiorno in Europa, anche a Marburgo, dove aveva seguito le lezioni di Heidegger, proprio al momento della pubblicazione di Essere e tempo (1927). Soltanto dopo il suo ritorno in Giappone Kuki pubblicherà il saggio a cui è legata la sua fama di coltissimo dandy-erudito giapponese, esponente esemplare, anzi estremo, di quell’aristocrazia intellettuale nipponica che dal periodo Meiji in poi frequenta le lingue e la cultura occidentale come una seconda e indispensabile abitazione.

La struttura dell’iki è a sua volta uno scritto relativamente conosciuto, ma facilmente equivocabile per la sua apparente e quasi ostentata “sprezzatura”, conforme del resto all’argomento stesso. Si propone infatti di spiegare un termine caratteristico dell’estetica e dell’eleganza giapponese, associato all’idea di una particolare eleganza snob, un’eleganza affidata a dettagli quasi cifrati, estetizzante e seduttiva, soprattutto per gli osservatori più raffinati. Un’eleganza che non viene tanto descritta, dall’autore, quanto mostrata, quasi assediata, attraverso una fuga continua di esempi di ciò che è iki e ciò che non lo è; come se il concetto di iki fosse espugnabile soltanto costruendovi sopra un paradigma binario, un sistema differenziale esteso quanto le sue sfumature, un sistema di opposizioni, insomma una vera e propria struttura, concepita ante litteram proprio come il pensiero strutturalista concepisce i codici. E tuttavia, alla fine di un lungo e anch’esso labirintico percorso, condotto per giunta con il dichiarato intento divulgativo di far comprendere al lettore occidentale il concetto di iki, il libro termina con un colpo di scena inaspettato e quasi teatrale da vero grande snob. Kuki conclude infatti che l’iki è “qualcosa di nostro”, di troppo radicalmente “giapponese” per essere spiegato e tradotto in una lingua occidentale. Ma proprio in ciò, in questa specie di fallimento maieutico consapevolmente pilotato e perseguito, sta la profondità che si spalanca sotto la superficie quasi frivola del tema, e degli stessi intenti dichiarati del libro. Innanzitutto in termini strettamente estetologici, per l’idea di bellezza che infine, sebbene obliquamente, emerge dal discorso. Bellezza come connotato estremo, essenziale, ultimo della singolarità, di una unicità che si approssima solo attraverso gli scarti differenziali di un avvicinamento infinitesimale, quello che conduce all’ineffabilità dell’in-dividuale. È il grande tema, in fondo, che ha tormentato la filosofia occidentale da Platone e Aristotele in poi: quello del rapporto tra universale e particolare, categoria e “sostanza prima” e, in definitiva, tra linguaggio e realtà, tra i nomi (gli “universali”) e le “cose” (la “materia signata” dagli “accidenti”, dall’infinita e indicibile “differenza” che caratterizza l’ente). È una strada che conduce quasi a forza all’identità di Vero, Bello e Buono, che attraversa anch’essa, dai Greci in poi, il pensiero classico occidentale.

Non intendiamo affermare, con ciò, che il discorso di Kuki miri a una esplicita comparazione tra l’iki e la nostra più antica e classica concezione del “bello”, in cui proprio la sostanza intraducibile faticosamente estratta dal concetto di iki si troverebbe sacrificata alla più generica universalità. Ma è sufficiente pensare un solo istante alle “vie” della bellezza giapponesi – pittura e calligrafia, cerimonia del tè e ikebana, giardini secchi e haiku – per non cadere in questo equivoco. Perché appunto non c’è “una” bellezza, ma semmai, “le” bellezze che circoscrivono la sorgente inesauribile, e dunque indefinibile, delle infinite apparizioni singolari del bello, tra le quali c’è l’iki.

Ma la lezione ancora più sottile, dissimulata e profonda del libro di Kuki sta nella sua straordinaria attualità metodologica. Lo si può apprezzare mettendolo in relazione con una recente e come sempre acutissima riflessione di Giorgio Agamben, condotta nel suo altrettanto concentrato volumetto Signatura rerum (2008). In questo lavoro egli, muovendosi sulla linea del pensiero “genealogico” che va da Nietzsche a Foucault, si sofferma sulla linea di frattura che separa la modernità scientifica, da Galileo e Cartesio in poi, dalla concezione analogica del sapere e della Natura che caratterizza il pensiero rinascimentale, e che si esprime proprio nella dicitura che dà il titolo al suo libro. Con tale espressione nella cultura del naturalismo rinascimentale, e in particolare in Paracelso, si alludeva ai segni che uniscono e accordano misteriosamente le parti dell’universo, senza alcuna relazione causale, deterministica, scientifica in senso moderno. La sezione di una carota, per fare un solo esempio, assomiglia all’occhio umano, dunque è un alimento benefico per la vista. L’intero universo naturale è attraversato da somiglianze visive che rimbalzano dal macrocosmo al microcosmo, svelando analogie e relazioni che lo “scienziato” legge, interpreta, applica. Ma tra le signature e il sapere, che è il campo del linguaggio e dei discorsi, vi è una frattura insanabile, proprio perché non vi è somiglianza tra “le parole e le cose”, per citare il più noto testo di Foucault. In questo varco si apre il lavoro dell’interpretazione, di un interminabile lavorìo di esplorazioni, comparazioni, osservazioni dell’infinita e mutevole realtà naturale, in cui somiglianze e differenze andranno scoperte, mappate, classificate, elaborate. È questo, in qualche modo, il lavorìo che conduce anche Kuki nel suo saggio. Ciò che si realizza in tal modo è il “paradigma”, un “porre accanto” le cose, incessantemente: “la relazione paradigmatica non corre, cioè, tra i singoli oggetti sensibili, né tra questi e una regola generale, ma, innanzitutto, tra la singolarità (che diventa così paradigma) e la sua esposizione (cioè la sua intelligibilità: Agamben, p. 25). Si potrebbe a questo punto definire il libro di Kuki una “esposizione” del “paradigma” dell’iki, un paradigma che non si può “dire” ma solo “mostrare” con e nella singolarità in-effabile dei suoi “accidenti”, delle sue manifestazioni: ad esempio le righe verticali dei tessuti da indumento, dal periodo Hōreki in poi, sono iki, mentre quelle orizzontali non lo sono.

Per questa via si potrebbe anche pervenire all’anello ancora mancante tra questo approccio ermeneutico e la cultura zen. I caratteri tipici del buddhismo e della cultura zen (pensiero, arte, etica) sono infatti immediatamente riconoscibili nelle “vie” sopra ricordate, in cui, in diverse forme sensibili e mentali, e attraverso percorsi altamente disciplinati da una sottilissima pratica dei dettagli, si perviene infine a circoscrivere il vuoto che si nasconde sotto le apparenze del mondo fenomenico, al di là del segno, del rinvio simbolico alle cose. È perfino ovvio considerare che sullo sfondo del discorso e del “metodo” di Kuki agisca la forza di questa componente essenziale della cultura giapponese; ma è assai meno scontato riconoscervi una sorprendente e feconda intersezione con il più aggiornato dibattito epistemologico del suo tempo, quello della “crisi dei fondamenti” (in campo scientifico-matematico) esplosa nel Novecento. Lo testimonia il saggio su Boutroux, pubblicato a Tokyo nel 1935 con il titolo Gūzensei no mondai (“Il problema della contingenza”), in cui Kuki afferma: “E per quanto il legame tra l’assoluto e il limitato sia il destino, questo porta anche la natura del contingente-necessario, e fa tremare l’esistenza nel suo intimo”.

Ora tutto lo sfondo fin qui evocato, la teoria rinascimentale delle segnature, le “vie” del “rinascimento zen” giapponese del XIV-XV secolo e il contingentismo di Boutroux convergono in forma sincrona e asincrona su un ventaglio di posizioni della filosofia novecentesca che vanno dal primo al secondo Heidegger fino a Foucault e ad Agamben. Infatti il tema dell’iki è stato ripreso a distanza da Heidegger solo dopo la morte di Kuki, avvenuta nel 1941, quasi che il filosofo tedesco avesse avvertito, oltre al fascino di un concetto inesprimibile (come di fatto risulta anche dalla sua “traduzione” del lemma iki con una perifrasi di ampiezza paradossale: “il soffio della quiete che luminosamente rapisce”) una coincidenza di metodo, che potremmo definire di “analisi infinitesimale”: condurre la parola, e il linguaggio stesso, a quella moltiplicazione frattale in cui si può coincidere, all’infinito, con il luogo, o il vuoto, da cui prendono corpo tutte le forme.

Ma la riflessione sull’iki e soprattutto quella sul contingentismo, maturate dopo il soggiorno in Germania, rivelano a loro volta un intreccio retroattivo con le implicazioni etiche dell’“esistenzialismo” del primo Heidegger, quello di Essere e tempo, pubblicato proprio nel periodo in cui Kuki si trova in Germania e assiste alle sue lezioni.

Nulla ha una necessità causale che giustifichi in termini assoluti l’accadere e le circostanze di ogni singola esistenza; vi è qualcosa di assolutamente contingente, di assolutamente singolare negli eventi umani e che tuttavia proprio per questo si rivela come destino. Qui è il nesso contingente-necessario, assoluto-limitato, che fa tremare l’esistenza nel suo intimo: perché mette l’esistenza di fronte alla sua infondatezza, nel senso esistenzialistico del termine. L’uomo, anche se non vuole riconoscerlo, è continuamente di fronte a questo suo non essere fondato: l’esser-ci (l’uomo) non è mai riducibile alla serie di circostanze che lo determinano in un mondo, in un momento, in una situazione storica. C’è sempre un anello mancante, un vuoto incolmabile nella catena delle cause del nostro essere “qui e ora”, ma è in questo vuoto che l’esistenza umana può farsi “autentica” nella “decisione” di assumere la propria contingenza assoluta come “destinazione” irripetibile e responsabile della propria singolarità. La concezione del destino che abbiamo visto in Kuki, in cui tralucono evidenti risonanze con l’Heidegger “esistenzialista”, getta una luce nuova sul dialogo a distanza tra i due filosofi. Heidegger ha cercato in Kuki una sponda per il suo pensiero più maturo senza che questi potesse averne notizia. Ma altrettanto è accaduto prima, in senso inverso, quando Kuki, riflettendo sul contingentismo, ha inteso imprimere una originalissima torsione esistenziale al discorso epistemologico sulla contingenza. Un intreccio che configura uno straordinario rapporto asincrono tra due figure che hanno co-struito un dialogo filosofico che non ha termini di paragone nella cultura del Novecento.


Laura Ricca, nipponista di formazione, già assegnista di ricerca in Estetica, è professore a contratto di Iconografia e Iconologia all’Università di Bologna. È stata Lettrice di Italiano e in seguito Research Fellow presso l’Università del Tohoku di Sendai in Giappone.

Per Carocci editore ha pubblicato Dalla città ideale alla città virtuale. Estetica dello spazio urbano in Giappone e in Cina (2014) e La tradizione estetica giapponese. Sulla natura della bellezza (prima ristampa 2016).


Le vie della bellezza fra Occidente e Oriente - Carocci Editore 2020
La dimensione estetica associa l’umano sentire a un “comune” che si è soliti qualificare “universale” per via di una natura percettivo-sensibile di cui tutti siamo partecipi e che l’arte trasfigura in forme. Di questo sentire ci parlano le voci diversissime eppure segretamente accordate di venti figure esemplari della cultura moderna che hanno intrecciato nei loro sguardi Occidente e Oriente e che sono qui ripartite sotto tre insegne. La prima, Sguardi da Occidente, allinea le voci di Goethe, Schlegel, Schopenhauer, Montessori, Rilke, Focillon, Lacan, Malraux, Lévi-Strauss, Dorfles, Barthes, Zolla. Sotto la seconda, Sul confine tra Occidente e Oriente, troviamo Solov’ëv e Florenskij. La terza, Sguardi da Oriente, raccoglie le interpretazioni di Tagore, Nishida Kitarō, Coomaraswamy, Kuki Shūzō, Fung Yu-lan, François Cheng. Sono venti perle di un pensiero comparativo con due secoli di storia scelte per costituire un unico filo di riflessioni sulla bellezza, sullo svelarsi inesauribile dei suoi riflessi; perché, come dice Solov’ëv, «la bellezza non appartiene né al corpo materiale del diamante né al raggio di luce che quello rifrange ma è un prodotto d’ambedue nella loro azione reciproca».