Kaze no denwa: Il Telefono del vento

Scritto da Giampiero Raganelli -

Una cabina telefonica bianca, con una tettoia in stile vagamente retrò, si erge in un declivio, battuto incessantemente dal vento, da cui si vede l'oceano. Si trova in mezzo a un giardino ben curato, con panchine, conifere, ciuffi di erba delle Pampas, e rappresenta il punto di arrivo di un sentiero che passa sotto un arco di ferro battuto avvolto da piante rampicanti in cui è sospesa una campana. Si accede alla cabina salendo un gradino. Come per contrasto il telefono all'interno è di colore nero ed è uno di quei vecchi apparecchi a rotella. Non è ovviamente collegato fisicamente a una rete telefonica, ma è connesso con il vento e con le voci di chi non fa più parte di questo mondo, con le anime di coloro che hanno perso la vita nel maremoto del Tōhoku dell'11 marzo 2011. Ci troviamo nella cittadina costiera di Ōtsuchi nella prefettura di Iwate. Qui il bilancio di vittime di quel disastroso tsunami è stato di 864 morti e 421 dispersi. Da una parte la vista sulla baia in cui spunta l'isolotto di Houraijima con il suo faro rosso, che ispirò un popolarissimo show di pupazzi per bambini degli anni Sessanta, Hyokkori Hyoutanjima citato nel film Pioggia di ricordi (Omohide poro poro, 1991) dello Studio Ghibli. Alle spalle il monte Kujirayama, che prende il nome dalla forma che ricorda una balena. In questo contesto geografico. Qui si situa il giardino di Bell Gardia, dove è collocata la cabina del “Telefono del vento”, Kaze no denwa, concepita dal proprietario, l'architetto di giardini Sasaki Itaru, due anni prima del maremoto, per comunicare con il proprio cugino scomparso.

Col tempo, e a disastro avvenuto, si era sparsa la voce di quella cabina telefonica che permetteva di comunicare con l'aldilà. Sasaki decise così di renderla accessibile al pubblico che cominciava a giungere a frotte da tutto il Giappone. A oggi la cabina del vento è stata visitata da circa 30.000 persone. Il giardino è tenuto con grande cura da Sasaki e dalla moglie. È un luogo di serenità, di meditazione e preghiera aperto a tutte le religioni. Sono disponibili due volumi di approfondimento sul Telefono del vento, in giapponese, acquistabili sul sito ufficiale bell-gardia.jp che permette anche di contribuire al progetto con donazioni. Il primo, curato dallo stesso Sasaki, si intitola Kaze no denwa: daishinsai kara 6 nen, kaze no denwa wo tooshite mieru koto (Il Telefono del vento: sei anni dopo il grande terremoto. Ciò che possiamo vedere attraverso il Telefono del vento) e ripercorre tutta la storia. Il secondo vede Sasaki coautore insieme a Yanaga Yuriko ed è un resoconto degli studi psicologici fatti da esperti di sostegno nei disastri che hanno esaminato i messaggi lasciati al telefono. Il titolo di questo libro è Kaze no denwa to gurīfukea: kokoro ni yorisou kea ni tuite (Il Telefono del vento e la cura del dolore: prendersi cura del cuore). Esiste anche un CD ufficiale con canzoni scritte dal compositore Ohkubo Masato.

Sul Telefono del vento è stato poi realizzato un documentario della NHK. E ora sono uscite anche due opere di fiction che vi si ispirano: un romanzo, Quel che affidiamo al vento, di Laura Imai Messina, e un film, Voices in the Wind, titolo internazionale per Kaze no denwa, di Suwa Nobuhiro. Laura Imai Messina, residente a Tokyo dove insegna in prestigiose università, con una promettente carriera letteraria, costruisce alcune storie di un gruppo di frequentatori assidui del Telefono del vento. Tra questi racconta l'incontro di Yui, una donna che nel maremoto ha perso madre e figlia, con Takeshi, un medico, cui il disastro ha strappato via la moglie lasciandolo con una bambina di quattro anni che è diventata muta a seguito del trauma. L'autrice racconta la lenta ripresa dei personaggi alla vita, a nuovi legami affettivi, a una nuova routine, la scuola della figlia, la gatta di casa. I racconti dei dialoghi dei personaggi nella cabina del telefono del vento sono di grande intensità, come del resto sono le emozioni profonde, commoventi di chi si mette alla cornetta e lascia, e riceve, messaggi nel vento, come evidente anche nel documentario della NHK. Così c'è anche qualcuno che parla non a un defunto, ma a un congiunto ancora in vita, e ci sono momenti di connessioni che nella nostra cultura definiremmo come miracolosi, magici, taumaturgici. Una profonda conoscitrice della cultura nipponica come Laura Imai Messina suggerisce la derivazione del Telefono del vento dal butsudan, l'altare buddhista presente ancora nelle case giapponesi, via di comunicazione della famiglia con i propri cari defunti.

Sappiamo poi quanto sia evocativa nella concezione nipponica, la parola kaze, vento, tempesta, a partire da quel mitologico vento divino, kami kaze, che spazzò via la flotta degli invasori mongoli. La scrittrice ne è consapevole e immagina un tifone minaccioso che si abbatte su Bell Gardia, come una replica minore del cataclisma, una nuova furia degli elementi. Ma Laura Imai Messina trova anche una connessione interculturale nel concetto di kaze, il vento che è un elemento centrale anche nella Bibbia. Una sorta di principio ancestrale. Era stato il vento a trasportare le cavallette in Egitto, come a dividere le acque. E poi va ricordato quel vento così impetuoso da spaccare le rocce che accompagna l'incontro di Elia con il Signore sul Monte Oreb nel primo libro dei Re. Un elemento di sincretismo di cui si accorge Shio, uno dei personaggi del romanzo, che conclude che il vento non è un soffio di Dio, ma è Dio.

Il film Voices in the Wind vede come protagonista una ragazza, Haru, che all'epoca del disastro aveva nove anni. Nello tsunami ha perso i genitori e il fratello e ora si è trasferita a vivere con una zia nella prefettura di Hiroshima.

Il Telefono del vento rappresenta in questo caso un punto di arrivo della narrazione. A seguito del ricovero ospedaliero della zia, la ragazza si ritrova a peregrinare in lungo e in largo per il Giappone, alla ricerca di una via per elaborare il lutto. Incontra vari personaggi lungo il suo cammino e viene ospitata in famiglie. Conosce persone che portano la zavorra di lutti e tragedie, personali e collettive. Un uomo che vive con la madre, che è testimone della bomba atomica di Hiroshima, ora affetta da demenza senile da quando l’altra figlia si è tolta la vita. Morio, che, come lei, ha perso la famiglia nel disastro del 2011, e che è alla ricerca di un immigrato curdo che si era precipitato a Fukushima per fornire aiuto come volontario durante il cataclisma. Anche quest'uomo però è scomparso, si scopre, perché tenuto in custodia per un tempo indeterminato, che potrebbe anche consistere in alcuni anni, dalle autorità per l'immigrazione, secondo il trattamento riservato a chi richiede lo status di rifugiato. Tornata nella sua città natale di Ōtsuchi, Haru incontra un ragazzino, che ha perso il padre in un incidente stradale, che sta andando al Telefono del vento, dove lei lo accompagna. Haru riuscirà così a parlare, nel vento, con i suoi cari estinti, in una catarsi che la porterà all'accettazione del lutto.

Voices in the Wind nasce da un'idea del produttore Izumi Eiji che, visto il documentario della NHK, decide di fare un film su questo soggetto, chiedendo il permesso a Sasaki Itaru. Affida l'operazione al regista Suwa Nobuhiro, che accetta con perplessità. Si tratta di un cineasta che ha sempre guardato al cinema francese e alla sua Nouvelle Vague, suo è H Story, tentativo impossibile di remake del classico Hiroshima mon amour. Francesi sono anche i successivi suoi film Un couple parfait, Place des Victoires.

Abituato a narrazioni minimaliste, sperimentazioni, con Voices in the Wind realizza un'opera toccante, sentita, dolorosa che affonda pienamente le sue radici nei sentimenti giapponesi. Suwa, che è di Hiroshima e che ha fatto un film come H Story, collegato indirettamente alla tragedia dell'esplosione nucleare, riprende lo schema narrativo del primo hibakusha eiga, il genere di film sulla bomba atomica, Children of Hiroshima (Genbaku no ko, 1952) di Shindō Kaneto. Protagonista di quel film è un'insegnante di Hiroshima che era sopravvissuta alla bomba, unica della sua famiglia, e si era trasferita altrove da alcuni parenti. Anni dopo decide di fare ritorno alla sua città alla ricerca dei suoi studenti superstiti. Haru è come la protagonista di quel film, in un'evidente messa in parallelo delle due tragedie. Lei che pure è emigrata dal luogo dello tsunami a Hiroshima. E il senso del film è ancora quello del ritorno nel luogo del dolore che ha segnato l'esistenza di entrambi i personaggi, unico modo per rielaborare quel trauma. La troupe del film è stata in qualche modo incantata dal Telefono del vento. Suwa è un regista che lavora molto lasciando improvvisare gli attori, e in tal senso ha chiesto all'attrice che impersona Haru, Serena Motola, di scrivere da sola le battute che il suo personaggio avrebbe pronunciato al telefono. E alla fine il suo dialogo è arrivato spontaneo, con quella presenza ascetica della cabina. Sembrava di stare girando un documentario, dice il regista, riprendendo delle emozioni autentiche, pronunciate con l'intensità di una preghiera. Quella scena era stata proprio l'ultima a essere stata girata ed è sembrata un miracolo cinematografico. Suwa Nobuhiro ha fatto un film sui riverberi del dolore, sui suoi sedimenti, riprendendo un genere, quello dei film sul disastro del 2011, che sembrava ormai non più praticato dai cineasti nipponici, dopo la grandissima quantità di film realizzati a stretto ridosso dell'evento. Importante era anche far uscire ora questo film, richiamando la memoria di quella tragedia in un momento di celebrazioni per l'anno (che avrebbe dovuto essere se non ci fosse stata la pandemia) delle Olimpiadi. Il film è uscito in sala in Giappone il 24 gennaio 2020 e ha avuto un'anteprima internazionale alla Berlinale 2020. Il Telefono del vento è coerente con quell'attitudine giapponese a convivere con il sovrannaturale, a considerarlo come qualcosa in realtà di naturale, comune nella vita. Il culto degli antenati poi è una tradizione ancora molto viva. La morte è considerata come una variante, non una negazione, della vita. I butsudan, come si diceva, sono ancora presenti in buona parte delle case giapponesi, con esposti gli ihai, le tavolette verticali di legno laccate in nero con iscrizioni in oro.

I giapponesi, anche i giovani, sono soliti inginocchiarsi a questi altari per raccontare le novità importanti della propria vita. La festa estiva degli antenati, di Obon, che si conclude con le famose lanterne fluttuanti, è sempre molto popolare. La catastrofe, come riporta il giornalista Richard Lloyd Parry nel suo libro Ghosts of the Tsunami, ha avuto pesanti ripercussioni anche sul culto degli avi, distruggendo case e templi, inghiottendo anche ricordi, altari, memoriali. Nel libro riporta testimonianze di come, durante un evento catastrofico, gli ihai sono le prime cose che la gente cerca di portare in salvo, prima che soldi o documenti. Come salvare la vita degli antenati stessi. E si presume che molte persone siano morte proprio perché fatalmente colte mentre tentavano di recuperare tali cimeli di famiglia. Dopo il disastro era frequentissimo vedere templi addobbati con le fotografie di bambini, con i loro giocattoli preferiti, le loro merendine, i loro quaderni scolastici. In questo contesto culturale il Telefono del vento assume ulteriori significati. Come fosse un telefono verde, una linea speciale istituita come un servizio, per facilitare un bisogno di tantissimi utenti.