Il teatro nō
al Museo d'Arte Orientale di Venezia
Scritto da https://orientalevenezia.beniculturali.it/ - Il teatro nō è forse la forma d’arte performativa giapponese più conosciuta e studiata a livello globale, nonché tra le più antiche ancora oggi eseguite. La sua struttura ed estetica odierna è il risultato di un lungo processo di sviluppo e di studio iniziato soprattutto con Kan’ami e Zeami, padre e figlio, tra il XIV e il XV secolo. Seppur innovativa, non possiamo descrivere il teatro nō come una forma teatrale nuova, poiché nasce dall’unione di arti performative giapponesi preesistenti.
Il grande successo di Kan’ami e Zeami si lega alla casata degli Ashikaga, quando Yoshimitsu nel 1374 assistette alla danza rituale Okina eseguita da Kan’ami. Entusiasta per la recitazione dell’attore, lo fece chiamare a corte insieme al figlio. Da quel momento padre e figlio combinarono con maestria due forme di spettacolo così distanti l’una dall’altra, il dengaku e il sarugaku, la prima amata dalle élite, la seconda considerata inferiore, creando una forma teatrale raffinata e pienamente accettate dalle classi sociali più elevate, in particolare dall’aristocrazia militare, che in un primo momento l’aveva disdegnata, ma che ne divenne presto il principale mecenate.
Uno degli elementi centrali del successo del teatro nō fu la capacità di rielaborare e portare in scena storie già note al pubblico, tratte da grandi testi come il Genji monogatari (La storia di Genji, XI sec.) e lo Heike monogatari (Il racconto degli Heike, XIV sec.), ma anche da leggende e racconti popolari.
L’animata passione per questa forma teatrale era tale che l’aristocrazia militare iniziò a collezionare maschere, costumi, oggetti di scena, strumenti musicali e a studiarne. Con il tempo il teatro nō pervase la cultura materiale giapponese, con l’affermarsi di temi e personaggi che divennero iconografie pressoché stabilite negli oggetti di uso quotidiano – come netsuke, inrō, tabacchiere, sakazuki, fukusa, portavivande – e di uso militare – come menuki, tsuba, kozuka – nonché nell’arte tradizionale giapponese, attraverso dipinti, stampe e paraventi.
Foto fornita dall'autrice, Museo d’Arte Orientale di Venezia.
Questa cultura materiale arriva nei nostri musei alla fine del XIX secolo, quando cade il governo shogunale (militare) e il Giappone apre i suoi confini all’Occidente. Da questo momento sono molti gli occidentali che si recano in Giappone e che, dai loro viaggi, riportano nelle proprie case un gran numero di oggetti, per studio o come souvenir, che formeranno poi le nostre collezioni di arte asiatica. Tra questi, ricordiamo il Principe Enrico di Borbone, al quale dobbiamo la ricca collezione che costituisce oggi il Museo d’Arte Orientale di Venezia.
Grazie a un progetto di valorizzazione e studio delle collezioni artistiche in territorio italiano promosso dalla Fondazione Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali, che ha visto la collaborazione tra l’Università di Bologna e il Museo d’Arte Orientale di Venezia, è stato possibile studiare il nucleo di opere della collezione legate al teatro nō, mostrando come esso non sia solo un’arte performativa, ma il fulcro di un ecosistema culturale che ne riflette immagini, storie, personaggi ed emblemi nella cultura materiale giapponese.
Gli oggetti selezionati si possono raggruppare in quattro ambiti, che ben rappresentano la pervasività di questa forma teatrale anche in contesti che sono esterni a quello teatrale: quotidiano, militare, artistico, performativo. Netsuke, inrō, sakazuki e altri oggetti di uso quotidiano convivono con elementi dell’equipaggiamento militare, come kozuka, menuki e tsuba, e con opere d’arte come paraventi e stampe ukiyo-e, in cui il teatro nō compare in modo indiretto, cioè non tanto attraverso la rappresentazione dei suoi drammi, quanto piuttosto attraverso la rappresentazione delle storie e delle leggende da cui molti drammi nō prendono ispirazione; o ancora, tramite la raffigurazione di scene di teatro kabuki che ripropongono o rielaborano soggetti e temi provenienti dal teatro nō.
Tra le tipologie di oggetto conservate nella collezione del museo e analizzate, è emersa una ricorrenza verso alcuni soggetti o temi. Per esempio, soprattutto tra gli oggetti di uso quotidiano, appaiono spesso la maschera di Okina, Sanbasō e l’anziana coppia di Takasago.
Okina e Sanbasō, riconoscibili il primo per la maschera Hakushi jō (bianca o di colore chiaro), il secondo per la maschera Kokushiki jō (nera), sono le due figure di anziano che si esibiscono nello spettacolo-rituale nō Okina, eseguito in occasioni celebrative particolari o durante le celebrazioni di inizio anno. Entrambi sono visti come manifestazioni del divino ed entrambi hanno un ruolo benaugurale: durante la sezione di Okina, arriva un momento in cui l’attore dice “Celebrate la longevità di mille autunni e diecimila anni, danzate con gioia. Eseguirò la danza manzai-raku”, augurando dunque longevità; La danza e il canto di Sanbasō, invece, sono dedite ad augurare un buon raccolto.
In Takasago vi è la rappresentazione della coppia di pini di Takasago e Suminoe (personificati dalla coppia di anziani marito e moglie), i quali simboleggiano il legame tra la tradizione poetica giapponese e la gloria della tradizione imperiale. Il dramma termina con il loro secondo incontro: la divinità maschile di Sumiyoshi (Suminoe) si presenta e danza per allontanare i demoni e celebrare la longevità dell’imperatore e della pace in questo mondo.
Come si può appurare, ciò che lega queste tre figure è un contesto benaugurale e di longevità e questo potrebbe essere uno dei motivi che ha portato a commissionare spesso questo genere di iconografie, che fossero oggetti per uso personale o un fukusa che avvolgeva un dono per un’altra persona.
Lo stesso si può dire per Okame, in realtà maschera comica, utilizzata sia in un contesto più popolare (durante i matsuri per esempio), sia nel kyōgen, e che con i suoi occhi sottili e il volto paffuto e sorridente, esprime benevolenza e prosperità.
Altra figura molto presente, soprattutto in due particolari tipologie di oggetto, è Shōjō, uno yōkai (creatura soprannaturale) popolare giapponese con origini cinesi, amante del sakè (di cui in antichità veniva anche considerato esserne lo spirito), che vive in prossimità del mare o lungo i corsi fluviali. Proprio perché amante del sakè, Shōjō appare in una serie di sakazuki, le piccole coppe usate per bere questa bevanda alcolica, e nei set da pic-nic, di cui facevano sempre parte due bottiglie che dovevano contenere sakè. Viene generalmente rappresentato come un essere dalle fattezze umane e giovanili, a volte somiglia molto a un bambino, con i tipici capelli rossi, sorridente e giocoso, a ricordare l’ebrezza cui porta l’alcol.
Anche per i costumi, decorazioni e temi iconografici giocano un ruolo importante nella costruzione dell’atmosfera del racconto portato sul palco, nonché nella rappresentazione del personaggio. Per esempio, alcuni abiti, realizzati con materiali leggeri come garza, seta o organza, come il chōken e il maiginu, nella loro leggerezza e semitrasparenza, esprimono un’eleganza e una bellezza che ben si adattano a personaggi femminili danzanti o alle dame celesti.
Altri, più strutturati e pesanti, caratterizzano i personaggi maschili o guerrieri, come il kariginu (la “veste da caccia”) e l’atsuita, con le sue decorazioni tessute per fasce.
Inoltre, la scelta di determinati pattern decorativi e colori dicono molto sull’età del personaggio, per esempio se l’interno di un karaori è rosso, il personaggio che lo indossa sarà una giovane donna, mentre l’assenza di questo colore ci farà sapere che il personaggio è un’anziana signora.
Osservata nel suo insieme, la collezione del Museo d’Arte Orientale di Venezia restituisce l’immagine di un teatro nō che va oltre la performance: un sistema iconografico e di cultura materiale che attraversa diversi ambiti: religioso, militare, quotidiano, letterario, con una pervasività che tocca davvero tutti gli aspetti della vita dei Giapponesi di allora. Allo stesso tempo, essa testimonia la storia di questo teatro: il suo sviluppo, il suo forte legame con la classe militare e la nobiltà, le sue difficoltà, che portarono a una temporanea caduta e dispersione del patrimonio artistico e culturale che a esso si lega, ma che, allo stesso tempo, ha permesso all’Occidente di conoscere questa arte performativa, di studiarla e di influenzare i teatri d’avantgarde del Novecento, che ammiravano la completa dedizione dell’attore alla “via”.
Il teatro nō, ancora così vivo nel Giappone contemporaneo, continua ad essere presente in modo indiretto anche in Occidente attraverso le sue tracce materiali, che nei musei occidentali continuano a raccontarne la storia.