Il disegno giapponese (prima parte)
Tra manga e comics

Franco Fusco -

Per rispettare la ricchezza dei suoi contenuti, questo articolo è stato diviso in 3 parti. La seconda parte è disponibile seguendo questo link.


Qual è l’origine dei manga? Se con questa parola si intende genericamente un racconto fatto attraverso un insieme di disegni, non mi pare peregrina l’idea di farne risalire la nascita ad epoca preistorica, quando, mancando la scrittura, l’uomo espresse appunto con le immagini (graffite sulle pareti di una grotta o incise sulle pietre o sulla corteccia degli alberi o tracciate su pelli) la propria innata esigenza di narrare. Penso, per esempio, ai disegni di uomini e animali del Tassili-n-Ajjer (Algeria) o a quelli delle grotte di Altamira (Spagna) e a tanti altri, in giro per il mondo. D’altronde, se è vero, secondo la teoria vichiana, che le età dell’Umanità corrispondono a quelle dell’uomo, basta osservare il comportamento dei bambini, per trovarne conferma: assai prima di imparare a leggere e scrivere, da sempre e a qualunque latitudine, questi sentono il bisogno istintivo di tracciare figure. Il che ci riporta al significato originario della parola ‘manga’, inizialmente scritta con due kanji (ora si usa anche lo hiraganae il katakana, oltre al romaji): man, che significa ‘involontario, spontaneo’ e ga, che significa ‘disegno’. Gli studiosi invece (cfr. F. L. Schodt e R. H. Blyth) individuano i primi antenati dei moderni manga nei disegni umoristici e caricaturali scoperti nel 1935, durante le opere di restauro dello Hōryūji, (vedi immagine), uno dei più vecchi edifici in legno esistenti nel mondo.

Costruito a Nara all’inizio del VII secolo, è attualmente il più antico tempio buddhista conservato fino ai giorni nostri, nella forma in cui fu rifatto dopo l’incendio che lo distrusse nel 670. Nei pannelli in legno del suo soffitto sono tracciate grossolane caricature di uomini e animali con enormi falli, opera forse degli artigiani addetti ai lavori edilizi. Analoghi schizzi furono trovati anche nel Tōshōdaiji (VIII secolo). Quelle sono però figure isolate, mentre vere e proprie storie illustrate si cominciano a vedere negli emaki o emakimono (rotoli dipinti), la cui forma pittorico-narrativa si sviluppò fra il IX e il XIV secolo.

Negli emakimono la vicenda raccontata (favola, battaglia o vita quotidiana che sia) si sviluppa in un continuum, senza separazione in vignette e, per lo più, senza testo. Svolgendo il rotolo da destra a sinistra, tutto è reso col solo disegno: i cambiamenti di luogo attraverso la rappresentazione di nuovi paesaggi, l’avvicendarsi delle stagioni con il simbolico fiorire o lo spogliarsi degli alberi, i fatti che avvengono all’interno degli edifici con la convenzionale ‘apertura’ dei tetti delle case, il mutamento delle atmosfere col sole o la foschia. È una tecnica di racconto di grande modernità, quasi cinematografica. Esemplare, in questo genere, il Chōjūgiga (“Rappresentazioni umoristiche di animali”), i cui primi due volumi risalgono al XII secolo e sono tradizionalmente attribuiti al monaco Toba Sōjō.

Vi sono dipinte a inchiostro rane, volpi, scimmie e lepri impegnate in varie attività e qualcuno ha voluto vedervi una rappresentazione satirica delle abitudini di vita dei sacerdoti. Queste immagini richiamano subito alla mente gli animali antropomorfi di Walt Disney. Il terzo e il quarto rotolo sono databili al XIII secolo e in essi l’intento parodistico e critico è patente. Rappresentano infatti sacerdoti dediti a passatempi tutt’altro che edificanti, quali il gioco d’azzardo e i combattimenti di galli. Allo stesso autore vengono anche attribuiti lo Yōbutsu kurabe (“Gara fallica”), in cui uomini caricaturali mettono a confronto i propri membri eretti, coi quali gareggiano in varie prove di forza, e lo Hōhikassen (“Battaglia di peti”), in cui gli uomini si prodigano per produrre le più potenti emissioni d’aria possibili. Dal nome dell’autore di questi rotoli è derivato il termine tobae (immagine toba), usato in seguito per indicare questi disegni umoristici. Questa espressione appare per la prima volta in una pubblicazione del 1710, dove si fa cenno alla moda di decorare ventagli e fukusa (pezzi di tessuto per involti) con immagini di uomini deformati al punto da farli apparire come mostri.

[…] Nel periodo Kamakura (1192-1333) vennero prodotti rotoli illustranti anche argomenti e testi religiosi buddhisti: il Jigoku zōshi (“Rotolo dell’inferno”), il Gaki zōshi (“Rotolo degli spiriti famelici”), lo Yamai zōshi (“Rotolo delle sofferenze”). In essi, nonostante la serietà dei temi trattati e lo scopo, che era quello di ricordare agli uomini l’imperativo buddhista del non attaccamento ai beni mondani, lo stile è sempre grottesco e caricaturale, denunciando un approccio alla materia più umoristico che terrifico, il che lo avvicina ai moderni manga. In effetti, gli autori contemporanei Akiyama Jōji e Sugiura Hinako hanno attinto alle immagini delle sofferenze inflitte agli ‘spiriti famelici’, come rappresentate nel rotolo Gaki zōshi (dipinto nel XII secolo e attribuito a Tosa Mitsunaga), per le proprie scene infernali.

A partire dal XV secolo, compare spesso il tema dello hyakki yakō (parata notturna dei cento demoni), la prima volta trattato in un rotolo attribuito a Tosa Mitsunobu. Anche in queste rappresentazioni, a dispetto del soggetto da incubo, gli spiriti sono dipinti in modo allegro, nell’atto di suonare strumenti musicali, più giocosi che spaventevoli. Con tendenza più spiccatamente teratofila, Kyōsai riprenderà il tema in un grande paravento e in numerose stampe, negli anni 1870-80.

L’umorismo (con finalità seria) è poi una costante delle pitture zen (zenga) realizzate dai monaci nel periodo Edo (1600-1867). Soggetti preferiti sono i ritratti di Daruma (il semileggendario monaco indiano Bodhidharma, al quale si deve l’introduzione dello Zen in Cina) e di Hotei (ispirato dal monaco cinese Pu Tai e divenuto uno dei ‘Sette dèi della fortuna’), entrambi rappresentati in atteggiamenti buffi, tipici dell’approccio zen alla vita e scevri da qualsiasi componente blasfema. […] Anche se alcuni dei monaci zen avevano l’abitudine di far dono dei propri dipinti alla gente comune, per lo più le loro opere, come gli emakimono, erano destinate quasi esclusivamente alla ristretta cerchia dei religiosi e alle famiglie di samurai. Ma verso la metà del XVII secolo, a Ōtsu, località vicina a Kyōto, vennero prodotti in gran numero gli ōtsue (disegni di Ōtsu), che venivano venduti a tutti come souvenir di artigianato locale. Nati come amuleti buddhisti, essi divennero “uninhibited, secular cartoons with stock themes: beautiful women, demons in priests’ garb, and warriors”.

Quelli che possono considerarsi i primi manga propriamente detti compaiono nel periodo Edo, grazie all’adozione della tecnica xilografica con matrice in legno di ciliegio. Si trattava di serie di illustrazioni divertenti e giocose, rilegate fra loro a soffietto, il cui bassissimo costo ne rese possibile la diffusione fra il grande pubblico e che spaziavano dal fantastico al macabro e all’erotismo.

Per questa sua caratteristica e per la componente umoristica sempre presente nelle rappresentazioni di rapporti sessuali (chiamate anche waraie, cioè immagini per far ridere), l’ukiyo-e (immagine del mondo fluttuante) svolse appunto, nella cultura popolare di allora, la funzione dei manga di oggi, fra i quali ogni categoria sociale e gruppo di età possono trovare la pubblicazione che si addice loro. Dopo il 1752 venne edito un libretto di anonimo intitolato Tobae sangokushi (“Storia di tre Paesi in tobae”). Grazie a questo, tornarono in auge i tobae, che rimasero in seguito popolarissimi per tutta l’epoca moderna, durante la quale maestri dello stile classico yamatoe riprodussero fedelmente gli originali dei secoli precedenti. È il caso del pittore Morimaru Kube che, all’inizio del 1900, copiò un’opera del XVII secolo intitolata Naga makura shitone kassen (“Battaglia della stanza da letto”), in cui un samurai veniva rappresentato nell’atto di compiere grottesche imprese sessuali, con un’esagerazione degna della penna di Rabelais e che, in un rotolo senza titolo, parodiò, nel più tipico stile tobae (corpi magrissimi con gambe e braccia innaturalmente lunghe) l’unione di Izanagi e Izanami; o dell’anonimo suo contemporaneo, che replicò l’originale del XVIII secolo In yo kassen (“Battaglia fra l’uomo e la donna”). Queste caricature, in particolare le rappresentazioni di enormi genitali o le personificazioni degli stessi, tuttora utilizzate nei manga, hanno attraversato i secoli con la loro risata purificatrice, perpetuando “un divertimento sessuale da far sbellicare dalle risa persino gli dèi”. I kibyōshi (copertina gialla), che apparvero in seguito, erano veri e propri libretti di racconti umoristici per adulti, spesso con una spiccata vena satirica contro le autorità, che ne causarono più di una volta il sequestro.

Il termine ‘manga’ viene coniato nel 1814 da Katsushika Hokusai (1760-1849) e ha inizialmnete - come abbiamo detto - il significato letterale di ‘schizzi involontari’, ma con l’implicazione anche di ‘moralmente corrotti’.

I quindici volumi (di cui due pubblicati postumi) degli Hokusai manga, con le loro quattromila figure, costituiscono una summa di tutto quanto può essere disegnato. In essi sono contenute molte immagini umoristiche, però nessuna nello stile dei tobae. Tuttavia la loro moda era ormai talmente diffusa che l’artista, intorno al 1815, ne eseguì tre serie: sei chūban verticali, ottantaquattro piccoli chūban orizzontali e i trenta koban del Fūryū odoke hyakku (“Cento versi comici di moda”). Bisognerà comunque arrivare all’epoca Shōwa (1926-1989) perché il termine ‘manga’, nella sua attuale accezione, entri nell’uso comune.

Nella prima metà dell’Ottocento, come avviene in Occidente, compaiono anche in Giappone, sia pure utilizzando tecniche differenti, immagini satiriche nei confronti della classe dominante, cui si dedicano Hokusai e Utagawa Yoshitora (att. 1850-80 c.). In particolare, quest’ultimo fu imprigionato assieme all’editore, per una stampa che criticava burlescamente il governo di Tokugawa Ieyasu.

Nel 1862, l’inglese Charles Wirgman fondò a Yokohama la rivista satirica The Japan Punch, la cui pubblicazione proseguì per venticinque anni e influì sullo stile di molti autori giapponesi.

Fu proprio ispirandosi ad essa che Kyōsai, nel 1874, fondò l’Eshinbun Nipponchi, rivista di manga, coniando il termine ‘ponchi’ (da punch), per indicare le vignette di satira dell’attualità. Questo primo periodico di manga cessò però le pubblicazioni dopo il secondo numero. Di satira del costume attraverso il disegno si occupò anche Kobayashi Kiyochika (1847-1915), collaborando alla rivista Marumaru Chinbun, fondata nel 1877. Successivamente, nel 1887, il francese Georges Fernand Bigot collaborò alla fondazione del bisettimanale satirico Tobae. Dai due emigrati europei i Giapponesi appresero, oltre ad un certo tipo di satira sociale e politica, anche nuove tecniche di stampa, più rapide e meno costose, con l’utilizzazione di matrici in metallo, al posto di quelle in legno.

(continua nel prossimo numero)




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