Blanc de Chine
Le porcellane di Dehua

Scritto da Carla Gaggianesi www.lagalliavola.com -

L'origine del nome

Il nome “Blanc de Chine”, del tutto descrittivo, fu dato da due studiosi francesi nel 19° secolo allo scopo di descrivere la porcellana bianca che dalla Cina, veniva importata, in piccole quantità, in Europa dalla fine del 17° secolo. I cinesi, per le stesse porcellane, hanno sempre adottato il nome BAI CI (bai bianco; ci porcellana) per indicare quella finissima porcellana da loro sempre ammirata e preferita in quanto, pare, accostassero il colore alla giada bianca o all’avorio (sostituto della giada ma notevolmente meno costoso), si può addirittura supporre che il tono rosato di alcuni BdC, altamente apprezzato (anche se un po' macabro), fosse creato per simulare “l’avorio sangue” delle zanne di un animale appena ucciso.


La produzione

La produzione dei Blanc de Chine, era localizzata quasi esclusivamente nel sito di Dehua, provincia del Fujian, nella Cina Meridionale, dove sono stati identificati circa 180 forni, molti dei quali ancora in attività ai giorni nostri.

I vasai di Dehua, regione collocata in un entroterra povero, collinare, boscoso, con unico punto di riferimento il ricco porto di Quanzhou, ebbero l'oculatezza di non mettersi in competizione con la voluminosa produzione e qualità dei forni di Jingdezhen, sotto il controllo, ma soprattutto finanziati, dal palazzo imperiale, concentrandosi sulla produzione di BdC e sfruttando anche la particolare argilla, ricca di caolino, presente esclusivamente in quella zona .

Tecnicamente, della porcellana BdC, è sufficiente sapere che esiste una “coperta”, composta da minuscole particelle vetrose che, ad alte temperature, si fondono formando questo strato vetroso ed impermeabile (i ceramisti aggiungevano anche una parte di calcio e potassio per renderla ancora più amalgamabile al corpo dell’oggetto) e il “biscotto” composto da un materiale estremamente particolare: un corpo di caolino molto puro ottenuto da un’argilla di grande qualità sottoposta agli agenti atmosferici, per un periodo di depurazione, che durava dai 30 ai 40 anni. A questo proposito sono interessanti alcuni appunti di viaggio che Marco Polo scrisse dopo che nel 1292 scortò la principessa Mongola Cocachin in Persia e, fermatosi a Quanzhou, porto del Fujian, rimase strabiliato dall’enorme produzione di vasellame e dalla ricchezza della città, definendola enfaticamente come "la città più ricca della terra".

“…di questo posto non c’è niente da osservare tranne che le coppe, i vasi ed i piatti che vi sono prodotti. Essi utilizzano un certo tipo di terra presa da una sorta di miniera: viene ammassata ed esposta al vento, alla pioggia e al sole per 30/40 anni circa. Grazie a questo procedimento la terra si raffina ed è pronta per essere lavorata. Successivamente il vasellame viene cotto in forni o in fornaci. Nelle città sono vendute grandi quantità di questi manufatti e per ½ scellino veneziano si possono acquistare otto coppe di porcellana …..”. Da questo viaggio Marco Polo tornò con un vaso che è diventato l'emblema dei BdC prodotti per l'occidente e che ora si trova al Museo S. Marco di Venezia. Non si sa con certezza se Marco Polo sia realmente andato in Cina (questo perché chiamava le città cinesi con il nome persiano e non cinese); di conseguenza sono emerse due teorie che vorrebbero spiegare, come e perché questo vaso sia arrivato a Venezia: Marco Polo è realmente stato in Cina e lo ha portato con sé come offerta alla Cattedrale di S. Marco; oppure è arrivato da Costantinopoli come “bottino” di guerra durante la Quarta Crociata. Purtroppo, il manufatto conosciuto internazionalmente come "Marco Polo's Censer" e che ha dato il nome a questa tipologia di oggetti, un incensiere o bruciaprofumi a sezione ottagonale, viene ormai comunemente datato tra il 1675 e il 1725 (Epoca Kangxi), creando una certa incongruità con l'epoca del viaggio di Marco Polo, avvenuto ben 500 anni prima, declassando il mistero a semplice leggenda.

Attorno a Dehua troviamo quindi il maggior numero di forni in cui i BdC venivano cotti. Essi sono sempre esterni ai villaggi in quanto dovevano essere costruiti su delle colline, su un piano inclinato, comunicanti tra loro tramite una serie di aperture praticate sopra il suolo; queste aperture permettevano la circolazione dell’aria calda emanata dal fuoco e stabilivano quindi le temperature delle diverse camere in cui il forno era suddiviso. Le camere avevano quindi temperature differenti a seconda della loro posizione: si parla di una temperatura decrescente, dove la prima era la stanza più calda, per le porcellane e l’ultima la meno calda per le terrecotte (cosiddetti forni a banchina). La lunghezza dei forni dipendeva dalle temperature che si volevano raggiungere e, siccome erano necessari anche 1400°, si potevano trovare forni lunghi anche di 45/50 metri.

La temperatura era fondamentale per la perfetta riuscita di un BdC; doveva essere molto alta (1400°) e, non esistendo alcun apparecchio di controllo, il solo criterio usato dai ceramisti si basava sul colore delle fiamme che sprigionavano dal legno e dal carbone di alimentazione del fuoco. Da qui deriva l’impossibilità di ottenere un prodotto omogeneo. Infatti, più avanti, scopriremo come la tonalità di colore dipenda anche dalla temperatura di cottura. I tempi di produzione erano estremamente lunghi. Gli oggetti venivano disposti su ripiani di mattoni ben distanti tra loro per evitare qualsiasi contatto durante la cottura; il forno veniva costruito sugli oggetti, l'alimentazione del fuoco a legna o carbone prevedeva circa una settimana, il tempo necessario per la cottura degli oggetti e, infine, il raffreddamento del forno, che durava all'incirca tre giorni. Terminati tutti questi lunghi passaggi, il forno veniva demolito pezzo per pezzo e se ne estraevano gli oggetti cotti una prima volta. A questo punto, però, tutto il procedimento veniva ripetuto una seconda volta per invetriare il pezzo; di conseguenza si può supporre che per la realizzazione di un BdC occorressero all’incirca 2 mesi.


Le caratteristiche dei Blanc de Chine

Il bianco è sicuramente ciò che maggiormente colpisce in questi oggetti, essendo l’unico elemento di decoro dei Blanc de Chine. Per assurdo, il bianco non è mai bianco: il colore può variare in rapporto alla temperatura a cui vengono sottoposti gli oggetti, ma anche allo spessore e 0all'untuosità della coperta. Possiamo trovare un bianco avorio, talora rosato, traslucido, lucido madreperlato, metallico, un bianco definito “piuma d’oca” per delle venature paglierine che ricordano, appunto, il piumaggio dell’oca. Tuttavia questo ventaglio di sfumature corrisponde a dei criteri di qualità e non ad elementi di datazione: si sa, ad esempio, che i pezzi azzurrati possono essere più tardi ma, anche in questo caso, purtroppo, non esiste una regola assoluta.

La massima espressione artistica della porcellana Blanc de Chine si ottenne tra il 1563 e 1664, in epoca Ming, in coincidenza con la decisione governativa di aprire il porto di Yuegang al commercio legale con gli stranieri (1563) che, ovviamente, dette un enorme impulso ai commerci, per richiudersi un'altra volta con l'avvento della dinastia Qing, che aveva prevalso sulla dinastia Manciù, nel 1664, con il ripristino di un embargo totale.

Può sorprendere che questo tipo di ceramica sia apparso in una cultura in cui il bianco é legato ai rituali di morte e lutto, quindi, generalmente considerato infausto. Non é ben chiaro, ma sicuramente un grande impulso la porcellana di Dehua l'ottenne con un decreto imperiale del 1370, proprio all'inizio della dinastia Ming, il quale ordinava che, da quel momento in poi, tutti i vasi rituali dovessero imitare le forme arcaiche ed essere fatti in porcellana. Qualche decennio dopo, intorno al 1430, un decreto dell'imperatore Xuande, specificava e ricordava agli interessati che questa porcellana doveva essere bianca.

Non sono del tutto chiare le scelte della porcellana al posto del legno per i vasi rituali e ancora meno del bianco puro. Su questo ultimo dubbio si può avanzare l'ipotesi che la scelta del bianco può essere stata legata al nome della dinastia Ming, cioè "luce"o meglio "luminosità bianca".

Prendendo in considerazione la notevole quantità di oggetti religiosi presenti nell'arte dei Blanc de Chine e le loro ridotte dimensioni, possiamo supporre che i bruciatori d'incenso, i candelabri, i vasi di fiori e, soprattutto, le statuette votive destinate all'adorazione, che rappresentavano una varietà di divinità e santi, non erano stati creati per templi e monasteri (che esigevano dimensioni molto più grandi), ma per gli altari domestici delle famiglie e le sale di preghiera private buddhiste.


Come riconoscere un Blanc de Chine

Il tratto più caratteristico e qualificante è sicuramente il test del peso: un vero Blanc de Chine deve, in principio, essere pesante. Importante è anche lo spessore della coperta (ovvero la parte vetrosa che ricopre il pezzo) che deve essere traslucida, liscia, omogenea, senza craquelures e, siccome cotta ad alte temperature, deve formare un tutt’uno con la pasta stessa, tanto che risulti difficile distinguere dove finisce l’una ed inizia l’altra. Inoltre, guardando delle imitazioni, o dei pezzi tardi, si nota subito una differenza della vetrina; questo perché le imitazioni venivano cotte in forni molto più piccoli di quelli a banchina di Dehua e non potevano raggiungere l’alta temperatura richiesta. I ceramisti dovevano quindi aggiungere elementi chimici esterni al biscotto e alla vetrina stessa per tentare di avvicinarsi all’oggetto originale, ma questo faceva solo sì che la vetrina risultasse opaca, priva della lucentezza caratteristica dei pezzi di Dehua. Queste imitazioni hanno spesso un’apparenza farinosa, pastosa, annebbiata e non limpida e profonda.

Esistono poi piccole curiosità, suggerimenti tecnici, che possono aiutarci nella identificazione di un vero BdC, ma che, sicuramente non ci danno, da soli e senza una buona dose di esperienza, la certezza matematica. Parliamo, oltre al peso già detto in precedenza, che deve essere considerevole, di quelli che vengono chiamati: “colpi di fuoco”, ovvero delle fenditure alla base di oggetti voluminosi che, a volte, possono essere scambiati per imperfezioni del manufatto proprio perché simili a crepe. Queste fenditure, invece, nascono dalla necessità di poter portare l’oggetto a temperature molto alte in poco tempo senza che il corpo si deformi e, allo stesso tempo, di far sì che non si crei troppa differenza di temperatura tra la parte interna ed esterna dell’oggetto stesso. Da sottolineare quindi che la presenza di tali fenditure non va a compromettere la qualità del pezzo, anzi , in qualche modo ne convalida la datazione.

Altro elemento non trascurabile é la base, in modo particolare delle figure (Guanyin, Putai, Buddha, Da-mo, dignitari o gruppi di personaggi) che, per i pezzi antichi, in genere é cava, ruvida, rifinita a mano, mostrando a volte le impronte dello stesso vasaio. I manufatti più tardi hanno la base generalmente chiusa, con un foro centrale per lo sfiato nella cottura.


Artisti di Dehua

Sembra che tutte le fornaci fossero, e in buona parte lo sono ancora, delle imprese a livello famigliare. Gli artisti vasai provenivano dunque da queste famiglie e hanno consentito al loro clan di sfruttare la loro fama fino ai nostri giorni. I nomi delle famiglie più importanti e da noi conosciute sono alcune decine, tra le quali spiccano i lignaggi: Lin, Su, He, Chen, Zhang, Lai, Yan, ecc. ai quali sono appartenuti molti artisti famosi. Il più recente é Su Xuejin (1869 -1919), attivo nel periodo del tardo Qing. Firmava le sue opere con un sigillo detto "del pescatore abile" o Boji yuren, ma i suoi successori, nella famiglia Su, continuarono ad usare questo sigillo per diverso tempo, così che le figure con il marchio Boji yuren sono al giorno d'oggi piuttosto numerose. Certo che Su Xuejin non ci aiuta molto nella corretta identificazione dei suoi pezzi: oltre alla strana e curiosa scelta del sigillo del "Pescatore" essendo, come dicevamo, Dehua in una zona montagnosa, modellò e imitò anche un gran numero di statuette Ming, sulle quali mise un sigillo a forma di zucca dove si legge "Dehua" e un altro sigillo con il messaggio "fatto nell'era Wanli della Dinastia Ming grande", chiaramente apocrifo.

La famiglia He, ceramisti da tempo immemorabile, rivendica tra i suoi antenati il grande He Chaozong che senza dubbio é il più famoso artista di Deuha conosciuto. Era modellista molto esperto di figure in ceramica ed in modo particolare di Guanyin, che venivano firmate ma non datate (come spesso usavano gli artisti), quindi é solo ipotizzabile che avesse lavorato verso la metà del periodo Ming e vissuto forse tra il 1522 e il 1612.

Ci sono altri tre artisti che hanno firmato le loro opere in Blanc de Chine: Lin Chaojing, Chen Wei e Zhang Shoushan e ancora una volta, nessuna di queste firme é accompagnata da una data. Abbiamo invece, quasi fosse una scelta voluta, un certo numero di pezzi datati ma non firmati, in opposizione a pezzi firmati ma senza data!

Con l'avvento della Repubblica cinese nel 1912, Dehua perse molta produzione artistica per soddisfare la propaganda della rivoluzione proletaria, producendo una vasta serie di ritratti di grandi leaders ed eroi comunisti. Negli ultimi anni, Dehua vanta diverse centinaia di officine e fabbriche industrializzate e con l'utilizzo di forni elettrici. La produzione riguarda per la maggior parte piatti e tazzine a buon mercato per il mercato nazionale. Le immagini pie, le straordinarie Guanyin, i Putai, gli Arath, sono sostituite con soggetti folcloristici di scarso pregio al limite dell'irriverente, come la Guanyin con il vaso di ambrosia, dal quale gocciola vera acqua se, naturalmente, ci si preoccupa di riempire il serbatoio.

Solo alcuni discendenti delle grandi famiglie continuano a lavorare come prima, usando forni alimentati a legna o carbone, fabbricando stampi e finendo a mano i loro prodotti, ma ormai la loro linea produttiva consiste solo in repliche e pastiche di antichità.