Giappone e arti marziali
di: Temi Zen
A partire dal VII secolo, gli insegnamenti delle scuole zen forgiarono gran
parte dei criteri etici che tuttora distinguono le arti marziali giapponesi
dagli sport moderni.
I rituali ed alcune “regole” (kata
形稽), che attualmente ne rappresentano
gli stili risalgono invece al 1895, anno in cui nacque la “Grande Società Giapponese di Virtù Marziali” Dai Nippon Butoku Kai (大日本武徳会).
Anche se i nomi di molti stili sono recenti, alcune tecniche di combattimento
risalgono al VI secolo ed alcune armi sono ancora antecedenti, come ad es. lo
yumi (和弓, arco giapponese) già
menzionato nelle “Cronache dei tre Regni” (三国志
, testo storico cinese del III secolo).
Altrettanto antiche sono le origini degli insegnamenti zen che accompagnano le
arti marziali e che affondano le radici nel buddismo chan (禅, nato in Cina
nel V-VI secolo), nello shintoismo (神道, religione giapponese risalente al tardo periodo Jōmon
縄文時代, 1000-300 a.C.) e nel taoismo
(道教, dottrina nata tra il IV e III
secolo a.C.), con cui sia il chan che lo zen condividono i principi di
compassione (慈) , frugalità (儉), umilità (不敢為天下先), “armonia con la natura” e la legge di “causa ed effetto”.
Secondo i precetti buddisti ogni conflitto è generato dai "tre veleni"
avidità, odio ed illusione i quali, creando “brama ed attaccamento”, sono la
causa di ogni sofferenza.
Secondo il Brahmajālasūtra (梵網経
- 大乗仏教) coloro che prendono i voti
non dovrebbero compiere, favorire o assistere ad atti di violenza, procurarsi
o conservare armi, né approvare l'uccisione di altri in alcun modo; il primo
precetto buddista è l'astensione dal prendere la vita, umana o animale che sia
e le scritture affermano che il trasgressore subirà conseguenze karmiche
gravi, specialmente se l’azione fu consapevole, intenzionale o dettata da
ira.
Studiando questo sutra (契經), se ne
evinse che esistono “differenti modi di colpire e di uccidere” e che quindi le
conseguenze karmiche negative, proporzionali all’intento, nel caso di
ferimenti o uccisioni in seguito ad un’aggressione, dovessero essere
minime.
Alcuni versi del Mahāyāna Mahāparinirvāṇa Sūtra (大般涅槃經), tradotti in cinese dal monaco indiano Dharmakṣema (曇無讖, 385 – 436), consentono l'uso della violenza per la difesa del
“dharma” (legge cosmica, ordine cosmico) ed il
Bodhisattvabhūmi (菩薩地持經,
parte del Yogācārabhūmi-Śāstra
瑜伽師地論), che legittima l’atto di
uccidere per compassione, afferma che “un bodhisattva può assumersi il compito di uccidere colui che attenta alla
vita di altri bodhisattva”, purché questo avvenga con la coscienza di star compiendo un “utile sacrificio di sè”. Chi uccide deve possedere la consapevolezza che “togliendo la vita ad un essere senziente,”
egli peggiorerà il proprio karma, ma preserverà dal “naraka” (o
jigoku 地獄, sorta di
inferno/purgatorio buddista) l’ucciso, dato che quest’ultimo “non potrà più compiere alcuna azione malvagia”.
Nel corso dei secoli, nonostante il primo ideale buddista fosse il pacifismo,
i monaci e buddisti laici che compirono azioni violente trovarono
legittimazione nell’interpretazione dei sutra dai quali, al contempo, emersero
i “valori” a cui avrebbe dovuto riferirsi il monaco che, suo malgrado, fosse
stato costretto ad assistere ad atti violenti, a compierli o ad uccidere.
Durante tutto il periodo Asuka (飛鳥時代
, 538-710) l’imperatore Yōmei (用明天皇, regno 585–587) e suo figlio, principe Shōtoku (聖徳太子, 574-622) si prodigarono per diffondere gli insegnamenti buddisti e ne
applicarono i precetti alle leggi dell’impero giapponese; altrettanto fecero
l’imperatore Shōmu (聖武天皇, regno 724-749) e la consorte imperatrice Komyo (光明皇后, 701-756) che elessero il buddismo a “guardiano dello stato”.
Tuttavia, mentre i ceti colti abbracciavano le ideologie importate dalla Cina,
la maggior parte della popolazione praticava l’antico culto dei kami (神,
divinità shintoiste), che negli anni convisse sincreticamente con il
buddismo.
Sul finire del VII secolo in Giappone si contarono 545 templi e monasteri
buddisti, di cui sette nella sola città di Nara, a cui la corte imperiale
concedette per decenni ingenti finanziamenti. Durante tutto il periodo Nara
(奈良市, 710-794) il clero buddista si
dedicò a studi sempre più criptici ed inaccessibili, con conseguente
formazione di gruppi di potere all’interno dei templi, mentre i terreni dei
monasteri, in seguito alla riforma amministrativa del 701 (codice
Taihō 大宝律令),
crescevano a dismisura.
Per i contadini, desiderosi di sfuggire alle tasse e soprattutto al servizio
militare obbligatorio, divenne conveniente cedere la terra alle istituzioni
monastiche per poi coltivarle “in affitto” e si crearono nuove comunità,
composte da grandi e piccoli agricoltori, padroni e servi.
Il simbolo 侍, che in origine definiva “colui che serve”, “colui che sostiene”, è anche l’ideogramma della parola “samurai”, che tuttavia apparirà per la
prima volta solo nel 905, in un’antologia di poesia giapponese (Kokin Wakashū, 古今和歌集: creata per volere
dell’imperatore e monaco buddista Uda
宇多天皇, regno 887-897, fu pubblicata
solo dopo la sua morte).
Le circostanze che trasformarono gruppi crescenti di semplici contadini in
abili guerrieri vanno ricercate nel fallimento della leva obbligatoria imposta
dalla corte imperiale che, di fatto, creò un esercito di “cattivi soldati”.
Nel 792 la legge fu abolita e le truppe imperiali, che da quello stesso anno
reclutarono solo volontari, in breve tempo risultarono insufficienti a
garantire la sicurezza su tutto il territorio giapponese, specialmente nelle
zone più remote.
I contadini, che dovettero provvedere da sé alla difesa dei loro terreni, lo
fecero con ottimi risultati, al punto che i figli maschi di alcune famiglie,
specializzatesi in tecniche di combattimento “di montagna”, venivano arruolate
sistematicamente dai nobili e dalla casa imperiale per la sorveglianza delle
zone di confine.
Ricevettero sovvenzioni ed armi costose e chi dimostrava migliori abilità
riceveva titoli onorifici, premi ed altri incarichi di responsabilità,
specialmente in occasione di specifiche azioni militari.
Nell’806 il monaco chan Saichò (最澄
767-822) fondò, su modello della Scuola cinese Tiāntái (天台宗), la Scuola Tendai (天台宗) nel tempio Enryaku-ji (延暦寺) sul monte Hiei (比叡山), nei pressi
della nuova capitale del Giappone, Heian-kyō (平安京), l’odierna Kyoto (京都市).
La scuola ricevette il pieno sostegno dell’imperatore buddista
Kammu (桓武天皇, regno
781- 806) e dei suoi successori. Grazie alle generose sovvenzioni imperiali ed
al favore dei ceti aristocratici, il suo potere politico crebbe velocemente e,
mentre l’imperatore Saga (
嵯峨天皇; 786 – 842) aboliva
virtuosamente la pena di morte per onorare i precetti buddisti, i monaci della
Scuola Tendai vennero addestrati all’uso delle armi affinché le ricchezze dei
loro templi potessero essere adeguatamente difese.
Nel 970 il clero del tempio tendai Enryaku-ji istituì il primo esercito
permanente di monaci guerrieri (sōhei,
僧兵) del Giappone, seguito dal tempio
tendai Mii-dera (御井寺) che costituì un esercito analogo alcuni mesi dopo. L’addestramento dei
monaci differiva da quello dei samurai unicamente negli studi buddisti con cui
essi integravano le tecniche di combattimento e nella consapevolezza del
“male” rappresentato dalla violenza, specialmente se questo veniva inflitto
superando i confini tracciati dai precetti. La concentrazione necessaria ad un
combattimento efficace doveva essere assoluta ed “asettica”, affinché la
violenza fosse circoscritta e non degenerasse nella crudeltà ed affinché i
monaci guerrieri non si macchiassero di orribili colpe come la brutalità
conseguente all’ira, le torture o l’uccisione erronea di innocenti.
Gli sōhei erano monaci addestrati al combattimento (alcuni anche al combattimento a cavallo), esperti di arti marziali, armati con arco e frecce, pugnali, spade corte ed armi inastate (naginata 薙刀), incaricati di proteggere il monastero e gli interessi della scuola.
Si ritiene che inizialmente le armate dei templi fossero parzialmente
costituite da mercenari ma non ne esistono prove certe, mentre è un fatto
storicamente noto che, a partire dal 981, vi furono i primi conflitti armati
tra gli eserciti di Enryaku-ji e quelli di Mii-dera, al cui interno,
nonostante entrambi appartenessero alla Scuola Tendai, si erano create due
fazioni rivali.
Verso la fine del periodo Heian, la crescita della popolazione e la
diminuzione della produzione agricola portarono i tre grandi clan
Fujiwara (藤原氏), Taira (平氏) e Minamoto (源氏),
tutti legati alla famiglia imperiale, a competere per le risorse ed i terreni,
oltre che per la successione al trono imperiale, alimentando crescenti
tensioni. Ne scaturirono gravi conflitti i quali, sfociati in vere e proprie
rivolte armate, costrinsero infine anche i monaci guerrieri a combattere per
scopi che andavano ben oltre la difesa dei loro templi.
Quando, nel 1180, scoppiò la guerra Genpei (源平合戦 , 1180-1185), gli sōhei dei due grandi templi di Kyoto si trovarono su fronti opposti: i monaci della fazione Samnon, appartenenti al monastero Enryaku-ji, sostennero il clan Taira mentre gli sōhei del tempio Mii-dera (jimon) si schierarono con il clan Minamoto.
In quegli anni nacque la leggendaria amicizia tra il sōhei
Saitō Musashibō Benkei (西塔武蔵坊弁慶, 1155–1189) ed il generale Minamoto no Yoshitsune (源
義経, 1159 – June 15, 1189), le cui
vicende sono riportate nella terza sezione del racconto epico giapponese
Heike Monogatari (平家物語, XIV secolo).
Si narra che Benkei vagasse per Kyoto ogni notte sequestrando
le spade a samurai indegni, senza subire sconfitta alcuna, ma non riuscì a
battere Yoshitsune. Impressionato, Benkei ne diverrà il più fidato
servitore.
Durante la guerra Genpei, Yoshitsune sconfisse ripetutamente il clan Taira,
favorendo il consolidamento del potere di
Minamoto no Yoritomo (源頼朝, 1147-1199), suo fratellastro e futuro primo shogun del Giappone.
Come ricompensa Yoshitsune fu nominato governatore della provincia di Iyo
(伊予国, odierna prefettura di Ehime,
愛媛県) ed ottenne svariati titoli
onorifici dall’imperatore Go-Shirakawa (後白河天皇, regno 1155-1158), ma Yoritomo, invidioso, si oppose e ne ordinò
l’annullamento, distruggendo l’alleanza con Yoshitsune, che dovette fuggire.
Dopo aver lasciato Kyoto nel 1185, Yoshitsune fu ospitato dal governatore
Fujiwara no Hidehira (藤原秀衡, 1122? -1187), ma alla sua morte il giovane Fujiwara tradì Yoshitsune e
rivelò la sua presenza a Yoritomo, che fece circondare la residenza dalle sue
truppe per catturarlo.
Tutti i servitori di Yoshitsune furono uccisi, ma
Benkei riuscì a trattenerli, pur trafitto dalle frecce,
restando in piedi e sbarrando il passo agli assalitori, che non riuscirono a
raggiungere Yoshitsune prima che questi potesse trovare una morte onorevole
commettendo seppuku (切腹, suicidio
rituale giapponese).
Benkei, che per la sua lealtà ed il grande senso dell’onore divenne un eroe
popolare, viene spesso raffigurato con sette armi sulla schiena, che si narra
portasse sempre con sé: una spada (katana 日本刀), un'ascia larga (masakari
斧), una falce (kama 鎌), un martello di legno (hizuchi 槌),
un bastone di ferro (tetsubō
金棒), una lancia inastata (naginata
薙刀), una sega (nokogiri 鋸)
ed un rastrello (kumade
鉄熊手), armi che alcuni sōhei avevano
in comune con i samurai di provenienza contadina, mentre altri si avvalevano
di arco e frecce.
Va detto che, mentre i monaci guerrieri si distinguevano per l’appartenenza ad una precisa scuola buddista o ad un tempio, all’epoca non esistevano metodi di formazione o particolari requisiti per essere definiti “samurai”: la maggior parte dei giapponesi adulti di sesso maschile apparteneva a qualche organizzazione militare, grande o piccola e non vi erano particolari segni distintivi.
Provenienti da qualunque classe sociale, spesso di origine contadina, molti samurai erano autodidatti. Alcuni apprendevano le tecniche di combattimento nella cerchia famigliare, altri all’interno di un clan: tutti terminavano il loro addestramento cimentandosi in conflitti occasionali e guerre territoriali e la loro fama cresceva in base alla reputazione guadagnata sul campo di battaglia.
Un monaco di nome Eisai Myōan (明菴栄西, 1141–1215), sentendo la necessità di rinnovare la Scuola Tendai, eccessivamente politicizzata, negli anni 1168-1180 elaborò un percorso di graduale riforma delle dottrine, avvalendosi di nuovi sutra importati dalla Cina.
Fece tutto il possibile per promuovere i nuovi insegnamenti sia nel rispetto del clero tendai che della corte imperiale, ma i suoi sforzi non furono apprezzati ed i tradizionalisti lo osteggiarono con ogni mezzo. Quando infine perdette i favori dell’imperatore e fu costretto a lasciare Kyoto, ricevette il sostegno di Minamoto no Yoritomo che gli diede i mezzi per costruire il suo primo tempio, Shōfuku-ji (聖福寺) ad Hakata (博多区, Fukuoka 福岡市) e per fondare la sua propria Scuola Zen, che chiamerà Rinzai (臨済宗).
Nel 1199 Eisai partì per Kamakura (鎌倉市, prefettura di Kanagawa 神奈川県) dove
la casta dei samurai accolse con entusiasmo le tecniche zen.
A partire dal 1192 il Giappone era retto da un’oligarchia militare con sede
nella città di Kamakura (鎌倉市) la
quale, per volere della vedova di Minamoto Yoritomo,
Hōjō Masako (北条
政子, 1156-1225), nel 1200 divenne il
primo centro zen del Giappone, con sede nel tempio
Jufuku-ji (寿福寺).
Negli anni 1227-1230 un altro monaco di Scuola Tendai, Eihei
Dōgen (道元,
1200–1253), fondò la scuola zen Sōtō (曹洞宗) grazie alla protezione di un comandante samurai, il governatore di Kyoto
Hatano Yoshishige (波多野義重
, ?-1258).
Per volere di quest’ultimo, nel 1243, Dōgen presentò ad
aristocratici ed ufficiali del nuovo shogunato di Kamakura, riuniti nel tempio
di Rokuharamitsu-ji (六波羅蜜寺) di Kyoto, il trattato Kobutsushin (古佛
心 o “Mente del Buddha Eterno” ), parte della raccolta
Shōbōgenzō (正法限蔵, o “Custodia della visione del vero Dharma”).
Gli aristocratici e la classe militare dominante accettarono di buon grado gli
studi delle dottrine zen.
La meditazione offriva un metodo per calmare la mente, per acquisire forza ed
entrare in battaglia senza timore. Il concetto di “reincarnazione” indusse
molti samurai ad abbandonare la tortura e le uccisioni inutili, altri ad
avvalersi delle pratiche zen per migliorare le tecniche di combattimento.
Le filosofie zen, che nel corso del XIII e XIV secolo si diffusero in tutto il
Giappone, influenzarono la cultura dei samurai in modo irreversibile e la
maggior parte dei valori che contraddistinguerà la casta nei secoli
successivi, è ascrivibile a quelle influenze (fatta eccezione per i concetti
di sottomissione nei confronti del proprio “signore” e di riscatto dal
disonore mediante il suicidio, derivanti dal confucianesimo).
Durante tutto il periodo Muromachi (室町時代, 1336–1573) crebbe l’importanza della classe guerriera, che divenne
dominante, sia in ambito militare che politico. Un lungo periodo di conflitti
tra clan, lotte di successione e guerre territoriali fecero del Giappone un
grande campo di battaglia, finché le truppe di Oda
Nobunaga (織田
信長, 1534-1582),
Toyotomi Hideyoshi (豐臣秀吉, 1536-1598) e Tokugawa Ieyasu (徳川, 1543-1616) non ebbero la meglio sugli altri clan.
Nel 1591 Toyotomi Hideyoshi, successore di Oda Nobunaga e valoroso samurai di
umili origini, promulgò l’”Editto sul controllo sociale” (
身分統制 ), con il quale vietava ai
contadini di abbandonare i loro campi per impegnarsi nel commercio mentre ai
samurai era proibito diventare agricoltori o commercianti. Stabilendo una
serie di punizioni per i trasgressori, tracciò per la prima volta nella storia
del Giappone un confine invalicabile tra le due categorie.
La battaglia di Sekigahara (關ヶ原の戰い, 1600), seguita alla morte di Hideyoshi, portò l’ambizioso Tokugawa Ieyasu ad insediarsi nei suoi territori ed in seguito ad acquisirne il dominio assoluto, dando inizio allo shogunato Tokugawa (徳川幕府, 1600-1868) che regnerà sul Giappone per tutto il periodo Edo (江戸時代, 1603-1863).
Dopo il lungo periodo di conflitti, la priorità del governo
Tokugawa fu quella di creare strutture sociali equilibrate
che potessero prevenire nuovi scontri.
I samurai dovettero scegliere se vivere da contadini, rinunciando alle armi, o
se trasferirsi in città, divenendone “difensori” retribuiti.
I daimyō (大名, grandi proprietari terrieri) dovettero sottostare al controllo diretto dello shogunato risiedendo con le famiglie nella città di Edo (江戸, odierna Tokyo) ad anni alterni, in modo da non disporre dell’autonomia necessaria per organizzare rivolte nei feudi (han 藩); questo sistema amministrativo era chiamato sankin-kōtai (参勤交代).
La gerarchia sociale era ereditaria: alle classi più elevate (lo shōgun, i nobili di corte o kuge 公家 ed i daimyō) erano subordinate, su modello cinese, le quattro classi (身分制) del popolo; a samurai e contadini erano subordinati gli artigiani, seguiti dai mercanti (chōnin, 町人), a loro volta seguiti dagli “impuri” (burakumin 部落民 , o “contaminati dalla morte”, come carnefici, macellai, conciatori).
Dopo che lo shogunato Tokugawa soppresse la ribellione di Shimabara (島原の乱, 1637-1638), in Giappone non vi furono guerre per circa due secoli ed i
samurai affrontarono coraggiosamente il dilemma dell’inutilità di una classe
guerriera in tempi di pace.
Il tasso di alfabetizzazione, in particolare degli hatamoto (旗本, samurai di rango superiore) era molto elevato e, con più tempo a
disposizione, alcuni divennero istruttori di“arte della spada” (剣術) mentre altri si dedicarono esclusivamente agli studi per divenire
burocrati, amministratori o magistrati.
Molti samurai collezionavano libri, classici di letteratura, testi di
strategia, testi sacri ed ogni sorta di diari. Alcuni di essi si dedicarono
alla scrittura di saggi sull’arte del combattimento ed a partire dal XIX
secolo, alcuni testi furono tradotti in altre lingue e diffusi in Occidente.
Il termine “bushido” (武士道, definizione con cui vengono genericamente chiamati i valori fondamentali dei samurai), apparve per la prima volta nel “Kōyō Gunkan” (甲陽軍鑑), la cronaca delle imprese militari del Clan Takeda (武田氏).
I Takeda furono sconfitti da Oda Nobunaga nel 1582 ed il “Kōyō Gunkan” fu completato e pubblicato solo svariati anni dopo, grazie al samurai Obata Kagenori (小幡景憲, 1572–1663) il quale, dopo aver combattuto sotto Tokugawa Ieyasu fino al 1615, fondò la Scuola di Studi Militari di Koshu (甲州流軍学), che rimase operativa fino alla fine del periodo Edo.
Nel 1632 fu pubblicato il testo in tre parti “Heihō Kadensho” (兵法家伝書, lett: “Libro ereditario sull’arte della guerra”), scritto nel 1632 dallo spadaccino di fede buddista Yagyū Munenori (柳生 宗 矩, 1571-1646), che fu istruttore e consigliere dello shogun Tokugawa Iemitsu (徳川 家光, in carica 1623 – 1651). Nella prima parte, "La spada che uccide" (殺人刀), Munenori esaminò l’argomento della forza come strumento per affrontare disordine e violenza; nella seconda, “La spada che dà la vita", (活人剣) caldeggiò la prevenzione dei conflitti mentre nella terza parte, "Nessuna Spada” o “Senza spada" (無刀), incoraggiò a sfruttare le risorse ambientali per avvantaggiarsi negli scontri.
Gradualmente nacquero le prime teorie sulla messa in pratica di concetti come katsujin-ken (活人剣, lett. “spada vivificante” o “spada che non colpisce con l’intento di uccidere”).
Un grande contributo alla diffusione di questi concetti fu dato dal monaco zen rinzai Takuan Sōhō (沢庵宗彭, 1573-1646), abate del tempio Tokaiji (東海寺, 品川区 di Edo), costruito appositamente da Tokugawa Iemitsu affinché il monaco risiedesse poco lontano dalla sua dimora.
Takuan Sōhō pubblicò più di cento poemi, tra i quali un
trattato in tre parti su filosofia buddista ed arti marziali, tradotto in
italiano con il titolo “La mente senza catene - Scritti di un Maestro Zen a un Maestro di
Spada”.
Nei tre scritti "La Saggezza Immutabile" (不動智神妙錄), "Il tintinnio cristallino delle gemme" (玲瓏集) ed "Annali della Spada Taia" (太阿記), egli citò antichi sutra buddisti, testi confuciani, scritti e kōan di
monaci chan, versi dei grandi poeti Tang, estratti dell’“Ise monogatari” (伊勢物語) nonché le riflessioni di
rinomati monaci buddisti giapponesi, sia di scuola zen
Rinzai che delle scuole Jōdo (浄土宗) e Shingon (真言宗).
Takuan rielaborò millecinquecento anni di saggezza orientale
nell’intento di addestrare menti avvezze alla guerra ad un impiego consapevole
della violenza.
Anche il celebre spadaccino Miyamoto Musashi (宮本
武蔵, c. 1584-1645) affronta in alcuni
scritti argomenti inerenti alla gestione della violenza, in particolare nel
“Libro del Vuoto”, quinto capitolo del trattato su arti marziali ed
arte della spada - “Il libro dei cinque anelli” (五輪の書), nel quale i 5 anelli corrispondono ai 5 elementi buddisti (五大).
Nel “Libro del vuoto” Musashi si riferisce al “vuoto del senso di sé ”,
tema ricorrente nell’insegnamento zen, che promette l’illuminazione solo a chi
persegue strenuamente il distacco dai propri obiettivi. L’argomento viene
introdotto dal secondo capitolo, il “Libro dell’Acqua”, dedicato alla
flessibilità ed all’equilibrio con cui ogni persona dovrebbe affrontare gli
eventi, mentre il “Libro della Terra”, il “Libro del Fuoco”
ed il “Libro del Vento” si riferiscono a tecniche di combattimento
vere e proprie, della scuola di Musashi (Niten Ichi-ryū,
二天一流) e di altre scuole di spada
dell’epoca.
Oltre a quelli citati, tra i libri sul tema delle arti marziali troviamo “Hagakure”
(葉隠, raccolta di appunti e commenti
sulla vita, le scelte e l’etica del samurai), scritta dal monaco zen Sōtō ed
ex samurai Yamamoto Tsunetomo (山本
常朝, 1659–1719).
Per tutto il periodo Tokugawa, i samurai ed i loro discendenti custodirono le
tecniche delle arti marziali e molti si dedicarono all’insegnamento, spesso
istituendo scuole private e dojo (道場),
ad Edo ed in altre province del Giappone. Lontane dagli occhi del mondo, le
tradizioni giapponesi restarono intatte per oltre due secoli.
Tutto cambiò radicalmente nel 1852, quando il presidente USA Millard Fillmore (in carica 1850-1854) decise di utilizzare la “diplomazia delle cannoniere” (砲艦外交) per porre fine all’editto Sakoku (鎖国令, lett: "paese blindato", "rinchiuso") del 1635, in base al quale fu decretata la pena capitale per chiunque tentasse di entrare o uscire dal Giappone senza autorizzazione. L’8 luglio 1853 apparvero nella baia di Edo 4 navi da guerra comandate dal commodoro Matthew Perry (1794-1858), che palesarono l’irrefutabile arretratezza dell’apparato bellico giapponese.
Seguirono i 15 anni del bakumatsu (幕末, lett. “fine del bakufu” 幕府, fine dello shogunato) che furono segnati da una serie di guerre civili e videro il Giappone accettare la riapertura dei porti, la modernizzazione dell’esercito ed il consolidamento di rapporti commerciali fino ad allora osteggiati.
Tokugawa Iesada (徳川家定, shōgun 1853-1858), oltre a stipulare accordi con USA e Regno Unito (Convenzione di Kanagawa
神奈川条約 ,
Trattato d’amicizia anglo-giapponese
日英和親条約,
Trattato di Harris
日米修好通商条約), chiese consulenze ai
francesi che, dopo i successi ottenuti nella guerra di Crimea del 1853-1856,
erano considerati i migliori esperti militari dell’epoca.
Nel 1863 l’imperatore Kōmei (孝明天皇
, regno 1846-1867) sfidò apertamente i Tokugawa ed intraprese una serie di
azioni (campagna di Shimonoseki
下関戦争, 1863-1864) atte a sconfiggere
le flotte navali degli alleati occidentali dello shogunato, decretando inoltre
che tutti gli stranieri dovessero abbandonare il paese (攘夷勅命, lett.: ordine di espulsione dei barbari).
L’imperatore ricevette l’appoggio dei samurai del Dominio di Chōshū (長州藩), i cui governanti, discendenti dal clan avversario Mōri, attendevano da 250 anni l’occasione per vendicarsi dello shōgun. Tuttavia il tentativo di opporsi agli occidentali fallì e coloro che combatterono attivamente gli stranieri vennero giustiziati (purghe di Ansei 安政の大, 1858-1860), per ordine del tairō (大老, “grande anziano”) Ii Naosuke (井伊直弼, reggente dello shogunato Tokugawa negli anni 1846-1860).
Il bakumatsu terminerà nel 1869, alla fine della guerra civile Boshin (戊辰戦争, 1868-1869), un conflitto via terra e via mare tra le armate dello shōgun Tokugawa Yoshinobu (徳川慶喜, in carica 1866-1868) e quelle dei clan giapponesi favorevoli al ripristino del governo imperiale.
La sconfitta finale dello shogunato Tokugawa segnò il definitivo trasferimento del potere politico all’imperatore Meiji (明治天皇, regno 1868-1912) il quale in seguito abbandonò radicalmente il suo progetto di espulsione degli stranieri dal Giappone per adottare una politica di strenua modernizzazione.
Grazie all’intercessione del samurai Saigō Takamori (西郷隆盛[隆永], 1828–1877, uno dei “Tre grandi nobili” della Restaurazione Meiji (維新の三傑) e leader della fazione imperiale, i samurai fedeli allo shogun Tokugawa ricevettero clemenza e molti furono successivamente assegnati a posizioni di responsabilità all’interno del nuovo governo.
Il 10 gennaio 1873 l'imperatore Meiji abolì ufficialmente le forze armate
tradizionali a favore di un esercito più moderno, in stile occidentale, con
arruolamento mediante coscrizione (徴兵令) e, sempre nel 1873, fu abolita anche la trasmissione ereditaria del titolo
di samurai.
Il 28 marzo 1876 i samurai persero il diritto di indossare la katana in
pubblico (廃刀令editto di
Haitōrei), oltre a quello di giustiziare chi mancasse loro di
rispetto e di conseguenza molti si arruolarono come volontari nelle armate
Meiji. La maggior parte dei samurai che intrapresero la carriera militare,
“altamente motivati, disciplinati ed eccelsamente addestrati”, entrò a far
parte dei più alti ranghi dell'Esercito Imperiale Giapponese
(大日本帝国陸軍) e divenne parte delle
forze militari d’elite.
Nel 1876 fu decretata anche l’abolizione dello stipendio fisso dei samurai,
risalente al periodo Edo (秩禄処分, “Disposizione Chiroku”) e tutti i membri della casta che non si erano arruolati dovettero
fronteggiare un’inattesa povertà.
Il crescente malcontento sfociò in una serie di ribellioni, in particolare nel
Giappone occidentale e nella penisola di Kyūshū (九州).
Nel 1877, sotto la guida di Saigō Takamori, un’armata di
12.000 samurai affrontò l’Esercito Imperiale (che schierò il doppio dei
soldati e disponeva di artiglieria moderna) nella battaglia di Satsuma (西南戦争, 1877), che comportò ingenti perdite di vite umane e si concluse con la
sconfitta definitiva dei samurai.
L’occidentalizzazione del Giappone era ormai irreversibile ed onnipresente: nuovi modelli sociali vennero applicati ad istituzioni governative, tribunali, sistemi penitenziari, scuole, fabbriche, cantieri, ospedali ed imprese, secondo il motto “paese ricco, esercito forte” (富国強兵). Tra il 1874 ed il 1899 furono assunti oltre 2000 consulenti stranieri (お雇い外国人) impiegati sia nel settore pubblico che in quello privato.
Per mantenere le promesse di preservazione dell’identità nazionale (Kokutai 国体), i Genrō resuscitarono il concetto di “divinità dell’imperatore”, risalente al periodo Yayoi (弥生時代, 1.000 a.C. – 300 d.C), epoca in cui le famiglie reali ed i nobili rivendicavano la discendenza diretta da un kami (神).
Tuttavia, affinché il “culto dell’imperatore”, che vede quest’ultimo
discendente diretto dalla dea del Sole, Amaterasu (天照大神), fosse efficace, si rese necessario il rinnovamento del ruolo dello
shintoismo (神道, religione tradizionale
giapponese di cui Amaterasu era una delle divinità principali).
Per farne un veicolo efficace per il nazionalismo giapponese venne coniato il
termine “shintoismo di stato” (国家
神道, 1871-1946, che distingueva la
propaganda nazionalista 国粋主義 , dallo
shintoismo tradizionale 神道).
Nel 1889 venne pubblicata la Costituzione Meiji (明治憲法, 1889-1946) che istituiva la Dieta Imperiale (帝國議会, 1889-1947), composta dalla Camera dei Rappresentanti (衆議院, creata sul modello della Camera dei Lord inglese e del Herrenhaus prussiano) e dalla Camera dei Pari (貴族院), organo legislativo del Giappone.
La Dieta aveva facoltà di approvare la legislazione del governo, di avviare leggi, fare dichiarazioni al governo e presentare petizioni all’Imperatore, che ufficialmente deteneva il potere supremo a causa della sua discendenza divina.
Tuttavia, nel sistema culturale creato attorno alla figura “divina” dell’imperatore, il vero potere restò nelle mani degli oligarchi di Satsuma (薩摩藩) e Chōshū (長州藩), rappresentato dai Genrō (元老, o anziani di stato). In veste di consiglieri, essi prendevano tutte le principali decisioni (che l’imperatore aveva solo facoltà di sottoscrivere ed annunciare). La politica estera mirava al conseguimento di posizioni politico-militari in grado di competere con le principali nazioni occidentali, ma non a scapito dell’identità nazionale, custodita dai valori tradizionali giapponesi. La parola bushido (武士道) divenne sinonimo di “nazionalismo militare”.
Nel 1895, anno in cui il Giappone sconfisse la Cina nella prima guerra sino-giapponese (甲午戰爭, 1894-1895), ricorreva anche il 1100° anniversario della città di Kyoto (ex Heian-Kyo 平安京), nella quale l’imperatore Kammu (桓武天皇, regno 781-806), nel 794 fece costruire un dojo perché i nobili potessero allenarsi nel tiro con l’arco e con la spada.
In occasione dell’anniversario, l’abate del Santuario Heian (平安神宮, ricostruito in onore dell’anniversario), gli ex samurai
Takamichi Tanaka (田中貴道, 1848-1924, capo del dipartimento di polizia di Kyoto),
Chiaki Watanabe (渡辺千秋, 1843-1921, aristocratico e governatore di Kyoto) ed alcuni ufficiali della
polizia di Kyoto, proposero di costituire un’associazione per la promozione
del Budō (武道, “via
marziale”) su larga scala.
Già da tempo l’addestramento dei corpi di polizia comprendeva, oltre al
kenjutsu (剣術 o "arte della spada"), anche l’insegnamento del taiho-jutsu (逮捕
術 o “arte dell’arresto”), un’arte marziale mista creata
appositamente per le esigenze della polizia che abbina tecniche di autodifesa
(principalmente jūjutsu, 柔術)
all'uso di armi non letali, come il “jutte” (juttejutsu ,
十手術), uno strumento corto, simile ad
un manganello) e la corda (hojōjutsu,
捕縄術).
L’imperatore Meiji acconsentì alla ricostruzione del
Butokuden (武徳殿,
“Sala delle Virtù marziali”) di Kyoto affinché divenisse sede della
nuova associazione Dai Nippon Butoku Kai (大日本武徳会, lett: “Grande Società Giapponese di Virtù Marziali”), incaricata
di consolidare, promuovere e standardizzare le discipline delle arti marziali
esistenti in Giappone.
Il principe Komatsu Akihito (小松宮彰仁親王, 1846–1903), all’epoca Comandante dell'Esercito Imperiale, ne divenne il
primo presidente.
La costruzione del Butokuden terminò nel 1899 ed il Dai Nippon Butoku Kai,
prima istituzione statale, nonché ente certificatore, per la formazione e lo
studio delle discipline marziali, divenne in breve tempo il punto di
riferimento dei massimi esperti giapponesi.
Vennero organizzate mostre annuali sul tema delle arti marziali e
competizioni; fu creata una esposizione di armi classiche ed equipaggiamento
militare, nonché un archivio con le certificazioni rilasciate alle scuole
ammesse e la pubblicazione di una rivista sulle arti marziali.
A partire dal 1902 ai partecipanti dei tornei annuali furono assegnati titoli
onorifici:
Renshi (錬士,
れんし, “esperto”)
Kyoshi (教士,
きょうし, “maestro”)
Hanshi (範士,
はんし, “grande maestro”)
Meijin (名人,
めいじん, “maestro supremo”: solo 12
maestri ricevettero questo titolo, che nel 2012 fu abolito).
Fu inoltre applicato il sistema dei Dan (段, lett:
“livelli”) inventato da Kanō Jigorō (嘉納
治五郎, 1860–1938, direttore del
ministero dell’educazione 文部省 negli
anni 1898-1901, poi membro del Comitato Olimpico Internazionale dal
1909 al 1938).
Fu istituito un gruppo di arbitri incaricati di stabilire le regole per i
kata (形稽, formazioni,
sequenze di movimenti e posizioni ottimali per l’esecuzione degli stili) e per
le competizioni delle discipline praticate, che allora erano Kendō (剣道), Judō (柔道 ), Naginata-do (薙刀術) e Kyūdō (弓道).
Gli arbitri erano altresì responsabili della modernizzazione e della
diffusione delle arti marziali nel resto della nazione.
Furono istituite filiali del Butoku Kai in tutte le
prefetture del Giappone e nel 1905 nacque a Kyoto una scuola di alto livello
per la formazione di istruttori di arti marziali, destinati all’insegnamento
nelle scuole, a partire da quelle secondarie.
Nel 1912 il centro di formazione fu chiamato “Bujutsu Semmon Gakkō” e nel 1919 ricevette il nome definitivo
Budō Semmon Gakkō (武道専門学校).
Nel 1930 il registro nazionale delle arti marziali del Giappone elencava più
di tre milioni e mezzo di cinture nere e circa duecentocinquanta graduati
“Kyoshi” nelle varie discipline.
Durante la seconda guerra mondiale il Dai Nippon Butoku Kai fu statalizzato e direttamente subordinato al Governo Imperiale Giapponese.
Il 15 dicembre 1945 fu abolito lo “shintoismo di stato” e furono proibiti i
riti militaristici o ultra-nazionalisti (tra cui le arti marziali).
La Costituzione giapponese del dopoguerra (日本国憲法), avviata dal primo ministro Kijūrō Shidehara (幣原喜重郎, in carica 1945–1946) nell’ambito di un progetto di collaborazione con gli
alleati, conteneva una "clausola” di smilitarizzazione che impegnava allo
smantellamento di qualsiasi forza armata giapponese ed anche il
Dai Nippon Butoku Kai dovette cessare ogni attività.
Tuttavia gli Stati Uniti, preoccupati dagli sviluppi della
guerra civile cinese (国共内战,
1945-1950) e dalle tensioni causate dalla divisione della Corea (한반도
분단, 1945), rividero le loro decisioni,
ridimensionarono la smilitarizzazione e fecero pressioni sul governo
giapponese affinché ricostituisse il suo esercito come baluardo contro il
comunismo in Asia.
Nel 1949 il generale Mac Arthur (in carica 1903–1964)
riconsegnò alcune posizioni di potere a funzionari giapponesi e l'occupazione
gradualmente volse al termine, fino a concludersi con il
Trattato di San Francisco (サンフランシスコ条約), firmato l'8 settembre 1951.
Nel 1952, per volere del principe Kaya Tsunenori (賀陽宮恒憲王
1900 – 1978, membro della Famiglia Imperiale), nacque la
Federazione Internazionale di Arti Marziali (国際武道連盟, IMAF) con sede a Tokyo, che promosse lo sviluppo delle
arti marziali in tutto il mondo.
Sempre nel 1952 fu fondata l'Associazione di Kendō Giapponese (全日本剣道連盟, Zen Nippon Kendō Renmei), per la promozione e la
diffusione di kendō, iaidō (居合道) e
jōdō (杖道) nella loro attuale veste di
strumento educativo.
Nel 1953 una nuova società rilevò il nome “Dai Nippon Butoku Kai” con il proposito di preservare le illustri virtù e le tradizioni marziali che furono proprie di questa associazione. Il nuovo DNBK, oltre al ripristino delle culture marziali classiche ed antiche, si prefisse la promozione di ideali filosofici e umanitari attraverso la diffusione dei valori del Budō.
Sebbene la nuova organizzazione abbia fatto richiesta di riconoscimento ufficiale presso il governo giapponese fin dal 1953, la richiesta è stata respinta fino al 2012, perché osteggiata da altre federazioni (Associazione Giapponese Kendō 全日本剣道連盟 e Associazione Giapponese Judo 全日本柔道連盟), che avevano precedentemente rilevato le strutture e le gestioni territoriali avviate dalla gestione originale del Dai Nippon Butoku Kai.
Nel 1974 il DNBK avviò la sua espansione all’estero: attualmente è rappresentata in Canada, Regno Unito, Italia, Belgio, Portogallo, Israele, Ungheria, Russia, Germania, Spagna, Malta, Francia, Stati Uniti, Australia, Romania, Svizzera, Armenia, Cile, Grecia, Gibilterra, Austria e Nepal.
Nel 1968 nacque anche l’Associazione Giapponese del Budō
(日本武道学会) con sede a Tokyo, con lo
scopo di condurre ricerche scientifiche sulle arti marziali e diffondere i
perfezionamenti delle ricerche accademiche a livello nazionale.
Sempre a Tokyo, nel 1977 venne fondata un’organizzazione “per la sorveglianza
ed il controllo delle arti marziali”, il
Concilio per le Arti Marziali del Giappone (日本武道協議会), che controlla le nove federazioni giapponesi delle arti budō:
- Federazione Giapponese Sumo (日本相撲連盟)
- Federazione Giapponese Judo (全日本柔道連盟)
- Federazione Giapponese Kendō (全日本剣道連盟)
- Federazione Giapponese Kyūdō (全日本弓道連盟)
- Federazione Giapponese Karate (全日本空手道連盟)
- Federazione Giapponese Naginata (全日本なぎなた連盟)
- Federazione Shorinji Kempo (少林寺拳法連盟)
- Federazione Giapponese Jūkendō (全日本銃剣道連盟)
-
Fondazione Aikikai (合気会, per la
diffusione dell’Aikidō)
Fa parte del Concilio anche la Fondazione Nippon Budōkan (日本武道館), che gestisce il palazzetto multifunzionale di Tokyo, costruito per ospitare le gare di jūdō delle Olimpiadi del 1964 e nel quale si svolgono i campionati annuali di arti marziali.
Negli anni ‘70 vi fu un ritorno al culto delle arti marziali tradizionali
dette Kobudō (古武道,
“antiche arti marziali”) o Koryu (古流, "vecchio stile"), riferito agli stili delle scuole antecedenti
alla Restaurazione Meiji del 1868.
Dall’esigenza di catalogare quelle ancora esistenti, nacque, nel 1979, il
Nihon Kobudo Kyokai (日本古武道協会, o “Nihon Kobudo Kyoukai”, lett: "Associazione delle arti marziali tradizionali del Giappone") che iniziò un meticoloso lavoro di ricerca sul territorio.
Lo scopo dell'associazione era quello di preservare e promuovere gli stili
meno conosciuti delle antiche arti marziali, valorizzandone le differenze dopo
aver verificato l’autenticità delle loro origini.
Il Nihon Kobudo Kyokai aveva requisiti di ammissione molto severi ed effettuò
controlli rigorosi sull’identità e sulla provenienza delle scuole che ne
richiesero la certificazione. Gli storici del Kobudo Kyokai controllarono
scrupolosamente che i maestri di riferimento degli stili fossero
effettivamente vissuti nelle epoche dichiarate e che fossero realmente
combattenti famosi.
La profilazione fu effettuata attraverso lo studio dei rotoli tradizionali
(巻物 makimono) e delle licenze
(免許, menkyo) presentati dai
richiedenti. Rotoli, libri e registri antichi, che per tradizione si
tramandano agli eredi, vennero datati e classificati per poi essere
autenticati e catalogati.
Pubblico dominio, Library of Congress. La visione integrale è disponibile a questo link:
https://lccn.loc.gov/2021670742
Le scuole finora ufficialmente riconosciute dal Nihon Kobudo Kyokai sono le seguenti:
- Ryūshin Katchu-ryū Jujutsu (柳心介冑流柔術)
- Shosho-ryū Yawara (諸賞流和)
- Iga-ryū Ha Katsushin-ryū Jujutsu (為我流派勝新流柔術)
- Kiraku-ryū Jujutsu (気楽流柔術)
- Tenjin Shinyo-ryū Jujutsu 1 (天神真楊流柔術)
- Tenjin Shinyo-ryū Jujutsu 2 (天神真楊流柔術)
- Hasegawa-ryū Yawarajutsu (長谷川流和術)
- Daito-ryū Aikijujutsu (大東流合気術)
- Kito-ryū Jujutsu (起倒流柔術)
- Daito-ryū Aikijujutsu Takumakai (大東流合気柔術琢磨会)
- Shibukawa-ryū Jujutsu (渋川流柔術)
- Shingetsu Muso Yanagi-ryū Jujutsu (心月無想柳流柔術)
- Hontai Yoshin-ryū Jujutsu (本體楊心流柔術)
- Takagi-ryū Jujutsu • Kukishin-ryū bojutsu (高木流柔術 • 九鬼神流棒術)
- Sekiguchi Shin Shin-ryū Jujutsu (関口新心流柔術)
- Takenouchi-ryū Jujutsu Koshi-no-mawari Kogusoku (竹内流 柔術腰廻小具足)
- Takenouchi-ryū Jujutsu Hinoshita Toride Kaisan (竹内流 柔術日下 捕手 開山)
- Shibukawa Ichi-ryū Jujutsu (渋川一流柔術)
- Bokuden-ryū Kenjutsu (卜傳流剣術)
- Mizoguchi-ha Itto-ryū Kenjutsu (溝口派一刀流剣術)
- Hokushin Itto-ryū Kenjutsu (北辰一刀流剣術)
- Kashima Shinto-ryū Kenjutsu (鹿島新當流剣術)
- Kogen Itto-ryū Kenjutsu (甲源一刀流剣術)
- Tenshin Shōden Katori Shintō-ryū Kenjutsu (天真正伝香取神道流剣術)
- Tatsumi-ryū Heiho (立身流兵法)
- Kashima Shinden Jikishinkage-ryū (鹿島神傳直心影流)
- Ono-ha Itto-ryū Kenjutsu (小野派一刀流剣術)
- Shindo Munen-ryū Kenjutsu (神道無念流剣術)
- Kurama-ryū Kenjutsu (鞍馬流 剣術)
- Tennen Rishin-ryū Kenjutsu (天然理心流剣術)
- Yagyu Shinkage-ryū Heiho Kenjutsu (柳生新陰流兵法剣術)
- Shingyoto-ryū Kenjutsu (心形刀流剣術)
- Shojitsu Kenri Kataichi-ryū Kenjutsu (初實剣理方一流剣術)
- Hyoho Niten Ichi-ryū Kenjutsu[1] (兵法二天一流剣術)
- Noda-ha Niten Ichi-ryū Kenjutsu (野田派ニ天一流剣術)
- Unko-ryū Kenjutsu (雲弘流剣術)
- Taisha-ryū Kenjutsu (タイ捨流剣術)
- Jigen-ryū Hyoho Kenjutsu (示現流兵法剣術)
- Nodachi Jigen-ryū Kenjutsu (野太刀自顕流剣術)
- Hayashizaki Muso ryū Iaijutsu (林崎夢想流居合術)
- Muso Jikiden Eishin-ryū Iaijutsu (無雙直傳英信流居合術)
- Tamiya-ryū Iaijutsu (田宮流居合術)
- Suiō-ryū (水鷗流 居合 剣法)
- Hoki-ryū Iaijutsu (伯耆流 居合術)
- Enshin-ryū Iai Suemonogiri Kenpo (円心流居合据物斬剣法)
- Kanshin-ryū Iaijutsu (貫心流居合術)
- Shojitsu Kenri Kataichi-ryū Katchu Battojutsu (初実剣理方一流甲冑抜刀術)
- Kanemaki-ryū Battojutsu (鐘捲流抜刀術)
- Sekiguchi-ryū Battojutsu (関口流抜刀術)
- Owari Kan-ryū Sojutsu (尾張貫流槍術)
- Fuden-ryū Sojutsu (風伝流槍術)
- Hozoin-ryū Takada-ha Sojutsu (宝蔵院流高田派槍術)
- Saburi-ryū Sojutsu (佐分利流槍術)
- Muhi Muteki-ryū Jojutsu (無比無敵流杖術)
- Shindo Muso-ryū Jojutsu (神道夢想流杖術)
- Chikubujima-ryū Bojutsu (竹生島流棒術)
- Toda-ha Buko-ryū Naginatajutsu (戸田派武甲流薙刀術)
- Tendo-ryū Naginatajutsu (天道流薙刀術)
- Jikishinkage-ryū Naginatajutsu (直心影流薙刀術)
- Yoshin-ryū Naginatajutsu (楊心流薙刀術)
- Higo koryū Naginata (肥後古流薙刀)
- Ryūkyu Kobujutsu (琉球古武術)
- Wadō-ryū Jujutsu Kenpō (和道流柔術拳法)
- Itosu-ryū Karate (糸州流空手)
- Ryūkyu oke Hiden Motobu Udonde (琉球王家秘伝武術本部御殿手)
- Kingai-ryū Karate Okinawa Kobujutsu (金硬流唐手沖縄古武術)
- Okinawa Goju-ryū Bujutsu (沖縄剛柔流武術)
- Yagyu Shingan-ryū Katchu Heiho (柳生心眼流甲胄兵法)
- Yagyu Shingan-ryū daijutsu (柳生心眼流體術)
- Seki-ryū Hojutsu (関流砲術)
- Morishige-ryū Hojutsu (森重流砲術)
- Yo-ryū Hojutsu (陽流砲術)
- Araki-ryū Kenpo (荒木流拳法)
- Araki-ryū Gunyo Kogusoku (荒木流軍用小具足)
- Negishi-ryū Shurikenjutsu (根岸流手裏剣術)
- Ogasawara-ryū Kyubajutsu (小笠原流弓馬術)
- Nito Shinkage-ryū Kusarikamajutsu (二刀神影流鎖鎌術)
- Takeda-ryū Aiki no jutsu (武田流合気之術)
- Yagyu Shingan-ryu Gekikai Kobudo (Brazil)
- Shindō Yōshin ryū
Nel 2008 la Fondazione Nippon Budōkan diffuse in lingua inglese le linee guida per la pratica delle arti marziali giapponesi e fornì una sintesi del concetto “budō”:
I praticanti del budō si impegnano strenuamente per unire mente, tecnica e corpo, sviluppare la propria identità, migliorare il proprio senso della moralità ed adottare un comportamento rispettoso e cortese. Se perseguiti con fermezza, questi intenti ammirevoli diverranno parte del carattere del praticante. Le arti Budō tracciano un percorso di autoperfezionamento. L’elevazione dello spirito contribuirà alla prosperità, all'armonia sociale ed infine gioverà alla gente del mondo.