Sulla Via dello Zen e dell’Arte Marziale
La mia esperienza

Scritto da Paolo Taigō Spongia
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Avevo 13 anni quando ho iniziato a praticare e mi ci volle poco tempo per percepire che dietro l'esercizio del Karate, dietro all’evidente dinamismo del fine marziale, doveva esserci una radice che aveva a che fare con una profonda conoscenza di sé stessi e di sé stessi nel mondo. Cominciai a cercare ossessivamente questa radice.

Ero assalito dai dubbi sulla pratica, perchè questa, nel Karate, mi veniva proposta strettamente appiattita all’aspetto atletico, sportivo e agonistico, perché è in questa forma superficiale e riduttiva che il Karate si è diffuso nel mondo ed in particolare in Italia.
Mentre mi dibattevo in questa ricerca animata da dubbi e perplessità sono inciampato nello Zen.
Il primo contatto, se ricordo bene, avvenne quando mi capitò tra le mani un libro del fondatore dello Shorinji Kenpo, disciplina marziale che contempla l'esercizio dello Zazen.
Leggendo l’introduzione rimasi folgorato da alcuni passaggi che descrivevano la pratica della meditazione Zen. Da quel momento, avidamente, cominciai a leggere tutto quello che riuscivo a trovare sullo Zen. Le fonti erano esclusivamente libri e riviste spesso in lingua Inglese, internet ancora non esisteva.

Tra queste prime letture ricordo ‘La Via dello Zen’ di Alan Watts, i primissimi libri di Thich Nhat Hanh e, in particolare, ‘Lo Zen e le Arti Marziali’ di Taisen Deshimaru. Quest’ultimo libro in particolare rispondeva a molte mie domande ponendomi altri interrogativi. Oggi, alla luce della mia esperienza, lo considero un testo per certi versi ingenuo, ma in quel momento, avevo 18 anni, fu una vera folgorazione.
Leggevo anche gli articoli che l’allora giovane Fausto Taiten Guareschi, quello che divenne poi il mio Maestro radice nello Zen, scriveva raccontando la sua esperienza in Francia da giovane discepolo di Taisen Deshimaru Roshi, considerato il Primo Patriarca dello Zen Europeo.

Provavo a sedere in Zazen seguendo le indicazioni che trovavo sui vari libri ma con grandi dubbi sulla mia interpretazione della pratica meditativa, dubbi che mi facevano perdere fiducia e mi portavano ad interrompere. Finché un giorno, in occasione di una conferenza a Roma, incontrai finalmente lo Zen incarnato nel mio primo Maestro. Rimasi affascinato dalla sua presenza e dalla figura di quest’uomo, che era fuori della storia pur parlando in maniera provocatoria dell’attualità e ricordo che, al termine della conferenza, mi avvicinai, mi presentai, e chiesi al Maestro Taiten come avrei potuto iniziare un percorso sotto la sua guida. Qualche settimana dopo ero a Fudenji, il monastero da lui fondato al nord d’Italia, per prendere parte alla mia prima Sesshin.

Erano i primi di Marzo del 1992 e faceva freddissimo. Il maestro Taiten diceva spesso che Fudenji era costruita nel freddo e lo constatai immediatamente. Ricordo con commozione il calore della ciotola di zuppa di riso tra le mie mani dopo lo Zazen dell’alba e compresi che il disagio, il disorientamento che avevo provato entrando a Fudenji era la ‘porta stretta’, l’accesso ad una percezione profonda del corpo e della mente che non poteva passare per i confortevoli percorsi abituali.
Allora avevo 30 anni ed ero già un‘insegnante di Karate-dō da almeno 8 anni, avevo fondato il Tora Kan Dōjō che ero giovanissimo, a 24 anni, nel 1986.

Percepii immediatamente che il mio vero cammino alla ricerca di me stesso stava cominciando solo allora e che lo Zen trasmesso da Taiten Roshi mi avrebbe offerto le chiavi per approfondire la comprensione della mia pratica dell’arte marziale e, soprattutto, della mia vita. Così fu e rimasi a fianco del mio primo Maestro seguendo il suo insegnamento e formazione per 19 anni, ricevendo da lui l’Ordinazione laica nel 1999 e quella monastica nel 2002.
Io che mi consideravo un abile artista marziale provai un doloroso e sano smarrimento di fronte all’affilata educazione Zen del mio primo Maestro e mi rimisi completamente in gioco, come è necessario fare quando si intraprende sinceramente la Via dello Zen.

L’Insegnamento del mio Maestro operò una sorta di de-programmazione e mi fece rimettere completamente in discussione le mie acquisizioni e certezze. Un vero Maestro Zen ti toglie a mano a mano tutti gli appoggi che ti sei costruito per rassicurarti (anche la pratica del Karate può diventare un pericoloso ‘appoggio’ per la nostra falsa identità...) finchè non arrivi a scoprire che non hai bisogno di alcun appoggio e che la tua più autentica natura deve solo essere espressa a partire dal ritornare ogni giorno all’essenziale del tuo vero sé attraverso l’esperienza dello Zazen trasposta nella vita quotidiana.

Si può certamente fare dell’ottimo Karate senza necessariamente avere un’esperienza nello Zazen. Nella mia vita le due Vie si sono sovrapposte spontaneamente e di certo questo è stato il mio personale e prezioso percorso, ma non è detto che vada bene per tutti. Però, non ho alcun dubbio che senza l’esperienza dello Zazen e dell’educazione Zen probabilmente non avrei potuto raggiungere la comprensione che sento oggi di aver raggiunto nella pratica dell’arte marziale.

Non ho mai pensato, sin dall’inizio, che l'esperienza del Karate potesse essere ridotta semplicemente alla difesa personale, meno che mai alla mera competizione. Quando ho incontrato Higaonna Sensei e il karate del Goju-Ryu di Okinawa (straordinariamente negli stessi anni in cui ho incontrato il mio primo Maestro Zen) ne ho avuto piena conferma, di fronte all’evidenza dell’efficacia della sua pratica e di fronte al suo straordinario esempio di Maestro forgiato dalla dedizione ad essa.

È ovvio che un’arte marziale debba ricercare l’efficacia in una situazione di combattimento, ma se avessi dovuto limitare l’obiettivo della mia pratica all’autodifesa probabilmente avrei abbandonato da decenni, mi sembrava un obiettivo troppo ristretto rispetto all’ampiezza del panorama educativo e formativo che percepivo chiaramente offrire il Karate-dō. L'esperienza del Karate-dō tradizionale è per me innanzitutto uno strumento di conoscenza di sé, degli altri e del modo con cui occupare degnamente ed efficacemente il nostro spazio nel mondo e la pratica dello Zen, in particolar modo l’educazione Zen’ impartitami dal mio Maestro, mi hanno offerto le chiavi di comprensione e attuazione di una pratica come terreno di ricerca di sé, come laboratorio del corpo-mente. Nella pratica dello Zen come del Karate-dō ricercare la pienezza della condizione umana attraverso il gesto compiuto totalmente, mente e corpo unificati nell’abbandono di ogni fittizia identità.

Nell’esercizio marziale come in pochi altri ci si confronta con i propri limiti, le proprie paure e se la pratica è ben guidata diventa uno straordinario cammino nella conoscenza di sé.

Trovo perfetta la definizione che ha dato del Budō un grande maestro di Aikido, il maestro Tissier:

“Un Budō è un sistema d’educazione marziale, fisico, mentale, umano, che deve sviluppare fino al massimo grado le qualità inerenti all’essere umano, sviluppando le costanti dello studio della “via” che bisogna ricordare: la ricerca del gesto puro che porta alla purezza dello spirito, il rispetto, l’attitudine giusta al momento giusto, la spontaneità etc. Ridurre il Budō ad una sola arte di difesa, è scordarsi la sua dimensione d’apertura sul mondo e sbagliare epoca e armi. Quando tutte le qualità del budoka sono acquisite, arte di difesa inclusa, egli può andare dritto nel mondo per comunicare, vivere ed amare senza timore per lui e per gli altri. Chi pratica soltanto un’arte di difesa non fa altro che forgiarsi un carapace, che vorrebbe sempre più solido, ma nel quale rischia d’isolarsi e di non riuscire più ad uscirne.”

Le parole del Maestro Tissier possono essere riassunte nel detto: “Solo chi indossa la spada e non la sguaina può dirsi pacifico, chi non indossa la spada non saprà mai se è veramente pacifico”.

Ricordo che il mio primo Maestro Zen, anche lui con una notevole esperienza nelle arti marziali (Judo e Kendo in particolare) una volta affermò: “Oggi lo Zen ha bisogno del Budō tanto quanto il Budō ha bisogno dello Zen”. Devo riconoscere che tanto quanto l’esperienza acquisita attraverso la pratica Zen mi ha permesso di comprendere più a fondo il mio impegno nell’arte marziale, altrettanto la pratica marziale mi ha permesso di accedere più facilmente all’Insegnamento del mio Maestro Zen.

Ma non bisogna fare l’errore, che porterebbe completamente fuori strada, di mescolare la pratica dello Zazen a quella marziale. Si rischierebbe di far interpretare lo Zazen come un’esercizio di potenziamento (mentale, spirituale…) utile all’artista marziale.
Niente di più lontano dallo Zazen Shikantaza, in cui lo spirito di gratuità, Mushotoku, è alla radice dell’esercizio.

La Via dello Zen e la Via del Budō sono due Strade da percorrere separatamente e solo nella nostra vita ed esperienza personale si potranno sovrapporre, diventando un unico Cammino.

Proprio per questo, nel mio Dōjō i due percorsi sono da sempre distinti e ognuno di essi richiede un impegno specifico.

Il mettersi in gioco con vera fiducia e determinazione sotto la guida e l’educazione di un vero Maestro Zen è assolutamente necessario per poter trovare la profonda connessione tra la pratica marziale e quella dello Zazen, almeno così è stato nella mia esperienza.

Lo Zen insegna ad essere totalmente presenti alla vita, totalmente disponibili, totalmente implicati nell’azione del momento presente. Zenki, l’azione totale, l’essere unificati nell’azione che diventa azione universale e compassione infinita per ogni esistenza.
Un angolo d’osservazione straordinario per comprendere in profondità l’essenza della pratica marziale.

Chi è il maestro Paolo Taigō Spongia http://www.iogkf.it/storia/biografie/spongia.htm

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