Miyamoto Musashi
Il lato spirituale del combattimento

Scritto da Ornella Civardi -

Musashi e la tecnica della non-tecnica

Il suo Libro dei cinque anelli è forse il più noto e celebrato trattato di spada di tutti i tempi. Quando lo scrisse, fra il 1643 e il 1645, per tramandare in tempo di pace una sapienza distillata in tempo di guerra, forse Miyamoto Musashi immaginava già che il suo libro avrebbe avuto lunga vita fra i praticanti di spada e di arti marziali.

Ma di sicuro non prevedeva che in capo a qualche secolo avrebbe allargato la schiera dei fruitori a categorie radicalmente estranee agli ambienti del combattimento – manager in cerca di strategie di successo e perfino new-agers ansiosi di accedere a nuove dimensioni dell’essere. Eppure, il guerriero di Harima era ben consapevole di insegnare una via che eccedeva la pratica delle armi: «Sebbene fin dall’antichità la tecnica del combattimento sia ritenuta una scienza pratica, non la si può ridurre all’esercizio della spada. Non basta l’esercizio della spada per dire di conoscere l’arte della spada».

Allora la domanda è: che cosa serve? Perché è precisamente questo valore aggiunto che fa di uno schematico elenco di tecniche e movimenti un testo su come accostare le arti e il fare, anzi, di più, su come rapportarsi a se stessi e al mondo. Musashi indirizza il discepolo attraverso una serie di indizi, muovendosi all’interno di una galassia di dottrine in cui senza troppa fatica si riconoscono zen, buddhismo esoterico, daoismo.

Essere come l’acqua

Che si debba essere come l’acqua, prima di Musashi l’aveva detto Laozi: «Niente al mondo è più molle e debole dell’acqua; ma nell’avventarsi contro ciò che è duro e forte, niente può superarla. Senza sostanza, essa penetra in ciò che non ha interstizi. La cosa diventa facile per essa grazie a ciò che non esiste».1

È questa un’immagine di ciò che il daoismo chiama wei wu wei (azione senza azione). Nel trasporre un simile principio esistenziale nell’ambito del combattimento, Musashi opera un paradosso. Come può aversi un combattimento senza azione? In realtà, il wu wei non è affatto un precetto di passività. Significa perseguire il criterio di maggior utilità con il minimo sforzo; evitare la contrapposizione cieca, e cercare invece di decifrare le dinamiche in cui si è immessi, per assecondarle, in modo da cavalcarle e arrivare infine a dominarle. È come l’acqua chi sa individuare il ritmo dell’avversario e vi si adegua, per poi romperlo di colpo con un’azione inattesa.

In generale, Musashi interpreta questo concetto come la capacità di mantenersi fluidi e aderire all’evolversi della situazione evitando ogni idea preconcetta e ogni fissità. Nessun insegnamento vale in assoluto, quello che in un caso è risolutivo, in un altro è pernicioso. Il Libro dell’acqua insegna scrupolosamente le guardie, ma avvisando che la guardia migliore è la non-guardia, quella che si modifica e aggiusta via via. Insegna tecniche invincibili, ma con la clausola che la tecnica suprema è sempre quella non pianificata, quella che sorprende l’avversario tanto quanto chi la mette in atto.

L’idea è che anche l’insegnamento del maestro, per quanto essenziale, possa arrivare solo fino a un certo punto. Oltre, le risorse da porre in campo devono scaturire dal proprio intimo e implicano una finissima percezione di ciò che è attorno a sé, della situazione e della mente dell’avversario. Soltanto l’intuizione di ciò che c’è e non si vede consente di scegliere l’azione giusta. Ma come fare a potenziare questa recettività? Lo zen a questo proposito ha una ricetta, che Musashi non ignora. Curiosamente, è la stessa che usa quando pratica l’inchiostro o la calligrafia, due arti che da un certo punto della vita affianca all’esercizio della spada, e in cui ottiene risultati altrettanto alti.

Porre la mente al centro

Nelle arti zen il fine non è estetico. Quando il pittore di si siede a gambe incrociate, con il pennello in mano, e si dispone a trasferire sul foglio il ramo di susino che si protende davanti alla sua finestra, non sta cercando la bellezza. Quello che cerca è l’essenza più intima, il ki del ramo di susino. La pittura, la calligrafia, l’ikebana non rappresentano vie di godimento, ma di salvazione. L’eventuale bellezza di un’opera non è che l’effetto collaterale di ciò che veramente importa, ovvero il processo che ha condotto al suo costituirsi.

Esiste solo un modo per l’artista di cogliere l’essenza dell’oggetto che intende rappresentare: porsi in ascolto. Spogliarsi per un momento del proprio io, cessare di esistere come soggettività cogitante e farsi penetrare da ciò che ha davanti. Per l’artista zen, pensare è controindicato. Vorrebbe dire sovrapporre la propria interpretazione al vero essere dell’oggetto, divorarlo con il proprio io, dunque, cessare di vederlo. Che sia il Fuji o una melanzana, occorre riuscire a identificarsi con l’oggetto, lasciare che dentro di sé esista solo quello.

Musashi, nel Libro dell’acqua, dà un nome a questa condizione sensoriale di massima apertura, di recezione totale, che consente di «percepire quello che non si vede con gli occhi». Si tratta del porre la mente al centro. Durante il combattimento il guerriero non dovrà fissarsi su alcun particolare né farsi catturare da alcun pensiero specifico, ma lasciar scorrere la mente in modo che non si soffermi su nulla, senza arrestarne mai il flusso. I monaci zen perseguono questo stato mentale durante la meditazione e lo chiamano mushin (non-mente o mente sgombra).

Cancellare l’intenzione

Se la formazione di un buon guerriero richiede «mille giorni di allenamento per forgiare, diecimila per rifinire» è perché solo il lungo, instancabile esercizio può consentire di agire durante il combattimento senza dover pensare, in condizione di mushin. Ogni tecnica deve essere appresa non solo con la mente, ma con i muscoli e con i nervi. Devono impararla le mani, i piedi, le spalle, così da potersi muovere autonomamente, senza dover essere diretti dal pensiero.

Quando il calligrafo impugna il pennello, la forma che traccerà deve essere già tutta presente dentro di lui: il segno non è cancellabile né modificabile, e ogni minima esitazione produce un’ampia macchia d’inchiostro sulla carta washi, che è ruvida e porosa. La mano deve deporre l’ideogramma sul foglio con un gesto rapido e preciso, che non ammette l’interferenza del pensiero.

Così, nel combattimento, il colpo ideale è quello “in un tempo solo”, che annulla ogni distanza fra il pensiero dell’azione e l’azione, fra la volontà di colpire e il colpire. Quando la decisione di colpire si manifesta prima dell’azione – fosse anche una frazione di secondo – lo sguardo, alcuni micro movimenti, il lieve spostamento della punta della spada tradiscono l’intento mettendo sull’avviso l’avversario, che ha modo di prepararsi. Il colpo che prescrive Musashi si origina da un’assenza di volontà. Il corpo dovrà muoversi da solo, avvertendo il momento favorevole, e avrà già colpito prima che la mente se ne sia accorta. Nulla sarà intervenuto fra percezione, movimento, bersaglio. Soggetto e oggetto, io e bersaglio saranno diventati una cosa sola.

Il colpo del vuoto

Percorrere la via, dice Musashi, significa apprendere le tecniche, imparare cosa è giusto fare e cosa è bene non fare, esercitarsi giorno e notte per farlo al meglio, e poi dimenticare tutto. «Chi arrivi a padroneggiare i principi della via, se ne può distaccare per cominciare ad accostarsi al combattimento con spontaneità: si ritrova allora a un livello superiore, sa in ogni momento qual è la mossa giusta, il colpo arriva da solo e naturalmente va a segno. A tutto questo porta la via del vuoto. Nel Libro del vuoto parlo di come sia possibile entrare spontaneamente nella vera via» scrive nell’introduzione, e non si può fare a meno di avvertire, nelle sue parole, un’eco degli insegnamenti di Linji, il maestro del IX secolo fondatore dello zen Rinzai, che ammoniva: «Anche l’attaccamento alla via è una non-via».

Il traguardo è uno stadio in cui si lascia sedimentare tutto quello che si sa, per tornare, come in un perfetto circolo, alla freschezza istintuale che precede ogni apprendimento. Questa è l’illuminazione che promette la via della spada: una sapienza assimilata così nel profondo da identificarsi con l’ignoranza assoluta. In questa fase non ci sono tecniche o principi, non c’è più attenzione alle forme. Nel cancellarsi di ogni separazione fra corpo e spirito, il gesto si produce spontaneamente.

Precisamente qui si colloca il colpo che Musashi chiama munen musō (letteralmente “senza intenzione, senza pensiero”) da noi tradotto “il colpo del vuoto”. Il vuoto come lo concepisce lo zen non è assenza, ma piuttosto l’origine, la radice dell’essere, una sorta di grembo primordiale in cui tutte le cose che a noi appaiono distinte si fondono, diventano uno. Vuoto è quella condizione di “staticità dinamica” che contiene in nuce tutti i movimenti, l'immobilità gravida di azione, pronta a lasciar scaturire il gesto: l'unico fra i gesti che può originarsi in quell'esatto momento. La mente, svuotata di ogni pensiero, scevra di ogni determinazione individuale, diventa partecipe di questo uno cosmico e delle sue leggi. Il colpo che si origina da questa condizione di armonia è un colpo non ragionato, in cui il corpo si muove come per intelligenza propria. E questo lo rende il colpo vincente.

Ecco in che cosa consiste la lezione segreta di Musashi, il nucleo iniziatico della sua teoria. La tecnica più alta risiede nel superamento di ogni tecnica, il principio più efficace nella rinuncia a ogni principio. Come nell’illuminazione, l’insegnamento cruciale è qualcosa che non si può insegnare.


Note

J.J.L. Duyvendak (a cura di), Tao tê ching, Adelphi, Milano, 1998, cap. XLIII, p. 109. ↩︎