Lo Shaolin Kung Fu (seconda e ultima parte)
La modernità

Scritto da Pietro Biasucci www.tigrebianca.it -

Nonostante i racconti dei monaci Shaolin su Bodhidharma siano avvolti da un alone di misticismo che trascende la realtà e non siano sempre confutati da documentazione, la venuta del patriarca incise notevolmente sulla storia del monastero. Tale fu la sua sfera di influenza come Guida spirituale che le generazioni dei monaci cominciarono a susseguirsi nella loro discendenza a partire proprio da lui. A tutti gli effetti Bodhidharma è considerato il capostipite dell’ordine Chan dei monaci Shaolin.

Oggi i monaci Shaolin ordinati, siano essi di natura religiosa o laica, appartengono alla trentaquattresima e trentacinquesima generazione a partire dal mistico Bodhidharma.

Dopo la venuta di Bodhidharma la fama dei monaci Shaolin crebbe fino a divenire leggendaria in tutta la Cina, come se il mistico avesse dato vita ad una scintilla che si tramutò in fiamma.

I monaci Shaolin divennero talmente celebri da essere considerati a fasi alterne nella storia risorse preziose al servizio delle dinastie imperiali o minacce da eliminare (il monastero Shaolin subì infatti due distruzioni in periodi diversi a seguito di attacchi militari).

La loro fama derivava dalle straordinarie conoscenze che furono in grado di sviluppare nel campo fisico-marziale, nella medicina tradizionale cinese (in cui il taoismo mantenne un ruolo cruciale) e nell’attuazione dei principi di vita buddhista votata all’introspezione come i rituali introspettivi, i cerimoniali religiosi e l’esercizio della calligrafia.

La calligrafia esercitata dai monaci viene considerata una vera e propria pratica contemplativa poiché unisce il significato del carattere rappresentato alla perizia dell’azione fisica racchiusa nel gesto del dipingere, espressione dello stato interiore del calligrafo.

Mentre un Maestro poggia il pennello sulla carta l’intenzione del moto del suo braccio e il valore della parola che via via va a delinearsi si fondono in una sintesi di consapevolezza di sè e ricerca dell’essenza, originando un momento rituale sacro.

I temi trattati dai monaci per mezzo dell’esercizio della calligrafia sono principalmente riflessioni sul senso profondo del vivere arricchite da costanti riferimenti alla filosofia buddhista e taoista.

Le tre Vie derivate dagli ambiti di ricerca dei monaci contribuirono molto a sviscerare e a sondare le potenzialità insite nell’essere per mezzo della comprensione del Qi, che definisce l’esistenza dell’uomo, la natura e abbraccia in termini estesi la Creazione. Tra gli scopi primari dei monaci Shaolin vi è infatti lo stimolo dell’energia vitale attraverso la pratica delle arti marziali, della medicina e dell’introspezione; tre Vie accomunate tra loro dal sottile filo rosso attorno al quale la vita si sviluppa: il tema della morte. Sono infatti percorsi che pongono in stretto contatto il ricercatore con la necessità di autodifesa, con la malattia e con il valore stesso della vita in rapporto al trapasso.

La figura del monaco buddhista, ma anche del monaco taoista in definitiva, donarono un contributo importantissimo alla formazione della cultura tradizionale Shaolin e più in generale alla cultura tradizionale cinese: si può tranquillamente affermare che le acquisizioni dei monaci e i loro traguardi nella padronanza delle facoltà umane contribuirono moltissimo a dar forma in modo progressivo al pensiero e alla cultura tradizionale cinese, ricca di saggezza, di conoscenze mediche e di pratiche corporee.

Così nella storia cinese si assiste al paradosso in cui il monaco, uomo di fede e di spessore spirituale con capacità mediche, pratica le arti marziali. Non c’è contraddizione: le discipline si compenetrano tra loro. Anzi, la storia cinese dimostra addirittura che l’eccellenza nelle arti marziali nel corso dei secoli è stata raggiunta proprio all’interno di monasteri. A testimonianza di ciò un antico detto popolare cinese recita: “i monaci in tempo di pace sono dei bonzi, in tempo di guerra dei generali”.

La transizione principale del monastero e dell’ordine dei monaci Shaolin verso la contemporaneità avvenne principalmente nel secolo scorso, con una fase di grande declino seguita da un recupero del Kung Fu Shaolin da parte delle Istituzioni, che portò all’attuale rivalutazione del monastero.

Nei primi decenni del '900 si verificò, probabilmente, il momento più basso nella storia stessa del monastero a seguito della sua distruzione nel 1928 per mano delle dispute tra i signori della guerra. Questo durissimo colpo inferto segnò l’inizio del declino dell’ordine dei monaci Shaolin, che peggiorò ulteriormente negli anni successivi alla metà del '900, a seguito della rivoluzione culturale cinese, nel corso della quale furono rifiutate le “vecchie” radici culturali del popolo per abbracciare nuovi valori.

Il Kung Fu dei monaci negli anni '50, '60 e '70 rischiò di estinguersi. I monaci erano scomparsi dalla società cinese. I pochi, temerari, che continuavano ad insegnare o praticare lo facevano in privato, di nascosto, in alcuni casi mettendosi in pericolo.

Dagli anni '70 in poi le cose cambiarono grazie all’interesse del mondo occidentale verso il mito del monastero Shaolin e dei monaci, cresciuto successivamente alle pellicole sul Kung Fu che divennero celebri in tutto il mondo, tra cui quelle di Bruce Lee girate in America. Come conseguenza del successo americano dei film di arti marziali furono avviate in quel periodo delle produzioni cinesi cinematografiche nella città di Hong Kong. Grazie ai molti segnali che arrivavano dall’esterno e agli orientamenti politici successivi alla rivoluzione maoista, il governo centrale diede vita ad una rivalutazione delle proprie tradizioni culturali, preludio di un’attività di recupero. La svolta arrivò nell’anno 1982 quando uscì la pellicola cinese Shaolin Temple. Il film narrava il mito del monastero Shaolin e delle arti marziali nelle epoche passate.

I pochi maestri Shaolin che vivevano ancora all’interno del famoso tempio ridotto in macerie raccontarono che, dopo l’uscita del film, una folla di persone entusiaste si presentò per mesi alle porte del monastero chiedendo di essere accettati come discepoli. La risposta forte da parte del popolo e l’interesse sempre più crescente verso le arti marziali cinesi degli occidentali spinsero il governo ad una vera e propria azione di recupero nei confronti del Kung Fu e ad un ripristino dell’istituzione del monastero. Vennero riabilitati i maestri precedentemente banditi e i loro discepoli. Da quel momento in poi la cultura Shaolin divenne un vero e proprio fenomeno di proporzioni mondiali e il monastero un luogo di attrazione turistica imperdibile.

Il recupero culturale degli anni 80 e 90 permise, parallelamente alla rinascita del monastero Shaolin e alla costruzione della sua immagine a livello mondiale, il verificarsi di un altro fenomeno molto significativo su volontà di alcune grandi personalità che abbracciarono la stessa posizione del maestro Wang: l’apertura, come fece lui, di accademie laiche di Kung Fu Shaolin nella città di Dengfeng. Queste scuole, simili a collegi, erano dirette da grandi maestri in grado di formare i propri allievi come facevano i monaci Shaolin del passato all’interno del tempio. Furono aperte a coloro (principalmente giovani, ma non solo) che desideravano ricevere una formazione di livello nel Kung Fu e nella cultura tradizionale Shaolin, senza intraprendere la via religiosa, resa poco sostenibile dalla fase storica di apertura alle masse.

Il polo del monastero, originariamente preposto alla via monastica, stava prestando più attenzione all’immagine che alla sostanza e faticava così ad espletare le funzioni formative che per secoli aveva svolto. Le accademie furono concepite per ospitare praticanti provenienti da tutto il mondo, nonostante la maggioranza dei fruitori provenisse dalla stessa Cina.

La scissione tra via religiosa e via laica, frutto del binomio creatosi tra monastero e scuole di Kung Fu, si trasportò anche nell'attribuzione delle generazioni che sanciscono ancora oggi la linea di successione dei monaci. In virtù del legame con il passato del monastero Shaolin le vie di sviluppo contemporanee, siano esse frutto dell'operato delle scuole in modo laico o siano frutto della via religiosa abbracciata dentro al monastero, si sovrappongono nel momento in cui un discepolo viene candidato dal proprio maestro ad essere inserito nella genealogia di discendenza collegata a Bodhidharma. Naturalmente arrivare a questo punto significa aver votato la propria vita all'esercizio delle conoscenze Shaolin su diversi livelli, oltre ad aver superato molte prove nell'arco di un addestramento estremamente duro e lungo almeno un decennio. I candidati considerati meritevoli, provenienti da entrambi i contesti, hanno ancora oggi la possibilità di ricevere un nome buddista e una generazione che viene riconosciuta ufficialmente dal monastero Shaolin: nel caso il prescelto arrivi da una scuola la sua nomina sarà di monaco laico; se invece il suo percorso è legato al monastero buddhista, la sua nomina sarà di monaco buddhista religioso, superando lo status di discepolo.

In altri termini la figura del maestro di arti marziali Shaolin che si forma all'interno di una scuola viene distinta dalla figura del monaco buddhista praticante con l’uso del titolo di monaco civile.

Non soggetto alle restrizioni di vita di un monaco buddhista, il monaco civile oggi è una nomina attribuita a coronamento di un percorso votato alla padronanza della cultura tradizionale Shaolin e all'acquisizione di capacità fisico-marziali di altissimo livello.

Le scelte che ha compiuto il maestro Wang, non solo nel fondare una scuola al di fuori del monastero Shaolin, ma anche nell’istruirmi e nell’accettarmi nella sua linea di discendenza, sono delle testimonianze concrete delle sue convinzioni.

Quando arrivai nel 2002 alla scuola del maestro Wang avevo già un decennio di esperienza nel campo delle arti marziali cinesi. Lui mi accolse e decise di istruirmi personalmente per due anni, periodo nel quale rimasi nella sua scuola in modo continuativo.

Successivamente tornai ogni anno nei mesi primaverili ed estivi per continuare l'allenamento con lui. Poi cominciai ad ospitare in alcune manifestazioni in Italia delle delegazioni provenienti dalla scuola cinese composte da suo fratello, suo figlio ed altri praticanti esperti. Nel 2008 il maestro Wang mi candidò ad essere nominato monaco civile Shaolin. Il monastero accettò e fui inserito nella linea di discendenza. Visto che non ero in possesso di un nome cinese da cui estrapolare il nome buddhista il maestro Wang scelse un appellativo che descrivesse, secondo lui, la mia persona. La sua scelta fu Shi Yan Deng (释延登 Shì Yán Dēng).

La regola dei nomi buddhisti Shaolin prevede che la prima parte (Shi) rappresenti l’appartenenza buddhista dei monaci, la seconda parte la generazione di discendenza da Bodhidharma e la terza parte caratterizzi l’individualità della persona.

Tradizionalmente il discepolo acquisisce la generazione successiva al suo maestro. Nei tempi attuali questo non è più possibile, perché il monastero Shaolin fissa, in modo periodico per praticità, una generazione di riferimento da attribuire a tutti i nuovi monaci, civili e non. A me fu attribuita la trentaquattresima (definita dal termine Yan).

Il termine Deng, nei giochi fonetici e di senso della lingua con i quali il popolo cinese ama molto giocare, ha più interpretazioni. Il primo significato che il maestro Wang intese fu il diminutivo di Dengfeng. Il termine 'Deng' acquisisce il seguente senso: 'essere stato tanto tempo a Dengfeng'. La terza parte del mio nome buddhista indica perciò il periodo di tempo che ho trascorso in Cina per apprendere le arti marziali, permanenza considerata poco consueta, secondo il maestro Wang, per un occidentale.

Il secondo significato del termine Deng è 'tendere a salire'. Si utilizza per indicare il pendio di una montagna. Attraverso questo secondo senso Wang Zhi Qiang ha voluto descrivere il comportamento che, secondo lui, ho avuto nei confronti delle arti marziali Shaolin: 'tendere ad andare verso l’alto, ascendere per migliorarsi'. In questo modo il maestro Wang sottolinea la caratteristica di perseveranza necessaria per il raggiungimento di un traguardo.

Dopo la nomina Wang Zhi Qiang mi donò una serie classica di quattro dipinti cinesi che rappresentano le quattro stagioni, il trascorrere del tempo, per sottolineare ancora una volta la mia lunga permanenza a Dengfeng. In uno dei quattro dipinti è scritto il mio nome monacale nella forma Shi Xing Deng (释行登 Shì Xíng Dēng). Xing indica la trentaduesima generazione, la successiva a quella a cui appartiene il maestro Wang (il 'De' nel suo nome buddhista definisce infatti la trentunesima generazione). In questo modo Wang Zhi Qiang ha sancito per me un nome ufficiale, Shi Yan Deng, secondo le direttive contemporanee del monastero di Shaolin e un nome ufficioso, Shi Xing Deng, secondo la tradizione.

Il maestro Wang insistette molto, negli anni, affinché mi impegnassi a trasmettere a mia volta quanto avevo ricevuto da lui. Le sue volontà nei miei confronti sono sempre state chiare: desiderava che divenissi parte attiva nel donare la perla luminosa del Kung Fu Shaolin al mondo. Il fatto che parte del suo Scopo prosegua anche tramite il mio operato rende il nostro legame speciale e lo inquadra, da un ulteriore punto di vista, nel solco tracciato dalla tradizione di questa antica disciplina.