Metropolitan Museum of Art - scuola Kaigetsudo
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Leggiadre visioni (seconda parte)
Pettini e acconciature giapponesi tra storia e mondanità

Scritto da Rossella Marangoni -

www.rossellamarangoni.it

Delle acconciature e della loro varietà

Si dice che in una donna sia lo splendore della chioma ad attirare gli sguardi…
Kenkō Hōshi (XIV sec.)

Dono divino o, nei bambini, sede di un kami protettore della crescita, i capelli, in Giappone, sono stati associati al mondo del sacro sin dall’epoca arcaica. “Gli antichi giapponesi consideravano i capelli come una specie di oggetto religioso, pensavano che i capelli fossero il dono di una divinità. Ciò portò in seguito a sviluppare l'idea che i capelli stessi fossero qualcosa di divino perché erano collegati alla convinzione che possedessero poteri magici. Ne derivò la concezione religiosa che un dio risiedeva nei capelli umani e ciò trasmetteva loro un potere magico. Ad esempio, le persone si bruciavano i capelli per ottenere un buon raccolto credendo che ciò avrebbe allontanato dai campi uccelli e animali dannosi. Queste azioni venivano eseguite sulla base della percezione religiosa dei capelli.”1 Caricata di una potente simbologia magico-religiosa che si riflette nelle cronache del Kojiki (702 d.C.) e del Nihongi (720 d.C.), la capigliatura ha mantenuto nel corso delle varie epoche della storia giapponese una connotazione molteplice: simbolo dell’energia vitale, elemento imprescindibile di bellezza, potente richiamo erotico. E i modi di acconciare i capelli hanno rappresentato, almeno fino agli inizi del XX secolo, e soprattutto per le donne, un mezzo per trasmettere informazioni sulle persone che le portavano: età, classe, status sociale, ricchezza e, anche, affiliazione religiosa. Fra le prime importanti testimonianze sulle acconciature giapponesi femminili più antiche sono gli haniwa, (lett. “anelli di argilla”) di epoca Kofun (IV-VI sec.) che rappresentano personaggi femminili, spesso sacerdotesse-sciamane (miko). Per la maggior parte sono raffigurate con un’acconciatura keppatsu (ossia capelli raccolti in alto) che si potrebbe definire come un tipo primitivo di “shimada” (lo stile più diffuso durante il periodo Edo): un grande chignon schiacciato sulla sommità della testa tenuto bloccato da un nastro. Gli haniwa che raffigurano sciamane recano sulla fronte un pettine ornamentale, simbolo e fonte di energia. Se le élite portano capelli raccolti accuratamente, è possibile ipotizzare, anche sulla base delle evidenze archeologiche, che la popolazione contadina portasse i capelli più corti, che potevano essere trattenuti da nastri per non essere intralciati durante il lavoro nei campi. Durante il periodo Asuka e nel successivo periodo Nara le strette relazioni con il continente portarono a una sempre maggior influenza della moda cinese nei costumi, rilevabile, ad esempio, negli affreschi della camera sepolcrale del kofun (tumulo) di Takamatsuzuka (VI sec.), presso Nara. I personaggi femminili ritratti in vesti alla foggia cinese recano i capelli legati in morbidi chignon bassi sulla nuca, trattenuti da nastri. La moda del periodo Nara imponeva alle donne due tipi di chignon: il cerimoniale hokei, che prevedeva l’uso di decorazioni in oro o giada, a seconda del rango di corte occupato dalla dama, e il più modesto gihei, uno chignon alto, spesso doppio, sulla sommità del capo. Abbandonata progressivamente la moda sinizzante con la cessazione delle ambascerie verso il continente, in periodo Heian (794-1185) i nuovi canoni estetici che si impongono presso la corte imperiale vedono un’esaltazione della bellezza della capigliatura femminile che si estrinseca nel taregami, lo stile che vede i capelli neri, diritti, lucidi e lunghi ben oltre l’altezza della donna, divisi da una riga centrale e lasciati scendere sulle spalle e la schiena senza essere legati se non in particolari occasioni formalizzate. Per rendere ancor più splendenti le chiome le si lisciava con olio di camelia e per mantenerle pulite, le si faceva ricadere sulla lunga gonna a strascico che completava il raffinato abbigliamento a vesti sovrapposte (junihitoe) delle dame di corte heian, il mo.

Nelle opere letterarie di epoca Heian numerose sono le descrizioni delle sinuose capigliature corvine delle dame di corte. Per Sei Shōnagon, ad esempio, i fiori di pruno davanti al padiglione Umetsubo, illuminati dal sole, formano uno spettacolo degno di essere ammirato ma “sarebbe ancor più bello se dietro le cortine delle terrazze s’intravvedessero giovani dame, con soffici e lucide chiome abbondantemente sparse sulle spalle, intente a discorrere.”2 Anche Murasaki Shikibu, nel suo diario, fa continui riferimenti alle capigliature delle nyōbo impegnate nelle varie occasioni cerimoniali a corte, esaltandone la bellezza. In una pagina celebre del suo diario l’autrice del Genji monogatari annota, ad esempio: “Quella sera la dama incaricata di servire [Sua Maestà] era Miya no Naishi. Lei che si distingueva sempre per la nobile eleganza, in quell’occasione, con i capelli raccolti col nastro che le ricadevano sulle spalle, sembrava ancora più attraente del solito.”3 I riferimenti ripetuti ad acconciature raccolte testimoniano di una varietà di stili nell’annodare i capelli presenti anche in questo periodo: lo stile suberakashi, ad esempio, adottato fino al periodo Muromachi dalle dame della nobiltà sia kuge che buke, prevedeva che i capelli venissero pettinati all’indietro, raccolti in una morbida coda di cavallo sulla nuca e legati con un nastro di carta lasciando le ciocche laterali sottostanti scendere morbidamente sulle spalle per poi raccoglierle a metà schiena. Lo stile osuberakashi, più cerimoniale e imponente, prevedeva i capelli raccolti in una gonfia massa raccolta alla nuca in una coda racchiusa da vari nastri lungo tutta la sua lunghezza, mentre sulla parte frontale dell’acconciatura veniva posto un pettine (kushi) o una tavoletta decorativa (hitai). Insieme a una capigliatura lunga, liscia e corvina, un altro segno distintivo di bellezza femminile era una fronte alta con un’attaccatura di capelli altrettanto alta. A volte si giungeva a sottolineare questa caratteristica disegnando una linea fra fronte e capelli.

In tardo periodo Heian si iniziò a raccogliere i capelli in una morbida coda di cavallo trattenuta da nastri di carta, il sagegami.

Nei periodi Kamakura (1185-1333), Muromachi (1333-1573) e Azuchi-Momoyama (1573-1603) la vita delle donne delle classi elevate cambiò e anch’esse iniziarono a raccogliere i capelli, proprio come avevano sempre fatto le donne del popolo. Queste ultime, contadine o piccole commercianti che proponevano le proprie merci al mercato, raccoglievano la chioma per mezzo di fasce in cotone o asciugamani chiudendole, sulla fronte, con un nodo a forma di farfalla, uno stile chiamato katsuramaki o, anche, katsura tsutsumi, e che ebbe una lunga fortuna. Per le dame che servivano presso le casate militari si impose il tamamusumi, un’acconciatura realizzata con i capelli raccolti in una coda di cavallo bassa sulla nuca e arrotolata ad anello. Le donne appartenenti alla classe guerriera iniziarono anche a drappeggiare sulla testa il kosode quando uscivano di casa, secondo lo stile che venne chiamato kutsugu, nascondendo i capelli. Fino al periodo Edo le donne dell’aristocrazia continuarono a portare i capelli lunghi e sciolti, secondo la foggia che si era imposta dal periodo Heian. Presso la corte imperiale e la corte shogunale le dame continuarono a privilegiare i costumi antichi. La moda di annodare i capelli comparve nel periodo Momoyama (XVI sec.) e nel primo periodo Edo (inizi XVI sec.), ed è apprezzabile nei paraventi del periodo Azuchi Momoyama (come, quello, celeberrimo, di Kanō Naganobu, custodito al Museo Nazionale di Tōkyō) e nelle stampe del XVII secolo. Dapprima i capelli erano raccolti con uno stile semplice e legati in un nodo sulla sommità del capo, come nello stile “karawa” (anello cinese). Il costume, lanciato dai giovani attori del kabuki “dei giovinetti” (wakashū kabuki) venne ripreso dalle danzatrici asobime e poi dalle cortigiane nei quartieri del piacere della regione del Kamigata (attuale Kansai) e da lì si diffuse ampiamente fra la popolazione femminile delle varie classi. Una variante era data dallo hyōgomage, sorta di acconciatura alta che prende il nome proprio da una delle province di quest’area del Giappone. Nei quartieri del piacere lo hyōgomage si arricchì e venne trasformato dalle cortigiane in qualcosa di molto elaborato e vistoso, con modifiche personali create dalle oiran per competere fra di loro. Nel campo della moda e dello stile, sia per l’abbigliamento che per le acconciature, saranno le cortigiane dei quartieri del piacere e gli attori onnagata del kabuki a dettar legge per tutto il periodo Edo in un curioso e affascinante ribaltamento di protagonismo nella moda. Se il periodo Edo (1603-1868) può essere a buon diritto considerato il periodo d’oro nella storia dell’acconciatura in Giappone, questo lo si deve al gusto per la varietà che si andava imponendo nelle classi urbane, le artefici della nuova cultura popolare. Alcuni studiosi sono riusciti ad inventariare ben 280 tipi diversi di acconciatura.

Innumerevoli testimonianze letterarie documentano la diffusione di questo gusto per le acconciature elaborate. Scrive Ihara Saikaku (1642-1693): “Fu quindi la volta di una fanciulla di appena tredici o quattordici anni, accompagnata da una ricca portantina, con i capelli pettinati in tutta la loro lunghezza e trattenuti mollemente da una fascia attorcigliata di seta rossa. Erano divisi sulla sommità del capo nella foggia maegami tipica dei giovanetti, annodati poi con un nastro di carta dorata e sostenuti da un leggiadro pettine spesso mezzo pollice: un’acconciatura tanto elaborata da non poter essere descritta in tutti i particolari.”4

Il termine chiave a cui ricondurre ogni stile di acconciatura nel Giappone fra XVII e XIX secolo è mage. Il mage è una ciocca incurvata legata alta sulla sommità del capo, la base su cui costruire le elaborate architetture di capelli imposte dalla moda. Lo stile goshomage (o “chignon imperiale”) era quello prediletto in questo periodo dalle dame in servizio presso la corte imperiale. La lunga capigliatura veniva arrotolata e fermata per mezzo di kōgai (barrette di legno laccato) sul retro della testa. Durante le ore di servizio i capelli venivano lasciati ricadere. Sicuramente lo stile di acconciatura che ebbe maggior fortuna nel periodo Edo fu quello chiamato shimadamage. Si ritiene che la shimada sia nata nell’omonima stazione di posta della Tokaidō grazie a una prostituta che aveva deciso di adottare l’acconciatura di un giovane attore del kabuki di cui era innamorata, dando origine a una nuova moda. La shimada divenne l’acconciatura preferita dalle donne giovani nubili delle città. Ne nacquero innumerevoli varianti. Anche lo stile katsuyama si ritiene che abbia preso il nome dalla cortigiana che l’ha creato all’inizio del periodo Edo. Prevedeva un’incurvatura molto ampia del mage che veniva assicurata per mezzo dei kōgai inseriti ai lati. In epoca Genroku (1688-1703) aveva conquistato tutte le donne.

Attorno alla metà del periodo Edo (dalla fine del XVII sec. alla prima metà del XVIII sec.) la moda richiedeva che le ciocche laterali (bin) non sporgessero, ma che fossero invece spinte all’indietro contro la testa. Le ciocche posteriori venivano spinte all’ingiù e poi rialzate e schiacciate a formare una piega di capelli rivolta verso il basso. Particolare attenzione veniva data allo chignon del mage per creare forme differenti. In quest’epoca venivano usati ancora pochi ornamenti per capelli. Dalla seconda metà del XVIII secolo in poi le tecniche di acconciatura si svilupparono notevolmente. Molta attenzione venne data ai capelli portati lunghi verso il retro della testa e poi curvati verso l’alto. Allo scopo di mantenere la nuca scoperta, un supporto fatto di pesante carta nera venne usato per costringere i capelli in una forma curva. Queste forme, descritte come “coda di gabbiano”, sono spesso presenti nelle stampe di Suzuki Harunobu (1724-1770). Nel tardo periodo Edo (XIX sec.) le acconciature si fecero progressivamente più elaborate e complesse. Nei quartieri del piacere le oiran gareggiavano in estrosità per foggia e per profusione di accessori riccamente decorati (pettini ornamentali, spilloni, forcine) con cui adornavano i capelli. In questo stesso periodo lo stile yakko shimada (chiamata anche takashimada, shimada “alta”), venne adottato dalle figlie delle casate samurai. I capelli erano legati alti e curvati verso il retro della testa. Ne risultava un’impressione maestosa. Lo stile sakkō (o kōgaimage) era invece prediletto dalle giovani donne sposate della famiglie mercantili di Kyōto. I capelli erano legati alti e incurvati, lasciando la nuca più libera. Il mage era tirato verso l’alto, incurvato e incrociato con le ciocche laterali attorno a uno o due kōgai. Venivano poi aggiunti pettini e spilloni.

Con il periodo Meiji (1868-1912) avviene un’ulteriore formalizzazione delle acconciature femminili: mentre alle giovani donne nubili sono permesse variazioni e semplificazioni sul tema della shimada, alle donne sposate è imposto dalle convenzioni lo stile marumage, con ciocche bombate sulla fronte e ai lati del viso e uno chignon perfettamente arrotondato sulla sommità del capo. Ma i tempi stavano velocemente cambiando e così i ritmi della vita e della socialità e, con essi, il gusto. E se nel 1873 il governo Meiji impone, per decreto, che le donne non si taglino i capelli, nel 1885 nasce la Fujin Sokuhatsukai, un’associazione di donne che sostiene uno stile più semplice - e igienico, e razionale - di acconciatura: è lo stile sokuhatsu (o sokugami), ispirato alle semplici crocchie delle Gibson’s girls disegnate dell’illustratore statunitense Charles Dana Gibson (1867-1944). Uno stile ammesso per il ruolo di “buona moglie e madre saggia” ancora imposto dalla tradizione. Ben presto, le cattive ragazze di periodo Taishō (l’età del jazz del Giappone, 1912-1926), le cosiddette modan gāru o moga, si taglieranno i capelli, in un oltraggioso segno di indipendenza. Ma questa è davvero un’altra storia.


Note

1. Maeda Motoyoshi, Kinsei josei keppatsu hensen ni okeru ichi kosatsu (1-8) [A study of modern women's hairstyle changes: The culture of costume], Tokyo, Bunka Shuppan Kyoku, 1966-67, citato in Na-Young Choi, “Symbolism of Hairstyles in Korea and Japan”, in Asian Folklore Studies, vol. 65, n° 1 (2006), p. 80.

2. Sei Shōnagon, Note del guanciale, a cura di Lydia Origlia, Milano, SE, 1988, p. 78.

3. Diario di Murasaki Shikibu, a cura di Carolina Negri, Venezia, Marsilio, 2015, p. 57.

4. Ihara Saikaku, “Storia dell’editore di almanacchi letta nella parte di mezzo” in Cinque donne amorose, Milano, Adelphi, 1979, p. 80.