Leggiadre visioni
Pettini e acconciature giapponesi tra storia e mondanità. Splendore e ricchezza fra i capelli (terza e ultima parte)

Scritto da Rossella Marangoni www.rossellamarangoni.it -
Questo articolo è parte di una serie, potete leggere gli altri approfondimenti ai seguenti link:
Leggiadre visioni (prima parte): Dei capelli e dei capelli spettinati
Leggiadre visioni (seconda parte): Delle acconciature e della loro varietà

Splendore e ricchezza fra i capelli

Sciolse i capelli per avvolgerli in due crocchie a sinistra e a destra del capo, e sia le crocchie sia la ghirlanda sia le braccia adornò con preziosi e fitti grappoli di vistose gemme tornite1

Così nel Kojiki è descritta Amaterasu Ōmikami nell’atto di prepararsi allo scontro con il fratello Susanoo no mikoto che teme stia sopraggiungendo a usurparle il regno. Le gemme tornite di cui parla l’antica cronaca sono i magatama, pietre ricurve dal carattere magico e simbolico, attributo di regalità e, insieme, di forza e potenza.

Un altro esempio ricavato dall’altra cronaca giapponese dell’VIII secolo, il Nihonshoki, è, a mio parere, altrettanto significativo. Racconta il mito che la dea del sole, Amaterasu, indispettita dal comportamento del fratello Susanoo, si era rifugiata in una caverna, precipitando così il mondo nell’oscurità. Sarà la danza orgiastica eseguita dalla dea Ame no uzume a far uscire Amaterasu dal proprio nascondiglio, provocando, con la sua danza scomposta, lo scoppiare fragoroso del riso dei kami e il ritorno della luce. È l’episodio della caverna (iwato biraki), fondativo del teatro giapponese. “Amenouzume prese un ramo dell’albero sacro di sakaki del celeste monte Kagu e se ne adornò i capelli”. Il Kagu era considerato un monte “caduto” dal cielo, luogo privilegiato su cui discendevano i kami sulla terra. Analogamente, il ramo posto sulla propria testa da Amenouzume diventa uno yorishiro, un ricettacolo del divino, lo strumento che da quel momento in poi permetterà ai kami di manifestarsi durante i riti di possessione officiati dalle sacerdotesse-sciamane, comunicando agli uomini la loro volontà e benevolenza.

Nel mito giapponese delle origini, dunque, già si registra la presenza del costume di inserire ornamenti fra i capelli, una prassi che attraversa la storia dell’acconciatura femminile giapponese e che avrà la sua massima esplosione a cavallo fra XVIII e XIX secolo.

Ma cosa sono, in realtà, questi ornamenti? E cosa rappresentano?

Innanzitutto vale la pena forse definire i tipi di accessorio utilizzati dalle donne giapponesi per le loro capigliature nelle varie epoche. Si tratta, in realtà, di oggetti di tipo e materiali diversi: dai pettini (kushi) nelle più svariate fogge e dimensioni (di cui abbiamo già parlato nella seconda parte di questo intervento), ai motoyui, strisce di carta che venivano utilizzate dalle donne dell’aristocrazia di corte in periodo Heian per raccogliere mollemente le lunghe chiome nella capigliatura detta sagegami, alle barrette corte (ichidome), alle barrette lunghe o spilloni (kōgai) dalle estremità più o meno sviluppate, alle forcine (kanzashi) a uno o due denti, in legno o in metallo, con decorazioni in seta, tartaruga o metallo, fisse o ricadenti, con fiori di stoffa (hana kanzashi) o con pendenti metallici tintinnanti (birabira kanzashi) dai motivi decorativi apotropaici e benauguranti, o stagionali. Durante il periodo Edo queste forcine, dette allora mimikaki, avevano immancabilmente delle estremità appiattite dai molteplici usi (per grattarsi il cuoio capelluto sotto333 la massa dell’acconciatura impomatata o per la pulizia delle orecchie, proprie o dell’amante di turno, come si evince da numerose stampe di periodo Edo di genere shunga).

Si ipotizza che in epoca arcaica le donne acconciassero i capelli con foglie e fiori e che questa prassi autoctona proseguì anche nel periodo Nara, pur fortemente caratterizzato da un’adesione ai modelli estetici cinesi. Ma dagli scavi archeologici di cumuli risalenti alla fase finale del periodo Jōmon (1000 a.C.-300 a.C.) sono emersi alcuni kōgai (spilloni) in osso della lunghezza di circa 18 cm. che sembrano testimoniare un uso più antico degli ornamenti per le capigliature. Certo è che per molto tempo le donne dell’aristocrazia di corte (kuge) e guerriera (buke) seguirono fogge di acconciatura che lasciavano le lunghe capigliature sciolte (taregami) o solo mollemente raccolte, mentre le donne del popolo, e per motivi squisitamente pratici, iniziarono ben presto a raccogliere i capelli utilizzando forcine o barrette che avevano anche uno scopo decorativo.

È un fatto che i mutamenti nella foggia di acconciare la capigliatura femminile non sono attribuibili unicamente alle mode ma sono da riferire anche alle trasformazioni sociali ed economiche. A poco a poco estromesse dalla possibilità di ereditare i beni di famiglia (a partire dal XIV secolo nuove leggi imponevano che terre e denaro andassero ormai solo ai figli maschi), le donne della classe guerriera e, successivamente, anche le donne delle classi inferiori, poterono fare affidamento solo su pochi oggetti che vennero a costituire l’unica ricchezza personale: erano proprio gli ornamenti per capelli, spesso fatti in metalli preziosi, a costituire un formidabile “bene rifugio” annidato nell’acconciatura.

Nella cultura giapponese dell’abbigliamento femminile non c’era posto tradizionalmente per gioielli quali orecchini, braccialetti, anelli, collane. Gli ornamenti per capelli erano dunque le uniche “gioie” e l’unica proprietà di cui potevano disporre. Essi divennero un mezzo per trasferire parte della ricchezza alle figlie e sappiamo che questa eredità a volte permise alle donne sposate di aiutare la propria famiglia in periodi di ristrettezze economiche o in caso di perdita di status.

Inoltre, la costituzione dei quartieri del piacere alla fine del XVI secolo (la prima autorizzazione viene rilasciata da Toyotomi Hideyoshi nel 1589) confinò diverse categorie di donne, fra cui le cortigiane di alto rango (tayū, oiran) che rivaleggiavano nel contendersi i favori dei clienti più facoltosi: sfoggiare un numero elevato di spilloni regalati dai vari ammiratori era segno di distinzione e permetteva all’oiran di primeggiare fra le migliaia di donne che vivevano da recluse nel quartiere.

Questa prassi durò ben oltre il periodo Edo (1603-1868) e raggiunse anche la più modesta popolazione di geisha e prostitute dei quartieri del piacere di provincia degli inizi del XX secolo. Racconta Inoue Yuki nelle sue memorie (Kuruwa no onna, 1980): “In uno chignon di tipo shimada infilavano uno spillone ornamentale frontale (maesashi) portafortuna. Un pendente ordinato presso un parrucchiere, accresciuto da un minuscolo piccione in tessuto tutto bianco posato su una spiga di riso che tremolava a ogni movimento della testa. Il pendente era consegnato con un piccione senza occhi. Il giorno di Capodanno era consuetudine che la geisha chiedesse al suo patrono (danna), al suo innamorato o a un cliente regolare di disegnare gli occhi del piccione con l’inchiostro di china. La geisha che aveva un buon danna - ossia generoso e gentile - si affrettava a fargli tracciare gli occhi del piccione delle dimensioni di un grano di sesamo per mostrare fieramente la sua fortuna alle altre.”

Fu dunque nel periodo Edo, l’epoca d’oro dell’acconciatura femminile in Giappone, e in particolare a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, che si assistette a un aumento del numero degli accessori fra i capelli delle cortigiane all’interno dei quartieri del piacere e, in seguito alla moda lanciata da queste e riproposta dagli attori del teatro kabuki che rivestivano i ruoli femminili, gli onnagata, l’uso di kanzashi, kōgai e pettini vari si diffuse anche all’interno della classe mercantile. Certo non si trattava, in questo caso, di acconciature elaborate come quella proposta dalla parrucca per il ruolo della cortigiana Agemaki nel dramma Sukeroku che può comportare fino a 12 spilloni in tartaruga a cui si aggiungono 4 altri spilloni: 2 in corallo e 2 in legno laccato, 3 pettini e un pesante cordoncino dorato che viene annodato sul retro della testa. Non si trattava certo delle elaborate impalcature delle oiran, ciò nondimeno, descrivendo le capigliature femminili che osservava all’epoca del suo mandato come console britannico in Giappone, Rutherford Alcock (1809-1897) ebbe a parlare di una “foresta di forcine”.

E si trattava sempre di una foresta fatta di oro, argento, lacca maki-e, madreperla, corallo, tartaruga: una foresta dal valore considerevole.

Ma è proprio durante il periodo Edo che si assiste a un accanimento della censura governativa contro quelli che vengono considerati beni di lusso esibiti dalla classe mercantile. Ci si trovò così in presenza di un susseguirsi di leggi suntuarie volte a ridurre a più modesti comportamenti la classe che più di ogni altra possedeva ormai i mezzi economici per condurre una vita dispendiosa a dispetto del rigore e della morigeratezza richiesti dal proprio status inferiore all’interno della gerarchia sociale imposta dai Tokugawa.2

Le leggi varate dal governo impongono limiti al valore degli accessori, proibiscono l’uso di alcuni materiali, condizionano le importazioni e le manifatture. Ma presto la classe dei chōnin saprà eludere le disposizioni limitative a beneficio di nuovi commerci e nuove creazioni, o beffeggiando le autorità fingendo, ad esempio, che la pregiata tartaruga (taima), materiale proibito nel 1853, sia sostituito dal simile ma più modesto e artificiale bekko, ma in realtà cambiando solo il nome allo stesso materiale…

Se le stampe ukiyo pervadono, dalla metà del XIX secolo in poi, i mercati europei e americani sull’onda del Giapponismo, portando con sé le immagini delle bijin dalle acconciature sontuosamente decorate, di quegli ornamenti ben poco si conosce fuori del Giappone. Sarà solo nel 1935 che verrà inaugurata la prima mostra dedicata ai “Japanese Hair Ornaments and Toilet Accessories” e lo sarà al Museum of Fine Arts di Boston (poi riproposta l’anno successivo al Met di New York) per volontà e opera del barone Ino Dan, potente capo della Mitsui e raffinato collezionista, oltre che direttore del Kokusai Bunka Shinkokai (Società per le relazioni internazionali). Di questi oggetti, che sceglie personalmente per la mostra negli Stati Uniti, il barone Dan possiede un’opinione del tutto personale. Scrive infatti nel catalogo dell’esposizione: “Questa collezione di ornamenti per capelli e effetti personali delle donne giapponesi non rappresenta l’arte giapponese né tantomeno è espressione del senso artistico dei giapponesi. Inoltre la collezione non deve essere vista come comprendente oggetti rari e preziosi: manufatti simili possono infatti essere scovati nei “curio shop” di Osaka, Kyoto e in altre piccole città da coloro che hanno occhi per individuarli”.

Pur ammettendo che alcuni famosi artisti, come Ogata Kōrin (1658-1716), si sono cimentati a disegnarli, il barone Dan conclude: “Comunque non furono mai prodotti come oggetti di alto valore artistico, ma furono meramente foggiati, quasi alla cieca, seguendo il corso delle mode prevalenti in una certa epoca. Alcuni pezzi in questa collezione recano i nomi dei loro fabbricanti, ma la maggior parte fu prodotta e venduta da artigiani senza nome i cui oggetti, esposti davanti ai loro negozietti, catturavano lo sguardo delle donne che casualmente passavano per quelle stradine. In seguito gli ornamenti trovavano posto nelle stanze di quelle donne dove i migliori erano accuratamente custoditi in scatole portagioie e conservati per le occasioni di festa.”

Con le sue osservazioni il barone Dan si allineava al sentire comune dell’epoca che tendeva a svilire il gusto delle donne in campo artistico negando loro qualsiasi capacità di giudizio estetico e attribuendo loro una superficiale predilezione per gli oggetti puramente decorativi. Dimenticava, il barone, che per secoli gli ornamenti per capelli furono gli unici gioielli indossati dalle donne giapponesi e che, disegnati spesso da artisti celebri e realizzati da valenti artigiani per mezzo di tecniche raffinatissime di laccatura, doratura, traforo, incisione, utilizzando materiali preziosi e di eccelsa qualità, questi accessori potevano essere considerati (e oggi lo sono) vere e proprie opere d’arte.


Bibliografia

Alessia Borellini (a cura di), Pettini e ornamenti da testa. Moda e costume dal XVI al XX secolo. La Collezione Antonini, catalogo della mostra, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (Mi), MUSEC-Museo delle Culture, Lugano, 2018.

Alf Hiltebeitel, Barbara D. Miller (eds.), Hair: Its Power and Meaning in Asian Cultures, Albany: State University of New York Press, 1998.

Marianne Huisbosch, Elizabeth Bedford, Martha Chaitkin (eds.), Asian Material Culture, Amsterdam University Press, 2009.


Note

1. Kojiki. Un racconto di antichi eventi, a cura di Paolo Villani, Venezia, Marsilio, 2006, p. 45.↩︎

2. Nel 1668 è proibito l’uso del corallo, nel 1704 sono proibiti l’oro, l’argento e la lacca maki-e, nel 1743 di questi materiali è addirittura vietata la produzione; nel 1789 è limitato l’uso della tartaruga a piccoli pezzi poco costosi ed è stabilito che i pettini non possano costare più di 100 pezzi d’argento mentre kōgai e kanzashi dovranno costare ancor meno. Nel 1853 è vietato l’uso della tartaruga.↩︎