Kyoto Butoh-kan
Il primo teatro al mondo dedicato alla danza butō

Scritto da Fabio Massimo Fioravanti -

Nel settembre del 2016 – di nuovo a Kyōto per fotografare – venni a sapere da una cara amica giapponese, anche lei fotografa, che conosceva la mia grande passione per la danza butō, che da poco era stato aperto in città un piccolo teatro dedicato completamente a quest’arte. Cercando in internet trovai il sito web e scrissi subito una mail al Kyoto Butoh-kan spiegando chi ero e chiedendo se fosse possibile fare delle riprese fotografiche.

Mi rispose – a breve giro – Abel Coelho, che a quei tempi coordinava l’organizzazione del teatro, invitandomi a vedere il giovedì successivo la performance in cartellone: Hisoku (Colore segreto) di Ima Tenko.

Così in una tiepida sera di inizio autunno mi ritrovai a cercare nel centro di Kyōto questo nuovo teatro che aveva inaugurato l’attività poco più di due mesi prima: giovedì 7 luglio 2016.

Tra gli alti moderni palazzi di uffici compresi tra Oike Dori e Sanjo Dori non immaginavo potesse ancora “resistere” un piccolo kura, un antico magazzino tradizionale costruito con le pareti di pietra e terra e chiuso da una spessa e pesante porta di legno.

Dopo qualche giro a vuoto infine lo trovai appena a nord dell’incrocio tra Koromonotana Dori e Sanjo Dori.

Grande fu la mia sorpresa, il kura – diventato ora il primo teatro al mondo dedicato alle esibizioni di butō – con le pareti bianche e le tegole di ardesia grigia, sopravvissuto per secoli alle distruzioni delle guerre ed al fuoco che spesso hanno ferito la città di Kyōto, era completamente circondato e sovrastato da alti moderni palazzi: da Koromonotana Dori, superato un basso portoncino di legno, si apriva tra i palazzi uno stretto e lungo viale di ghiaia bianca che conduceva, infine, al piccolo edificio-teatro.

I kura sono edifici che servivano a custodire i beni più preziosi di famiglie, clan e templi. Nei kura venivano conservati i beni preziosi come la raccolta stagionale di riso, le merci da vendere, i tesori di famiglia, le materie prime per l’attività professionale. Queste costruzioni erano estremamente importanti, i loro proprietari vi riponevano grande fiducia, e questa fiducia derivava dal fatto che i kura avevano la caratteristica essenziale di essere costruzioni resistenti al fuoco.

Le caratteristiche architettoniche dei kura li rendono fortezze contro gli incendi così frequenti e temuti in tutto il Giappone.

I kura erano più o meno grandi a seconda della ricchezza del loro proprietario e pertanto la loro grandezza varia dalla casetta a lato dell’abitazione principale, all’edificio a due piani. Sembrano costruiti in muratura per via dell’intonaco di calce che li ricopre ma, in realtà, sono fatti di terra, corde di paglia, legno e bambù come ogni edificio tradizionale in Giappone. Lo spessore delle pareti è di circa 40-70 cm. Le finestre e le porte hanno ante di metallo o di terra intonacata spessa circa 15-20 cm. Il tetto, a due spioventi, è rivestito di tegole e la sua funzione è quella di proteggere il soffitto del kura, che è fatto di terra e paglia come i muri.

Le caratteristiche esterne dei kura variano di regione in regione. Esistono kura di sola terra (tsuchi kabe), kura rivestiti totalmente o in parte di assi di legno con la superficie carbonizzata (yakisugi ita, con alto punto di fiamma e resistenza alla salinità), altri ancora sono piastrellati.

Le dimensioni sono molto contenute, nel caso del kura divenuto il Kyoto Butoh-kan la dimensione è di metri 3,63 per metri 4,55, su due piani collegati da una ripidissima scala di legno. Per questo motivo - oggi - il piccolo teatro può contenere al massimo nove spettatori seduti sui cuscini.

Abel mi aspettava all’ingresso del teatro e ci presentammo: quella sera alla fine della performance Abel mi presentò ad Ima Tenko che conoscevo di fama e di cui avevo visto alcuni video in Rete.

Ricordo ancora molto bene che Hisoku mi aveva emozionato moltissimo: in un modo strano ed inaspettato, ad un certo punto della performance, nel buio mi ero messo a piangere e singhiozzare disperatamente.

Rammento che – ancora emozionato – dissi ad Ima-san che il suo lavoro mi aveva appena fatto rivivere gli ultimi istanti di vita di mia madre, morta molto “male” tanti anni prima (tumori in vari organi del suo corpo), ed Ima-san capito quale era stato il momento preciso mi disse che quel “passaggio” dello spettacolo lo aveva coreografato pensando alla morte di suo padre: il butō riesce a “parlare” ed a comunicare con la memoria del nostro corpo per vie misteriose, riesce a “nominare” i dolori e le gioie che noi apparentemente non ricordiamo neanche più, e “nominare” è sempre in un qualche modo un rituale per esorcizzare e superare il dolore delle nostre esistenze: la “stratificazione” temporale nel nostro corpo dei dolori e delle gioie della nostra esistenza, trova nella danza butō una risonanza inaspettata ed un momento liberatorio.

Con Ima-san ed Abel - quella stessa sera - ci mettemmo d’accordo per fotografare la performance, ovviamente in assenza di pubblico, perché nel piccolo teatro-kura avrei disturbato gli spettatori.

L’anno seguente, nell’autunno del 2017, conobbi e fotografai gli altri due artisti-danzatori del Kyoto Butoh-kan: Yurabe Masami che dal 14 febbraio ogni martedì danzava Underworld Flower; e Fukurozaka Yasuo, che aveva esordito con Antigraviton, Lovely Face sabato 9 settembre.

I tre danzatori del Kyoto Butoh-kan sono molto diversi tra di loro, per età, sesso, carattere, esperienze professionali, caratteristiche tecniche e attitudini umane, ma tutti e tre sono artisti che hanno fatto del butō una “via” nel senso buddhista del termine: una incondizionata dedizione di vita alla ricerca della perfezione formale di ogni gesto coreutico e quindi del proprio “miglioramento” spirituale in vita.

Nell’intervistarli per il libro “Kyoto Butoh-kan” che stavo realizzando ho potuto capire quanto per loro il butō sia una esperienza , e quanta dedizione - e quanta fatica - impiegano per vivere il butō come l’eresia di un corpo totale e assoluto.

In tutte e tre le sessioni fotografiche, svolte in assenza di pubblico, con la macchina fotografica unico spettatore per così dire, ho sempre chiesto ai tre artisti-danzatori di eseguire la loro performance in continuità, come fossero davanti ad un “pubblico ideale”, senza alcuna interruzione, senza rompere quella magia che solo la danza butō riesce a creare quando il performer è un grande artista.

C’è sempre - ovviamente - uno “scarto”, una “diffrazione”, una “distanza” tra fotografia e butō: la fotografia vive di istanti isolati, congelati, senza rumore, visibili, per contro il butō è danza, movimento, fisicità, oscurità, fluidità e suono. Il rapporto tra fotografia e butō è stato fin dagli esordi un rapporto di odio-amore come dice bene Katja Centonze nel suo saggio presente nel libro “Kyoto Butoh-kan”: “Viene a instaurarsi una situazione quasi di sfida, dunque. Forse potremmo dire che la fotografia e il butō si pongano in una relazione di diffrazione reciproca, respingendosi in un rapporto di fatale attrazione1 .

La fotografia - per sua costituzione tecnico-linguistica - isola momenti di esistenza estraendoli dalla continuità spazio-temporale della nostra vita, che inesorabilmente volge al suo fine ultimo, la morte, per renderli unici, eterni: forse significativi? Scarti del tempo che diventano unici, che ogni fotografo vorrebbe diventassero “assoluti” e significativi. In questo incontro tra fotografia e butō si può dire che “L’incontro tra performance e fotografia è come il detto giapponese ichigo ichie(la natura irripetibile e unica di ogni momento, Katja Centonze, idem).

Fotografare il butō porta il fotografo fino ai limiti espressivi - ed oltre - del proprio linguaggio, spesso le performance si svolgono in una assenza di luce che rende impossibile il fotografare, gli automatismi delle macchine fotografiche, progettate per riprendere il “visibile”, vanno in tilt, saltano i sistemi autofocus, i tracciamenti, i valori EV perdono il loro significato “tecnico”, diventa complesso stabilire un diaframma e le relative profondità di campo: a volte è letteralmente “impossibile” vedere ciò che accade davanti alla macchina fotografica! Il buio avvolge ogni cosa, e così ti chiedi perché sei li, perché non riesci a “vedere”, perché non “puoi” vedere! La tua vita e il tuo linguaggio sono così legati al vedere che non capisci più cosa stia succedendo. Sei tu che vai in “confusione” e che perdi i punti di riferimento, non sono le tue “macchine”.

E allora ci si affida all’istinto, agli anni di esperienze, a ciò che si “sente” più che a ciò che si “vede”, e in quei momenti capisci che a volte i tuoi occhi possono poco di fronte alla forza del tuo “sentire”. Vediamo con gli occhi o “sentiamo” con gli occhi? Che specie di sinestesia accade al fotografo durante una performance di butō? 2

Questo è accaduto in tutte e tre le sessioni fotografiche al Kyoto Butoh-kan, ma in particolare con Fukurozaka Yasuo ed il suo Antigraviton, Lovely Face: vero manifesto dell’impossibilità di fotografare la danza butō: un autentico, fisico corpo a corpo, fatto di sudore e fatica, ansietà e desiderio, dogma e libertà, tra il corpo del fotografo e della sua macchina ed il corpo del performer e la sua arte.

Questo corpo a corpo è avvenuto in uno spazio speciale e unico: il piccolo teatro Kyoto Butoh-kan di Kyōto. E’ un luogo magico, quasi un grembo materno: un utero metaforico che fa diventare un tutt’uno lo spettatore ed il performer. In questo spazio l’incontro-scontro-confronto tra il fotografo ed il danzatore diventa una metafora della vita: della sua unica e assoluta fragilità ed irripetibilità! Niente è ripetizione, e tutto accade una sola volta!

Come si legge sul sito web del Butoh-kan: “Il Butō è una danza d’avanguardia nata in Giappone alla fine degli anni ‘50. Esprimendo una fisicità e spiritualità giapponese, lo stile unico del Butō è stata una nuova sfida per l’estetica della danza del tempo… Art Complex ha fatto rivivere un antico magazzino giapponese, uno spazio intimo limitato al massimo a nove spettatori, che sarà dedicato alle esibizioni di Butō”.

Nell’antico kura divenuto Kyoto Butoh-kan a giorni alterni i tre artisti danzano, per spettatori provenienti da tutto il mondo, i sogni e la realtà del nostro “corpo”.

P.S. A seguito della pandemia di Covid 19 le performances al Kyoto Butoh-kan sono state sospese dal 31 maggio 2021.


Note

1. Katja Centonze, Osmosi tra fotografia e butō nell’indipendenza dell’ombra: l’invisibile si fa danza, Kyoto Butoh-kan, Fabio Massimo Fioravanti, Voglino Edizioni.↩︎

2. Nelle Elegie Romane Goethe parla della sinestesia: “Le mani vogliono vedere, gli occhi desiderano accarezzare”.↩︎