Sekisui-zu. Una mappa nazionale del Giappone al Museo d'Arte Orientale di Venezia
Scritto da https://orientalevenezia.beniculturali.it/ -La mappa nazionale del Giappone intitolata [Zōtei] Dai Nihon kokugun yochi rotei zenzu (Mappa [ampliata e rivista] delle province e itinerari del Grande Giappone), donata dagli eredi della professoressa Adriana Boscaro al Museo d’Arte Orientale di Venezia, è un esempio della ricca produzione cartografica commerciale dell’epoca Tokugawa o Edo (1603-1867). Il suo colophon indica che è stata stampata e pubblicata a Edo e Kyoto dall’editore Izumoji Manjirō, nel 1852, e identifica due autori: come responsabile della zōtei, ovvero della revisione ed espansione, Suzuki Kien, una figura su cui non si dispone di dettagliate notizie biografiche, ma che produsse svariate mappe e testi di natura educativa a cavallo fra la fine dell’epoca Tokugawa o Edo (1603-1867) e gli inizi dell’epoca Meiji (1868-1912); e, come autore del “disegno originale” (genzu), ovvero del modello su cui si basò il lavoro di revisione di Suzuki, il cartografo Nagakubo Sekisui (1717-1801).
La mappa è, infatti, una rielaborazione di uno dei prodotti cartografici di maggiore successo editoriale del diciottesimo secolo: Kaisei Nihon yochi rotei zenzu (Mappa completa e revisionata degli itinerari del Giappone), firmata appunto da Sekisui, e distribuita in prima edizione nel 1779, dall’editore Asano Yahē di Osaka. Si può osservare qui sotto una copia di tale prima edizione, conservata presso la University of British Columbia.
Il disegno originale di Sekisui, in assenza di norme rigide sulla proprietà intellettuale, ispirò numerosi riadattamenti, e la mappa oggi preservata al Museo d’Arte Orientale di Venezia rappresenta una delle molteplici tappe di questa complessa storia editoriale.
Per comprendere al meglio tale storia, è importante in primo luogo considerare il contesto in cui venne prodotta: non in isolamento, ma come espressione di una società che produsse una grande quantità e varietà di prodotti cartografici, utilizzati per una altrettanto grande varietà di scopi. L’epoca Tokugawa fu una fase culturalmente molto dinamica della storia giapponese, nella quale una nuova ricca borghesia urbana e un’élite rurale, entrambe mediamente ben istruite, giocarono un ruolo di primo piano. Già dal diciassettesimo secolo, la nuova borghesia diede vita a una florida industria editoriale, la cui fortuna fu promossa dagli sviluppi tecnologici (per esempio, la nascita di nuove tecniche per la produzione di carta a basso costo) e da una rete commerciale su scala nazionale che favorì la diffusione sia delle materie prime per la stampa, sia dei prodotti editoriali finiti. La produzione di mappe pensate per una diffusione commerciale fu una delle molte declinazioni di tale cultura editoriale.
In Giappone, come nel resto dell’Asia Orientale, la cartografia era pratica antica: sin dalla fondazione di un primo stato giapponese nel settimo secolo d.C., la corte aveva ordinato indagini territoriali e la produzione di mappe correlate. Fino al sedicesimo secolo, però, si era prodotto solo un numero ridotto di mappe manoscritte, strumenti nelle mani delle élite. Con la presa di potere della famiglia Tokugawa, nel 1603, non solo si iniziò a usare in modo molto più sistematico la cartografia per la gestione del territorio, portando a un aumento del numero di mappe a uso amministrativo, ma inoltre, e soprattutto, i produttori di mappe si diversificarono. Si ampliò anche il loro pubblico, attraverso, appunto, la commercializzazione: le case editrici scoprirono che la cartografia era un mercato proficuo, e vi investirono in modo sempre più massiccio, modellando i prodotti in modo da andare incontro ai gusti del pubblico pagante. In alcuni casi, le mappe commerciali erano basate sulle mappe amministrative coeve, in altri su mappe manoscritte più antiche, in altri ancora su indagini territoriali indipendenti, o su testi letterari, incluse opere di fantasia; a volte, varie diverse ispirazioni convivevano all’interno di un singolo esemplare.
È difficile, in uno spazio limitato, dare un quadro esaustivo della grande varietà di generi cartografici esistenti, ma si possono menzionare quelli più comuni, mostrando una selezione di esempi significativi. Una tipologia cartografica commerciale particolarmente diffusa erano le mappe cittadine, che erano riflesso della nuova ricca cultura urbana: erano pensate come strumenti pratici per navigare lo spazio cittadino in espansione, per padroneggiare le sue strutture burocratiche e sfruttare la sua offerta culturale e ricreativa, ma anche come oggetti da esposizione, ispirazione per viaggi reali o strumenti per viaggi virtuali. Questa varietà di utilizzi emerge per esempio nelle mappe di Kyoto, la capitale imperiale giapponese, una città di dimensioni e popolazione paragonabili a quelle delle grandi capitali europee coeve, e che crebbe nel periodo Tokugawa come meta turistica e di pellegrinaggio, per via dei suoi molti templi e santuari. La cartografia urbana di Kyoto riflesse tale mutamento nel panorama culturale della città, evolvendosi per dare crescente spazio all’area collinare che la circondava, la più battuta dai viaggiatori proprio perché vi si concentravano le mete di pellegrinaggio e turistiche. Le mappe erano spesso prodotte in edizioni multiple, combinando edizioni tascabili, pensate per l’uso pratico, a edizioni da esposizione, di grandi dimensioni e abbellite attraverso la colorazione a mano.
Fra i prodotti cartografici incentrati su specifiche località, spiccano anche quelli dedicati a luoghi di pellegrinaggio, come i complessi di Nikkō e Ise, o il monte Fuji. Un esempio di tarda epoca Edo è Fujisan shinkei zenzu, una rappresentazione pittorico-cartografica del Fuji visto dall’alto – una vera e propria resa su carta dell’universo culturale che ruotava attorno al vulcano. Nel cratere, sono rappresentati Kakugyō Tōbutsu e Jikigyō Miroku, fondatori del culto del Fuji, che in epoca Tokugawa aveva raggiunto grande popolarità, promosso in particolare da confraternite religiose (kō) distribuite nell’area di Edo. A fianco dei due religiosi, vengono mostrati gruppi di pellegrini, gli alloggi destinati a ospitarli, le varie possibili rotte che si potevano seguire per raggiungere la cima, il sistema di grotte al di sotto della superficie della montagna (anch’esse, luogo di culto) e le torce che venivano accese in occasione della festività del fuoco (hi matsuri) che si teneva annualmente in uno dei santuari alle sue pendici. Al contempo, la mappa dà rilevanza, rappresentandoli nel dettaglio, a paesaggi celebri, come le cascate Shiraito, un’attrazione di natura più ‘turistica’, in un’epoca in cui pellegrinaggio e viaggio di piacere tendevano a sovrapporsi. Oggetti come Fujisan shinkei zenzu facevano parte della cultura materiale che si associava alla pratica del pellegrinaggio: la mappa era utilizzata dagli oshi, sacerdoti itineranti, per mostrare, come indicava il suo titolo, la “vera forma” del Fuji a potenziali pellegrini e invogliarli a visitare la montagna, ma anche venduta come souvenir sulla montagna stessa; poteva persino essere piegata in forma tridimensionale, per permettere ai visitatori di ricostruire un piccolo Fuji fra le pareti domestiche.
Le mappe commerciali non si limitavano alla dimensione locale. Esistevano anche prodotti cartografici pensati per tracciare itinerari su lunga distanza, di varia natura, come mappe stradali e mappe delle rotte marittime, e mappe commerciali delle diverse province e regioni del Giappone, anch’esse, come le mappe urbane, spesso realizzate per esposizione; nel corso dell’epoca Tokugawa, vennero prodotte anche diverse mappe commerciali del mondo, che, soprattutto verso la fine del periodo, negli anni dell’avanzata dell’imperialismo, riflettevano un interesse scientifico verso i mutamenti in corso nelle dinamiche di potere a livello globale; vi erano poi, appunto, le mappe nazionali, che riproducevano in ampia scala la geografia fisica del Giappone, le divisioni amministrative e la geografia politica, e gli itinerari all’interno del paese.
Fra le mappe nazionali, quella che aveva dominato più a lungo il mercato prima della diffusione della mappa di Sekisui era stata Honchō zukan kōmoku, pubblicata in prima edizione nel 1687.
L’autore non era un cartografo professionista, ma un artista: Ishikawa Ryūsen (anche noto come Ishikawa Tomonobu, attivo fra il 1680 e il 1720), allievo di Hishikawa Moronobu (1618-1694), uno fra i principali disegnatori per stampe policrome ukiyo-e del diciassettesimo secolo. Ryūsen era un membro della borghesia urbana, che lavorava principalmente per un pubblico della sua stessa estrazione, come illustratore, appunto, di stampe. Le sue mappe sono una sorta di variante della sua produzione ukiyo-e, oggetti pensati per intrattenere e divertire un pubblico popolare, più che per veicolare conoscenze geografiche.
La mappa nazionale di Ryūsen, di conseguenza, non dava rilievo all’accuratezza della rappresentazione topografica, tanto da ignorare i risultati delle indagini territoriali più recenti condotte dai Tokugawa, e da basarsi piuttosto su precedenti mappe manoscritte e fonti letterarie. Conteneva informazioni aggiornate sulla geografia politica del paese (vi si elencavano i nomi dei vari signori locali che sottostavano all’autorità della famiglia Tokugawa, associati alle province in cui risiedevano e a una stima dei loro possedimenti terrieri), ma si può supporre che tali informazioni specifiche vi fossero state incluse non per una particolare attenzione alla precisione, ma perché rispondevano a un certo tipo di curiosità popolare (la vita delle élite militari era oggetto anche di altre pubblicazioni destinate alla borghesia urbana; per esempio i registri dei signori militari chiamati bukan, un genere letterario di successo). La mappa forniva inoltre informazioni per viaggiatori, tracciando la rete delle principali arterie di collegamento interne al Giappone, con le rispettive distanze, e identificando le stazioni di posta sulle strade principali. È improbabile che queste informazioni avessero un fine pratico: esistevano mappe stradali molto più dettagliate e facili da trasportare in viaggio. Piuttosto, la mappa di Ryūsen catturava visivamente l’interesse per la cultura del viaggio, che proprio a cavallo fra diciassettesimo e diciottesimo secolo si stava trasformando in un fenomeno di massa. La mappa forniva, infine, una piattaforma per viaggiatori che volessero spingersi virtualmente, con la fantasia, al di fuori del Giappone. Ai margini, si trovava una rappresentazione delle zone dell’Asia Orientale con cui il paese aveva rapporti diplomatici e commerciali, e in una tabella si riportava un elenco di località estere, alcune reali e alcune immaginarie, con le loro supposte distanze dal Giappone. In epoca Tokugawa, agli abitanti dell’arcipelago giapponese era vietato viaggiare all’estero, ma ciò non frenava, e anzi se possibile stimolava l’interesse nei confronti del mondo esterno: la mappa di Ryūsen rispondeva anche a questa curiosità, senza però preoccuparsi di fare una precisa distinzione fra realtà e immaginazione.
Dai vari esempi presentati finora, emerge come nel Giappone di epoca Tokugawa le mappe commerciali fossero oggetti dalla natura polifunzionale: potevano essere in alternativa – o anche, spesso, allo stesso tempo – strumenti pratici usati per spostarsi in un determinato territorio, oggetti di studio, pezzi d’arte da esporre e contemplare, souvenir da regalare, strumenti per stimolare l’immaginazione. Emerge inoltre come nella definizione di “mappa” rientrassero alcune tipologie di materiale molto diverse dal modello che domina il nostro attuale panorama cartografico, ovvero quello improntato a una rappresentazione astratta e geometrica dello spazio, basata su coordinate cartesiane: ne facevano parte anche rappresentazioni di natura pittorica, con un limitato o quasi nullo livello di astrazione, ma che comunque, in modi diversi, aiutavano a inquadrare visivamente la relazione fra diversi elementi nello spazio (questa, secondo l’opera fondativa History of Cartography, di Harley e Woodward, è la caratteristica fondamentale che identifica una rappresentazione grafica come mappa).
In effetti, se oggi in giapponese per indicare le mappe si fa principalmente uso del termine chizu 地図, che si potrebbe tradurre letteralmente come “diagramma del territorio”, in epoca Tokugawa si tendevano a preferire il termine generico zu ( “diagramma”) o, ancor più frequentemente, il termine ezu (絵図 o 絵圖, “diagramma illustrato”), che sottolineavano la natura più miscellanea e meno strettamente topografica delle informazioni incluse nella mappa e l’importanza al suo interno degli elementi pittorici. La mappa di Nagakubo Sekisui presenta un elevato livello di astrazione e stilizzazione geometrica, ma analizzarla nel suo contesto di produzione aiuta a comprendere come questa impostazione non rispondesse a uno standard, e fosse anzi innovativa: si trattava di una scelta che rifletteva lo specifico background intellettuale e culturale del suo creatore.
Sekisui era, infatti, uno studioso. Membro della emergente élite rurale, era cresciuto nell’area di Mito, un territorio nella zona centrale dell’isola di Honshū, controllato da un ramo collaterale della famiglia Tokugawa. Gli era stata impartita un’istruzione rigorosa, di stampo confuciano: un approccio educativo che poneva particolare enfasi sulla precisione e l’indagine razionale, elementi poi centrali al suo approccio alla materia cartografica. Proprio la geografia e la cartografia erano emerse come le materie che più lo avevano interessato durante i suoi studi. Come parte dell’élite rurale, Sekisui era cresciuto inoltre con sufficienti mezzi e occasioni per condurre viaggi di studio, e aveva esplorato il Giappone da Nord a Sud. Questi viaggi gli fornirono ispirazione e materiale per la sua produzione cartografica, e lo avvicinarono a una grande varietà di circoli culturali e intellettuali. In particolare, nel corso di un periodo di studi trascorso a Nagasaki nel 1767, Sekisui venne in contatto con la corrente di studi chiamata Rangaku (Studi olandesi), che si concentrava sull’approfondimento di conoscenze scientifiche (geografiche, astronomiche, agronomiche, mediche) europee, portate in Giappone dai membri della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. La Compagnia possedeva un avamposto commerciale, confinato nell’isoletta di Dejima, nel porto di Nagasaki, ed era l’unica comunità di origine europea la cui presenza fosse ammessa in Giappone. Nel diciassettesimo secolo, solo i Tokugawa e i loro diretti vassalli avevano avuto accesso ai rapporti con i membri della Compagnia, attraverso interpreti ufficiali, ma nei primi decenni del diciottesimo secolo queste restrizioni si erano allentate, e un numero crescente di studiosi, fra cui appunto Sekisui, si era avvicinato agli Studi olandesi.
Non si può inquadrare Sekisui come uno scienziato in senso europeo e moderno, ma, nel contesto del Giappone Tokugawa, era probabilmente il modello di intellettuale che più si avvicinava a questa definizione. Grazie alla varietà delle sue conoscenze, pur non provenendo dall’élite militare, divenne un intellettuale molto stimato dalle autorità, tanto che nel 1777, all’età di 61 anni, venne selezionato come istitutore per il signore di Mito e fu invitato a prestare servizio a Edo. La sua attività scientifica spaziò dall’astronomia alla geografia, ma certamente la produzione di mappe fu l’ambito in cui si distinse maggiormente, e in cui ebbe maggiore successo editoriale. Le sue opere cartografiche erano pensate per un target di acquirenti diverso rispetto a quello popolare di Ishikawa Ryūsen: un pubblico dagli interessi colti, a cui le opere rispondevano attraverso un approccio che poneva enfasi sulla precisione e sull’inclusione di informazioni topografiche aggiornate.
La sua mappa del Giappone ben rappresenta queste caratteristiche. Oltre a fare uso di una scala precisa (come menzionato esplicitamente nella sua legenda), si distingue per un elemento innovativo per la cartografia giapponese dell’epoca: l’uso di riferimenti numerici per posizionare il Giappone in modo esatto sul globo terrestre, un approccio che Sekisui aveva ricavato dalla cartografia olandese. Anche la mappa di Ishikawa Ryūsen, come accennato sopra, collocava il Giappone nel contesto di un mondo più vasto, ma lo faceva con un approccio più vago; Sekisui si serviva invece di un modello di riferimento pensato come scientifico e universale. Nell’edizione originale del 1779, l’arcipelago è collocato in una griglia di linee orizzontali e verticali: le linee orizzontali corrispondono ai meridiani, associati all’indicazione dei gradi di latitudine; le linee verticali non sono associate ai gradi dei paralleli, ma servono comunque all’osservatore a farsi un’idea delle distanze geografiche precise da Est a Ovest. La griglia sparisce nell’edizione presente al Museo d’Arte Orientale di Venezia, forse per una questione estetica, ma rimane esplicitata l’indicazione dei gradi corrispondente, preservando l’attenzione alla precisione del disegno originario. Del resto, come spiegato sopra, ogni mappa poteva essere polifunzionale: in questo caso, strumento di studio ma anche oggetto da contemplazione.
Museo d’Arte Orientale, Venezia.
Un altro aspetto che caratterizza sia l’edizione del 1779 della mappa di Sekisui che le mappe che ne derivarono è la fittissima presenza di toponimi: è stato calcolato che nella mappa ne siano inclusi circa 4000, ovvero 5 volte di più che nella mappa di Ryūsen.
Museo d’Arte Orientale, Venezia.
Nella legenda della mappa, a ogni tipologia di toponimo si associa un simbolo diverso per rappresentarlo: per esempio, uno per le città, uno per templi e santuari, e uno per i meisho, o luoghi celebri. La legenda insiste inoltre sulla precisione con cui questi toponimi sono stati collocati, così come sulla precisione con cui sono stati tracciati i confini amministrativi delle diverse aree del Giappone. Si trattava di informazioni geografiche che Sekisui, a differenza di Ryūsen, aveva avuto cura di ricavare da indagini territoriali aggiornate, ordinate dai Tokugawa, a cui aveva avuto accesso dopo il 1771, grazie al suo lavoro come istitutore a Edo.
A questa strabordante quantità di informazioni geografiche si accompagna una netta riduzione degli elementi decorativi (si fa uso piuttosto, appunto, dei simboli presentati nella legenda, con un aumento del livello di astrazione) e anche una eliminazione di quegli elementi ‘curiosi’ che Ryūsen aveva inserito per catturare l’attenzione del suo pubblico (per esempio, i riferimenti ai possedimenti dell’aristocrazia militare). Sekisui era, chiaramente, più interessato a insegnare che a intrattenere.
Ciò non impedì alla sua mappa di diventare un prodotto molto popolare. Nell’arco del tardo periodo Tokugawa, il disegno originale del 1779 venne riutilizzato dallo stesso editore per ben cinque volte: in un’edizione revisionata pubblicata nel 1791, quando Sekisui era ancora in vita, e poi in una serie di edizioni postume. La mappa diede inoltre vita a una tradizione di edizioni derivative, ispirate al disegno originario, ma aggiornate da diversi cartografi, per conto di svariati editori. Fra queste, si trova appunto anche la mappa rielaborata da Suzuki Kien, che ebbe a sua volta una seconda edizione nel 1871. Il modello cartografico di Sekisui divenne così influente da iniziare a essere identificato semplicemente con l’appellativo Sekisui-zu (mappa Sekisui), un termine con cui si venne a fare riferimento non solo, appunto, al disegno originario, ma anche a tutte le varianti che ne erano nate. Proprio questa ricchezza di edizioni ha permesso a diversi esemplari di Sekisui-zu di sopravvivere, giungendo a essere preservate in varie istituzioni museali in Giappone e in altre parti del mondo.
L’impatto della mappa di Sekisui non si fermò al Giappone, ma arrivò persino all’Europa. I Tokugawa vietavano, teoricamente, la divulgazione al di fuori del Giappone di informazioni geografiche che potessero essere considerate di valore strategico, ma ciò non impedì ad alcuni membri della Compagnia Olandese delle Indie Orientali di cercare di raccogliere e contrabbandare in Europa prodotti cartografici che rappresentavano il Giappone. Fu il caso dell’olandese Isaac Titsingh (1745–1812), che visse e lavorò a Dejima fra il 1779 e il 1784, al servizio della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Titsingh aveva l’ambizione di compilare e pubblicare una descrizione esaustiva del Giappone. Mentre si trovava a Nagasaki, acquisì varie fonti giapponesi che potevano essergli utili a questo scopo, che fece tradurre privatamente (e segretamente) da interpreti giapponesi. Fra queste, vi era anche una prima edizione della Sekisui-zu: Titsingh la identificò come la fonte cartografica più aggiornata ed esaustiva a disposizione nel mercato editoriale giapponese dell’epoca, e la usò come riferimento topografico per i suoi scritti, lanciando così la sua ‘carriera europea’.
Nel 1792, mentre si trovava di stanza nel Bengala, Titsingh spedì inoltre la sua copia della mappa al fratello, in Europa. Tale copia venne in seguito acquisita dallo studioso Philipp Franz Von Siebold, medico e botanico tedesco, che era a sua volta interessato ad acquisire informazioni geografiche aggiornate sul Giappone, da utilizzare per i propri scritti. Siebold visse anche personalmente in Giappone, fra il 1823 e il 1830; vi fondò una scuola medica e vi convisse more uxorio con una donna giapponese, da cui ebbe una figlia. Proprio il suo interesse per la geografia giapponese gli costò l’espulsione: nel 1826, venne scoperto dalle autorità mentre usava illecitamente alcune mappe giapponesi, appena acquisite, per tracciare una mappa delle isole che si trovavano oltre i confini settentrionali dello stato dei Tokugawa, un atto che gli valse l’accusa di essere una spia russa. Anche una volta rientrato in patria, nonostante nei suoi anni in Giappone avesse acquisito nuovo materiale, Von Siebold continuò a servirsi della mappa di Sekisui, trattandola come dizionario geografico di riferimento, proprio per la sua grande ricchezza di toponimi. Per un osservatore europeo, già abituato all’astrazione e alla precisione di meridiani e paralleli, era forse proprio questa caratteristica, più di ogni altra, a essere oggetto di interesse. Per questa stessa ragione, la mappa di Sekisui continuò a essere usata come riferimento anche in mappe europee prodotte dopo la caduta delle restrizioni dei Tokugawa, anche quando divenne più semplice per i viaggiatori europei avere accesso a informazioni geografiche aggiornate.
La Sekisui-zu è, in questo senso, un’opera interessante sotto molti punti di vista. Rappresenta una tappa importante nella storia dell’editoria e della cartografia commerciale giapponese, ma è anche uno specchio più generale della storia sociale, culturale e intellettuale del Giappone Tokugawa: esempio di una variegata cultura materiale, riflesso di un complesso e “ibridizzato” panorama intellettuale (ben incarnato dalla figura del suo ideatore), e tassello nella complessa storia delle interazioni culturali fra Giappone e paesi europei.
PER APPROFONDIRE
- J. B. Harley and David Woodward (a cura di), The History of Cartography, Vols 1-2, Chicago: University of Chicago Press, 1987, 1995
- Kinda Akihiro e Uesugi Kazuhiro, Nihon Chizu shi, Tokyo: Yoshikawa Kōbunkan, 2012.
- Kären Wigen, Fumiko Sugimoto e Cary Karacas (a cura di), Cartographic Japan. A History in Maps, Chicago: The University of Chicago Press, 2016.
- Marcia Yonemoto, Mapping Early Modern Japan: Space, Place, and Culture in the Tokugawa Period, 1603-1868, Berkeley: University of California Press, 2003.
Adriana Boscaro:
cartografie culturali tra Venezia e il Giappone
Luisa Bienati
Ricordare la figura e l’opera di Adriana Boscaro (1935–2023) significa ripercorrere una delle traiettorie più originali e feconde degli studi giapponesi in Italia e in Europa.
Nata a Venezia nell’agosto del 1935, la studiosa mantenne sempre con la città lagunare un legame identitario e intellettuale profondo, trasformandola in una sorta di osservatorio privilegiato da cui guardare al Giappone e, più in generale, ai rapporti tra Europa e Asia.
La dimensione veneziana non fu soltanto biografica ma anche epistemologica: Boscaro cercò costantemente analogie e connessioni tra Venezia e il mondo giapponese, arrivando, ad esempio, a riflettere sui parallelismi storici e urbani tra Venezia e Edo nel periodo Tokugawa – città d’acqua, di commerci, di piaceri e di intensa vita culturale. Questa tensione comparativa costituì uno dei presupposti metodologici del suo lavoro: leggere il Giappone non come spazio isolato, ma come nodo di reti globali di scambi, rappresentazioni e immaginari.
Dopo la formazione veneziana e l’avvio agli studi giapponesi negli anni Cinquanta, Boscaro intraprese la carriera accademica all’Università Ca’ Foscari, dove insegnò letteratura giapponese, storia dei rapporti euro-giapponesi e storia culturale del Giappone Tokugawa, ricoprendo inoltre ruoli istituzionali di primo piano, tra cui la direzione dell’Istituto di Studi Giapponesi e del Dipartimento di Studi sull’Asia Orientale.
Esplorazioni, missioni e geografie dell’incontro.
Il cuore più originale della sua ricerca si colloca nell’indagine delle esplorazioni e delle rappresentazioni geografiche dell’Asia e del Giappone. Boscaro prese avvio dallo studio dei resoconti dei viaggiatori italiani – mercanti e missionari che tra XII e XIII secolo percorsero le vie carovaniere verso l’Estremo Oriente – inserendo tali testimonianze in una più ampia riflessione sulla circolazione delle conoscenze tra Europa e Asia.
Questo interesse la condusse al cosiddetto “secolo cristiano” (1549–1639), fase inaugurata dall’arrivo di Francesco Saverio e caratterizzata dall’intensa attività missionaria gesuitica. Boscaro analizzò lettere, rapporti e fonti a stampa, affrontando temi quali: la diffusione della stampa a caratteri mobili introdotta dai gesuiti; la diplomazia culturale delle missioni; l’ambasceria giapponese in Europa guidata da Alessandro Valignano; le relazioni politiche con figure come Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu.
La sua ricerca ricostruì inoltre, con rigore bibliografico, il viaggio in Europa dei quattro giovani ambasciatori giapponesi del XVI secolo, producendo repertori e studi sulle fonti a stampa europee dedicate all’evento.
Cartografia come storia culturale
Un momento decisivo del suo percorso fu l’incontro con la figura del gesuita Gerolamo de Angelis, che nel 1621 riconobbe l’insularità di Ezo (l’attuale Hokkaidō). Da questa scoperta prese avvio una passione destinata a segnare profondamente i suoi studi: la cartografia.
Boscaro analizzò sistematicamente la rappresentazione di Ezo e del Giappone nelle carte europee tra XVI e XIX secolo – italiane, francesi, portoghesi, inglesi e olandesi – evidenziandone errori, slittamenti interpretativi e persistenze iconografiche. Tradusse e commentò inoltre il Rapporto del 1621 di de Angelis, collocandolo nel contesto delle conoscenze geografiche dell’epoca.
La cartografia, nei suoi studi, non fu mai semplice descrizione dello spazio, ma strumento di lettura dei rapporti di potere, delle strategie missionarie e delle dinamiche di costruzione dell’alterità. Mappe e resoconti diventano così dispositivi culturali attraverso cui l’Europa immagina, ordina e interpreta il Giappone.
Il rangaku e le scienze dell’apertura
Alla chiusura dei confini giapponesi nel XVII secolo non corrispose, nei suoi interessi, una cesura ma piuttosto una trasformazione del campo d’indagine. Boscaro si dedicò infatti allo studio del rangaku – gli “studi olandesi” – fenomeno attraverso cui il Giappone Tokugawa assimilò saperi scientifici e tecnologici occidentali nonostante l’isolamento politico.
Analizzò figure chiave di questa stagione di scambi intellettuali, tra cui Shiba Kōkan, Takano Chōei e soprattutto Hiraga Gennai, inventore e intellettuale eccentrico che incarnava la convergenza tra scienza, sperimentazione e cultura urbana di Edo. A lui dedicò studi e traduzioni, mettendone in luce la funzione di mediatore tra mondi epistemologici differenti. Ancora una volta emerge il filo conduttore dell’esplorazione: non più geografica, ma scientifica e culturale.
Letteratura come spazio di mediazione
Parallelamente agli studi storico-cartografici, Boscaro sviluppò un’intensa attività nel campo della letteratura giapponese. La sua attenzione si concentrò in particolare su Endō Shūsaku – di cui fu tra le principali studiose occidentali – e su Tanizaki Jun’ichirō.
Nel caso di Tanizaki, il suo ruolo fu determinante per la ricezione dell’autore in Italia: curò traduzioni, raccolte, bibliografie e promosse nel 1995 a Venezia un grande convegno internazionale che riunì studiosi da tutto il mondo, divenuto un punto di riferimento negli studi sullo scrittore.
La sua attività editoriale culminò nella direzione di una collana dedicata alla letteratura giapponese classica (Letteratura Universale Marsilio), concepita come strumento di mediazione tra ricerca accademica e divulgazione colta, contribuendo in modo decisivo alla diffusione della narrativa giapponese in traduzione.
Una cartografa della cultura
Se si osserva nel suo insieme la traiettoria scientifica di Adriana Boscaro, emerge una forte coerenza interna: dalle esplorazioni medievali alla cartografia gesuitica, dal rangaku alla letteratura moderna, il suo lavoro è attraversato dall’interesse per le forme dell’incontro tra Giappone e Occidente.
In questa prospettiva, la cartografia diventa anche metafora del suo metodo: tracciare mappe di saperi, collegare archivi dispersi, costruire ponti disciplinari tra storia, letteratura, geografia culturale e storia delle idee. Non sorprende quindi che la sua collezione di mappe del Giappone e dell’Asia costituisse per lei motivo di orgoglio e insieme strumento di ricerca, simbolo tangibile di una vocazione intellettuale fondata sull’esplorazione.
Adriana Boscaro appare così come una vera e propria cartografa della cultura, capace di orientarsi tra documenti, testi e immagini, e di guidare generazioni di studiosi nello studio del Giappone attraverso itinerari ancora in parte inesplorati.
Ringraziamento del Museo d’Arte Orientale di Venezia
Marta Boscolo Marchi – Direttrice del Museo
Gli eredi della professoressa Adriana Boscaro, Antonella, Luca e Marco Peloso, hanno voluto onorare la memoria della loro zia assegnando al Museo d’Arte Orientale la mappa nazionale del Giappone del 1852, [Zōtei] Dai Nihon kokugun yochi rotei zenzu (Mappa [ampliata e rivista] delle province e itinerari del Grande Giappone), di Nagakubo Sekisui e Suzuki Kien.
Il legame della professoressa Boscaro con il Museo è sempre stato molto profondo: molte sono state le occasioni di studio delle opere del Museo e di condivisione con l’allora direttrice del Museo, Fiorella Spadavecchia. La presenza in collezione di un’opera che le è appartenuta è un omaggio al suo lavoro e a tutto il tempo dedicato alla raccolta.
Il Museo desidera ringraziare la famiglia Peloso e le professoresse Luisa Bienati e Silvia Vesco, che hanno creato il collegamento tra il Museo e gli eredi.
L’opera è stata presentata al pubblico in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio promosse dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione Europea e coordinate per l’Italia dal Ministero della cultura nel settembre 2025.