Alla moda di Edo
L’abbigliamento maschile nel Giappone di periodo Tokugawa

Scritto da Rossella Marangoni www.rossellamarangoni.it -

Verso la metà del XVI secolo, con l’ascesa - in seguito alle guerre civili - di una nuova classe di guerrieri che sente il bisogno di ostentare il potere appena raggiunto e la nuova ricchezza, si inizia ad apprezzare la novità, e, per quanto riguarda l’abbigliamento maschile, la decorazione si arricchisce, e le forme si diversificano.

La moda di periodo Tokugawa (1603-1858), vede l'assimilazione dello stile cerimoniale della corte imperiale da parte della corte shogunale di Edo e l'elaborazione di nuovi codici di abbigliamento, in primis la predilezione per il kosode, da parte della classe mercantile, confucianamente disprezzata, ma che ora gode di un forte potere economico.

È in questo periodo, dunque, che il kosode (lett. “maniche piccole”, ossia strette) esce allo scoperto. Il kosode era sempre rimasto nascosto sotto altri capi di abbigliamento, uno strato inferiore dalla foggia di una dritta veste kimonoide con maniche dall’apertura in parte cucita, che si rivelò quale tenuta più comoda per una vita più dinamica e che a poco a poco si era trasformato da capo di abbigliamento intimo in veste esterna, sia per le donne che per gli uomini, annullando quella differenziazione di genere che fino ad allora aveva caratterizzato l’abbigliamento.

“In epoca moderna si assistette a una riunificazione degli indumenti femminili e di quelli maschili. Naturalmente, uno dei grandi compiti dell’abbigliamento è quello di dissociare i generi e fino al Medioevo il taglio distingueva uomini e donne in ambito pubblico. Ora, in epoca moderna, fu deciso che i due sessi avrebbero portato il kosode, cosa che annullava la differenziazione data anteriormente dal taglio e, da allora, i motivi decorativi giocarono un ruolo essenziale in questo senso. Il kosode, tagliato diritto, offriva un’ampia superficie ideale perché vi fiorisse l’espressione ornamentale” scrive Maruyama Nobuhiko.1

Certo, nel vestiario maschile di periodo Edo, il kosode è ancora solo uno dei capi che costituiscono la tenuta formale di un membro dell’aristocrazia buke (guerriera). Per le élite dell’epoca, sia che si tratti della corte imperiale come di quella shogunale, il codice di abbigliamento è ancora quello che pone l’accento sul rango, immediatamente riconoscibile, che sottolinea le differenze in una società, come quella sotto i Tokugawa, fortemente stratificata. Prima di raccontare gusti e passioni dei chōnin sul palcoscenico delle città, allora, occorrerà osservare più da vicino l’abbigliamento di coloro che detengono potere e prestigio e che alimentano, con le loro commesse, la realizzazione e il commercio di beni di lusso.

Un mondo a parte resta, ancora una volta, quello della corte imperiale in cui prevale la conservazione dei codici vestimentari delle epoche precedenti e, almeno per ciò che concerne l’abbigliamento maschile, l’adesione ai canoni sinizzanti che vedono la prevalenza della complessa “gran tenuta” sokutai per i cortigiani di Kyōto.2

Presso la corte shogunale di Edo, le fogge adottate, comunque imposte dal rango almeno per quanto riguarda l’abbigliamento formale, sono quelle nate in periodo Kamakura o poco prima con l’ascesa delle casate guerriere per le quali, almeno in quella fase storica, l’aspetto pratico del costume prevaleva e doveva prevalere su quello decorativo. Ora quelle stesse forme sono opportunamente adattate per rispondere a esigenze di status, di rappresentanza e di decoro, in un’epoca in cui i buke governano e amministrano uno stato pacificato.

Lo shōgun, i membri dei tre clan principali collegati ai Tokugawa (Owari, Kii e Mito) e i componenti più elevati della corte shogunale di Edo, fra cui anche alcuni potenti daimyō, indossavano il nagahitatare, ossia una tenuta chiamata hitatare, accompagnata da nagabakama, hakama molto lunghi, che limitavano i movimenti. Questa tenuta era esclusivo appannaggio di personaggi appartenenti al terzo rango o sopra a questo.

Nato come abbigliamento informale dei guerrieri ancora in epoca Kamakura (1185-1333), e sottoposto a leggere modifiche nel corso delle epoche successive, lo hitatare, sembra essere stato adattato dall’abito da lavoro dei contadini, atto a facilitarne i movimenti. In periodo Edo lo hitatare era stato eletto come tenuta cerimoniale dell’élite buke ed era costituito da una corta veste kimonoide con lembi sovrapposti (sinistro su destro) e tenuti chiusi da un cordino pettorale (hitatare no munaimo); le maniche, dall’imboccatura molto ampia, erano ornate da un cordino pendente chiamato suggestivamente sodetsuyu (lett. “rugiada delle maniche”) che aveva un ruolo ormai solo decorativo. La veste hitatare nella versione cerimoniale era inserita nei nagabakama e chiusa da una cintura bianca annodata sul davanti i cui lembi erano lasciati cadere. Sotto allo hitatare era indossato un ōkatabira bianco, leggera veste in canapa. Il nagahitatare era indossato con un copricapo di seta rigida laccata e modellata “a piega di vento”, il kazaorieboshi, mantenuto in posizione da un cordoncino il cui colore variava a seconda del rango del personaggio. Accessori indispensabili erano una katana corta quale insegna di rango (denchūzashi no katana o chisagatana) e un ventaglio pieghevole, il suehiro (lett. “punta allargata”), dalla caratteristica apertura, poi chiamato chūkei. Lo hitatare era in seta a trama spessa (seigosha), sfoderato e a tinta unita. I colori rispondevano sempre al codice del rango: allo shōgun spettava un viola vinaccia, lo scarlatto era per il dainagon (gran consigliere) e così via. Alcuni colori erano considerati proibiti (kinjiki), come il giallo pallido e il verde pallido, mentre alcuni erano ammessi solo in certe occasioni e non in altre. A volte si adottavano sottili combinazioni di colori nella tramatura dei cordoncini per aggirare la proibizione dei colori intrecciando, ad esempio, fili viola e gialli (sfumatura mokuranji).

Presso la corte shogunale, ai membri di quarto rango era imposto, quale veste cerimoniale, il kariginu, accompagnato dagli ampi pantaloni sashinuki (chiamati ora anche nubakama), una tenuta che era mutuata da quella informale “da caccia” della corte imperiale di periodo Heian (794-1185) e che ora era destinata ai membri dell’aristocrazia buke di livello medio e ai governatori locali.

Il kariginu di epoca Edo era caratterizzato da una veste le cui maniche, dall’ampia imboccatura, potevano essere serrate al polso per mezzo di nastri (sodegukuri no o), proprio come accadeva per il costume da caccia dei nobili di epoca Heian. Il colletto era quello montante di tipo sinizzante, chiuso in alto a destra, e la lunghezza della veste era trattenuta in vita da una piega (kariginu no ateobi) atta a lasciar cadere il lembo posteriore del kariginu in uno corto strascico. I sashinuki erano chiusi alle caviglie e potevano essere di colore verde o azzurro pallido, ma a volte anche viola. Accessori di prammatica erano anche in questo caso la piccola katana e il ventaglio pieghevole, il suehiro. Con questa tenuta non si indossavano tabi ma, naturalmente, era di prammatica il copricapo eboshi nella variante kazaori, trattenuto al mento da un cordoncino bianco in carta.

Non mancavano, naturalmente, tenute cerimoniali previste per i ranghi inferiori al quarto: daimon e suō erano le vesti che le caratterizzavano. Il daimon (lett. “grande stemma”), accompagnato dai nagabakama, era il costume formale imposto al quinto grado dell’aristocrazia buke. Costume la cui origine risale al mondo dei guerrieri di periodo Kamakura, il daimon era caratterizzato dalla presenza di grandi stemmi di famiglia (kamon): fino a dieci, distribuiti sul petto, sulle maniche, sulle spalle, sulla schiena e sui nagabakama. La parte inferiore del daimon era inserita nei nagabakama e l’insieme era trattenuto in vita da una cintura bianca annodata sul davanti (hakama no koshi). La tenuta era completata dal copricapo kazaori eboshi, dalla piccola katana e dal ventaglio suehiro quali indicatori di status.

Alla corte di Edo il suō era indossato dagli individui di sesto rango e dei ranghi inferiori a questo. Accompagnato dai nagabakama e dal copricapo funakata eboshi, laccato e piegato, appunto, a forma di barca, e legato al mento da un cordoncino colorato in carta, il suō era indossato con gli accessori indicatori di rango: la piccola katana e un ventaglio (ōgi), più semplice rispetto a quello appannaggio dei ranghi più elevati.

Presso la corte shogunale per i vassalli di basso rango e per i samurai in genere, si attesta la combinazione formale chiamata kamishimo (ossia “alto-basso”), costituita da un noshime montsuki, un kosode a tinta unita ma con stemmi sulle maniche, su cui vengono indossati un corto giacchino dalle ampie, rigide spalle3 e senza maniche, il kataginu, e i pantaloni ampi hakama che, in particolari occasioni formali, sono imposti nella versione "lunga", i nagabakama, ma che, più generalmente, sono indossati nella foggia semplice, lunga sino alle caviglie.

Il tessuto con cui è confezionato il kamishimo è il lino semplice o la canapa. Gli accessori che lo accompagnano sono, ancora una volta, la piccola katana e il ventaglio, simboli di condizione, mentre non è previsto alcun copricapo e i capelli, acconciati nel futatsuorimage (“chignon a doppia piegatura”) di rigore, sono rigidamente raccolti sulla sommità della testa, rasata a partire dalla fronte in uno schema semicircolare secondo lo stile sakayaki che si era imposto per i guerrieri nei secoli precedenti per ridurre il calore sotto gli elmi e che, a partire dal XVI secolo, si affermò per i samurai persino in tempo di pace, prima di essere adottato anche dagli uomini delle altre classi. Le forme degli chignon (mage) distinsero sempre con chiarezza, comunque, i chōnin dai membri della classe guerriera.

Ed è proprio ai chōnin, alle classi urbane popolari che a poco a poco diventano forgiatrici di una nuova cultura e che esprimono i propri gusti e dettano le mode, che si deve la creazione di nuove fogge e nuovi stili decorativi che trasformano il semplice modello del kosode, capo principale del loro guardaroba, per mezzo di un uso generoso di materiali preziosi, di trame intessute d’oro e d’argento, rare sete cinesi, broccati, e arricchendolo con decorazioni a tecnica mista (ricamo, tintura a riserva, pittura), con motivi sovradimensionati e arditi, dai colori violenti, in un’opulenza che serve a mostrare, almeno nella prima parte del periodo,4 la potenza economica di una nuova classe, quella mercantile, che ostenta ricchezza e gusto per l’eccesso in modo esuberante e, agli occhi delle autorità shogunali guidate da un ideale confuciano di rigore e sobrietà, sempre più sfrontato. Gli uomini indossano sopra al kosode lo haori, una corta sopravveste chiusa da un cordoncino decorativo, in seta o, a volte - e allora era chiamato kamiko5 - in preziosa carta foderata con seta e decorata con calligrafie e richiami poetici, mentre come sottokimono indossano lo hanjuban, una corta veste kimonoide la cui decorazione spesso gareggiava, nella complessità dei decori, con il kosode soprastante. Anche all’epoca non mancavano i damerini che ostentavano l’eleganza del proprio juban facendo scivolare da una spalla il kosode e lo haori per permettere a tutti di ammirare la decorazione sottostante.

Nessuna descrizione eguaglia per capacità di osservazione non priva di ironia quella che Saikaku tratteggia di un personaggio tipico che si poteva ammirare pavoneggiarsi nelle strade della capitale imperiale: “Il tipico uomo ricco e famoso, assecondando il gusto per lo sfarzo che caratterizza quest’epoca, indossa una sottoveste di seta scarlatta con stemmi nascosti, una veste di seta crespata color uovo con gli stemmi delle persone amate, un obi di tessuto imitato color topo, un haori nero di stoffa gorofukuren con fodera di velluto rigato, una grande spada adatta a un cittadino con lo stesso motivo inciso sulle sette parti e un rivestimento di pelle di squalo color indaco, tenuto un po’ scostato, un’antica e piccola elsa di ferro, una lunga impugnatura con quattro borchie d’oro, un cordone color glicine di Nezumiya, una piatta scatola per sigillo e una scarsella di pelle tinta trattenute alla cintola da due palline di agata, un netsuke intagliato di legno cinese, un ventaglio con dodici stecche dipinto da Yūzen in stile ukiyo-e, fazzoletti di carta “piccolo crisantemo”, calzini a sacco in tessuto unsai, sandali svuotati. È seguito da portatori di sandali che gli tengono anche il copricapo e il bastone ed è accompagnato da famosi animatori di banchetti. Anche al buio si capirebbe che si reca da cortigiane di lusso”.6

Elegantoni di tal fatta, a quell’epoca, non erano certo i soli a pavoneggiarsi nelle città.

Ci fu un periodo, infatti, in cui, per le strade della capitale shogunale, si sarebbero potuti seguire con lo sguardo gruppi di uomini dal comportamento sguaiato, sfrontato, di aperta sfida alle autorità e al conformismo comune. All’inizio del periodo Edo le vie delle città sono infatti il palcoscenico prediletto dei kabukimono (da kabuku, “inclinare”, “essere storti” e mono, “individuo”) sorta di dandy dall'abbigliamento vistoso e dai comportamenti trasgressivi quando non aggressivi, che si muove in gruppi di giovani sodali per le strade di Edo agli inizi del XVII secolo. Quella kabuku è una vera e propria estetica, una sorta di edonismo che si manifesta in un’eleganza percepita come stravagante, bizzarra, eccentrica, anticonvenzionale. In alcuni paraventi della prima metà del XVII secolo, come quello celebre di Hikone, i personaggi che aderiscono al modello del kabukimono assumono pose inclinate, pericolosamente sbilanciate agli occhi dell’osservatore e sono caratterizzati da alcuni degli elementi che sono propri dello stile kabuku: capelli lunghi ma non raccolti in un codino, acconciature audaci e barbe incolte, abiti sgargianti con combinazioni di colori come il giallo e il blu, spade di lunghezza esagerata con tsuba (guardiamano) ed altri elementi insolitamente grandi, e cappe di lana alla moda iberica e accessori altrettanto esotici come croci e rosari appesi al collo. Non solo: provocatoriamente i kabukimono non disdegnano, all’occorrenza, di indossare kosode femminili.

A partire dal 1615 il governo shogunale si impegnò a mettere fine, con l'emanazione ripetuta di appositi editti e per mezzo di operazioni di polizia, alle intemperanze di questi gruppi di giovani guerrieri e rōnin che sentivano di aver perso l'occasione di dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio in battaglia con la sopraggiunta "pacificazione" del Giappone dopo la presa del potere da parte dei Tokugawa. “Le vesti non dovrebbero essere confuse. Le differenze fra signore e vassallo, fra superiore e inferiore dovrebbero essere distinguibili… I costumi di guerrieri e servi sono diventati di recente troppo lussuosi e decorativi, con l’uso di broccati. Provvedete a tenere sotto controllo queste tendenze, poiché non seguono i modi antichi” è scritto nel Regolamento per le Casate militari (Buke shohatto) del 1615. Ma nonostante la moda kabuku si andasse a poco a poco spegnendo, capitava che i daimyō a volte assoldassero ancora servitori che vestivano come kabukimono. Di conseguenza, apposite ordinanze del 1617 e del 1632 proibirono ai samurai di alto rango di farsi vedere in pubblico con kabukimono al seguito e si ritiene che alla fine del XVII secolo il mondo kabuku fosse del tutto scomparso.

Un altro fenomeno urbano animava le strade del Giappone del XVII secolo, muovendosi fra moda e ribellione: gli otokodate, ossia i “veri uomini”, come si autodefinivano. Figure leggendarie di coraggiosi protettori dei cittadini contro lo strapotere dei samurai o, più spesso, bravacci senz’arte né parte, gli otokodate (chiamati anche machiyakko o kyōkaku) spadroneggiavano in gruppo per le strade delle città, abbandonandosi a risse e esibendo, insieme a un atteggiamento spavaldo, un abbigliamento vistoso. E gli otokodate dettavano la moda, se si dà retta all’osservazione di Ihara Saikaku (1642-1693): “In quel periodo erano di moda le tecniche per estrarre la spada, il toride7 e le vesti alla otokodate ideate da Kenpō, si usava raccogliere i capelli sulla nuca nella foggia “fili alle tempie” con due nastri, si portavano i baffi, una larghezza di maniche non superiore ai ventotto centimetri, un obi tessuto di vari colori, una lunga spada con l’elsa di pelle di squalo. Questo era l’aspetto della maggior parte degli uomini che contavano”.8

Le cose sarebbero cambiate di lì a poco. A partire dal periodo Genroku (1688-1704) in poi la convergenza di alcuni fattori quali una maggior consapevolezza del ruolo svolto all’interno della società da parte delle ricche famiglie mercantili che si trovavano sempre più a interagire con l’élite guerriera, assorbendone la predilezione per la sobrietà, lo sviluppo di tecniche nuove di decorazione e produzione dei capi, l’introduzione di nuovi tessuti e l’inasprimento delle leggi suntuarie emanate dal governo shogunale, determinarono la nascita di nuovi gusti e di nuove mode. La decorazione sulla superficie dei kosode maschili indossati quotidianamente dai mercanti andò a cedere il passo verso la tinta unita, il tono su tono, la sobrietà, insomma: quasi una resa di fronte al moltiplicarsi delle leggi censorie di carattere suntuario che i Tokugawa emanavano a ripetizione per impedire alle classi inferiori, e soprattutto ai ricchi mercanti, veri detentori della ricchezza, di indossare tessuti preziosi di importazione, come la seta cinese, o la scelta di colori vivaci. Tali ordinanze furono sistematicamente aggirate per mezzo di una serie di espedienti intelligenti come la scelta di sobri tessuti rigati per i kosode esterni e gli hakama, colori scuri per gli haori e una nuova predilezione per fodere e juban dalla decorazione ricca e a colori vivaci (spesso con punte di audace rosso) lasciata intravedere attraverso orli e imboccatura delle maniche: un modo astuto di mostrare il proprio gusto personale attraverso una sorta di occultamento. Non più ostentazione e opulenza: i gusti cittadini, in fatto di moda maschile, si fanno via via sofisticati. Un uso ampio di colori quali il nero, il grigio, il marrone, il blu indaco e il giallo pallido declinati in varie combinazioni di rigato, sono ormai prediletti come espressione di vero tsū, modello ideale di eleganza, sobria e raffinata, in contrasto con la volgarità di decori vistosi, colori appariscenti e ricami d’oro e d’argento, ormai bollati come irrimediabilmente yabo, ossia rozzi, non sofisticati. La raffinatezza del gusto iki era ormai di moda, a Edo e dintorni.

Secondo il Tōsei fūzoku tsū, (Guida alla moda di oggi, 1773), un popolare manuale dell’epoca, i chōnin - sia donne che uomini - preferivano capi di colore scuro con linee verticali bianche o gialle perché creavano l'effetto visivo di un'immagine morbida o sfocata se vista da lontano, mentre da vicino le linee nitide e raffinate assottigliavano e allungavano la figura.9

È ora che si realizza, in un’estetica che nasce attorno al mondo del quartiere del piacere e che coinvolge nel gioco della moda cortigiane e clienti, la convergenza fra qualità estetica e qualità morale: tsū è allora un certo chic, un agio autorizzato da una conoscenza sicura delle regole dell’etichetta dei quartieri che permetteva, a chi lo padroneggiava, di “attraversare” il mondo delle passioni senza precipitarvi dentro e iki è un modo di essere, un’eleganza sobria e raffinata, venata da una sfumatura di distacco e di erotismo che, a partire dall’inizio del XIX secolo, si tinse di malinconia.

Resta ancora un ambito da prendere in considerazione, se si vuole studiare davvero l’eleganza maschile di periodo Edo, ed è quello legato al ruolo rilevante svolto dagli attori del kabuki nel condizionare la moda del periodo. I più celebri attori del kabuki, sperimentando una sorta di divismo ante-litteram, influenzarono fin dalla prima metà del XVII secolo, i gusti popolari in fatto di atteggiamenti, abbigliamento, acconciature, accessori e profumi e legando il proprio nome a fogge, a prodotti e a colori, come l’amatissimo rokōcha, una sfumatura di marrone iniettato di verde scuro prediletta dal celebre onnagata Segawa Kikunojō II (1741-1773) a cui diede il nom de plume (o haimyō) che utilizzava per la sua attività poetica. Lo conferma Haga Tōru: “Dall'epoca di Rokō fino alla fine del periodo Tokugawa, i marroni e i blu preferiti da generazioni di attori popolari del kabuki, insieme a molti tipi di disegni a strisce, legati o finemente modellati, divennero un aspetto familiare della società giapponese, in ogni regione e ogni classe sociale. Questa influenza fu profonda nell'abbigliamento popolare, ma anche nel colore e nel design di tutti i tipi di strumenti, ornamenti e giocattoli che facevano parte della vita quotidiana”. Spazio dalla forte carica seduttiva e quindi soggetto all’attenzione censoria del governo shogunale che lo considerava potenzialmente pericoloso, il teatro kabuki diventa l’arena in cui si sperimenta il gioco della moda. È, in primis, il luogo da frequentare e dove farsi ammirare, ed è per questo che nelle case da tè circostanti sono messe a disposizione stanze in cui cambiare più volte, nel corso di una giornata di teatro che durava parecchie ore, il proprio outfit, allo scopo di rivelare i pezzi più belli del proprio guardaroba.10

Sono poi gli attori del kabuki, forti di quel nikutai miryoku (fascino della fisicità) che li impone come personaggi dal temperamento carismatico anche lontano dal palcoscenico, coloro che lanciano mode, che creano, inventano, sperimentano, giocano con i simboli e le parole. Un esempio è quello di Sanegawa Ichimazu (1722-1762), celebre per i suoi ruoli di giovane dandy. Nel 1741 indossa un obi dall’inedito motivo a scacchiera: ne nasce una passione nel pubblico destinata a durare (e il motivo ancora oggi è chiamato col nome dell’attore). E che dire di Ichikawa Danjurō VII (1791-1859)? Compare sulla scena con un costume che reca un falcetto stilizzato (kama), un cerchio (wa) e il carattere fonetico “nu”, combinati a formare l’espressione “kamawanu” (“Me ne frego!”). Era la ripresa di un motivo decorativo popolare già citato da Saikaku nel suo Vita di un libertino (1682): “Yonosuke, Kinzaemon e Kanroku indossavano vesti estive, foderate, di un pallido color kaki e un haori, color indaco chiaro, di stoffa grezza con stemmi di quattro sun e cinque bu di diametro, in cui erano impressi gli ideogrammi “kama”, “wa”, “nu”; un abbigliamento così volgare che essi stessi si giudicavano veramente brutti.”11

Ora però di quel motivo volgare si appropria una star del kabuki, trasformandolo in decoro da riprodurre su indumenti e accessori. Subito adottato come divisa dai suoi fan appassionati, il motivo “a rebus” di Danjurō fu riprodotto su una moltitudine di tessuti, fazzoletti, tenugui in cotone utilizzati come piccoli asciugamani, determinando un successo ancora oggi ben vivo.

Se dal punto di vista ufficiale l’attore era posto dal bakufu (che considerava il kabuki un male da estirpare) sul gradino più infimo della scala sociale, al di sotto del mercante, alla stregua di mendicante,12 d’altro canto gli attori attiravano l’ammirazione delle folle che li idolatravano e godevano della protezione di ricchi mercanti e perfino di daimyō. Idoli con una sterminata folla di ammiratori di ogni classe sociale, dal ricco mercante al piccolo commesso di negozio, dallo hatamoto al daimyō, dalla prostituta alla geisha, per l’intero corso del periodo Edo i grandi attori del kabuki sarebbero rimasti gli arbiter elegantiarum per tutti coloro che volevano stare al passo con la moda.


Note

1. Maruyama Nobuhiko in Jean-Paul Desroches (ed.), Kyōto-Tōkyō. Des samouraïs aux mangas, Editions Xavier Barral/ Grimaldi Forum, Monaco, 2010, pp. 142.↩︎

2. Si veda il mio precedente saggio “Una raffinata eleganza. L’abbigliamento maschile di corte nel Giappone di epoca Heian”, Pagine Zen n° 126. Anno 22, al link https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/una-raffinata-eleganza-abbigliamento-maschile-di-corte-nel-giappone-di-epoca-heian↩︎

3. La struttura rigida del kataginu poteva essere costituita da stecche di balena o da un’armatura in carta.↩︎

4. Fino al 1780 circa.↩︎

5. Un interessante esempio di kamiko è dato da un costume del teatro kabuki (kitsuke): quello del giovane innamorato Fujiya Izaemon nel dramma Kuruwa Bunshō (Lettere d’amore del quartiere del piacere) in cui Izaemon, ridotto in miseria, si veste con un kimono fatto di lettere d’amore cucite insieme. In realtà, per la sua resistenza, il washi fu utilizzato in alcune epoche e in certi contesti, come alternativa al tessuto.↩︎

6. Ihara Saikaku, Vita di un libertino (Kōshoku ichidai otoko, 1682), traduzione di Lydia Origlia, Milano, Guanda 1996, pp. 193 e 194.↩︎

7. Un tipo di jūjutsu.↩︎

8. Ihara Saikaku, Vita di un libertino, cit, p. 39.↩︎

9. Cfr Hirano Katsuya, “Regulating Excess: The Cultural Politics of Consumption in Tokugawa Japan” G. Riello, U. Rublack, in The right to dress: sumptuary laws in a global perspective, c. 1200-1800, Cambridge, Cambridge University Press, 2019, p. 451.↩︎

10. Cfr Anna Jackson, “Status, Style and Seduction” in Kimono: Kyoto to Catwalk, London, Victoria & Albert Publishing, 2020, p. 72.↩︎

11. Ihara Saikaku, Vita di un libertino, cit., p. 146.↩︎

12. Gli attori del kabuki, infatti, al posto di yakusha, attore, erano chiamati kawarakojiki, cioè mendicanti o kawaramono cioè, letteralmente, ”persone del fiume”. Sito d’origine del kabuki, infatti, era considerato il letto (kawara) del fiume Kamo, a Kyōto, tradizionale luogo di rappresentazione di umili intrattenitori e ritrovo dei mendicanti. Qui si crede che allestisse i suoi spettacoli la danzatrice Izumo no Okuni, creatrice mitica del kabuki.↩︎


Bibliografia

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