Quando dici Hiroshima
Kurihara Sadako e la poetica della bomba atomica

Scritto da Daniela Travaglini -

Il 6 agosto del 1945 segna l'inizio di una minaccia che incombe sull’umanità. Comincia l’era nucleare.

In seguito allo scoppio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, si afferma la genbaku bungaku 原爆文学, la "letteratura della bomba atomica", con centinaia di testimonianze scritte in forma di diari, racconti brevi e poesie, romanzi e pièce teatrali: si tratta di un genere letterario che si identifica in uno specifico evento storico, e non in base ad aspetti formali del testo, e ciò ha fatto sì che spesso fosse messo in discussione il reale valore artistico del genere.

Nonostante le forti critiche mosse a questo genere, c’è da considerare che per i sopravvissuti l’imperativo assoluto e morale fosse quello di raccontare e di descrivere la realtà dei fatti il più fedelmente possibile: esigenza che si è scontrata con la questione della memoria, e quindi di quale fosse il ruolo della letteratura, in quanto rappresentazione e documentazione di un evento storico drammatico.

Le opere sulla bomba atomica vengono solitamente classificate secondo tre fasi distinte1:

1)  La fase di “evocazione delle rovine”, caratterizzata dalla testimonianza diretta di opere documentarie, realizzate subito dopo la guerra. Sono le opere scritte dai sopravvissuti colpiti dalla bomba atomica in età adulta, che cercano di dare una descrizione il più possibile immediata e fedele degli eventi. I principali esponenti sono considerati Hara Tamiki (1905-1951), Ōta Yōko (1903-1963) e il poeta Tōge Sankichi (1917-1953). La loro è considerata una letteratura di testimonianza, scaturita dalla natura dell’evento e dall’urgenza di oggettivarlo, in base a una responsabilità che gli scrittori sopravvissuti hanno avvertito nei confronti dell’umanità.

2) La fase del “raggiungimento di una prospettiva a distanza”, di cui fanno parte i cosiddetti scrittori della seconda generazione, molti dei quali non diretti testimoni del bombardamento, cosa che ha permesso loro di creare nelle loro opere un effetto di distanziamento. Si tratta di una fase di rielaborazione artistica, in cui l'opera più rappresentativa, considerata anche il testo “per eccellenza” sulla bomba atomica, è Kuroi Ame (La pioggia nera), scritto da Ibuse Masuji (1898-2003).

3)  La fase de “l’espansione nel tempo e nello spazio”: la bomba atomica è narrata ormai in una prospettiva più ampia, che fuoriesce dai confini del Giappone e del periodo storico preso in considerazione. Svanisce il legame con l’evento particolare, si oltrepassano i limiti del passato di Hiroshima e Nagasaki, per arrivare a opere la cui prospettiva è ampliata e si sposta al futuro dell’era nucleare. La letteratura di Ōe Kenzaburō (1935-) può considerarsi un anello di congiunzione tra la seconda e quest’ultima fase, che vede tra i suoi principali esponenti sia scrittori sopravvissuti come Hayashi Kyōko (1930-2017), giovane testimone del bombardamento, che iniziò a scriverne solo trent’anni dopo, e altri che non sono stati testimoni diretti della tragedia, come Inoue Mitsuharu (1926-1992) e Oda Makoto (1932-2007).

Tra gli esponenti principali della genbaku bungaku, mi sono soffermata sulle opere di Kurihara Sadako (1913-2005), hibakusha, poetessa, scrittrice, giornalista e saggista, nata e vissuta a Hiroshima.

Kurihara comincia a interessarsi di poesia e letteratura già da giovanissima, e le sue prime poesie affrontano principalmente il tema della guerra. Poi, in seguito al 6 agosto 1945, la bomba atomica diventa il tema principale di poesie e saggi: Kurihara, in quanto sopravvissuta, sente, al pari di hibakusha come Hara Tamiki (1905-1951) e Ōta Yōko (1906-1963), la necessità di raccontare la tragedia e l'orrore vissuto in prima persona.

Kurihara Sadako nasce a Hiroshima nel 1913, ed è presente il 6 agosto del 1945, quando alle ore 8.16 l'Aeronautica Statunitense sgancia sulla città la prima bomba atomica della storia, denominata “Little boy”. Quel momento segna il punto di svolta della sua vita e della sua carriera artistica: la bomba atomica diviene il fulcro della sua poetica, e nasce in lei l'esigenza di portare la propria testimonianza di Hiroshima ovunque nel mondo.

Ma la sua non è semplicemente poesia sulla bomba atomica; è anche una poesia che si schiera con forza contro la barbarie della guerra, mentre le sue poesie più recenti sono un inno disperato alla pace, affinché quanto accaduto a Hiroshima e Nagasaki (“l'errore”, come scolpito sul cenotafio del Parco della Pace a Hiroshima) non si ripeta più. Alcuni dei temi proposti nelle sue poesie toccano la questione del nucleare e del rischio di una guerra nucleare che spazzi via l'umanità intera: tali argomenti sono stati poi sviluppati in maniera più approfondita nei saggi, dove si è dimostrata un'acuta e attenta osservatrice dei suoi tempi.

Kurihara è stata attivista nei movimenti anti-nucleari in Giappone, si è schierata contro la guerra in Vietnam e contro il patto di Sicurezza Nippo-Americano, e soprattutto non ha mai dimenticato il ruolo di aggressore giocato dal Giappone durante la guerra nel Pacifico. In tal senso, la sua poesia più significativa, e più nota all'estero, è Hiroshima to iu toki (Quando dici Hiroshima), in cui la città di Hiroshima è vista in una doppia valenza, in quanto vittima e al tempo stesso carnefice, simbolo stesso del Giappone imperialista degli anni Quaranta. Secondo Kurihara, nel ricordare il 6 agosto il Giappone non deve dimenticare le sue aggressioni in Asia2, e l'ultimo verso della poesia è piuttosto esplicativo in tal senso:

Se dici Hiroshima,
affinché giunga il dolce rimando “Ah, Hiroshima”
dobbiamo prima lavare le nostre mani sporche.

Kurihara nel dopoguerra si impegna nell'attività letteraria e politica. Il suo impegno politico, la porta a essere parte della comunità internazionale per la pace, e a difendere la letteratura della bomba atomica e i suoi autori contro le critiche ostili. Proprio in questi anni Kurihara avvia, sulle pagine del Chūgoku Shinbun, giornale di Hiroshima, due dibattiti sul ruolo della letteratura a Hiroshima, il primo nel 1953 e il secondo nel 1960, nei quali si scaglia contro quegli scrittori di Hiroshima e Nagasaki che negano l'esistenza di una questione della bomba atomica da trattare in letteratura, preferendo rivolgersi al mondo letterario tradizionale.

Kurihara pubblica i suoi primi lavori poetici sulla rubrica letteraria del Chūgoku Shinbun nel 1930-31, inoltre in quegli anni entra a far parte del Movimento di Riforma del tanka e dà il suo contributo alla rivista poetica Shojorin (Foresta vergine), che in seguito diventa Shinju (Perla)3.

Ma è durante gli anni della guerra che Kurihara inizia a scrivere in maniera più intensa, lasciando quattro taccuini pieni di poesie a verso libero e tanka, nelle quali descrive quello che accadeva nella sua vita quotidiana, l’amore per suo marito e i suoi figli e le sofferenze della guerra patite dalla gente comune. Dopo 6 agosto 1945, ha dedicato gran parte della sua produzione artistica alla bomba atomica, dedicando più di quaranta poesie a questo tema, molte delle quali pubblicate soltanto dopo il 2005, anno della sua morte.

La prima raccolta di poesie, Kuroi Tamago, viene pubblicata nel 1946, contiene sessanta delle poesie scritte prima e durante gli anni della guerra. Questa prima edizione subisce diversi tagli a causa della censura esercitata dalle Forze di Occupazione e solo nel 1983 sarà pubblicata in versione integrale.

Nei ventitré anni successivi alla pubblicazione di Kuroi Tamago, Kurihara non si dedicherà alla poesia per diverso tempo, preferendo impegnarsi in diverse attività politiche: negli anni Cinquanta partecipa a conferenze e incontri sulla letteratura della bomba atomica e contro le armi atomiche e a idrogeno. Tuttavia, è piuttosto improbabile che Kurihara abbia smesso di punto in bianco di scrivere poesie: quel che è certo, invece, è che proprio in questi anni abbia deciso di non scrivere più tanka, vista ormai come una forma poetica antiquata e anacronistica, incapace di esprimere il disagio di questo periodo.

Kurihara continuerà infatti a scrivere fino a poco prima di morire, prediligendo le poesie a verso libero, oltre ai saggi, per portare avanti la sua testimonianza di Hiroshima, e per discutere sui temi di attualità del Giappone degli anni Sessanta e Settanta.

Con le sue poesie ha sostenuto il movimento contro il trattato di sicurezza Nippo-Americano (1960), si è schierata contro la politica USA in Vietnam, contro gli esperimenti nucleari condotti dalle potenze occidentali e anche contro l'ipocrisia dei politici del Giappone e il sistema imperiale.

Le successive raccolte di poesie saranno pubblicate a partire dal 1967, con Watashi wa Hiroshima wo shogen suru (La mia testimonianza di Hiroshima), seguita da HIROSHIMA – Miraifūkei (Hiroshima – vista sul futuro)4, pubblicata nel 1974 e Hiroshima to iu toki (Quando dici Hiroshima), del 1976. Poi, nel 1979 pubblica Mirai wa kokokara (Il futuro inizia da qui) e nel 1982 Kakujidai no dōwa (Favole dell'era nucleare).

Kurihara Sadako muore il 6 marzo del 2005 all'età di 92 anni. In quell'anno, alcuni tra i suoi amici iniziano a curare una raccolta completa delle poesie di Kurihara Sadako (Kurihara Sadako Zenshihen), contenente oltre cinquecento poesie a verso libero e tanka, completata solo dopo la morte della poetessa, e pubblicata quattro mesi dopo, a luglio. Nell’agosto dello stesso anno è stato organizzato un simposio sull'attività letteraria di Kurihara presso il Museo della Letteratura di Hiroshima.

La prima poesia scritta da Kurihara sull'esperienza dell’atomica, risalente al settembre del 1945, è Umashimen kana (Nasce una nuova vita).

La poesia si basa su un fatto realmente accaduto, una donna che partorisce, nascosta nel buio scantinato di un palazzo distrutto dalla bomba, aiutata da un’anziana ostetrica che muore poco dopo, e costituisce un forte messaggio di speranza, di una nuova vita che nasce tra le macerie.

Nelle stesse parole di Kurihara Sadako: “il bambino rappresenta la stessa città Hiroshima, che rivela una speranza di pace nel mondo nata dalle macerie". Hiroshima, speranza di pace nel mondo, è nata grazie ai duecentomila hibakusha morti, simbolizzati dalla morte dell'ostetrica”.

Questa poesia diventa il simbolo della poetica di Kurihara Sadako, ed è stata tradotta in molte lingue, per il suo messaggio di speranza per il futuro.

Le successive poesie sulla bomba atomica si caratterizzano invece per la cruda descrizione degli effetti del bombardamento atomico sugli uomini e sulla città. Non c’è più spazio per messaggi di speranza o di una futura rinascita, solo la descrizione di quanto accaduto, all’improvviso/un lampo azzurro folgorante/I palazzi crollano/le fiamme ardono, e l’amara constatazione degli effetti della devastazione, dei corpi carbonizzati, dei cadaveri affastellati lungo gli argini dei fiumi, Hiroshima ridotta a un cumulo di macerie e fiamme che ardono.

Nelle poesie scritte tra il 1964 e il 1975 (a 20 anni dallo scoppio della bomba atomica), Kurihara ci parla della realtà della ricostruzione. La poesia Il vuoto è dedicato al cenotafio del Parco della Pace, il monumento funebre alle vittime della bomba atomica, paragonato alla sella di un cavallo, per via della sua forma ad arco. Kurihara rivolge un’aspra critica alla costruzione del parco della Pace, e ai turisti che vengono da tutto il mondo in cerca della tragedia, pronti a fotografarla. E si chiede, retorica, se l’umanità che passa di lì potrà mai riportare in vita i morti di quel giorno.

Nella poesia Quando dici Hiroshima, invece, Hiroshima smette i panni della vittima, della città martoriata e ridotta in cenere, e tramite una sineddoche, rappresenta il Giappone militarista e aggressore dei paesi dell’Asia, brutalmente violentati. È forte l’accostamento prodotto dai primi versi: Hiroshima – Pearl Harbour / Hiroshima – lo stupro di Nanchino / Hiroshima – i roghi a Manila/donne e bambini bruciati con la benzina/e gettati nelle fosse. Kurihara rammenta il ruolo di aggressore rivestito dal Giappone, e vede il dramma di Hiroshima coma una diretta conseguenza delle crudeltà commesse dal Giappone contro gli altri paesi.

Nelle poesie scritte a partire dagli anni Settanta, si assiste a un cambiamento di tematiche, sebbene lo spettro delle due bombe atomiche sia sempre presente. I temi qui affrontati da Kurihara spaziano: dalle manifestazioni degli studenti contro il patto di sicurezza Nippo-Americano, alle critiche rivolte all'establishment politico del Giappone del dopoguerra e all'alleanza militare con gli Stati Uniti, nonché i timori derivati dai test nucleari effettuati dagli Stati Uniti e dall'Unione Sovietica.

La produzione poetica di questi anni testimonia l’impegno civile di Kurihara riguardo ai temi principali della politica giapponese e il suo sguardo attento rivolto alla società, di cui darà ampia dimostrazione nei suoi saggi.

L’autrice non dimentica mai la tragedia di Hiroshima e Nagasaki, che continuano a gettare la loro ombra sul presente e sul futuro del Giappone: I ciliegi di Hiroshima, Ombre, Un’estate buia, sono poesie in cui passato e presente si contrappongono, il ricordo della bomba atomica è sempre vivo ma via via lascia spazio al progresso, alla modernità: i palazzi bianchi, le luci al neon, i treni che svettano tra i palazzi. E il ricordo della tragedia di Hiroshima è relegato al Parco della Pace: questi non sono più i luoghi dell’abisso infernale, ma luoghi in cui i turisti si recano e scattano le loro foto. Il monumento raffigurato alle loro spalle diventa semplicemente qualcosa di “astratto”, nelle parole stesse di Kurihara, rievocazione di un passato lontano e ormai quasi irreale. Kurihara sembra ossessionata dall’immagine delle orde di turisti che scendono dai pullman per recarsi nei luoghi della tragedia. In tal senso, risulta piuttosto significativa la poesia Colombe: nella descrizione degli stormi di colombe che si avvicinano, beccano il mangime seminato, ignari delle sofferenze patite dagli uomini quel giorno, e si sollevano schiamazzando, è impossibile non vedere la rappresentazione metaforica delle masse di turisti, che scattano foto, sorridono, schiamazzano. Le colombe sono il simbolo della pace, una pace ancora lontana da realizzarsi, quella stessa pace auspicata da Kurihara sin dagli anni della guerra. Nella poesia, le immagini dei volti sorridenti del presente e dei volti bruciati, tumefatti del passato si sovrappongono, come in una foto, in cui il monumento rappresenta semplicemente lo sfondo del volteggiare delle colombe.

Kurihara ricorre spesso nelle sue poesie a immagini metaforiche, come nelle poesie Corvi e Sulla spiaggia. Nella prima, scritta nel 1961 la poetessa si paragona a un corvo nero, mentre tutti gli altri diventano uccelli bianchi, evidenziano quindi il suo senso di emarginazione: in quegli anni, infatti, Kurihara si scaglia contro tutti i test nucleari, denunciando anche quelli dell’Unione Sovietica, e si ritrova sola nel farlo; l’estremo nord della poesia si riferisce appunto all’Unione Sovietica5. La poesia Sulla spiaggia è stata scritta a nel 1964, e anche qui si manifesta il senso di solitudine ed emarginazione vissuto da Kurihara: parte di un banco di pesci, all’improvviso si ritrova trascinato solo / sulla riva bianca vuota / bagnata dalle onde // Cos’è successo agli altri?/ Avremmo dovuto scavalcare insieme la grande onda / che incombe barcollando / e invece sono trascinato sulla riva insieme all’onda.

Kurihara quindi ci parla del suo isolamento, e della sua disperazione di fronte all’incapacità delle sue parole di toccare il cuore della gente: sente le parole prive di potere, e nella poesia Parole come foglie sugli alberi non può che paragonare l’inefficacia delle sue parole alle foglie morte degli alberi, mosse dal vento e disperse invano.

Nelle poesie più recenti, il tema affrontato da Kurihara è quello dell’Era nucleare: si supera lo spazio dell'evento storico del bombardamento atomico, per giungere a una condizione universale, rivolta al futuro: Il futuro inizia da qui, il “qui” in questione sono Hiroshima e Nagasaki, non più semplici luoghi della tragedia ma punto di inizio stesso dell'era nucleare, e monito per l'umanità: affinché l'errore non sia più ripetuto.

Nelle poesie HIROSHIMA, Città violentata, Dalla città tombale, Un altro orologio, il timore per una possibile guerra nucleare è palpabile, e Kurihara cita elencandoli i luoghi in cui si sono succedute le esplosioni dei test nucleari. In Hiroshima, Nagasaki e infine Bikini, Kurihara ci dice che non solo il Giappone è stato vittima della bomba atomica: gli abitanti dell’atollo Bikini sono stati infatti espropriati delle loro terre e trasferiti in un atollo lontano, poi nel 1954 c’è stato l’esperimento più terribile, quello della bomba H, la bomba a idrogeno, mille volte più potente di quella sganciata su Hiroshima. Una devastazione totale della natura, in cui gli effetti della radioattività non sono ancora spariti.

Nelle poesie scritte dagli anni Sessanta è da evidenziare il fatto che la parola Hiroshima non è più scritta in kanji, ma in katakana: questo perché Kurihara non ci parla più del luogo, ma del fenomeno, Hiroshima, come Auschwitz, diviene una metonimia, che assume il significato specifico di tragedia nucleare. Le poesie scritte in questi anni costituiscono quindi una svolta: il tema non è più la descrizione dei fatti del 6 e del 9 agosto del 1945, si supera la fase di “evocazione delle rovine”, per giungere a quella di “estensione nel tempo e nello spazio”. La prospettiva si allarga: non più il passato a Hiroshima, ma il futuro del mondo.

In ogni caso, la sua poetica è sempre riconducibile alla tragedia delle due città: che ci parli del rifiuto della guerra, o della preoccupazione per la proliferazione delle armi nucleari, il suo punto di partenza è sempre costituito da Hiroshima e Nagasaki.

Kurihara Sadako ha vissuto l'era nucleare, vista come la fase finale della scienza e della cultura moderne che tratta gli uomini come oggetti, disprezzandoli6. Ha cercato di rendere universale la condizione degli hibakusha, affinché essa potesse essere usata per liberare il genere umano dal nucleare. Hiroshima e Nagasaki non sono più eventi drammatici del passato ma punto di partenza fondamentale per le idee del presente e per il futuro, ricordandoci quali sono i rischi per l’umanità. La sua opera, così ricca e variegata, sicuramente rappresenta una delle testimonianze artistiche più importanti della vita durante l'era nucleare.

Macerie
Non c’è più nulla,
non c’è più nulla.
Anziani e bambini bruciati vivi,
Hiroshima – spazzata via
come una cavità oculare senza più bulbo.
Ossa bianche sparse sulle macerie rossastre,
dall’alto, il sole batte a picco
sulla città delle rovine, ove regna il silenzio.
Guarda: anche sulle mie spalle e sulle mie maniche
brulicano sciami compatti di mosche nere!
[...]
Dal giorno in cui il vento dell’esplosione ci colpì
così forte da spazzare via la Terra,
non è rimasto nulla di questa città.
Il mondo è furioso tanto da esplodere,
ma gli uomini di questa città restano in silenzio,
come le macerie, in quel momento.



Bibliografia

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Minear, Richard. Hiroshima: three witnesses, Princeton, NJ: Princeton University Press, 1990.

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Ōe, Kenzaburō. The crazy iris and other stories of the atomic aftermath, New York: Grove Press, 1985.

Pogatschnigg, G.A. Dopo Hiroshima. Esperienza e rappresentazione letteraria, Verona: Ombre Corte, 2008.

Selden, Kyoko, Mark. The atomic bomb: voices of Hiroshima and Nagasaki, Armonk, NY: M.E Sharpe, 1989.

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Yoneyama, Lisa, Hiroshima Traces:Time, Space and Dialectics of Memory, University of California Press, 1999.

Opere di Kurihara Sadako

Kurihara, Sadako. Black Eggs, trad. ingl. di Richard Minear, Ann Arbor, Mi: The University of Michigan, 1994.

Kurihara, Sadako, Hiroshima: Mirai Fukei, Hiroshima: Shishu Kanko no kai, 1974.

Kurihara, Sadako, Hiroshima to iu toki, Tokyo: Sa'ichi, 1976.

Kurihara, Sadako, Kakujidai dōwa, Hiroshima: Shishu Kanko no kai, 1982

Kurihara, Sadako, Kakujidai ni ikiru: Hiroshima – shi no naka no sei, Tokyo: San'ichi Shobo, 1982

Kurihara, Sadako, Kurihara Sadako shishū, a cura di Yoshida Kin'ichi, Tokyo: Doyo Bijutsusha, 1984

Kurihara, Sadako, Kurihara Sadako Zenshihen, Tokyo: Doyo Bijutsusha, 2005

Kurihara, Sadako, Kuroi Tamago, Hiroshima: Chūgoku Bunka Hakkojo, 1946




Note

  1. L. Bienati e P. Scrolavezza, La narrativa giapponese moderna e contemporanea, p. 128
  2. Minear, R., a cura di, Black Eggs, p. 10
  3. Styczek, Ursula, A-bomb victim: Kurihara Sadako. The transformation from an anarchist poet to peace essayst, p.5
  4. L'utilizzo del maiuscoletto per la parola Hiroshima è una scelta grafica che intende rispettare quella dell'autrice che, a partire dagli anni Sessanta, inizierà a utilizzare il katakana invece dei kanji per scrivere il nome della città
  5. Cfr. Minear R., op cit., pp 9 e 266
  6. Minear, R., op.cit, p. 34