Una raffinata eleganza
L’abbigliamento maschile di corte nel Giappone di epoca Heian

Scritto da Rossella Marangoni www.rossellamarangoni.it -

Poche sono le tracce che ci restano per ricostruire la storia dell’abbigliamento maschile nel Giappone antico, del resto ancora poco indagato anche negli sviluppi delle epoche successive a fronte di un interesse sempre vivo di studiosi e grande pubblico per la storia del kimono, e del kimono femminile in particolare.

Pure, lo studio dell’eleganza maschile in Giappone nel corso dei secoli presenta un campo di indagine oltremodo ricco e affascinante.

Mi concentrerò qui sull’abbigliamento di corte in voga nel Giappone di periodo Heian (794-1185), per il quale la carenza di manufatti è bilanciata dalla documentazione testuale.1

Nondimeno vale la pena ricordare che le epoche precedenti furono determinanti nello stabilire alcuni elementi che resteranno costanti, anche dopo l’abbandono delle fogge cinesi che, introdotte in periodo Asuka (538-710), avevano caratterizzato l’abbigliamento della corte imperiale per tutto il periodo Nara (710-794).

È infatti durante il periodo Asuka che nell’abbigliamento emerge la differenziazione fra due stili o, meglio, due tipologie di vesti. L’akekubi, a collo montante rotondo, su modello della veste cinese, caratterizzerà nei secoli il costume formale maschile di corte (in uso ancor oggi per le cerimonie di intronazione e per le nozze imperiali).

Il tarikubi, a lembi sovrapposti, di tipo kimonoide, è il modello che caratterizzerà nelle epoche successive l’abbigliamento femminile, formale e informale, e l’abbigliamento maschile comune, formale e informale (escluso quello della corte).

Ed è ancora nel periodo Asuka che i colori a corte saranno formalizzati e gerarchizzati nel codice Taihō ritsuryō (701 d.C.). Se infatti Tenmu tennō (631-686) aveva riformato nel 690 il sistema dei ranghi di corte, sarà l’imperatrice Jitō (645-703) ad stabilire i colori della veste esterna per ciascun rango, come riportato nel XXX rotolo del Nihongi (720 d.C.): “I colori delle vesti di corte saranno, dal rango jodai-ichi fino al ko-ni, viola scuro, dal jodai-san fino al ko-shi, viola rossastro. Gli otto ranghi jiki saranno rossi, gli otto ranghi kon indosseranno il verde scuro, gli otto mu saranno in colore verde chiaro, gli otto tsui in blu scuro e gli otto shin vestiranno in blu pallido. A parte, quelli sopra il rango joko-ni avranno una striscia di seta damascata, e dal jodai-san fino al jikiko-shi due strisce di seta damascata sono concesse per vari usi. Inoltre, tutti porteranno una cintura di seta fine e sottile e pantaloni bianchi, indipendentemente dal rango”.2

Per tutta la durata del periodo Nara la legge Yōro, emanata nel 718, impose lo stile continentale di abbigliamento e con esso anche l’adozione, alla maniera cinese, della chiusura delle casacche aperte davanti con il lato sinistro su quello destro (ujin). Fino ad allora, infatti, in Giappone si adottava la sovrapposizione del lato destro su quello sinistro (saijin), che in Cina era utilizzato solo per le vesti funebri: inconcepibile, quindi, che qualcuno potesse adottare questa foggia per i vivi.

A partire dal 795, con l’interruzione delle relazioni con la Cina, si andarono gradatamente abbandonando le forme cinesi per muoversi verso una diversificazione dei costumi di corte e una progressiva creazione di nuovi modelli, quelli che molti secoli dopo saranno percepiti fuori dell’arcipelago come “tipicamente giapponesi”.

Anche se i nobili a corte vestivano esclusivamente in seta, i laboratori producevano ora broccati e garze che rispondevano a un’estetica diversa, a gusti mutati: colori smorzati e motivi decorativi delicati, spesso tono su tono, sostituivano ormai la decorazione vistosa e i colori brillanti della tradizione sinizzante dell’epoca precedente.

Nel corso del periodo Heian la corte imperiale giapponese seguì un codice di abbigliamento molto preciso. Durante le cerimonie, negli incontri ufficiali, come nella vita di tutti i giorni, le forme, i colori e la decorazione delle vesti e degli accessori dovevano essere adeguati alle circostanze, alla stagione, all'età, al grado e al ruolo di ciascuno. L’abbigliamento formale era rigidamente codificato mentre quello informale permetteva l’apporto del gusto personale. Per quanto possa sembrare strano in una realtà di grande formalizzazione, anche nel corso del periodo Heian il gusto mutò e con esso mutò la silhouette maschile.

All’inizio dell’XI secolo il costume maschile di corte era suddivisibile in tre categorie: il costume cerimoniale del raifuku era limitato alla cerimonia di intronizzazione (sokui), la “grande degustazione di primizie” (daijōsai) e il giorno di Capodanno; i costumi del servizio di corte includevano il “gran costume di corte” (sokutai), il “costume semi-formale” (hōko) e il “costume semi-formale leggero” (ikan) o “costume da guardia” (tonoiginu). Infine l'abbigliamento informale era costituito dal nōshi, dal kariginu e, per il personale di servizio, dal suikan.

Risulta evidente come il costume maschile fosse regolato da un rigido protocollo inteso ad indicare il rango di ogni persona, relegando le scelte personali alle occasioni più informali.3

L’abito formale degli uomini era il sokutai, con maniche molto ampie e aperte (ōsode) indossato sopra a una serie di indumenti di vario tipo, con ampi pantaloni lunghi e accompagnato da una serie di imprescindibili accessori indicanti il rango del personaggio. Per la forma del colletto, l’ampiezza delle maniche, l’uso della cintura e le proporzioni dei pantaloni a gamba dritta, questa tenuta ricorda ancora, per certi versi, il costume sinizzante dell’epoca di Shōtoku Taishi (VI sec.) come si ricava dal suo celebre ritratto con due attendenti conservato nella collezione della casa imperiale.

Il termine sokutai significa “costume con cintura”. Era la “gran tenuta”, quella abitualmente indossata a corte per partecipare a cerimonie, procedure amministrative e per qualsiasi compito ufficiale, collettivo o individuale, con alcune eccezioni. Soprattutto, era l’abbigliamento di rigore per essere ammessi alla presenza dell’imperatore. Comprendeva una lunga serie di accessori: la cintura con pietre dure (sekitai), la spada d’apparato (kazatachi), la tavoletta in legno chiaro quale indicatore di dignità (shaku), il ventaglio a lame di cipresso (hiōgi), l’astuccio in pelle a decoro di pesci (gyotai), per non citare che i principali. Il sokutai andava rigorosamente accompagnato dal copricapo più formale, il kanmuri (o kōburi), una calotta rigida dalla struttura complessa modellata e decorata in base al rango occupato. Dalla calotta del kanmuri pendeva un nastro piatto in garza (ei) altrettanto rigido la cui lunghezza e i cui disegni decorativi sottostavano alla regola del rango ed erano formalizzati.

Ancora oggi il sokutai è indossato a corte per alcune cerimonie di altissimo profilo dai membri della famiglia imperiale.

Il sokutai era costituito da un insieme di vesti di diversa foggia il cui semplice elenco già è sufficiente a dimostrare la complessità dell’abbigliamento maschile di corte.

Dei vari strati di indumenti che componevano la tenuta sokutai, il più rilevante era naturalmente quello superiore, costituito dallo (o uenokinu), una sopravveste tagliata a kimono ma con un collo agekubi. Aveva un falso orlo, una sorta di larga fascia di tessuto attaccata all’orlo dell’indumento ed era cucita sui fianchi (hōeki). Era lo a indicare con il suo colore il rango di corte di colui che lo indossava.

Sotto allo si portava lo hanpi, una sorta di corto indumento a baschina, senza maniche, il cui unico scopo era quello di lasciarsi intravedere attorno all’area del colletto e sotto la cintura, quando il cortigiano era del tutto abbigliato. Circa lo hanpi si può affermare che, come per molti accessori, non era di alcuna utilità ma sarebbe stato considerato quantomeno bizzarro un nobile che non lo avesse indossato. Così scrive Kamo no Chōmei nel Mumyōshō: “Lo hanpi è un capo di abbigliamento che non serve ad alcuno scopo, ma aggiunge ornamento a un veste formale di corte”.4

Sotto all’inutile eppur imprescindibile hanpi, lo strato successivo era dato dallo shitagasane, una tunica con colletto alto che aveva un orlo molto lungo, una sorta di strascico. Il colore era scelto in base all'occasione, ma il bianco sembra che prevalesse nelle celebrazioni di routine.

Come i colori della sopravveste, anche la lunghezza dello strascico rifletteva il grado del personaggio che la indossava ed era soggetta a regole rigide.

Nel 947, la parte dello strascico che superava il fondo della sopravveste era limitata a 45 cm per i principi imperiali, 30 cm per i ministri, 24 cm per consiglieri (nagon) e 18 cm per gli ascoltatori (sangi). Ma i dignitari tendevano a indossare strascichi molto lunghi, soprattutto al tempo di Ichijō tennō (r. 986-1011), in una sorta di gara di eleganza. Si fu costretti, quindi, a imporre limitazioni drastiche. Secondo un decreto emanato nel 1070, lo strascico dei ministri doveva misurare non oltre i 210 cm., quello dei consiglieri 180 cm., quello dei revisori, 150 cm. e quello dei ufficiali di 4° e 5° rango, 120 cm.

Lo strato sottostante era costituito dall’akome (o aikome,“indumento intermedio”), una veste, di foggia kimonoide, con il colletto incrociato, in genere di colore rosso cartamo. Poteva essere indossata infilata dentro gli hakama o sopra. Era ammesso togliere l’akome nella stagione calda, cioè dall'inizio del quarto mese alla fine del nono mese (da maggio a ottobre), mentre durante la stagione fredda se ne potevano invece sovrapporre diverse.

Infine, sotto l’akome era indossato uno o più hitoe, una sorta di tunica kimonoide che scendeva sotto il ginocchio e non era foderata (come indica il termine stesso hitoe). Poteva essere di color rosso cartamo o bianco.

La gran tenuta cerimoniale era completata da due strati di hakama. Gli ōkuchibakama, pantaloni interni, erano una sorta di culotte molto ampia in seta rossa, scendevano sotto il ginocchio e avevano delle grandi aperture per le gambe. Gli uenohakama, i pantaloni esterni, erano legati in vita con un cordoncino; venivano indossati o sotto la tunica interna o sopra l’akome. In genere erano di seta bianca, secondo le prescrizioni del codice amministrativo e penale dell'era Taihō del 701, ma a partire dall’XI le fonti letterarie li citano anche in altri colori.

Se sfogliamo gli strati del sokutai scopriremo una complessità nell’abbigliamento maschile formale di corte capace di rivaleggiare - per ricchezza di vesti, sfumature cromatiche, delicatezza di motivi decorativi - con il junihitoe delle nyōbo, le dame di corte.

Le tenute semiformali hōkō e ikan differivano dalla gran tenuta cerimoniale sokutai per alcuni particolari di alleggerimento ma non erano ammesse alla presenza del tennō tranne che in caso di assoluta emergenza.

Per risparmiare descrizioni minuziose basterà ricordare che lo hōkō differiva dal sokutai per l’abbinamento con pantaloni larghi a sbuffo allacciati alla caviglia (sashinuki) sotto a cui erano indossati pantaloni interni (shitabakama). L’ikan adottava anch’esso il sashinuki ma prevedeva un’ulteriore semplificazione eliminando la tunica con strascico shitagasane. Entrambi questi outfit richiedevano comunque il copricapo cerimoniale kanmuri e lo shaku in legno, segno di dignità, oltre a dover seguire le regole di colori e decori imposte dal rango di appartenenza.

Ma se osservassimo i frammenti degli emakimono del Genji monogatari che ci sono pervenuti e di altri rotoli dei periodi Heian e Kamakura, ci renderemmo conto che i personaggi, spesso colti nell’intimità dei loro padiglioni, sono per lo più abbigliati con il nōshi, la tenuta informale che era costituita da una sopravveste (il nōshi, appunto), tagliata come quella del sokutai, ma leggermente più piccola e in un colore non soggetto al protocollo di rango, sotto a cui si indossavano varie vesti.

In particolari occasioni, come gite o feste, l’assoluta libertà nella scelta dei colori (che però dovevano pur sempre rispondere al canone della consonanza stagionale e della moda del momento) permetteva una certa vezzosità, come l’evidenziare il colore della veste molto lunga che sporgeva sotto la sopravveste (idashi ushigi).

Completavano la tenuta nōshi i pantaloni interni (shitabakama) e i caratteristici pantaloni larghi a sbuffo allacciati alla caviglia (sashinuki). Questi potevano essere davvero molto larghi, ma pare che nell'XI secolo la loro lunghezza fosse diventata tale che, trascinandoli a terra, gli uomini camminassero calpestandoli. Inoltre non poteva mai mancare il copricapo che, in una tenuta informale, era costituito dall’eboshi (o, in alcune fonti, ebōshi): alto copricapo rigido in carta o tessuto laccato che assunse nel corso del tempo varie tipologie e dimensioni.

Informalità non va però intesa come trascuratezza: un gentiluomo che indossava il nōshi poteva dare l’impressione di un’eleganza eccelsa, anche se rilassata. È di questa opinione Sei Shōnagon che appunta nel suo Makura no sōshi: “Il luogotenente Tadanobu oggi è davvero affascinante: indossa una veste fior di ciliegio di tessuto diagonale, di un’indescrivibile lucentezza sul rovescio, ampi pantaloni scuri color uva con rametti di glicine stupendamente ricamati in rilievo, una sottoveste rossa di lucida seta battuta, sotto cui s’intravedono varie sottovesti di un rosa pallido. È fermo presso il limitare della terrazza, in piedi e con il busto proteso verso la mia cortina. Assomiglia a uno di quei meravigliosi personaggi raffigurati sui dipinti o descritti nei racconti”.5

E, del resto, è proprio mentre indossa con rilassatezza il nōshi che Murasaki ci presenta Genji lo Splendente in tutta la sua giovane sfolgorante bellezza mentre, in una notte di pioggia, ascolta gli amici discettare sulla donna ideale: “Sopra alcune vesti di morbida stoffa bianca aveva indossato con voluta noncuranza l’ampia sopravveste dell’abito informale di Corte, lasciandone sciolti i legacci, e alla luce della lampada, appoggiato con naturalezza, appariva così bello da far desiderare di vederlo in vesti femminili”. 6

Pur nella sua natura di outfit informale, il nōshi godeva di una notevole flessibilità di utilizzo e a questa è forse dovuta la predilezione per questa tenuta che sembra emergere dalle pagine della letteratura di epoca Heian. Bastava infatti sostituire il copricapo di uso quotidiano eboshi con il più formale kanmuri e si otteneva la cosiddetta “veste informale con copricapo”, ossia il kanmurinōshi, che permetteva ad alcuni dignitari scelti e provvisti di autorizzazione imperiale di recarsi alla residenza interna imperiale, senza però poter comparire in presenza del tennō (occasione per la quale era di rigore la tenuta sokutai completa). Il privilegio del kanmurinōshi fu applicato in maniera più rigida o più allargata a seconda dei sovrani.

Una sorta di kanmurinōshi è la tenuta che contraddistingue oggi, in occasione di importanti cerimonie religiose, l’abbigliamento dei sacerdoti shintō di rango più elevato.

Un’altra tenuta informale che caratterizzava la quotidianità degli aristocratici di periodo Heian era il kariginu (abito da caccia), con maniche staccate alle spalle e cucite solo sotto le ascelle, per facilitare i movimenti imbracciando l’arco. Le maniche avevano all’orlo nastri (sodekukuri) che potevano essere tirati per chiuderle ai polsi. La veste superiore, allacciata al collo, sul lato destro, per mezzo di una chiusura con bottone e asola (tonbo), era indossata sopra strati di vesti sfoderate (hitoe) o foderate (awase), a seconda della stagione, sotto ai quali stava una sottoveste bianca, il kosode (che nei secoli successivi avrebbe via via preso un’importanza maggiore fino a trasformarsi nello strato superiore dell’abbigliamento maschile e femminile). Anche al kariginu erano abbinati gli ampi sashinuki, serrati alla caviglia ma a volte, in occasioni concitate come gli affollati cortei, erano stretti più in alto per facilitare i movimenti.

Con lo stesso scopo chi li indossava poteva rimboccare e infilare nella cintura dei pantaloni, in caso di necessità, il panno posteriore della sopravveste. Il kariginu, infatti era la tenuta del personale di basso rango della corte, i cosiddetti toneri, gli uomini del seguito, facilmente distinguibili negli emakimono dell’epoca per la tenuta bianca su cui spicca il nero del rigido e alto copricapo eboshi, la piccola spada (nodachi) cinta al fianco e l’aria perennemente affannata e indaffarata. Ma, certo, c’era corteo e corteo, e quando si trattava di Fujiwara no Michinaga (966-1028), allora tutti si muovevano nel cerchio magico del suo splendore. Così racconta a proposito del corteo in occasione della festa di Kamo, il 24 ° giorno della quarta luna, 1010:

Tutto ciò che serve alla processione del messaggero è di straordinaria qualità, tutto è nuovo.

In particolare, gli uomini che guidano i cavalli indossano abiti screziati marroni e verdi (aoshiro tsurubami), pantaloni rossi (kurenai) e, ai piedi, hanno sandali e calzini. I paggi sono in abiti da caccia (kariginu), chiusi con lacci, in pregiato tessuto blu raddoppiato e, sotto, indossano vesti (akome) a grandi motivi di colore rossastro [o rosso bordeaux, suō, tinto con sappan], ampi pantaloni di color verde, sopravvesti rosse (uchikake) e pantaloni foderati, ai piedi delle calzature. Sessanta subordinati, inclusi i quattro capi, sono vestiti di bianco; sei uomini indossano vesti del tipo chiamato kariginu "abiti da caccia" e anche pantaloni rossi (aka), con vesti interne in color malva (usu-iro); sei sono in verde (ao) con veste interna color giallo yamabuki; sei in color prugna kōbai, con veste interna verde; sei in colore foglia tenera (wakabairo) con veste interna rossa (akanezome); sei in giallo con veste interna rossastra; sei in blu (ai) con veste interna rossa; per gli altri non annoto i particolari. Tutto è superbo, comunque adatto alle circostanze: una celebrazione dei kami”.7

I sacerdoti shintō indossano ancor oggi la veste kariginu accompagnata però dagli hakama moderni.

Un tipo più semplice di kariginu era il suikan, indossato come abito formale da uomini di basso rango che servivano i nobili e, verso la fine del periodo Heian, anche come veste cerimoniale dai guerrieri. La casacca, dal colletto tondo in stile agekubi chiuso con un fiocco per mezzo di due cordoncini uno dei quali era attaccato al centro del colletto sotto la nuca e l’altro all’estremità destra del colletto, era più corta di quella del kariginu ed era inserita negli hakama chiusi sempre alle caviglie. Più spesso, però, il suikan era accompagnato da kobakama, pantaloni più corti e aderenti dei sashinuki ma ugualmente serrati con lacci, anche se al polpaccio e non alla caviglia.

Negli emakimono della fine di periodo Heian, come ad esempio il Ban Dainagon ekotoba (1177 circa) sono raffigurate, nella capitale, molte persone comuni che indossano il suikan. Il tessuto con cui erano confezionati i suikan poteva variare dalla seta, appannaggio dell’aristocrazia, alla canapa, per il popolo minuto.

Sembra che all'inizio dell'XI secolo, i nobili indossassero tessuti lucidi o lisci, morbidi alla vista e setosi al tatto. In alcuni casi si poteva aggiungere una bassa dose di amido per far risplendere i preziosi tessuti destinati alle occasioni speciali. Lo stile di questi costumi morbidi può essere ammirato nei rotoli dipinti del XII secolo.

Ma un’evoluzione nello stile dell’abbigliamento maschile si verificò al tempo dell’imperatore in ritiro Toba (1103-1156, in ritiro dal 1129) e del ministro Minamoto no Arihito (1103-1147), che riuscirono a imporre la moda del “costume rigido”, kowa sōzoku: vesti rigide, silhouette ampie e imponenti quali esibizione di potere e di forza.

Nel 1162 Fujiwara no Koremichi (1093-1165) osserva: “Ai vecchi tempi, tutti indossavano dei costumi di "lucentezza morbida” (nashi wo uchite) in ogni occasione importante, che facesse caldo o freddo. Al giorno d’oggi le persone indossano vesti rigide kowakimono e, sopra, ancora indumenti rigidi che rinforzano con fodere sui fianchi e aste nei copricapi e nei berretti”.8

Stavano arrivando tempi nuovi dominati da una classe capace di imporre una nuova estetica: quella dei guerrieri.

Nuovi gusti che si diffondono anche fra la gente comune, per le strade della capitale e di cui si trova traccia nelle canzoni popolari (saibara e imayō), come in quelle raccolte nell’antologia poetica Ryōjin hishō (Selezione segreta della polvere sulle travi, 1170 circa).

Un esempio, in questa antologia, si trova nell’imayō n° 368, da cui ricaviamo notizie sugli abiti maschili in voga nella capitale durante la seconda metà del periodo di Heian:

Kono goro miyako ni hayaru mono
Kataate koshiate ebōshi todome
Eri no tatsu kata sabiebōshi
Nunouchi no shita no hakama yono no sashinuki.

Recentemente vanno di moda alla capitale:
spalline, imbottitura dei fianchi, ferma-eboshi,
colletti alti, eboshi ornati con una pieghettatura,
hakama foderati come sottovesti, sashinuki piuttosto stretti. 9

Se anche il popolino di Miyako osservava che una nuova moda maschile si andava imponendo, questo non poteva che derivare dalla sempre più consistente presenza della classe guerriera nella società di fine periodo Heian.

Il mondo stava decisamente cambiando.


Bibliografia

Aston, W.G. (ed., tr.), Nihongi. Chronicles of Japan from the earliest times to A. D. 697, Rutland VT & Tokyo, Charles V. Tuttle, 1972.

Benton Minnich, Helen, Japanese Costume and the Makers of Its Elegant Tradition, Rutland VT & Tokyo, Charles V. Tuttle, 1963.

Craig McCulloug, Helen, “Textiles and Costumes”, in The Cambridge History of Japan, volume 2 Heian Japan, edited by Donald H. Shively and William H. Mccullough, Cambridge, Cambridge University Press, 2008.

Kamo no Chōmei, Mumyōshō, tr. by Hilda Katō, in Monumenta Nipponica, Vol. 23, N. 3/4 (1968).

Nihon fukushokushi, dansei hen, The Costume Museum, Mitsumura Suikoshoin kabushiki kaisha, Kyoto, 2016 (2015)

日本服飾史 男性偏 風俗博物館所蔵 光村推古書院株式会社 京都市 2015年

Nihon fukushokushi, dansei hen, The Costume Museum, Mitsumura Suikoshoin kabushiki kaisha, Kyoto, 2015. Izutsu Gafu, History of Costume in Japan - Men’s Garments, Mitsumura Suiko Shoin Co.Ltd, Kyoto, 2015.

Murasaki Shikibu, La Storia di Genji, a cura di Maria Teresa Orsi, Torino, Einaudi, 2012.

Sei Shōnagon, Note del guanciale, trad. di Lydia Origlia, Milano, SE, 1988.

Takeshita Toshiaki, “Vita popolare nel periodo Heian, testimoniata dal Ryōjin Hishō”, in Il Giappone, 2000, Vol. 40 (2000).

Von Verschuer, Charlotte, “Le costume de Heian”, in Cipango, hors-série 2008, Autour du Genji monogatari.

Yoshioka Sachio, Genji monogatari no iro, Kyōto, Shikosha, 2008.


Note

Per evitare dispersioni tralascerò i costumi delle guardie imperiali e quelli dei religiosi che richiederebbero una trattazione separata e per i quali rimando a un eventuale futuro intervento.↩︎

W.G. Aston (tr.), Nihongi. Chronicles of Japan from the earliest times to A. D. 697, Rutland VT, Charles V. Tuttle, 1972, pp. 397-398.↩︎

Cfr Charlotte von Verschuer, Le costume de Heian, in Cipango, hors-série 2008, Autour du Genji monogatari, p. 2. Questo studio, pubblicato sul numero speciale della rivista Cipango dedicata al primo millennio dalla creazione del Genji monogatari (2008), resta, dal punto di vista dell'analisi dei capi, una delle migliori introduzioni all’abbigliamento maschile e femminile di periodo Heian.↩︎

Kamo no Chōmei, Mumyōshō, 42. Cfr. Hilda Katō (tr.), Mumyōshō, in Monumenta Nipponica, Vol. 23, N. 3/4 (1968), p. 380. ↩︎

Sei Shōnagon, Makura no sōshi, 83. Cfr Note del guanciale, trad. di Lydia Origlia, Milano, SE, 1988, p. 73.↩︎

Murasaki Shikibu, La Storia di Genji, a cura di Maria Teresa Orsi, Torino, Einaudi, 2012. Cfr. cap. II, “L’arbusto di saggina”, p. 25.↩︎

Cit. in Charlotte von Verschuer, Le costume de Heian, cit., p. 15.↩︎

Cit. in Charlotte von Verschuer, Le costume de Heian, cit., p. 27.↩︎

Traduzione di Toshiaki Takeshita. Cfr Toshiaki Takeshita, “Vita popolare nel periodo Heian, testimoniata dal Ryōjin Hishō”, in Il Giappone, 2000, Vol. 40 (2000), p. 90.↩︎