Tra musica e zen
La fioritura del flauto shakuhachi

Scritto da Roberto Sallustio - Facebook: Roberto Sallustio - Instagram: @robe_sall
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Le melodie del flauto giapponese 尺八 shakuhachi risuonano già da molti decenni anche al di fuori dei confini nazionali nipponici. A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, lo shakuhachi venne portato in giro per il mondo da rinomati maestri giapponesi come strumento identitario della loro tradizione, veicolo di valori di un intero Paese. Un ruolo determinante alla diffusione della sua conoscenza venne giocato, oltre che dalle peculiarità musicali che lo caratterizzano, come una attenta ricerca timbrica del suono connessa con l'attività respiratoria e con la fattura stessa del flauto, o le particolari tecniche esecutive che occorre padroneggiare per poter esprimere tutto il suo potenziale acustico, anche dalla sua relazione - reale o presunta - con una setta buddhista Zen formatasi durante il periodo Edo (1603-1868).

Lo shakuhachi è un flauto dritto in bambù, con la parte finale leggermente ricurva che termina con la forma della radice della pianta. È composto da due sezioni unite al centro da un raccordo interno (ma può essere costituito anche da un unico segmento), ha 5 fori digitali (4 frontali e 1 sul retro) e un'imboccatura con tacca a V (di forma differente in base alla scuola di riferimento).

I suoni emessi con lo shakuhachi sono determinati dalle posizioni delle dita sui fori (che possono essere chiusi in differenti gradi) e da quella delle labbra sull'imboccatura, che, unite ai movimenti della testa, permettono la produzione di sfumature microtonali mediante raffinate tecniche realizzative. Le cinque posizioni di base, determinate appunto dai cinque fori dello shakuhachi, sviluppano una sequenza pentatonica, come la serie ro tsu re chi ri della scuola Kinko, traducibile con la sequenza di note re fa sol la do. Ogni posizione è rappresentata sulla notazione da un simbolo del sillabario giapponese katakana, così come è possibile incontrare indicazioni esecutive sottoforma di altri simboli e segni.

Il nome shakuhachi deriva dalla lunghezza standard dello strumento, ovvero 1 shaku e 8 (hachi) sun - shakuhachi 1.8 - corrispondente a 54,4 cm, che definisce anche la sua altezza, in re, ma sovente sono impiegati anche strumenti di dimensioni differenti. Lo strumento moderno è molto probabilmente un'evoluzione autoctona della prima tipologia di shakuhachi apparsa in Giappone, il 雅楽尺八 gagaku shakuhachi, così denominata poichè veniva utilizzata nello strumentario della musica di corte gagaku, introdotta dalla Cina verso la fine del VII secolo. Questo flauto, composto da un unico pezzo, aveva 6 fori digitali (5 frontali e 1 sul retro), ma ben presto venne, suo malgrado, sostituito nell'orchestra da altri elementi, tanto da far perdere le sue tracce per secoli. Una nuova tipologia di shakuhachi ricomparve tra il XIII e il XIV secolo, sotto il nome di 一節切 hitoyogiri. Dotato, però, di 5 fori e di taglia più piccola rispetto allo strumento precedente, lo hitoyogiri era suonato dai 菰僧 komosō ("monaci della stuoia di paglia"), monaci mendicanti di basso ceto sociale, che poco avevano a che fare con gli ambienti di corte. La tipologia di shakuhachi più simile allo strumento oggigiorno noto è, tuttavia, il 普化尺八 fuke shakuhachi o 虚無僧尺八 komusō shakuhachi, diffusosi a partire dal periodo Edo e suonato dai membri della 普化宗 Fuke shū ("setta Fuke"), i komusō ("monaci del nulla").

Durante questo periodo, l'impiego dello shakuhachi era (o sarebbe dovuto essere) appannaggio esclusivo di questi monaci, con l'aspetto religioso-spirituale predominante. Solo dopo l'abolizione della setta Fuke, avvenuta per mano del governo Meiji (1868-1912), si realizzò un generale riconoscimento musicale dello strumento - anche se la sua presenza in ambito artistico/profano non è da escludere nei periodi precedenti - favorito, inoltre, dalle nuove idee di rinnovamento culturale e ravvisabile, ad esempio, nella comparsa dei 多項尺八 takō shakuhachi, shakuhachi a 7 e 9 fori.

All’inizio del Seicento, in seguito all'insediamento del regime dei Tokugawa - che pose fine ad anni e anni di lotte intestine - il ruolo del samurai si trovò ad essere pressochè superfluo. Molti di essi decisero di cambiare vita e certuni, diventati komusō, costituirono la setta Fuke. Per legittimare l’istituzione della setta, i membri utilizzarono una serie di documenti - alcuni in seguito riconosciuti come falsi - che ne attestavano l'esistenza e l’antica discendenza. Una copia di un f emanato con decreto governativo dell’era Keichō (1596-1615), quasi certamente mai esistito ma che venne accettato dal governo Tokugawa come autentico, rappresentò il primo riconoscimento politico della setta: mediante esso venivano concessi ai suoi membri vari privilegi, tra i quali la libertà di movimento all’interno del Giappone e l’utilizzo monopolistico dello shakuhachi. Un altro documento, invece, sosteneva che la setta derivava il suo nome da Puhua (in giapponese: Fuke), fondatore putativo cinese di epoca Tang (618-907), e che venne introdotta in Giappone - assieme alla tradizione dello shakuhachi - nel 1254 dal monaco giapponese Kakushin, legato alla scuola Zen Rinzai.

Vari interrogativi sono sorti sulla figura dei komusō. Cosa erano in realtà? Semplici monaci? Rōnin che perseguivano solo un sentimento di coltivazione personale? Spie governative? Sostenitori dell'imperatore? Per conseguire lo status di komusō bisognava innanzitutto possedere alcune prerogative, come le origini guerriere e la non professione della fede cristiana. Solo in seguito si veniva accreditati come tali tramite la consegna dei "3 strumenti" e dei "3 sigilli", rispettivamente shakuhachi, tengai (copricapo a forma di cesta), kesa (stuoia per dormire), e honsoku (“licenza originale”), kaiin (“sigillo sociale”), tsūin (“permesso di viaggio”).

I komusō consideravano lo shakuhachi un 法器 hōki ("strumento sacro"), suonarlo rappresentava un mezzo per ottenere l’illuminazione spirituale, alla stregua di una pratica meditativa Zen (pratica negli anni più recenti denominata 吹禅 suizen). Ogni attività giornaliera, sia dei monaci residenti nei templi sia di quelli erranti dediti alla questua, erano scandite da regole precise e da determinati brani da eseguire: lo shakuhachi doveva essere usato esclusivamente per le cerimonie nel tempio e per il takuhatsu (suonare porta per porta e ricevere l’elemosina); il suo impiego per la ricreazione o insieme con altri strumenti era severamente vietato.

Ad occuparsi dell’istruzione musicale dei monaci, sebbene con metodi differenti, erano i tre templi maggiori: l’Ichigetsuji e il Reihōji, nell'area di Edo, e il Myōanji di Kyōto. Con il passare degli anni, però, parallelamente alla trasmissione monastica si sviluppò un sistema 'artistico' incentrato sui fukiawase-sho (“luoghi in cui si suona insieme”), scuole di musica separate dai templi che permisero l'apprendimento dello shakuhachi anche a gente comune, producendo una certa diffusione nonchè secolarizzazione della pratica. Quando nel 1871 il nuovo governo Meiji abolì molte istituzioni legate al periodo passato, tra le quali anche la setta Fuke, la temuta scomparsa dello shakuhachi venne fortunatamente scongiurata poichè la trasformazione in senso artistico-musicale in qualità di 楽器 gakki ("strumento musicale") era già cominciata. La trasmissione della pratica e dei brani dello shakuhachi fu gestita dai vecchi komusō e dai nuovi maestri, che istituirono proprie ryū ("scuole") e sottogruppi, ciascuno sviluppando un proprio repertorio e stile, permettendo così il perpetuare della tradizione di questo strumento fino ad oggi.

I brani per shakuhachi possono essere divisi in due categorie: 本曲 honkyoku ("pezzi originali"), brani composti esclusivamente per shakuhachi, e 外曲 gaikyoku ("pezzi esterni"), brani arrangiati per shakuhachi ma appartenenti principalmente ai repertori della cetra koto e del liuto shamisen. Dopo aver istituito le scuole di shakuhachi, i loro fondatori progettarono dei propri arrangiamenti e composero nuovi honkyoku. Per differenziare questi nuovi brani da quelli della tradizione dei komusō, questi ultimi furono denominati 古典本曲 koten honkyoku (“honkyoku classici”). A queste categorie si devono aggiungere anche il repertorio 民謡 min’yō, composto da tali melodie eseguite con lo shakuhachi, le composizioni dei singoli suonatori e quelle dei compositori create negli anni più recenti, il genere 三曲 sankyoku (insieme composto da shakuhachi, shamisen e koto). L'esibizione del sankyoku, diffusa già nel XVII secolo, differiva totalmente dal mondo intimo degli honkyoku, in quanto richiedeva un volume controllato, altezze precise e una coordinazione ritmica con gli altri strumenti. Questa diversità di utilizzo, nel tempo, andò ad influenzare anche il metodo di costruzione dello shakuhachi, riscontrabile, ad esempio, nella modalità di impiego della laccatura ji sullo strumento, tanto da creare due classi di shakuhachi: 地無尺八 ji-nashi shakuhachi ("shakuhachi senza ji") e 地塗尺八 ji-nuri shakuahchi o あり尺八 ji-ari shakuhachi ("shakuhachi con ji"), la prima adatta all'esecuzione solistica di repertori classici e volta ad esaltare la componente più naturale dello strumento, la seconda impiegata soprattutto per i brani di insieme e decisamente utile per sviluppare un'espressione acustica più controllata, un suono più definito.

Ascoltare una melodia suonata con lo shakuhachi oggi è abbastanza comune, in un film, in una pubblicità televisiva, ad un evento dedicato alla cultura giapponese. L'impiego in vari contesti, alcuni dei quali profondamente differenti da quello di partenza, e il superamento di determinati vincoli (scolastici, di apprendimento, di trasmissione), ha permesso, e mi auguro possa ancora continuare a farlo, un processo di graduale rinnovamento e riconoscimento, necessario per mantenere in vita la musica dello shakuhachi e tutto ciò che gli ruota attorno.


Roberto Sallustio, laureato in "Lingue e civiltà orientali" con una tesi in Etnomusicologia dell’Asia dal titolo “Lo shakuhachi tra locale e globale. Ideologie, pratiche e protagonisti in Giappone e in alcuni Paesi europei”. Ha all'attivo varie pubblicazioni, tra cui il libro "Shakuhachi - Il suono dell'anima" (2019), prima opera in lingua italiana interamente dedicata a questo strumento.