Taiko Monogatari
Storie di costruzione

Scritto da Chiara Codetta Raiteri https://www.youtube.com/watch?v=DvZp1hmseFo -

Il concerto sta per cominciare: in proscenio sei tamburi grandi, di oltre mezzo metro di diametro. Solo a guardarli un misto di esaltazione, timore, curiosità; in fondo al palco un gigantesco tamburo di oltre un metro. Che suono farà? I tamburi, la loro forma regolare, la lucentezza della lacca, delineano e dividono lo spazio, lo occupano modificandolo con un potere di incantamento che li avvicina all’opera d’arte1. Non so nulla, non so del corpo scavato nel tronco di un albero, non so della fluidità e dell’energia corporea necessaria a far risuonare quella spessa pelle. Attendo trepidante di ascoltare il suono di quegli strumenti che non ho mai visto e che non assomigliano per nulla a quelli europei e mediorientali che conosco.

Il termine taiko, 太鼓, è composto da due ideogrammi che significano rispettivamente “grande” e “battito, tamburo”. Taiko in giapponese significa genericamente tamburo e per distinguere il tamburo giapponese si usa il termine wadaiko 和太鼓, dove il primo ideogramma sta appunto per “giapponese”. Quello che noi vediamo oggi nei teatri di tutto il mondo è il kumidaiko 組み太鼓, il taiko di gruppo: nasce e si diffonde a partire dagli anni ’50, anche se il taiko è presente nella storia delle arti, della religione e delle pratiche sociali giapponesi da secoli. In occidente il termine “taiko” sta genericamente ad indicare sia il tamburo come oggetto che l’arte performativa ad esso legata. Nonostante il kumidaiko sia recente i tamburi si trovano in Giappone già dall’antichità, sono raffigurati nelle statuine haniwa (埴輪, cerchio d'argilla) risalenti al periodo Kofun, circoscrivibile tra i secoli IV e VII d.C.. Gli haniwa sono artefatti in terracotta di forma cilindroide ritrovati all'esterno dei tumuli funerari e rappresentano elementi figurativi varî. In particolare, esiste una figura haniwa, detta "l'uomo che batte il taiko", portata alla luce nella contea di Sawa, nella prefettura di Gunma, che è considerata la più antica testimonianza materiale del taiko.

Successivamente troviamo altre testimonianze documentarie e materiali dell’uso dei tamburi, tuttavia solo nel periodo Momoyama (1573–1603) la tecnica di costruzione si perfeziona ad un livello considerato artistico (Gennari Feslikenian, 2008). E’ proprio in questo periodo che il taiko si diffonde insieme alle arti colte della musica e del teatro.

Prima dell’avvento del kumidaiko, il taiko era usato in ambito popolare, colto e religioso. Sono quattro i contesti principali in cui si utilizzano il taiko e le altre percussioni giapponesi: le orchestre di musica e danza della corte imperiale detta gagaku sviluppatasi a partire dal V secolo; la musica che accompagna gli spettacoli di teatro, sia nō, un tipo di teatro fortemente influenzato dal buddismo Zen che ha il suo apice nel XIV secolo, che kabuki, una forma di teatro e danza diventato popolare tra i commercianti e gli abitanti delle città nel XV secolo; la musica legata ai riti religiosi buddisti e shintoisti e, infine, la musica popolare che accompagna gli eventi folkloristici, tipicamente i matsuri. (Bender, 2012: 25; Mogi, 2003: 71ff.). I matsuri (祭り) sono dei festival locali le cui origini si trovano nello shintoismo. Originariamente, venivano organizzati per celebrare il kami (神), lo spirito divino2, di un santuario che veniva chiamato, intrattenuto con musica e danze, e portato tra la gente su palanchini chiamati mikoshi (神輿)3. Oggi, molti di questi eventi vengono percepiti semplicemente come festività locali il cui aspetto religioso è meno marcato, anche se l’origine religiosa del matsuri è in genere ben nota. Resta comunque fondamentale il valore sociale dei matsuri. I festival e la loro preparazione sono un potente legame sociale e un fattore promotore del turismo4.

Tempo fa ho intervistato Yoshihiko Miyamoto presidente della Miyamoto Unosuke Shoten, una ditta con circa 60 operai con sede centrale a Tokyo che dal 1861 costruisce taiko e altri oggetti e strumenti legati alle arti performative classiche e folkloriche. Il signor Miyamoto mi ha parlato del legame profondo che esiste tra le arti e i festival con i costruttori: “Noi consegniamo i nostri prodotti a tutti i teatri kabuki del Giappone a seconda di quello che mettono in scena. Per questo dobbiamo essere pronti ogni mese a soddisfare tutte le loro diverse richieste. Se dovessimo fallire, ci sarebbe un impatto immediato nelle produzioni dei teatri kabuki. Noi potremmo essere l’azienda che provvede a qualcosa di molto importante non solo per i grandi teatri, ma anche, e soprattutto, per i villaggi e i loro piccoli matsuri che coinvolgono piccole comunità [e al contrario dei grandi teatri non rivestono interesse nazionale], probabilmente, anche se so che potrebbe essere così, non posso dire ed essere consapevole delle responsabilità che ho nei loro confronti.”

Esiste un’enorme varietà di tamburi giapponesi, il kumidaiko ne utilizza solo alcuni: basta entrare in un tempio, assistere ad un concerto gagaku o ad uno spettacolo di teatro nō o kabuki, girovagare tra i matsuri, per vedere tamburi diversissimi tra loro per dimensione, colori, tipologia di costruzione, timbri, stili e contesti d’uso. Il suono di questi tamburi varia notevolmente, come timbro, altezza e profondità, in parte a causa delle dimensioni e dello stile la costruzione, in parte a causa delle diverse mazze e bacchette usate per percuoterli. La nomenclatura di questi tamburi è complessa, legata ad una particolare forma, al metodo di costruzione e al contesto d’uso. Addentrarsi nei molti nomi può disorientare, ma esistono alcune ampie classificazioni: per dimensione sono piccoli (kodaiko, 小太鼓), medi (chūdaiko, 中太鼓) o di grandi dimensioni (ōdaiko, 大太鼓); per rapporto tra profondità e diametro sono nagadō (長胴, corpo lungo, se la profondità eccede il diametro) o hiradō (平胴, corpo piatto, se il diametro eccede la profondità); per modo di costruzione o di assemblamento sono kurinukidō (繰り抜き胴, corpo scavato) oppure okedō (桶胴, assemblati a doghe); per tipologia di fissaggio della pelle sono byōuchi daiko (鋲打ち太鼓, rivettati) quelli le cui pelli sono inchiodate o shime daiko (締め太鼓, legati) quelli le cui pelli sono montate su un cerchio e legate con delle corde, quindi accordabili. Per esempio, il tamburo per eccellenza del kumidaiko è il nagadō byōuchi daiko (長胴鋲打ち太鼓) che in Giappone è costruito intagliando il corpo da un unico pezzo di legno

Questo corpo è estremamente resistente e può sopportare una tensione molto alta, consente quindi di tirare enormemente le pelli. Nella mia esperienza prima del taiko, corpo ed attacco del suono difficilmente coesistono nelle percussioni, più un tamburo è grande, più risuona e meno l’attacco è definito. Questi tamburi, invece, anche quelli di grandi dimensioni, hanno un suono potente e definito, con un forte attacco sulle frequenze medie e ricchissimo di armonici anche nelle frequenze basse e bassissime. Sono preziosi e molto costosi.

Oggi moltissimi gruppi in tutto il mondo si costruiscono i tamburi. Questo fatto è stato determinante nella diffusione del taiko in Nord America, soprattutto in California, dove i tamburi sono stati ricavati dalle botti del vino.

Anche in Europa oggi molti gruppi costruiscono oppure comprano tamburi a doghe di manifattura industriale e questo ha reso possibile la diffusione del taiko come pratica al di fuori dell’ambito professionale. Tuttavia ogni suonatore che ha provato un tamburo artigianale giapponese dal corpo scavato, ne è rimasto affascinato. Gruppi come i Kodo o gli Oedo Sukeroku Daiko hanno stregato il pubblico di tutto il mondo con un suono profondo ma definito, ricco di attacco e risonanza insieme: un suono che collega i taiko al dio del tuono, spesso raffigurato nell’atto di portare un taiko sulla schiena, un suono che è alla base dell’esperienza sensoriale del taiko, un suono che coinvolge tutto il corpo ed echeggia in lontananza. Molti sono convinti che, nel periodo Jōmon, il territorio di una comunità fosse definito dallo spazio che il suono del suo taiko riusciva a coprire5.

Ormai incuriosita, giunta per la prima volta a Tokyo, visito il negozio della Miyamoto Unosuke Shōten6, una ditta fondata nel 1861 che produce una grande varietà di taiko e articoli non solo per il kumidaiko ma anche per il teatro e per numerosi matsuri in svariate zone del Giappone. Attraverso le vie di Asakusa ricolme di ristoranti, di botteghe artigiane, di negozi di articoli religiosi e raggiungo il negozio: taiko, bachi, maschere, flauti, mikoshi, tabi, happi7 e un’infinità di articoli diversi tra loro. A quel tempo non sapevo quanto mi sarebbero diventati familiari! Sopra il negozio si trova il Drum Museum. Vi si trovano percussioni da tutto il mondo, alcune delle quali a disposizione per essere suonate, spicca un grande hiradaiko: il corpo scavato, poco profondo, diametro di più di un metro. Mi sento al cospetto di un oggetto unico. Timorosa e incoraggiata dal sorriso della assistente prendo i grossi bachi8 e vibro un colpo, sorpresa ne vibro un altro e mi ritrovo a suonare per la prima volta: il suono vibra prima nei miei visceri che nelle mie orecchie, rido emozionata. Lo guardo, è splendido, le venature tracciano disegni eleganti, la laccatura riluce, le orecchie della pelle sembrano panneggi di una statua di marmo.

Per costruire questi tamburi si prediligono legni duri perchè garantiscono la tenuta dei chiodi con cui si fissa la pelle e la qualità della risonanza. Nella scelta del legno è importante anche la qualità estetica della venatura: si prediligono i legni provenienti dai climi temperati poiché l’alternanza delle stagioni e delle temperature crea una venatura dagli anelli ben contraddisti. Si usano, in particolare, grandi latifoglie come l’olmo del Caucaso, l’olmo giapponese, l’albero della canfora, il frassino giapponese, e anche, per i più grandi, la bubinga, di origine africana9. Yoshihiko Miyamoto, presidente della Miyamoto Unosuke Shōten, mi ha confermato che il 90% dei legni usati nella sua compagnia provengono da foreste giapponesi. Si usano quindi anche alberi che hanno vissuto centinaia d’anni.

Gli alberi secolari sono oggetto di reverenza in Giappone: erano usati nell’antichità come punti di riferimento per orientarsi. Oggi spesso i grandi alberi secolari sono circondati da uno shimenawa10, ad indicare che sono uno spazio sacro, dimora di un kami, uno spirito divino

L’albero è, insieme al pilastro, elemento costitutivo dell’idea stessa di spazio sacro: secondo le narrazioni mitologiche e i primi testi scritti, i primi santuari erano un semplice spazio quadrato delimitato da uno shimenawa, al cui centro si trovava un albero, un ramo o un pilastro di sakaki (Cleyera japonica), albero sacro per lo shintoismo11. Ancora oggi i santuari shintoisti si costruiscono attorno ad un unico pilastro ligneo. L’idea che gli alberi siano abitati da un kami è parte integrante del ruolo che il taiko riveste come strumento magico nella cultura popolare12 e come intrattenimento per i kami nei rituali shintoisti13.

La costruzione di un taiko dal corpo scavato richiede moltissimo tempo e una competenza accumulata da generazioni di artigiani. Miyamoto mi ha raccontato che oggi lavorano per lui i nipoti degli artigiani che lavoravano quando la ditta è stata fondata, oltre 150 anni fa. Il legno ottenuto dal taglio dell’albero va fatto stagionare anche per decenni. Da questo legno si ricavano dei corpi di forma grossolana che devono a loro volta stagionare per altri 2-5 anni a seconda della grandezza

Solo dopo questa fase comincia la costruzione vera e propria. Innanzitutto si leviga e si dà forma alla parte esterna, ricavando la speciale bombatura del corpo dei taiko che ne contraddistingue la risonanza. Si passa poi alla lavorazione della parte interna. L’interno del taiko è spesso intagliato con pattern geometrici che garantiscono una maggiore rifrazione e un suono più ricco di armonici.

Il fuchi (縁, bordo) è un po’ più spesso del resto del corpo perchè viene anch’esso suonato e percosso. Alla levigatura, eseguita con pialle14 e con carta vetro sempre più fine, segue una leggera verniciatura esterna che esalta la venatura del legno.

Il corpo è così terminato. A questo punto si applicano i kan (鐶, gli anelli) e infine la pelle. Principalmente si usano pelle di cavallo e di bue. La pelle di cavallo, più sottile, si usa per i leggeri tamburi a doghe, come i katsugi okedaiko, 担ぎ桶太鼓, che si suonano portati a tracolla. Per i nagadō byōuchi taiko si usa la pelle bovina della zona del fianco e del ventre, ma per i più grandi si usa anche la zona dorsale. Se si guarda la pelle di un grosso ōdaiko si nota una striscia al centro che corrisponde proprio alla dorsale. La conciatura della pelle è solo una mezza concia. Oggi è spesso effettuata con agenti chimici, una volta era effettuata con diversi metodi: principalmente l’esposizione al freddo tramite immersione nel fiume, ma anche con la crusca di riso o la cottura al vapore in una buca per terra.

Durante l’epoca Tokugawa15 la rigida divisione della società prevedeva, al di fuori delle classi sociali riconosciute, i burakumin, 部落民, una classe minoritaria e marginalizzata, esclusa dai diritti politici e dai censimenti. I conciatori di pelli appartenevano ai burakumin poiché, trattando cadaveri di animali, la loro professione era considerata impura16. Sebbene ufficialmente si sia conclusa con l'era Tokugawa, la discriminazione dei burakumin e dei loro discendenti è continuata anche in epoca Showa. Shawn Bender testimonia come la famiglia Asano, stimata produttrice di taiko di Kanazawa, ancora nel dopoguerra sia stata vittima di discriminazioni in seguito agli accertamenti prematrimoniali17. Al contrario Miyamoto mi ha spiegato come, fin dall’epoca Meiji, nella più progressista Tokyo non si siano avuti episodi del genere. Con la diffusione e la popolarità del taiko, i produttori di tamburi hanno usato la loro professionalità e il loro successo come mezzo per sostenere la fine delle pratiche discriminatorie. La loro storia è testimoniata nel quartiere Naniwa di Osaka, un ex-buraku, una zona anticamente destinata alle professioni impure. Qui si trovano la Taiko Road of Human Rights ed il Museo dei Diritti Umani di Osaka. Il museo è dedicato alla storia dei burakumin e riflette anche su altre forme, più contemporanee, di discriminazione nel contesto della promozione dei diritti umani. Il museo e la strada sono in parte il frutto di una campagna di sensibilizzazione guidata dalla Buraku Kaihō Dōmei (部落 解放 同盟, Buraku Liberation League) e dagli Ikari Taiko (太鼓怒り, "rabbia taiko”). Gli Ikari taiko di Osaka si sono formati negli anni ’80 proprio a Naniwa scegliendo un nome provocatorio in un contesto come quello del taiko. Il loro scopo è sradicare ogni discriminazione ancora esistente verso i burakumin e di sensibilizzare il pubblico alle questioni inerenti i diritti umani attraverso il taiko.

Anni dopo, arrivo ad Osaka e scopro che la stanzetta che ho prenotato è proprio a Naniwa. Sono poco lontano dalle luci e dai locali di Namba. Appena arrivata proprio accanto alla stazione della metropolitana, vedo una piccola bottega: in vetrina vecchi corpi di tamburi senza pelle, stand, chiodi. Poco distante un grande negozio dorato e rosso mette in mostra molti tamburi, poi piccoli ristoranti espongono cartelli scritti a pennarello con offerte vantaggiose, negozi di pelletterie e grossi discount. Il quartiere è poco appariscente ed economico, ma tranquillo e piacevole. Lungo una via centrale trovo alcune panchine a forma di taiko alla fermata dell’autobus. Accanto a quelle panchine si possono leggere i cartelli che illustrano la produzione dei tamburi e la lavorazione della pelle, e spiegano la loro influenza sulla cultura nazionale. In una via laterale scorgo alcune statue raffiguranti tamburi e suonatori, le seguo e mi portano dritta al museo: là pannelli, fotografie, testimonianze, video, interviste e una fornita biblioteca. Mentre vedo il taiko usato per gridare le ingiustizie del mondo, rifletto sul potere aggregativo del taiko, sulla forza della sua voce, sull’importanza che ha nella vita di chi lo pratica anche solo come hobby per via della sua incredibile capacità di unire le persone, penso all’efficacia che ho sperimentato nell’usarlo con i bambini, o con situazioni di disagio psichico, fisico e sociale.

Il tamburo è quasi pronto. La pelle, ormai conciata, è tagliata della dimensione giusta, con dei piccoli tagli trasversali si formano i mimi (耳, orecchie) fondamentali per il tiraggio. Con l’uso di una pompa idraulica si porta la pelle alla tensione desiderata. Viene poi praticato un tiraggio di rifinitura grazie a dei pezzi di bambù attorcigliati alle corde che tendono la pelle. Da queste operazioni dipende il tono del taiko, sono ripetute più e più volte verificando il suono e perfezionando il tiraggio prima di inchiodare la pelle. Miyamoto mi parlava con entusiasmo di un suo vecchio artigiano, specialista di pelle e accordatura: “deve leggere le pelli, lo spessore, la trama, la consistenza, se è soffice o dura, e deve vedere in quale direzione la pelle si tira di più in modo da tenerlo in considerazione perché la pelle sia tirata uniformemente. E deve anche conoscere che tipo di suono il cliente vuole”.

L’ultimo passo è la laccatura che rende il corpo lucido e le venature ancora più vivide.

I tamburi taiko così fabbricati sono oggetti preziosi e artistici, i dettagli della loro costruzione sono finalizzati alla produzione di un suono.

Il gruppo e la sua forza, la bellezza e l’energia del movimento sono centrali nella fascinazione che porta le persone a voler provare, e poi a praticare il taiko. Ma il suono è al centro dell’esperienza emozionale di questi tamburi: ascoltati o suonati. Il suono del taiko è un’esperienza unica, quasi ogni suonatore ti dirà che lo sente in tutto il corpo, che la profondità di quel suono lo ha coinvolto a tal punto da voler suonare.

Il tamburo non è solo un oggetto, è anche veicolo di valori, di storie e di esperienze intrecciate alla loro costruzione e ai loro usi. Il signor Miyamoto fa risalire le esperienze che il taiko dona alla storia dei villaggi giapponesi e dei loro matsuri: attorno al corpo e al suono di questi tamburi si raccoglie e si raccoglieva la comunità. Ed è proprio questa caratteristica che affascina molti praticanti di tutto il mondo: che siano nippo-americani raccolti attorno alla comunità etnica, europei alla ricerca di nuovi legami, o persone da tutto il mondo che praticando insieme una sola volta sentendosi profondamente connesse18.

Forse oggi non si crede più al potere magico e religioso dei taiko tuttavia, nel silenzio di un teatro al buio, guardare questi tamburi può ancora suscitare un reverenziale timore e una vibrante curiosità.


Biografia

Chiara Libera Codetta Raiteri

Studia il taiko da dieci anni in Giappone, in Europa e negli Stati Uniti. Già laureata in Scienze Politiche (magistrale), si è laureata nuovamente in Scienze Etnologiche e Antropologiche con una tesi sul taiko che si occupa della relazione tra identità e musica, nella comunità nippo-americana di Los Angeles, dove ha studiato antropologia e taiko per sei mesi presso l’Università della California-Riverside.

Si occupa inoltre di ricerca, storia, antropologia, musica e cultura giapponese, questo l’ha portata a intraprendere numerosi viaggi all’estero che le hanno permesso di studiare la disciplina del taiko da diverse prospettive. Musicista e insegnante, parallelamente all’insegnamento del taiko, ha condotto diversi seminari sulla cultura giapponese in svariati contesti, ed un programma di introduzione alla lingua giapponese.

Nel 2018 è stata invitata al programma Roots of Kodo, finanziato dal ministero giapponese degli Affari Culturali, presso l’isola di Sado. Nel 2019 è stata responsabile dell'Italian Language Team alla Quarta Conferenza Europea del Taiko tenutasi ad Amburgo ed invitata in qualità di osservatrice europea alla North American Taiko Conference.

Ha fondato il gruppo Tai-Ko-Mo a Como e recentemente sta collaborando come insegnate alla fondazione di un gruppo a Casale Monferrato presso la associazione Yamato.

Fa parte della associazione Taiko Lecco da sette anni dove è attiva nell’ideazione di concerti e spettacoli anche attraverso la composizione di brani originali, nella conduzione di laboratori, musicali e psicomotori, per bambini e adulti. Negli ultimi anni sta sperimentando il taiko anche all’interno di situazioni di disagio, attraverso la conduzione di laboratori per adulti e ragazzi. Inoltre si occupa di organizzare scambi ed eventi che aiutino il formarsi di una rete di gruppi e comunità che praticano il taiko nel mondo.


Note

1. Diffuso il dibattito sul potere e sull’efficacia delle opere d’arte: Gell parla di tecnologia dell’incantamento. GELL, A. (1992). The technology of enchantment and the enchantment of technology. In Anthropology, Art and Aesthetics. ↩︎

2. Kami, 神, è una qualità divina, sacra, spirituale e numinosa di luoghi o cose, alle divinità della mitologia imperiale o di quella locale, agli spiriti della natura o di una località, alla divinizzazione di eroi, antenati, governatori e sovrani.
Spesso in giapponese il termine non viene usato in maniera isolata, ma viene impiegato per qualificare un nome o un oggetto e per indicare che quell’oggetto o entità possiede la “qualità di kami”. Per una trattazione dei termini shintoisti si veda: Tosolini, Dizionario di shintoismo, Xaverian Missionaries – Japan. ↩︎

3. Mikoshi, 神輿, è una sorta di santuario shintoista in miniatura che vieni portato in spalla durante le feste che custodisce lo spirito della divinità. ↩︎

4. Sui Matsuri si veda Raveri, Itinerari nel sacro, cafoscarina, 2008 e Nelson, A year in the life of a shinto shrine,University of Washington Press, 1996.↩︎

5. Oguchi Daihachi, fondatore del kumidaiko moderno, ha sostenuto questa ipotesi poi confermata da diversi studiosi e ripetuta da molti, tuttavia non si ha una testimonianza diretta di questi costumi. (Gennari Feslikenian, 2008, pag. 71, http://www.taiko.com/taiko_resource/history.html)↩︎

6. Ho avuto poi modo di conoscere il presidente della compagnia Yoshihiko Miyamoto e di intervistarlo, stralci dell’intervista sono citati in questo articolo.↩︎

7. Bachi, 撥, sono le bacchette usate per colpire il taiko; mikoshi, 神輿, è una sorta di santuario shintoista in miniatura che vieni portato in spalla durante le feste che custodisce lo spirito della divinità; tabi, 足袋, sono dei calzini o calzature giapponesi che separano l'alluce dalle altre dita del piede; happi (法被, 半被) è una giacca tradizionale giapponese spesso usata nei matsuri. ↩︎

8. Bachi è il nome generico per mazze e bacchette usate per percuotere il tamburo giapponese.↩︎

9. Olmo del Caucaso, Zelkova Serrata, Keyaki; Olmo giapponese, Zelkova Serrata var. Japonica, Keyaki; Albero della Canfora, Cinnamonum Camphora, Kusu no ki; Frassino Giapponese, Fraxinus Japonica, Tamo; Bubinga, Guibourtia demeusei↩︎

10. Shimenawa, 標 縄, è una corda di paglia di riso o canapa utilizzata nella religione shintoista. Uno spazio delimitato da shimenawa indica tipicamente uno spazio sacro o ritualmente puro. Shinboku, 神木, è un albero o un boschetto demarcato dallo shimenawa che può essere incluso in un santuario shintoista; in questo caso è considerato dimora del kami.↩︎

11. Per una trattazione sullo spazio sacro nello shintoismo e nella religione giapponese si veda Raveri, Itinerari nel sacro, cafoscarina, 2008.↩︎

12. Il taiko nelle feste popolari è spesso usato come strumento di comunicazione per rivolgere preghiere ai kami. In questo contesto il taiko era usato solo durante le feste ed il periodo per esercitarsi era era permesso in periodi stabiliti. Una trattazione esaustiva di feste e celebrazioni si trova in Mogi, 2008, pag. 71ss. ↩︎

13. Il taiko nei rituali shintoisti accompagna la kagura (神楽, intrattenimento della divinità) una danza e musica cerimoniale che chiama, intrattiene e congeda le divinità. ↩︎

14. In Giappone ho scoperto che le pialle giapponesi al contrario delle nostre si tirano verso di noi. ↩︎

15. L’epoca Tokugawa (1603-1868) è l’ultima era feudale del Giappone, periodo di pace e fioritura culturale con contatti estremamente ridotti con l’estero, seguito dall’epoca Meiji (1868-1912), periodo della restaurazione imperiale e della modernizzazione su modello occidentale dopo i disordini che seguirono l’apertura forzata del Paese a opera degli occidentali. Il periodo Shōwa (1926-1989) corrisponde al regno dell'Imperatore Hirohito. ↩︎

16. Sui burakumin, oltre ai manuali di storia giapponese, si veda: Amos, (2011). Embodying difference: The making of burakumin in modern Japan. University of Hawaiʻi Press ↩︎

17. Si veda Bender (2016), Taiko Boom, University of California Press, pag. 37ss ↩︎

18. Ovviamente questi sono solo tre esempi limitati del taiko praticato fuori dal Giappone. Anche in Giappone la varietà e le motivazioni dei gruppi di taiko sono le più diverse. Per un censimento, seppur parziale, del taiko nel mondo si veda Taiko Community Alliance. https://taikocensus.org/ ↩︎


Bibliografia

BENDER, S. (2012), Taiko Boom: Japanese Drumming in Place and Motion, Berkeley: University of California Press

GENNARI FESLIKENIAN, C. (2008), Taiko: il Ritmo del Giappone, Edizioni Italia Press.

MOGI, H. (2003), Taiko il tamburo giapponese: tradizione e rinnovamento. Go book, 2008