Sulle tracce della divinità cinese

Scritto da Fabio Smolari -

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Le religioni cinesi

“Il cinese nasce taoista, da adulto diviene confuciano e muore buddista” – recita un detto popolare. L’idea di un “Dio geloso” – tipica delle grandi religioni monoteiste mediorientali – è sconosciuta in Cina. Nulla impediva, ed impedisce, ai cinesi di abbracciare diverse fedi, di passare dall’una all’altra, di partecipare a riti di diverse confessioni. Il credente cinese non è tenuto ad obblighi cerimoniali comunitari né ad un rapporto diretto con i ministri del culto. I templi sono riservati ai religiosi che hanno fatto una scelta di vita, ma sono aperti a tutti (tranne gli eremi) e chi ha bisogno di aiuto, conforto o servizio religioso, può recarvisi liberamente.

Anche nella storia cinese vi furono attriti, contrasti e scontri violenti che coinvolsero confessioni, sette e schieramenti religiosi, ma vi furono anche incontri, scambi e dialoghi pacifici. I monasteri sorgono spesso vicini e le aree sacre sono tali a culti diversi. Nacque proprio in Cina un movimento di pensiero denominato sanjiao heyi 三教合一 – “tre dottrine unite in una”. Una stele eretta sul Monte Wudang, sacro al Taoismo, cita: “I tre insegnamenti utilizzano sentieri diversi per uno stesso scopo”.

Si può parlare di vere e proprie religioni in Cina? Le religioni cinesi sono vere religioni o sono più filosofie? Queste domande ricorrono spesso quando si affronta l’argomento. Un osservatore occidentale disse: “Non esiste in Cina luogo ove non sorga un tempio, un santuario, una pagoda, un monastero… si può dire che i cinesi non abbiano religione?” Eppure il laicismo degli intellettuali cinesi e dei funzionari pubblici ha una tradizione antica e fortemente radicata, frutto dell’influenza confuciana e legista sulla cosa pubblica, anche se non va interpretato come una vocazione atea dell’animo cinese. Anche i letterati confuciani più ortodossi e anticlericali potevano offrire incenso ai templi esattamente come i devoti, pur non condividendo la stessa fede o credenza, come semplice atto di rispetto. Da una più attenta analisi storica e antropologica traspare piuttosto nella civiltà cinese l’assenza di una netta distinzione tra filosofia e religione.

Umano e divino

Per i cinesi non esiste una separazione netta e invalicabile tra mondo umano e divino, l’intero creato è considerato una differenziazione di varie forme di energia delle quali ogni essere è costituito. Il mondo umano e divino sono spesso meno distanti di quanto si possa immaginare. La “potenza” dello spirito del defunto, proporzionale alla sua “forza” in vita, si supponeva potesse permanere anche dopo la morte ed esercitare un influsso duraturo nel tempo. Il culto cinese degli antenati deriva proprio dalla convinzione che i loro spiriti continuassero ad esistere ed influenzare i viventi. Quando gli spiriti erano particolarmente potenti, potevano divenire vere e proprie divinità. Ma anche i viventi potevano, grazie a particolari doti innate e acquisite, trasformare il proprio stato in forme più raffinate d’esistenza. Con ciò si giustificava il passaggio da condizione umana a divina nonché le diverse “gradazioni” e gerarchie delle divinità e degli esseri sovrannaturali e demoniaci. Una curiosità che dà il polso del forte controllo istituzionale in materia religiosa: la nomina e il rango delle divinità spettava all’imperatore.

Il pellegrinaggio in Cina

Ogni religione ha luoghi ritenuti particolarmente propizi al contatto con le forze sovrannaturali e il pellegrinaggio in tali luoghi è occasione di esperienza diretta del trascendente, di ricerca, di espiazione, di rivelazione della propria devozione. Sembra che forme spontanee di pellegrinaggio già esistessero nella Cina del IV sec. a.C., probabilmente come forma di devozione verso divinità locali. Gli sciamani cinesi compivano viaggi in altri mondi, soprattutto in quello dei defunti, e gli asceti voli estatici nelle terre degli immortali.

Nelle fonti storiche e letterarie cinesi è alle volte difficile distinguere il pellegrino dal semplice viaggiatore e forse dovremmo astenerci dall’utilizzare la parola “pellegrino”, fortemente legata ad un particolare concetto di fede e pratica religiosa radicata soprattutto nella tradizione cristiano-islamica. Le motivazioni per i viaggi verso i luoghi sacri erano varie e differenti sia per le diverse fedi che all’interno dello stesso movimento religioso o filosofico. Il pellegrinaggio non era un dovere. Così come nessuna regola di cerimoniale religioso era imposta al fedele. Tuttavia il pellegrinaggio era ed è tuttora parte importante della religiosità e della cultura cinesi. Monaci, monache, laici, imperatori e amministratori contribuirono a costruire i siti del pellegrinaggio, alcuni cari a questa o quella dottrina, più spesso con una rappresentanza contemporanea di tutte.

I pellegrinaggi più celebrati furono quelli verso l’India, per quanto nessuno di quei monaci cinesi lasciò scritti o diari di viaggio. I letterati non trattarono quasi mai temi religiosi, limitandosi alla descrizione dei monumenti e delle bellezze paesaggistiche. In pratica mancano fonti documentate sui pellegrinaggi ed è dunque necessario rivolgersi alle biografie dei monaci buddisti e taoisti per avere qualche notizia di riflesso e raccontate da altri sui loro pellegrinaggi.

I pellegrinaggi buddisti

Da un lato l’idea buddista di vuoto (sunyata), tipica della corrente mahayana, vorrebbe una “distruzione”, uno smantellamento dei luoghi sacri, in quanto fasulle illusioni e zavorre nella via per la liberazione dall’io. Dall’altro però il “cammino” (marga) verso l’illuminazione e il Nirvana insegnato dal Buddha nel suo primo sermone, divenne una metafora significativa seguita dai pellegrini buddisti. Come i cristiani, i buddisti raccolsero e conservarono parti del corpo o oggetti appartenuti al santo come reliquie. Secondo una popolare leggenda il re indiano Asoka, fervente buddista, raccolse nel III secolo a.C. reliquie del Buddha che poi disseminò per il mondo facendo costruire 84.000 stupa (pagode) al fine di ospitarle e conservarle nei secoli. Nacque così la “pagoda”, come simbolo sacro, e il culto della reliquia.

I pellegrini buddisti si dirigevano verso i luoghi santificati dalla storia e contrassegnati dalle spoglie o dalle tracce di uomini illuminati. Molti si recavano in India per visitare i siti ove nacque, visse, raggiunse l’illuminazione, tenne il primo sermone e morì il Buddha storico Sakyamuni. Il più importante di tutti questi luoghi fu, ed è tuttora, Bodhgaya, ove egli raggiunse l’illuminazione e che ancora oggi attrae orde di pellegrini da tutto il mondo. È stata addirittura ipotizzata un’influenza buddista sull’Asia ellenistica e una conseguente spinta verso l’ascetismo e il monachesimo cristiani. È infatti storicamente accertato che gli eredi di Alessandro Magno in Afganistan, Bactriana, Sogdiana e Persia, accolsero il Buddismo e ne furono tra i principali diffusori verso Oriente. Il movimento monastico cristiano, iniziato tra le comunità ellenistiche di Egitto ed Asia minore, e detto “d’ispirazione orientale”, divenne importante per il Cristianesimo così come lo fu per il Buddismo, mentre risulta pressoché inesistente nell’Ebraismo e nell’Islam.

Il pellegrinaggio tra i buddisti cinesi

Il pellegrinaggio buddista era detto in Cina canfang 参访 o youfang 游方 (viaggiare in ogni direzione) oppure xingjiao 行脚 (camminare a piedi). Era un modo per allargare la comprensione del dharma (fa) 法 – “la legge” – per indagare, studiare e meditare con famosi maestri, alla ricerca di un insegnamento vero e profondo. Una metafora per indicare il monaco errante era yunshui seng 云水僧, dove yunshui 云水 – lett. “nubi ed acque” – evoca la piena libertà e il distacco del monaco, come nubi che volano sospinte dal vento e acque che scorrono seguendo i contorni del terreno ma senza una loro volontà di giungere in alcun luogo preciso, né di percorrere un sentiero particolare.

Il monaco buddista è colui che “esce di casa” (chujia 出家), come segno di non attaccamento, e un suo modello classico è il pellegrino o meglio “l’errante”. La tradizione “errante” del Buddismo è esemplificata dalla vita del giovane monaco Sudhana (Shencai) descritta nel Sutra della Ghirlanda Fiorita (Huayan jing 華嚴經) che si mise in viaggio per incontrare cinquantatre “buoni amici” che lo conducessero all’illuminazione”.

I viaggi dei letterati e degli artisti

Anche i letterati diedero vita ad un loro modello di “pellegrinaggio”, forse ispirato all’errare di Confucio tra i vari stati feudali (zhouyou 周游) o all’itinere dei filosofi Zhu Xi 朱熹 (1130-1200) e Wang Yangming 王阳明 (1472-1528), che viaggiarono per istruire adepti in varie parti della Cina. Tra le mete preferite dai pellegrini confuciani: l’Accademia del Cervo Bianco fondata da Zhu Xi 朱熹 nel Jiangxi 江西 e la tomba di Confucio con annesso santuario e accademia a Qufu 曲阜, nello Shandong 山东.

Anche i letterati si spostavano “alla ricerca di maestri e per visitare amici” (xúngshī fángyôu 尋師訪遊), visitavano luoghi celebri della storia, rinomati per le bellezze naturali e importanti siti religiosi, non tanto per devozione quanto per testimonianza, per vedere, capire, investigare – anche se è difficile immaginare che non pensassero, consciamente o inconsciamente, di attingere in qualche modo alla “potenza” di quei siti, esattamente come facevano i devoti religiosi. Di certo grazie a queste esperienze potevano arricchire la loro cultura, studiare le opere artistiche dei predecessori col vissuto dell’esperienza pratica, trovare ispirazione per la poesia e la pittura. I calligrafi avevano l’usanza di viaggiare per tutto il paese alla ricerca di tracce del passato. Laddove trovavano steli o iscrizioni di pregio, si fermavano per studiarle. I letterati in genere disdegnavano e criticavano il fervore religioso, ma apprezzavano la cultura, il contatto e lo scambio con i saggi e gli intellettuali, che non di rado erano anche religiosi. La storia ci ha lasciato molti esempi di proficue amicizie e collaborazioni, rapporti maestro-allievo, tra le varie religioni e scuole di pensiero.

Il luogo sacro

“Sacri” o meglio “magici” erano, nell’antica tradizione animista e sciamanica cinese, quei luoghi ove si manifestava la divinità, ricettacoli dei líng 靈, le forze sovrannaturali. Abitati dagli spiriti quali “residenze” temporanee o durature erano soprattutto monti, laghi, alberi secolari, grotte, fiumi, mari e in generale i luoghi ostili all’insediamento umano. In epoca imperiale, a seguito del processo di assorbimento dei culti animisti nelle religioni maggiori, si consolida l’usanza di costruire templi e santuari o erigere steli ed archi commemorativi al fine di placare o ringraziare gli spiriti locali.

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