Shikoku e gli 88 templi
(seconda e ultima parte)

Scritto da Luigi Gatti -
Shikoku e gli 88 templi
Luigi Gatti è autore del libro “Il Cammino del Giappone. Shikoku e gli 88 templi” edito da Ugo Mursia Editore nella collana “Leggi RTL 102.5”
Potete leggere la prima parte di questo articolo al link sottostante:
Il cammino di Shikoku (prima parte)

Emon Saburo

Diverse sono le leggende relative alla genesi del cammino di Shikoku, la più accreditata ha come protagonista Emon Saburo, un avido commerciante del Novecento che viveva con la moglie e otto figli in una città nel sud dell’isola, l’attuale Matsuyama. Una mattina, un viandante si presentò elemosinando alla porta di Emon il quale, dopo averlo insultato e deriso, lo cacciò malamente.

L’indigente si ripresentò per più giorni, altri sette per l’esattezza, ed ogni mattina Emon gli riservava il medesimo trattamento, divenendo ogni giorno più severo e furioso fino ad aggredirlo con un bastone. Nel tentativo di evitare l’ingiustificata percossa, il mendicante si fece sfuggire dalle mani l’anfora per l’elemosina che cadde al suolo distruggendosi in otto cocci.

Fu l’inizio di un periodo di sciagure che portarono alle morti tragiche ed inspiegabili degli otto fratelli Saburo. Loro padre, annientato dal dolore, ipotizzò che la causa dei funesti eventi fosse il suo atteggiamento avaro e ed egocentrico.

Si ricordò del viandante e di come lo aveva allontanato nel corso dell’ottava e ultima visita, cosi che parti alla ricerca di quell’uomo per ottenere il suo perdono. Dopo aver percorso per ben venticinque volte il perimetro dell’isola, durante l’ascesa al tempio Shösan-ji nella prefettura di Tokushima, cadde estenuato. In quell’istante, prossimo alla morte, la sua vera costernazione era dovuta al fatto di non aver ottenuto l’assoluzione ma fu in quel preciso momento che il viandante si manifestò e si presentò: era Kōbō Daishi, il Grande Maestro dal vasto Dharma.

Il monaco comprese l’intenzione di quell’uomo, ne perdonò i peccati e promise di esaudire il suo ultimo desiderio: quello di rinascere in una facoltosa famiglia dell’Ehime e di consacrare la sua nuova esistenza a opere di bene. L’asceta scrisse su di un ciottolo «Emon Saburo è rinato» e lo posò nella mano del morente, stringendola a pugno.

In un tempo non lontano, nella città di Matsuyama, nacque un bambino con un singolare difetto ad una mano. Era chiusa a pugno e, nonostante i tentativi dei migliori medici della zona, per molti anni perdurò in quella condizione. Grazie alla disponibilità economica dei genitori, molti medici si alternarono nel tentativo di risolvere il problema, ma nessuno ebbe successo. Vennero poi chiamati i saggi dell’isola ed illustri monaci buddhisti e fu proprio uno di questi che riuscì ad aprire la mano del bimbo per scoprire che conteneva un sasso con l’effige «Emon Saburo è rinato».

Quel bambino divenne un uomo colto e giusto, da adulto dedicò tempo e ingenti capitali alla costruzione di nuovi templi e alla ricostruzione di altri, tra i quali il n. 51 dove è custodita la pietra rinvenuta nella sua mano. Da qui il nome del santuario: 石手寺 Ishite-ji, composto dagli ideogrammi 石 ishi «pietra» e手 te «mano». (寺 ji significa «tempio»). Il nuovo Emon, divulgò la sua storia inducendo parecchie persone a compiere il giro dell’isola per rendere omaggio a Kūkai, dando così vita al pellegrinaggio.


Le zone dei Templi

Il Cammino di Shikoku è un itinerario legato a tradizioni religiose millenarie. Ogni gesto che ci si appresta a compiere lungo il tragitto, anche il più banale e all’apparenza insignificante, deve seguire schemi spesso noti ai fedeli dell’isola, ma del tutto sconosciuti agli stranieri, specialmente nelle aree dei templi.

Come anticipato nella prima parte dell’articolo:

Un tempio non è una costruzione singola come le nostre cattedrali ma è un Luogo, che può essere circoscritto o coprire l’intera superficie di una montagna! In questo Luogo vi sono più edifici, ognuno con una propria funzione religiosa. Oltre un ufficio d’accoglienza, quattro sono le aree principali: la zona di abluzione, la torre campanaria e due altari, uno dedicato alla divinità specifica del tempio e l’altro consacrato a Kōbō Daishi

Come ci si comporta in queste aree?

Riportiamo le nozioni basilari che permettono di non incorrere in atteggiamenti errati, mal interpretabili e potenzialmente offensivi.

Per prima cosa bisogna recarsi alla Chozuya, la fonte di abluzione, ovvero la struttura adibita alla cerimonia del lavaggio a scopo di purificazione spirituale. Si deve attingere l’acqua dalla vasca sacra utilizzando uno Hishaku, un mestolo dal lungo manico in legno di norma posizionato su di una rastrelliera. Si inizia con il lavaggio delle mani, una per volta, lentamente, rimanendo concentrati e in solenne silenzio. Dopo di che si riempie prima la mano destra e poi la bocca, senza bere, per poi espellere l’acqua a terra a lato della fonte.

Dopo essersi purificati si deve segnalare l’arrivo al tempio presso la Torre campanaria, denominata Shōrō. Solitamente al centro di una struttura in legno con tetto a spigoli ricurvi è sospesa una campana in bronzo che ogni fedele deve suonare grazie ad una trave fissata al soffitto con una corda di paglia.

Si afferra il batacchio tirandolo verso di sé per poi spingerlo in avanti. Un suono simile ad un gong si espande con vigore nelle vallate circostanti e solamente quando la flemmatica propagazione termina si può continuare la visita al tempio.

La seguente zona che dovremo raggiungere si chiama Handen, l’area di preghiera. Solitamente non è consentito entrare e ci si deve arrestare sul ballatoio posto al termine di una breve scalinata. E’ proprio qui, al cospetto dell’Hoden, ovvero la sala della divinità principale del tempio, che si procede all’atto devozionale. Il primo passo consiste nell’accendere un incenso o una candela, posizionandolo su di un apposito ripiano, per poi depositare una moneta e un foglietto chiamato Osamefuda nella cassetta delle offerte.

E’ consuetudine donare una moneta da dieci yen, usanza che deriva dall’omofonia degli ideogrammi «dieci» e «lontano»: entrambi si pronunciano Too. Ed è proprio in un futuro lontano che la fortuna generata dal gesto dell’offrire tornerà a te. L’Osamefuda è un foglietto sul quale va scritto il nome, la provenienza e il motivo che induce alla preghiera. Ogni pellegrino ha un blocchetto da duecento fogli il cui colore dipende dal numero dei pellegrinaggi compiuti. Bianca è la colorazione relativa ai primi quattro Cammini, verde da cinque a sette, e cosi via… per arrivare al “Multicolore”, rappresentativo di chi il percorso lo ha portato a termine più di 100 volte!

Subito dopo la donazione si suona un piccolo gong per poi iniziare a recitare i mantra, non prima di aver congiunto le mani di fronte al petto accentuando il gesto con un leggero inchino. Conclusa l’armonica preghiera, si devono battere per due volte le mani, lentamente, per poi congedarsi con un nuovo inchino.

La quarta area è quella esclusivamente dedicata a Kōbō Daishi : 大師堂 Daishidō. Di norma, è una costruzione simile alla precedente ma più piccola e in posizione meno centrale. Qui i fedeli ripetono il rituale pocanzi descritto al cospetto della statua dell’altare dedicato al monaco asceta.

Prima di abbandonare l’area sacra resta un ultimo luogo in cui dirigersi: il 納経所 Nōkyōsho, riduttivamente chiamato l’ufficio timbri.

Nel giardino di ogni tempio c’è un ufficio dove esperti di un’antica scrittura giapponese , lo Sōsho, “timbreranno” la credenziale dell’Ohenro, il pellegrino.

納経帳 Nōkyōchō, questo il nome del libro-credenziale.

Ce ne sono di svariate misure, colori e prezzi ma hanno tutti la medesima funzione, ovvero quella di raccogliere i timbri dei templi come prova di averli visitati tutti e poter ricevere, al tempio n. 88, il certificato di conclusione del pellegrinaggio. Il formato classico è una sorta di quaderno rilegato in stile giapponese in tessuto e bambù, trame disegnate con delicate tinte pastello. Le pagine interne sono in carta di riso e ognuna ha due facciate: una con la litografia raffigurante un santuario e una breve descrizione dello stesso, l’altra completamente bianca. E’ in questa seconda che l’addetto del tempio esegue la sua opera d’arte: appone tre timbri in sanscrito di colore rosso per poi dipingere l’ideogramma corrispondente al tempio. Per farlo utilizza l’efude, il pennello con cui si pratica quest’arte calligrafica anticamente riservata a nobili, monaci e samurai. Sōsho significa mano d’erba: il pennello, scorrendo leggero senza mai essere staccato dal foglio, crea un unico flusso di scrittura raffinato ed elegante, senza interruzioni, una carezza di una decina di secondi.

La vera difficoltà consta nello stendere l’inchiostro esercitando una pressione variabile, al fine di ottenere dei tratti di spessore differente. 88 timbri , 88 rituali capaci di trasformare un semplice gesto di scrittura in un’opera d’arte dal sapore antico. Il Nōkyōchō per i buddhisti è un libro sacro che viene posto nella bara durante la cremazione.

Per ottenere il complicato carattere cinese un’offerta libera non è sufficiente, infatti tale capolavoro ha un costo ben definito: 300 Yen. Calcolando rapidamente il numero dei luoghi da visitare si comprende che la credenziale completata ha un valore economico oltre che religioso.

Terminata questa fase ci si reca all’uscita dove, nell’attraversare il portale, ci si deve voltare verso il luogo di culto e salutare con un ultimo inchino. Solo in questo istante si può ritenere conclusa la visita.


Il corredo degli Ohenro

Nei vari cammini che ho compiuto ho imparato a riconoscere un pellegrino dalla tipica andatura. “Nella maggior parte dei casi, un pellegrino non procede in modo qualunque: il suo incedere è costante, fermo e deciso. Si capisce immediatamente che non sta passeggiando, non avanza lentamente e nemmeno con fretta, sta semplicemente camminando”.

Nel cammino di Shikoku è ancor più semplice distinguere un Ohenro da un turista perché di norma indossa una sorta di divisa composta da una veste bianca e un cappello a punta.

È indispensabile farlo? Naturalmente no. È un corredo composto da simboli buddhisti al quale i fedeli sono molto legati. Come le aree dei templi, anche tali elementi sono legati a precise norme che bisogna conoscere per poterli utilizzare nel modo adeguato.

Nella parte superiore del corpo s’indossa una casacca di tela chiamata Hakui che può essere corta o leggermente più lunga ma rigorosamente bianca, come da tradizione buddhista. Questa religione associa il bianco alla morte e, nell’antichità, questa tipologia di tunica fungeva da sudario: indossarla significava essere pronti al passaggio eterno. Oggi è il simbolo dell’innocenza e della purezza, le qualità che i devoti devono possedere per intraprendere il pellegrinaggio.

Possono essere abbinate a pantaloni e calzature della medesimo colore.

Sulla parte posteriore dell’indumento c’è una scritta in ideogrammi e dei timbri ai suoi lati. I simboli in rosso sono i caratteri di Kūkai in sanscrito e la frase in kanji significa “Cammina con me”.

Altro accessorio principale e caratteristico è il Sugegasa, il cappello in paglia di forma conica, tipico del sud-est asiatico. Si indossa fissandolo sotto il mento con una stringa in seta e il suo ruolo è duplice: protegge dal sole e, grazie a uno strato impermeabile, ripara dalla pioggia. E’ molto più leggero e pratico di quanto si possa pensare!! Sulla fascia anteriore vi è lo stesso simbolo in sanscrito presente sulla tunica.

Altro elemento del corredo è Wagesa, una stola che sintetizza la veste che il Buddha indossò durante l’interminabile viaggio di meditazione, oggetto che in passato era ad uso esclusivo dei monaci. Può essere di vari colori, uno dei più comuni il blu cobalto. Come ognuno di questi accessori ha precise regole d’uso: deve essere tolta quando si mangia e quando si va in bagno.

Per aiutarsi nel cammino, sulla via di Santiago si è soliti procurarsi un ramo e adattarlo alla propria corporatura, per poi personalizzarlo con scritte e incisioni. Nello Shikoku, invece, anche il bastone è un accessorio del corredo: si chiama Kongo Tsue e ha una forma e misure prestabilite nonché rigide norme d’utilizzo. Vi è intagliata la scritta “due pellegrini” perché la leggenda vuole sia la personificazione di Kōbō Daishi e che sia il monaco stesso a sorreggere il pellegrino. E’ questa la ragione delle infinite regole, dell’estrema cura che l’Ohenro deve sempre avere, sia in cammino sia durante le soste, sia all’interno dei luoghi di culto, sia laddove si pernotta. Ci si deve applicare nella pulizia lavandone ogni giorno la zona di contatto con il suolo. La punta si deve regolare con elementi naturali come pietre o arbusti. Mai usare un coltello! Di notte lo si tiene accanto al letto in modo che la sua funzione protettiva sia costante. Per finire, è severamente proibito battere il bastone quando si attraversano i ponti dello Shikoku poiché, sempre secondo la leggenda, è lì che riposa lo spirito di Kūkai.

All’estremità del bastone si lega un piccolo sonaglio colorato, la campanella chiamata jirei che deve essere suonata dopo aver recitato i mantra nella sala di preghiera dei santuari.

Ultimo elemento è una borsetta bianca a tracolla dalla forma rettangolare. La Zudabukuro serve per contenere gli oggetti di frequente utilizzo nel corso delle giornate come la credenziale, la guida, gli incensi e il rosario buddhista chiamato Juzu.


Osettai

Una delle prime parole in giapponese che si potrà imparare durante il pellegrinaggio sarà “Osettai”. Gli abitanti dell’isola o chi il pellegrinaggio lo sta compiendo con mezzi a motore sono soliti donare qualcosa a un Ohenro, in questo modo crede di porgerlo direttamente a Kōbō Daishi: questo regalo prende il nome di Osettai, un’abitudine in voga da centinaia di anni e una caratteristica peculiare dello Shikoku. Vengono offerti soldi, bibite, cibo o qualsiasi oggetto in cambio di una preghiera per le loro anime. E’ considerato estremamente scortese rifiutare un Osettai ed è gradito ringraziare donando un Osamefuda, che verrà accolto e conservato come un vero e proprio talismano.


Le stagioni

Quale è il miglior periodo per intraprendere il Cammino di Shikoku?

La primavera, in particolar modo nel suo periodo iniziale, è una delle stagioni migliori per visitare l’arcipelago giapponese: la fioritura dei ciliegi lo colora di bianco e rosa, le temperature sono ottimali e le giornate iniziano a dilatarsi permettendo di godere di molte ore di luce. Le risaie sono nel loro massimo splendore e il colore azzurro prende il nome di Mizuiro, il colore dell’acqua, ma ad aprile le zone di montagna potrebbero essere ancora innevate.

A fine maggio inizia la stagione delle piogge che anticipa e annuncia l’estate, afosa e umida fino ad agosto, quindi potrebbe essere molto faticoso camminare in quei mesi, a causa dell’acqua prima e della calura poi. Agosto ed inizio settembre sono periodi a forte rischio tifoni e i mesi invernali, da dicembre in avanti, fa molto freddo. Specialmente nelle alture dell’Ehime, bisognerebbe essere predisposti ed attrezzati al cammino d’inverno. Per questi motivi io consiglio l’autunno, da ottobre a metà dicembre. In questo periodo le temperature sono miti e i colori autunnali sono indescrivibilmente belli. I sentieri dello Shikoku, isola che abbonda di aceri, grazie al fenomeno del “foliage”, si trasformano in interminabili tappeti colorati, le cui tonalità spaziano dal giallo al marrone passano da ogni gradazione di arancio e rosso.

Buon cammino verso il tempio 88!