Prezioso verde
La collezione di giade del Museo d’Arte Orientale di Venezia

Scritto da Elena Riu -

Un po’ oggetti di lusso, un po’ amuleti e un po’ vestigia di una tradizione che si perde nel mito: è quanto percepisce l’osservatore scrutando le giade scolpite che troneggiano al centro della sala 12 del Museo d’Arte Orientale di Venezia. Qui, in un ambiente caratterizzato da specchi incassati negli stucchi barocchi della dimora veneziana che ospita la collezione, sono concentrati vasi, piccoli paraventi, dipinti su rotolo e altri pezzi ceramici per lo più di provenienza cinese1, inclusa una campana in cloisonné con decorazione a taotie2. Ma di assoluto interesse è la vetrina contenente un mobile in legno intagliato, ad uso di letterati e studiosi di epoca Qing (XVII-XIX sec.) con benaugurali motivi di pipistrelli3, su cui sono collocate ben tredici opere in nefrite e giadeite, più comunemente dette giada4.

Non è frequente trovare un tale numero di esemplari di giada a riempire un’intera teca, e difatti si tratta di una piccola “gemma” (letteralmente!) della collezione veneziana che affascina anzitutto per la fattura delle sculture verde-lattiginose; in seconda istanza, per il prestigio dato dalla destinazione d’uso di queste raffinate opere del mondo dei letterati; e infine per il sentore magico che questi speciali oggetti-talismano emanano.

Troviamo infatti piccole brocche, vasetti e versatoi, una coppetta e un piattino, due brucia-incensi, due figure zoomorfe, un paravento da tavolo e un prestigioso scettro ruyi5, pezzi risalenti al tardo periodo Qing (XVIII e XIX sec.) ispirati nei decori a epoche precedenti, e realizzati in tonalità varie dal biancastro allo smeraldo al bruno, a seconda dei metalli contenuti nella loro struttura cristallina che determinano colore e texture.

Il perché di tanto fascino è da ricercarsi anzitutto nel materiale stesso: la sua difficilissima lavorazione ha mantenuto quasi invariate le tecniche esecutive nel corso dei secoli. Tra i minerali più duri esistenti, la giada può essere scolpita solo attraverso una lunga, faticosa e sapiente levigazione mediante utensili rinforzati (con quarzo o diamante, di durezza superiore) associati ad acqua e sabbia: gli strumenti moderni, di certo più sofisticati rispetto al passato, oggigiorno agevolano di poco queste operazioni, e perciò stupisce profondamente l’abilità di chi ha saputo creare tali manufatti risalenti addirittura al Neolitico6.

Tanta fatica era però ricompensata dalle numerose e imprevedibili sfumature di colore traslucido celate all’interno dei blocchi grezzi, dall’aspetto cremoso e caldo della superficie, dagli effetti tattili che si potevano ottenere levigando a spigoli vivi, morbide curve, lamine sottili, trafori e incisioni, giungendo a esiti di straordinaria bellezza.

Si imputa proprio a questa difficoltà di realizzazione l’interesse che questo materiale esercita sui suoi estimatori ancora tutt’oggi, e ulteriori indizi non solo sulla sua preziosità, ma anche sul suo ruolo magico-sociale ci pervengono dalle antiche sepolture neolitiche, dove sono stati trovati pendenti e ornamenti, piccoli strumenti e armi in forma stilizzata, oggetti rituali7. La connotazione di prestigio si mantenne anche nelle epoche successive, e gli oggetti in giada, non più solamente piccoli accessori di corredi funebri, cominciarono via via a moltiplicarsi nell’uso, nelle forme, nella ricchezza decorativa. Vasi, pennelli, impugnature, contenitori, oltre a pendenti, ornamenti e statuette decorative, caratterizzavano la produzione di suppellettili che potevano trovare posto nelle dimore della classe più elevata: la bellezza e la purezza di questa pietra opaca e rilucente allo stesso tempo, che nella versione anticamente più apprezzata assumeva un colore bianco latteo detto “grasso di montone”, denotava le virtù di chi aveva la fortuna (e la possibilità economica) di possederla ed esibirla. Il suo successo senza tempo si legava, oltre alle sue caratteristiche fisiche e alle tecniche di lavorazione, anche ad un altro aspetto non meno importante: la giada, infatti, era considerata a tutti gli effetti un magico portafortuna, un potente strumento di protezione che conferiva successo e la capacità di vivere a lungo8.

Gli oggetti che troviamo nella collezione statale veneziana ci aprono una finestra sul mondo raffinato e colto dei letterati cinesi di XVIII e XIX secolo: un articolo che senza dubbio trovava posto sul loro tavolo da studio è il piccolo paravento (cm. 22,5 x 22), realizzato con un sottile schermo di giada bianca con una scena a bassorilievo montata su un supporto ligneo. Questi tipi di pannelli decorativi, che proteggevano i fogli e gli strumenti da scrittura posati sulla scrivania, ma che potevano anche decorare i lati di un divano o di un trono in un palazzo o essere posti ai lati dei capifamiglia, erano di solito realizzati in coppia, ed erano assai apprezzati per la naturalezza del loro materiale, per il colore puro che si lasciava attraversare dalla luce, per la decorazione ispirata a scene di palazzo o a paesaggi: dei veri e propri dipinti scolpiti, che portavano la Natura tra le mura domestiche.

Splendidi anche i bruciaprofumi, con un ricco ed elaborato decoro a traforo, o circondati da creature zoomorfe e draghi, che coniugano all’eleganza della loro fattura il mistico potere del fumo profumato che si innalza nell’aria tra volute più o meno dense, coinvolgendo tutti i sensi e alludendo al ciclo naturale della vita e del Dao. Queste coppe brucia-incenso, come le altre coppette, le brocche e i versatoi, ripropongono nella loro forma i modelli del più antico vasellame in ceramica e in bronzo, così come i bassorilievi che impreziosiscono la loro superficie richiamano fiere stilizzate, animali portafortuna, onde e nuvole, patterns tradizionali e di buon auspicio9. Interessante osservare la diversità del materiale con cui sono realizzati questi esemplari: troviamo infatti pezzi color verde cupo, attraversati da ampie inclusioni brunastre, che contrastano e mettono in risalto la tinta densa e marezzata dei blocchi scolpiti, accanto ad altri caratterizzati da una varietà di minerale bianca e lucida, la cui superficie liscia e priva di imperfezioni ricorda quasi il vetro.

Il già citato scettro ruyi conclude questa breve analisi ed esemplifica la straordinarietà della collezione di giade qui illustrata: il ruyi, nato in ambiente taoista, rappresentava nella sua forma il flusso della Via (Dao), e nel tempo diviene un simbolo di saggezza legato anche al mondo buddhista. Poteva essere dato in dono con l’intento di augurare successo, benessere o per congratularsi per importanti obiettivi raggiunti10. L’esemplare veneziano riprende nella forma e nella fattura il modello tradizionale: un manico in legno a doppio arco, su cui si innesta la testa in giada a forma di fungo lingzhi, decorata con una scena scolpita. Ad arricchire il manico, piccole figure di Saggi e Immortali ed elementi del mondo letterario intarsiati in madreperla, che caricano ulteriormente il potente valore di questo oggetto quasi sacro, magico e affascinante come gli altri pezzi raccolti nella vetrina posta al centro della sala cinese.

Il recente restauro dei soffitti e degli stucchi eseguito dal Comune di Venezia, che ha messo in luce i decori originali delle murature e ha riposto in sicurezza gli ambienti, accoglierà e farà da cornice a chi vorrà conoscere coi propri occhi il prezioso nucleo verde-giada della collezione del principe Enrico di Borbone.


Note

1. La sala 12 ospita anche una piccola sezione di ceramiche islamiche del XII-XV sec. e un piccolo cannone birmano del XIX sec.↩︎

2. Decorazione apotropaica “a maschera” dall’aspetto ferino e composta da diverse caratteristiche che rimandano al mondo animale. In uso già fin dalle dinastie Shang e Zhou (dal XVII all’VII sec. a.C.) sui bronzi rituali e ripresa in tutte le epoche successive anche su ceramiche, abiti, mobili, ecc.↩︎

3. In cinese 蝠 , omofono di 福 “fortuna, prosperità”, uno dei motivi decorativi benaugurali più diffusi.↩︎

4. Vi sono diverse teorie sull’origine del nome con cui viene indicata la giada nelle lingue europee. Si ipotizza che il termine possa derivare dallo spagnolo “piedra de la ijada” del XVI sec., o dal portoghese “iedra de la mijada” riferendosi alle presunte proprietà guaritrici e protettive per i reni che gli spagnoli avrebbero appreso dagli Aztechi, o alternativamente i portoghesi dai cinesi. Un’altra teoria, sostenuta da Manuel Keene, propone l’origine del termine giada dalle lingue turco-mongole parlate tra il X e il XIV sec. nella regione centro-asiatica posta ad est del Khōrāsan. In ogni caso, permane l’intrinseca indicazione delle supposte proprietà salutari sui reni. Curiosamente, la nefrite, pur facendo riferimento al lemma in greco antico νεφρός (nephros, ovvero “rene”), è invece stata così classificata dal minerologo francese A. Damour nella seconda metà del XIX sec. Si noti che in cinese la giada è detta 玉 , e si scrive con un pittogramma che rappresenterebbe una collana con vaghi in giada, oppure uno cong (v. nota 7). ↩︎

5. 如意 rúyì, scettro rituale con testa a forma del leggendario fungo灵芝 língzhī capace di donare l’immortalità. ↩︎

6. Le testimonianze più antiche sono attestate al VI millennio a.C., mentre si pone il primo periodo d’oro della giada al IV millennio a.C., con i ritrovamenti appartenenti alla cultura Liángzhǔ 良渚文化 (3400 – 2250 a.C.). ↩︎

7. In particolare, si ricordano i dischi e i cilindri cóng , emblemi che adornavano il corpo di figure di rango e che si presume avessero una funzione religiosa, oltre che rappresentativa.↩︎

8. Non è raro riscontrare in ogni civiltà di antica nascita un particolare potere protettivo, apotropaico e magico attribuito a pietre, che fungevano da talismano e accompagnavano nelle fasi più remote i defunti nei loro corredi di sepoltura, andando poi affermandosi in epoche successive come amuleti o simboli di protezione, anche con benefici effetti sul corpo e sulla salute.↩︎

9. Cicale, draghi, taotie, pipistrelli e funghi lingzhi rivestono le superfici, ora con stile più arcaico, ora con cifre più libere e decorative. ↩︎

10. Il significato letterale “come tu desideri” del termine ruyi è indicativo del carattere benaugurale di questo raffinatissimo oggetto.↩︎


Bibliografia

Kerr, Alex, Immortal images. The jade collection of Margaret and Trammel Crow, Crow Family Interests, Dallas, 1989.

Sette, Giancarlo, GIADA, la pietra che stregò l’uomo sin dal neolitico, 2013, articolo pubblicato su www.sbresearchgroup.eu

Sette, Giancarlo, Giada: le culture neolitiche che ne furono affascinate, 2013, articolo pubblicato su www.sbresearchgroup.eu

Sette, Giancarlo, La giada dopo il neolitico, 2013, articolo pubblicato su www.sbresearchgroup.eu

Sette, Giancarlo, A Study on the Origin of the word Jade and on the Appearance of the Spanish Term "piedra de ijada" to indicate Jade, articolo pubblicato su www.academia.edu

Per ulteriore bibliografia vedi www.britannica.com/art/Chinese-jade; en.wikipedia.org/wiki/Chinese_jade;