Poesia e illuminazione
La raccolta poetica del Maestro Dōgen

A cura di Aldo Tollini -

Nel mese di febbraio del 2019, è stata pubblicata la mia traduzione dell’intera collezione di poesie in lingua giapponese e quindici poesie in lingua cinese del maestro Zen Eihei Dōgen 永平道元(1200-1253) – Eihei Dōgen, Poesie. Ed. Bompiani - uno dei più importanti pensatori e maestri buddhisti del Giappone pre-moderno.

Le poesie in lingua giapponese in numero di sessanta, sono oggi note col nome di Sanshō dōei 傘松道詠, ossia “composizioni poetiche della Via di Sanshō”. Si tratta di poesie waka 和歌in stile classico di trentuno sillabe, in cinque versi, con la cadenza di 5-7-5-7-7 sillabe.

Le poesie in cinese vanno sotto il nome di raccolta di Sankyo (o Sango) 山居, cioè “vivere tra i monti”, scritte dal Maestro mentre si trovava nella zona montuosa del tempio di Eiheiji. Questa breve collezione non esaurisce il numero delle composizioni in cinese che è molto vasta – molto più di quelle in lingua giapponese – ma ne è un esempio molto significativo. In questo saggio mi limiterò a trattare delle poesie in lingua giapponese.

E’ piuttosto raro trovare traduzioni di testi non dottrinari di un grande maestro buddhista, e il caso di Dōgen non fa eccezione. Comunque, il motivo che mi ha spinto a intraprendere questa traduzione non sta solo nel valore letterario delle composizioni, peraltro molto pregevoli, quanto piuttosto la curiosià di scavare dentro il personaggio per comprenderne gli aspetti umani. Dopo aver tradotto vari testi dottrinari, ho sentito la necessità di approfondire l’aspetto intimo del Maestro, quale non si trova nei testi destinati all’insegnamento su temi religiosi.

Normalmente assumiamo che un grande maestro ci interessa per quello che ci comunica dopo aver completato il suo percorso formativo, in questo caso, dopo aver raggiunto quella che viene chiamata illuminazione, giungendo a una comprensione profonda della realtà e della sua complessità. Siamo convinti che questo è l’aspetto importante da recepire e fare proprio, cioè, un insegnamento maturo di chi ha fatto un lungo percorso di apprendistato per giungere alla meta.

Tuttavia, così facendo si trascura un aspetto importante poiché la trasmissione della verità profonda dell’illuminazione non è cosa che possa essere facilmente condivisa né veicolata tra il maestro e il discente che sono, com’è normale, su piani diversi di raggiungimento spirituale. La capacità ricettiva di coloro che, come si dice nel Buddhismo, sono immersi nell’illusione, di fronte alle parole di un illuminato è insufficiente ed è facile travisare o restare ammutoliti senza comprendere. Per questo, a volte, i maestri ricorrono agli “abili mezzi” o hōben, insomma, mezze verità esposte a fin di bene, che sono facilmente comprensibili e che stimolano il discente a proseguire sul percorso del perseguimento della Via.

In questa prospettiva, il percorso del Maestro per giungere all’illuminazione normalmente non diviene oggetto di studio, sia perché spesso ritenuto poco interessante, o perché rimasto nell’ombra e scarsamente conosciuto. In ogni caso, chi cerca la Via dimentica di essere proprio nella situazione in cui si era trovato il Maestro a suo tempo, e che il suo esempio, può essere di grande aiuto e di stimolo in un percorso irto di difficoltà. Per questo, lo studio della vita del Maestro, delle sue esperienze e delle sue difficoltà e dei successi, del modo come ha affrontato la formazione, e simili sono, in realtà molto importanti e hanno un carattere di familiarità immediata.

Nel caso specifico del maestro Dōgen, della sua vita e della sua formazione abbiamo parecchie notizie che riguardano soprattutto la parte di vita trascorsa in Giappone (prima e dopo il viaggio in Cina), meno per la parte fondamentale che concerne l’esperienza cinese e soprattutto il suo incontro decisivo con il maestro Tendō Nyojō (天童如淨, 1162-1228). Vari dettagli ci sono stati trasmessi dal Maestro stesso nel suo testo Hōkyōki (寳慶記), una sorta di diario di quel tempo, e altre notizie ancora trapelano anche nella sua maggiore opera lo Shōbōgenzō (正法眼蔵), nonché nello Zuimonki (随聞記). In generale, la figura di Dōgen emerge come quella di un personaggio dotato di grande forza e determinazione, ma queste fonti forse non sono scevre da accenti agiografici.

Tuttavia, un altro aspetto importante (e certamente meno connotato da elementi agiografici) è quello più intimistico e meno mediato da fattori esterni, quello che nasce spontaneamente dell’interno: lo stato d’animo, le sensazioni, pene, gioie, esitazioni e slanci, che emergono da un altro tipo di diario, quello consegnato al corpus poetico che il Maestro nel tempo ha accumulato e ci ha trasmesso. Qui possiamo trovare più che il Maestro, l’uomo con le sue debolezze e le speranze unite a una determinazione incrollabile. Per questo, la traduzione e l’interpretazione (poiché queste poesie vanno interpretate alla luce del personaggio) sono un importante punto di riferimento per coloro che si avviano sul percorso della Via, e che trovano nell’esperienza di Dōgen un compagno di un viaggio.

Riguardo alla traduzione, va segnalato un punto importante: esistono varie versioni, almeno sei, delle poesie giapponesi Sanshō dōei e questo comporta prima di tutto uno studio filologico di queste fonti. Nel testo sono state scelte due tra le più antiche e quella più tarda che oggi è inserita nei testi “ufficiali” della scuola Sōtō. La prima è tratta dalla biografia del maestro, il Trattato di Kenzei 建撕記, compilata dall’abate Zen Kenzei poco dopo la metà del XV secolo, quindi circa tre secoli dopo la scomparsa del Maestro. La più recente è la versione Teiho訂補di Menzan Zuihō del 1754. Nel testo sono state riportate le varianti di queste due versioni, più un’altra intermedia, commentate dal punto di vista filologico.

Riguardo, invece, all’interpretazione, va detto che le poesie giapponesi di Dōgen possono essere divise in quattro categorie:

  1. Poesie a tema prettamente buddhista e dottrinario;
  2. Poesie naturalistiche con significato buddhista;
  3. Poesie di descrizione puramente naturalistica;
  4. Poesie di carattere intimistico.

La prima tipologia è molto chiara e tratta dichiaratamente di temi buddhisti, soprattutto delle sue intuizioni, esperienze, ma anche delle sue difficoltà e dubbi nel percorso della Via. Queste poesie sono particolarmente interessanti per coloro che studiano o praticano il Buddhismo in quanto trattano della concreta esperienza di un grande maestro e mettono a nudo ciò che nei testi dottrinari non si trova, cioè il percorso esperienziale.

Una poesia tra le tante:

È una grande felicità!
Ho potuto incontrare
la Legge di Śākyamuni Buddha.
Mai mi incamminerò
su un’altra Via

in cui esalta la sua scelta di seguire la Via.

La seconda tipologia comprende le poesie di descrizione naturalistica, dove però si nasconde un significato che rimanda all’insegnamento buddhista. E’ pratica comune tra i giapponesi usare espressioni o descrizioni concrete per mostrare l’astratto.

Eccone una:

La luna si riflette
nell’acqua limpida
del mio cuore.
Anche le onde si calmano
e tutto splende

in cui si descrive attraverso la natura notturna il raggiunto acquietamento del cuore, il samādhi!

E anche la poesia più famosa di Dōgen:

In primavera i fiori
in estate il cuculo e
in autunno la luna.
Nel freddo inverno
la neve chiara e pura

rientra in questa categoria. Nella sua esemplare semplicità sembrerebbe essere una poesia di descrizione puramente naturalistica, tuttavia il titolo: ”Il vero aspetto originale delle cose” ci avverte che non è così, e che in realtà la poesia vuole descrivere lo stato delle cose nella loro manifestazione più autentica, quella dell’illuminazione.

La terza categoria è quella delle poesie di descrizione puramente naturalistica. Dōgen come ogni giapponese è ammiratore e amante della natura e come la maggior parte dei poeti di quel paese si sente irrimediabilmente attratto da essa e dalla sua bellezza.

Per esempio la seguente poesia:

Senza interruzione
cade la neve.
All’inizio della valle
canta un usignolo
per annunciare la primavera

Infine, vi sono anche poesie di tenore intimistico (quarta categoria) in cui traspaiono i sentimenti del Maestro o delle riflessioni su se stesso, come nella seguente poesia:

Durante l’inverno
vivo ritirato nella mia capanna
tra le bianche montagne dei paesi del nord.
Ghiaccio e neve
e sullo sfondo le nuvole

In queste poesie in cui parla di se stesso a volte si colgono momenti di scoramento che ci fanno comprendere le sue debolezze e la difficoltà di seguire un cammino arduo ed esigente:

Sebbene ammiri
la luna del mio cuore
nel grande cielo,
mi perdo nell’oscurità
e amo i colori

Qui, Dōgen vuol dire che sebbene desideri giungere all’acquietamento interiore (la luna del mio cuore), quindi all’abbandono degli attaccamenti che sono fonte di illusione, nonostante la forte determinazione, si fa sviare mettendosi su un percorso oscuro inseguendo le tentazioni mondane (i colori).

Il rapporto tra la natura e la dottrina buddhista, ovvero tra la realtà del “così com’è” che si manifesta nei fenomeni naturali e la dimensione dell’illuminazione è questione complessa che travalica i limiti di questo breve saggio, ma in estrema sintesi, si può dire che ciò che induce all’illusione è il cuore/mente umano, il kokoro 心, la parte mentale, emotiva e sentimentale che, indomabile, si lascia trascinare dall’attaccamento e dalle false visioni dei fenomeni. La natura, invece, non avendo un kokoro, è libera da condizionamenti, pura e incontaminata. Quindi modello certo che può condurre l’uomo oltre le contaminazioni dovute alle spinte egoistiche. Il problema, come dice la dottrina buddhista, in definitiva, è rappresentato dall’”io” (cioè dal kokoro) instabile, volubile, capriccioso che ci governa e ci condiziona. Tornare alla natura è riscoprire la propria “natura originaria” incontaminata, il luogo dell’acquietamento.

La natura con la sua bellezza ci invita all’ammirazione, ma anche alla comprensione della realtà priva di egoismo. Tuttavia, il suo fascino può anche ammaliarci e stimolare le emozioni, i sentimenti e confonderci con la sua bellezza. Modello e tentazione allo stesso tempo, può condurre all’acquietamento ma anche all’emozione incontrollata. Tra questi due poli opposti si muove molta della poesia giapponese di ispirazione buddhista, e quella di Dōgen non fa eccezione. Pochi giorni prima di morire, conscio del suo destino, una notte guardando il cielo, preso dall’emozione, scrive:

Speravo di vedere
ancora una volta
questo autunno...
Con la luna di stasera
potrei forse dormire?