Neko mon amour
Il gatto e il Giappone

Scritto da Fabiola Palmeri -

“Che nome dare ai piccoli animali dal morbido pelo e dagli occhi misteriosi, appena scesi dalle navi provenienti dalla Cina?” Questa la domanda che si posero i giapponesi del sesto secolo, quando per la prima volta, si trovarono di fronte musetti e code di gatti. Così come si chiesero con stupore, perché mai fossero stati ospitati sulle grandi navi incaricate di recuperare dalla “Terra di Mezzo” alcuni testi sacri del Buddhismo, la disciplina spirituale di cui gli studiosi appena rientrati dal lungo viaggio, avrebbero continuato a leggere e a diffondere nel paese. Di certo mai e poi mai avrebbero immaginato che i NEKO, un secolo dopo l’altro, sarebbero riusciti a segnare la cultura, l’estetica e l’emotività della popolazione. Torniamo dunque al nome che diedero ai nuovi arrivati: ebbene decisero che, visto il ruolo per cui erano stati imbarcati, quello cioè di eliminare i topi golosi della preziosa carta in volumi, con scritte a mano le vicende e l’insegnamento di Siddharta Gautama (Buddha), la cosa migliore sarebbe stata unire la sillaba iniziale del termine nezumi (topo), con quella del verbo konomu (piacere). Ed è in tal modo che ebbe origine la denominazione NEKO, ovvero l’animale a cui piacciono i topi.

Non fu particolarmente amato all’epoca, né tantomeno vennero aperte ai piccoli felini le porte delle dimore: il loro primo compito fu unicamente quello di aggirarsi all’interno e appena fuori dai templi, e sempre con il preciso scopo di liberarsi dalla presenza dei roditori ghiotti di carta e cibo. Il gatto come cacciatore, quello era il suo ruolo. Pian piano tuttavia, dal tempio più vicino fino al cortile delle abitazioni in cerca di cibo, dalle alte montagne alle pianure e fino al mare, gatti e gatte si sparsero per le isole, destando sempre più l’interesse delle persone.

Da protagonisti quali sono, invasero l’immaginazione popolare, entrando ben presto in racconti parecchio fantasiosi, spesso rappresentati in maniera ambigua finanche paurosa. Incominciò dunque da alcuni scritti del folklore di cui leggiamo ancora oggi, la più che prolifica relazione con le piccole creature dal pelo e iridi dai diversi colori. Un rapporto trasformatosi nel presente in una devozione bella e buona.

Me ne sono accorta concretamente quando una mattina di inizio maggio dello scorso anno, appena scesa dal treno alla stazione Gotokuj sulla linea della metropolitana Odakyu, ho immediatamente individuato cartelli a forma di gatto che stavano ad indicare il percorso da compiere a piedi per raggiungere il tempio omonimo e non lontano, dedicato al Manekineko, il gatto con la zampina anteriore alzata, diventato patrimonio condiviso dentro e fuori le isole nipponiche, e la cui origine affonda appunto nel folklore e nella leggenda.

Pare che molto tempo fa (17mo secolo) il samurai che governava Hikone, Ii Naotaka, si trovasse a caccia con i suoi uomini in quella che allora era ancora campagna, ben fuori i confini di ciò che oggi è Tōkyō. E lì si aggiravano, quando ormai sera si ritrovarono nei pressi di un piccolo tempio, abitato da un povero prete e dal suo gatto. All’improvviso però, si scatenò un fortissimo temporale, che li costrinse a ripararsi alla meglio sotto i rami degli alberi. In quel momento il samurai vide spuntare davanti a sé un gatto bianco, con una zampina alzata che muoveva avanti e indietro, come se lo stesse invitando ad entrare nel tempio, e trovare così riparo per la notte. Il samurai e i suoi uomini lo seguirono, riuscendo così a scampare al pericolo e rimanere piacevolmente all’asciutto, in compagnia del prete del santuario e di quel provvidenziale gatto. Il giorno dopo riconoscente per l’aiuto ricevuto, il samurai, che era molto ricco, donò terra e denaro al prete, e grazie a quel provento il tempio venne ricostruito al meglio. E sono moltissime le persone che nel presente si recano al Gotokuji, giapponesi e non, tempio diventato ormai noto per essere il luogo di origine del Manekineko (Gatto che invita), e dove oltre al giardino, alla pagoda e all’edificio centrale, si può godere della vista di migliaia di statuette che rappresentano proprio quel gattino bianco dalle orecchie e collarino rosso, ritratto nel gesto di invito. Il neko che tanta fortuna portò al quartiere, oggi la irradia abbondantemente oltre confine. Chiunque visiti il Gotokuji ha la possibilità di comprare un Manekineko di varie dimensioni e scegliere se lasciarlo esposto lì, o portarlo a casa. In entrambi i casi, si presume che la sorte sarà benevola.

I giapponesi e i neko sono diventati quasi un -brand-, un marchio culturale che è derivato in infiniti segment: dai neko cafè nati decenni fa (locali dove poter bere qualcosa e rilassarsi insieme ai gatti) alle isolette popolate più da felini che da umani, e per questo frequentate assiduamente da affezionati turisti (Aoshima nella prefettura di Ehime, è una delle più famose), dalle trasmissioni tv dove sono protagonisti, alla super eroina Hello Kitty, la gattina bianca con il fiocchetto rosso fra i “ca-peli” nata da un disegno di Shimizu Yuko per la ditta Sanrio. Il senso del kawaii (graziosità, tutto ciò che è carino, e che trasmette dolcezza, predisposizione), è una categoria estetica egemone nell’odierna società nipponica ed il gatto (gatta) è uno dei suoi massimi emblemi.

E gli esempi di questo rapporto privilegiato potrebbero continuare a lungo, ma è di nekobungaku -猫文学- (letteratura dei neko) che ora tratteremo. Qualcosa (un genere, tendenza, qualità) che nasce e si diffonde in Giappone all’inizio del ventesimo secolo, ed è un termine che sta a sottolineare l’esistenza di una definizione specifica per indicare la letteratura in cui i gatti sono protagonisti o co-protagonisti. Il che la dice lunga sull’importanza che i neko rivestono dall’inizio del 1900 e sempre più al giorno d’oggi, nella narrativa dello straordinario e immaginifico luogo chiamato Giappone.

Questo paese ha l’assoluto privilegio di avere dato inizio a un insieme di prosa, che è in parte l’evoluzione delle antiche novelle del folklore, in cui si raccontava di gatti di montagna -yamaneko-, dei terribili e a più code -nekomata- come nell’opera Tsu rezuregusa (Momenti d’ozio) di Kenko Yoshida scritto nel 1331. Lì, a proposito di tale yōkai (creature soprannaturali di vario tipo), si legge: «Vive nei recessi delle montagne, e la gente dice che mangia gli esseri umani». E ancora, esistono i -bakeneko- capaci di ballare tenendosi in equilibrio su due zampe, perfino con appoggiato sulla testa il tradizionale -tenugui- (piccolo asciugamano) proprio come usavano fare uomini e donne di un tempo.

Nella modernità e ancor più nella contemporaneità, si deve alla narrativa di scrittori e scrittrici la capacità di dare vita a romanzi e racconti con al centro personaggi felini. Tali scrittori e scrittrici hanno avuto realmente dei gatti di cui narrano, ma a volte i protagonisti delle loro storie sono immaginari. Essi costituiscono una vasta realtà che ho cercato di approfondire. Così nel tempo, dopo molte letture, ricercando anche tra biografie e interviste, ho scoperto relazioni interessanti, oltre che titoli e storie coinvolgenti, profonde, trascinanti.

Lo scrittore della modernità che per primo ha dato a un gatto la parola, facendolo entrare come un gigante nel mondo della letteratura (non della fiaba o della favola, o della poesia e filastrocche rivolte a bambini e bambine, come invece è il caso degli autori e autrici non giapponesi) è stato Natsume Sōseki. Il lunghissimo racconto uscito nel 1905 Wagahai wa neko de aru, ovvero “Io sono un Gatto” (traduzione di Antonietta Pastore, Einaudi) eleva a critico e arguto osservatore, il neko che un nome non ce l’ha, come recita l’incipit del romanzo. Il gatto persiano di Natsume -dal pelo maculato giallo e grigio chiaro, con grandi occhi giallo arancio- è nel romanzo uno scrittore a tutti gli effetti, capace di narrare il Giappone di fine Ottocento/inizio Novecento, grazie a un linguaggio forbito, intrigante e soprattutto dotato di una dose di libertà molto ampia. Autonomia di giudizio che l’autore non avrebbe espresso facilmente se a parlare non fosse stato appunto il gatto di casa. Un felino ispirato a quello che era entrato realmente nella sua casa e che con lui e la sua famiglia ha vissuto per diversi anni, fornendogli il modello che troviamo nel suo primo grande romanzo, nato inizialmente come una serie di racconti. Un fatto curioso o addirittura esemplificativo, é che Natsume soffriva di ulcera e per curarsi assumeva il farmaco “hōtan”. Ebbene, anche il gatto comincerà a soffrire di stomaco, e la moglie dello scrittore pensando di far bene, gli somministra lo stesso farmaco che prende il marito. Solo che dopo qualche mese il gatto muore. L’intera famiglia lo piange sinceramente e nel 1909 lo scrittore gli dedicherà un breve racconto “La tomba del gatto”. Natsume Sōseki morirà infine a Tōkyō il 9 dicembre del 1916 a causa del peggioramento della sua ulcera duodenale, a pochi anni di distanza dal quel compagno di vita molto amato. È tuttavia negli ultimi decenni del novecento che i romanzi in cui i gatti hanno un rilievo narrativo di tutto riguardo, cominciano a crescere ampiamente. Un fatto di sensibilità e coscienza collettiva, che ha allargato e reso la relazione di uomini e donne con gatti e gatte, sempre più profonda, significativa, perfino salvifica. Forse una risposta alla difficoltà relazionale e affettiva in cui noi popolazione umana ci troviamo a vivere. Ed ecco che un’alternativa pare esistere: condividere abitazione ed esistenza con un o una neko può ispirarci, curarci, dare impulso all’immaginazione. I rapporti con le creature feline ci permettono di conoscere e quindi utilizzare, una comunicazione fatta di sguardi e non di parole. La quotidianità con loro consente relazioni di amore puro in cui non si pretende nulla dall’altro, ma ci si accetta per ciò che si è, senza sovrastrutture, al di là di posizioni sociali, ricchezza, successo. I gatti non tradiscono, amano e basta. Inoltre sono maestri di saggezza, insegnano indipendenza e fedeltà al tempo stesso, mostrano quanto l’igiene sia fondamentale, insomma funzionano bene con noi e specialmente con la popolazione giapponese, che in loro trova quel senso di libertà individuale che spesso devono mettere a tacere, nella quotidianità.

Molteplici i neko presenti in romanzi sopraffini, a cominciare da diversi lavori di Murakami Haruki, lo scrittore nipponico più conosciuto e amato nel mondo. Da Umibe no Kafuka (Kafka sulla spiaggia, traduzione di G. Amitrano, Einaudi) a Nejimaki-dori kuronikuru (L’uccello che girava le viti del mondo, traduzione di A. Pastore, Einaudi) fino al suo racconto autobiografico Neko o suteru chichioya ni tsuite kataru toki ni boku no kataru koto (Abbandonare un gatto, traduzione di A. Pastore, illustrazioni di E. Ponzi) si può davvero parlare di una vera propria categoria di Gatti Murakamiani presenti nel lavoro di anni, e con ruoli sempre specifici, in qualche modo di unione tra affetti deteriorati e dimensioni dei suoi svariati-magici mondi. Neko quali rilevanti compagni pure nella vita privata. Il suo primo gatto, quando studiava a Tokyo all’Università Waseda, lo incontrò una sera tardi sulla strada che dalla stazione percorreva per tornare a casa, lo chiamò Peter, e diede il nome del suo neko tokyota, al jazz bar che aprì con la moglie Yoko prima di dedicarsi unicamente alla scrittura: il famoso “Peter Cat”.

L’eccellente e prolifica scrittrice Kakuta Mitsuyo, autrice di romanzi, saggi, articoli e ultima autrice a cui è stato affidato l’arduo e gigantesco compito di adattare in giapponese contemporaneo il primo romanzo della storia Genji Monogatari (La storia di Genji, traduzione di M.T. Orsi, Einaudi) vergato con pennello su carta dalla dama di corte Murasaki Shikibu (974-1014) intorno all’anno 1000, in quel di Heiankyō -odierna Kyoto- ha raccontato del suo incontro con il mondo felino in Kyō mo ichinichi Kimi o miteta (Anche oggi ho passato tutto il giorno a osservarti, testo non ancora tradotto in italiano, se non per un capitolo presente in “A ogni gatto il suo autore”, traduttrice e autrice Fabiola Palmeri, per Lindau). Grazie all’arrivo nella vita di tutti i giorni della gattina Toto, ha potuto scoprire un nuovo alfabeto narrativo, lati della propria personalità prima inesplorati, e aspetti dell’affettività di cui non aveva mai sospettato. “Noi umani diamo troppa importanza al linguaggio e poca al contorno muto che ci avvolge, così a volte litighiamo o ci ostiniamo a capire partendo da un vocabolo preciso, invece di fare attenzione ad altri segni” afferma l’autrice nell’intervista che mi ha rilasciato nel 2023. Di scoperte inaspettate, relazioni di cui non si vuol fare più a meno, di presenze benefiche per la propria esistenza e non solo, dobbiamo dunque ringraziare i nostri amici pelosi. Pare che i neko siano capaci di favorire legami tra gli umani (spesso incapaci di impostarne senza aiuto) si racconta in tanti e sempre più romanzi, (tendenza sospettosamente cavalcata negli ultimi tempi da parte di autori ed editori) alcuni ottimi, altri meno. Tuttavia sì, i gatti sono soggetti letterari di primo piano in Giappone, e pian piano il fenomeno si sta allargando sul resto del pianeta.

Consigli di lettura tra le molte scelte? Ecco qui: I gatti di Shinjuku, Durian Sukegwawa (traduzione di L. Testaverde, Einaudi), La mia vita con i gatti, Morishita Noriko (traduzione di L.Testaverde, Einaudi), Lei e il suo gatto, Shinkai e Nagakawa (traduzione di A. Specchio, Einaudi), Nel paese delle donne selvagge, (racconto intitolato Hankonko, Matsuda Aoko (traduzione di G. L. Coci, E/O), Se i gatti scomparissero dal mondo, Kawamura Genki ( traduzione di A. Specchio, Einaudi).

I titoli da segnalare abbondano, e le uscite programmate per quest’anno con neko in copertina e nella trama sono sicuramente parecchie. Per chi volesse immergersi nella Nekobungaku non mancano dunque le occasioni, bisognerà tuttavia discernere tra i “classici” e le novità, e ce n’è davvero per tutti. Da non dimenticare è che, dai testi citati e da altri, sono stati tratti film, anime, manga, gadget, abbigliamento, accessori. Del romanzo “Io sono un gatto” di Natsume Sōseki esiste una versione manga, edita in italiano da Lindau con traduzione di Massimo Soumaré. Quello che all’inizio fu un corto di circa cinque minuti, realizzato dal regista e scrittore Shinkai Makoto, ovvero “Lei e il suo gatto”, è diventato sia manga che film, oltre che romanzo. Che dire inoltre dei gatti di “Studio Ghibli”, il noto pozzo di creatività guidato dal regista Hayao Miyazaki (a marzo 2024 ha vinto il suo secondo Oscar per il miglior film di animazione con Kimi tachi wa dō ikiru ka, “Il ragazzo e l’airone”) e del suo amico di avventura nonché responsabile e produttore cinematografico di Studio Ghibli, di cui finanzia i lavori sin dalla sua fondazione, Suzuki Toshio. In molteplici loro film vengono presentati gatti entrati ormai nel mito, spesso tratti da libri come nel caso di Majo no takkyūbin (Kiki, consegne a domicilio) della scrittrice Kadono Eiko, dove la streghetta Kiki vive vivacemente in simbiosi con il gatto nero Jiji.

Non esiste campo dell’immaginario creativo nipponico, dove i neko non compaiano. Non serve più di tanto cercarne la ragione, ritengo sia meglio per tutti, semplicemente goderseli.

Fabiola Palmeri - Giornalista e scrittrice. Suoi libri: “Fiabe del Sole più a est” (Effatà), “Come un sushi fuor d’acqua”(La Corte), “Miti e Leggende giapponesi” (LNF Junior), “A ogni Gatto il suo Autore” (Lindau). Conduce gruppi di lettura, i webinar di Fondazione Italia Giappone, conferenze e presentazioni inerenti al Giappone contemporaneo.

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