Mostri femminili
I tanti volti delle sirene giapponesi

Scritto da Rossella Marangoni www.rossellamarangoni.it -

Nel pandemonio ricco e variegato degli yōkai, la presenza di creature femminili è particolarmente rilevante per numero e mostruosità. Non solo. I mostri femminili giapponesi danno conto di un quadro culturale in cui l’identificazione donne-malvagità è pervasiva, come ho avuto modo di raccontare nel mio ultimo libro Onibaba. Il mostruoso femminile nell’immaginario giapponese (Mimesis 2023).

Qui vorrei soffermarmi su una creatura del mare che non compare nel libro per motivi di spazio, un personaggio di cui esistono più varianti iconografiche e che travalica i generi: la sirena.

Sin dall’antichità presero a diffondersi voci di strani accadimenti: si raccontava che sulle coste del Giappone occidentale i pescatori si ritrovassero a volte nelle reti creature bizzarre e inquietanti, il volto umano e il corpo di pesce.

Perché le acque del Giappone, nella mentalità popolare, erano altrettanto ricche di creature misteriose delle foreste impenetrabili lungo i pendii delle montagne. Una di queste era la sirena (ningyo 人魚 ossia, letteralmente “uomo-pesce”, da non confondersi con ningyō,  人形 bambola, pupazzo), che non sempre aveva un aspetto femminile, essendo spesso confusa nelle leggende con gli shōjō (in cinese xingxing), creature di origine cinese conosciute in Giappone sin dai tempi più antichi. Si riteneva che gli shōjō fossero spiriti marini avidi di sake, che potessero capire il linguaggio degli uomini e che parlassero con voce stridula, simile al pianto di un neonato.

La prima menzione degli shōjō sembra risalire a un testo cinese del periodo Han (II sec. d.C), in cui è presente una descrizione abbastanza dettagliata: pelliccia di colore giallo-arancione, corpo di animale, testa e piedi umanoidi e passione per il vino1. In seguito lo shōjō assunse nell’iconografia più diffusa tratti scimmieschi e una lunghissima capigliatura.

Queste creature compaiono in un dramma dalla trama esile ma dall’atmosfera celebratoria e benaugurante e per quello molto amato dal pubblico. Il dramma, spesso sintetizzato nella rappresentazione di un’unica danza chiamata Shōjō midare, è tratto da un’antica leggenda cinese secondo la quale un uomo, diventato ricco vendendo sake al mercato, invitò uno shōjō a bere con lui e questi danzò per ricompensarlo. Nel dramma gli attori indossano parrucche rosse perché uno degli attributi di questa creatura è proprio la capigliatura rossa.

Il primo resoconto della cattura di un mostro marino affine alla sirena è presente nel Nihongi (Cronaca del Giappone, 720 d.C.). Vi si racconta che sotto il regno dell’imperatrice Suiko, nell’autunno del 619, un pescatore della provincia di Settsu che aveva gettato le reti nell’Horiye (un canale artificiale) raccolse “qualcosa dalla forma di un bambino che non era né un pesce né un essere umano e il cui nome è sconosciuto2”. Potrebbe trattarsi, in questo caso, di una specie di sirena chiamata Teijin (dal cinese diren, ossia “abitante del paese di Di”) affine nell’aspetto a un leggendario popolo cinese citato nella fonte cinese Shanhaijing (in giapponese Shangaikyō, “Libro dei monti e dei mari”) in cui è scritto: “Il paese di Di è situato a ovest di Jianmu. I suoi abitanti hanno un viso di uomo e un corpo di pesce. Non hanno gambe.3

Questa fonte rimanda a una prima categoria di sirene esistente nell’immaginario giapponese, quella detta jinmengyo (“pesci dal volto umano”), creature acquatiche che non avevano di antropomorfo che la testa e che, in generale, erano rappresentate con sembianze maschili. Tali ibridi sono presenti anche nell’immaginario europeo: ne è un esempio la rappresentazione del lamantino nel trattato De piscium et aquatilium animantium natura di Conrad Gessner (1516-1565) del 1558.

La prima rappresentazione di un ningyo nella storia dell’arte giapponese è contenuta nel Shōtoku Taishi eden, ossia nella Biografia illustrata di Shōtoku Taishi, una serie di emakimono (il più antico dei quali risale al 1069, si deve al pittore di corte Hata no Chishin ed è conservato nell’Edono dell’Hōryūji) e illustrano episodi della vita del principe Shōtoku (574-622). Leggende di un incontro fra il principe e una sirena presso il lago Biwa, nella provincia di Ōmi, sono all’origine della fondazione del Kannonji, un tempio dedicato al bodhisattva della compassione. L’associazione del principe con la creatura ibrida antropo-teriomorfa è presente anche in una versione tarda di un episodio della vita del principe contenuta nel Sesshū Shitennōji Edō Shōtoku Taishi goeden ryakkai, della fine del XVIII sec.:

“Seguendo l'ordine dell'imperatrice [Suiko], il principe Shōtoku fece un pellegrinaggio in tutti i templi della regione del Kinai. Quando arrivò nel paese di Ōmi, il governatore gli disse che nel fiume Gamō c’era una cosa la cui forma era tra un uomo e un pesce. Il principe disse che la creatura era un ningyo [e spiegò che] questa non era una cosa di buon auspicio perché il paese avrebbe dovuto senza dubbio affrontare calamità naturali. Più tardi, durante il quarto mese, il governatore di Settsu offrì un ningyo al principe che restò disgustato dal gesto e ordinò che fosse immediatamente gettato via4.”

Questo per quanto riguarda le sirene dall’aspetto maschile, tuttavia non è raro trovare nell’iconografia delle creature mostruose marine un soggetto dalle sembianze più simili alla raffigurazione della seducente sirena di ambito europeo/mediterraneo. In effetti l’origine di quest’ultima rappresentazione è controversa. Come è giunta in Giappone? Gli studiosi stanno ancora dibattendo al riguardo, ma è interessante osservare che anche le sirene rappresentate secondo l’iconografia affine a quella mediterranea recano fra le mani il gioiello che esaudisce ogni desiderio, attributo di molte divinità legate al buddhismo: tama (in sanscrito cintāmaṇi), la “perla” dai mille poteri.

Chi sono queste creature? Dobbiamo ancora una volta ricorrere a un testo classico.

In epoca Edo, nella corposa enciclopedia Wakansansaizue (Illustrazioni giapponesi e cinesi dei Tre Regni, 1713), compilata dal medico di Ōsaka, Terajima Ryōan, il ningyo compare fra i tipi di pesce cui vengono attribuiti poteri medicamentosi. Ryōan dapprima cita la fonte cinese Qishenlu dell’XI sec.: “Un uomo di nome Sha Zhongyue vide una donna che usciva dai flutti e vi si risommergeva. Sotto la cintura era del tutto fatta come un pesce. Altrove, c’era un uomo che si chiamava Yao Dao. Mentre si recava in Corea come messaggero, scorse su una spiaggia una donna che aveva delle pinne rosse dietro le braccia. Queste due creature sono delle sirene.”

Indi, dopo aver citato il Nihongi, Ryōan prosegue: “Oggi si trovano delle sirene nell’Oceano occidentale. La loro testa assomiglia a quella di una donna. Hanno il corpo di pesce con delle scaglie rugose di color marrone chiaro come una carpa, e la coda bifida. Le loro due pinne natatorie palmate sembrano delle mani. Non hanno gambe. Compaiono quando il tempo è tempestoso. Capita che dei pescatori le prendano nelle loro reti ma, spaventati, le rilasciano in mare.”

È stato ipotizzato che la sirena così intesa sia una visionaria trasformazione del dugongo, un mammifero marino erbivoro stanziato lungo le coste della penisola arabica, nell’Oceano Indiano, nel Mar Cinese Meridionale.

Caratterizzato da mole imponente, pinna caudale biforcuta, ghiandole mammarie sporgenti, pinne laterali utilizzate come mani per avvicinare il cibo o come ausilio per allattare la prole, il dugongo, per le sue particolarità fisiche, avrebbe potuto, nella mentalità popolare arcaica, assumere le sembianze di una creatura mostruosa dai caratteri femminili. Non era rara, infatti, l’associazione femminile-mostruoso-acquatico, un collegamento che interpretava l’acqua come l’elemento in cui la donna, caratterizzata da un sentimento innato di gelosia malvagia e insopprimibile, esercitava il suo potere di trasformazione in demone allo scopo di perseguitare l’uomo.

È curioso che nelle stampe xilografiche di periodo Edo, che illustravano fatti di attualità in fogli volanti o gazzette (kawaraban), le sirene fossero rappresentate come bijin, con la metà inferiore del corpo di pesce e la parte superiore dalle fattezze di bellezza classica femminile, la lunga chioma corvina, il volto allungato “a seme di melone” su cui campeggiava proprio un paio di corna dorate, le stesse corna demoniache che caratterizzano la terribile han’nya, la maschera demoniaca per eccellenza del teatro , scelta abitualmente per drammi in cui protagonista è un personaggio femminile in preda a dolore o rabbia, personificazione della gelosia che, nella visione medievale, era intesa come sentimento intrinsecamente femminile. E infatti la creatura mostruosa che compare con queste fattezze su un documento datato 1757 è definita akugyo, ossia “pesce malefico”, una definizione che richiama il classico akujo, “donna malvagia”, termine che più che caratterizzare un tipo di donna, ritorna ancora e ancora nei testi classici a indicare “la” natura della donna.

Il minaccioso, temibile essere mostruoso e gigantesco, dall’indubbio aspetto femmineo, che solca i mari e riempie le cronache dalla costa della regione di Toyama giù giù, lungo il litorale del mar del Giappone fino a Nagasaki, è descritto così in una gazzetta del 1805: “Una sirena è comparsa nella baia di Yokata a Etchū e tormentava le barche dei pescatori. Fu accerchiata da un gran numero di imbarcazioni da pesca e abbattuta da 450 archibugi. La sua taglia era di 3 jō 5 shaku (10 metri), la sua testa misurava 3 shaku 5 sun (1 metro circa), la sua capigliatura era di 1 jō 8 shaku di lunghezza (11 metri e mezzo). Aveva tre occhi su ogni fianco e due corna incurvate d’oro. La sua voce risuonava per una lega tutt’intorno. Coloro che vedono questo pesce una volta, avranno una lunga vita, saranno protetti dalle calamità e conosceranno la felicità per tutta la loro vita. V mese dell’anno II dell’era Bunka (1805)”.

Per tutto il XIX secolo continuano a diffondersi avvistamenti di creature marine di questo tipo, annunciatrici, nell’immaginario popolare, di inenarrabili sciagure (tipicamente la loro comparsa segnalava uno tsunami imminente), calamità, epidemie. Ma, per una sorta di legge compensatoria, l’apparizione di queste sirene origina la credenza che il conservare la loro immagine avrà una funzione apotropaica. Così racconta un medico di Edo, Katō Ebian (1763-?), nel suo libro di appunti Waga koromo (1819): “Poiché esiste un’usanza stupida che vuole che se si guarda l’immagine di questo strano pesce si è risparmiati dalle sciagure che predice, il suo ritratto è stato ricopiato in tutte le case.” Ebian riporta significativamente il testo di un altro kawaraban dell’epoca: “Il 18 del quarto mese di quest’anno, un cacciatore di nome Hachibei ha scorto [questo pesce] raggiungere la riva nella provincia di Hizen, in Kyūshū. Questo gli ha rivolto la parola in tal modo: ‘Sono Jinjahime (la Principessa del Santuario), messaggera del Palazzo del Dragone (il dio del Mare). A partire da quest’anno, e per sette anni, i raccolti saranno abbondanti. Ma si diffonderà un’epidemia della malattia chiamata korori. Bisogna copiare il mio ritratto e guardarlo ogni tanto. Si sfuggirà così alla malattia e si godrà di una lunga vita’”5.

Sembrerebbe, quella di conservare e guardare per buona fortuna le immagini stampate di queste creature marine femminili temibili e possenti, una prassi simile a quella evocata nel secolo precedente da Terajima Ryōan, nel suo Wakansansaizue, quando osservava: “In Olanda, le ossa di sirena [heishimure, dallo spagnolo pez mujer, “donna-pesce”] sono utilizzate come medicina. Sono di un’efficacia meravigliosa. Con queste ossa si fabbricano degli utensili che si portano alla cintura.”

Quest’ultimo riferimento farebbe pensare all’uso di avorio ricavato da presunte ossa di sirena per intagliare i piccoli netsuke che assicuravano gli oggetti all’obi che chiudeva il kimono. Non era raro, infatti, trovare proprio uomini-pesce o donne-pesce fra i soggetti dei netsuke, un evidente soggetto apotropaico e benaugurante.

Nel corso della storia delle credenze popolari in Giappone i ningyo, infatti, passarono dall’essere considerate creature annunciatrici di sventura, segnatamente in periodo medievale, all’essere associate a longevità e buona fortuna.

A questa concezione non era estranea la leggenda della monaca centenaria Yao bikuni o Happyaku bikuni, “la monaca viandante di ottocento anni”6, un personaggio in cui convergono la figura della sciamana, legata alla religiosità folclorica, quella della miko dello Shintō e la monaca buddhista itinerante in cerca di offerte per la ricostruzione dei templi, la bikuni, una delle figure femminili più rappresentative del panorama religioso medievale giapponese. Originatasi forse in epoca Muromachi e diffusasi per tutto il periodo Edo, la leggenda di questa bikuni dalla veneranda età ma dall’aspetto adolescenziale e dalla pelle bianca attribuiva i tratti dell’eterna giovinezza al fatto che, ragazzina, si era nutrita (involontariamente) della carne di una sirena. È la monaca stessa a raccontarlo in un otogizōshi che risale al 1480 circa ed è intitolato Hitsuketsu no monogatari (Il racconto del fabbricante di pennelli)7.

Della leggenda della bikuni centenaria esistono numerose versioni risalenti soprattutto al periodo Edo. Comune a tutti è l’origine della protagonista, l’area di Wakasa-Obama (attuale prefettura di Fukui). Secondo la versione più diffusa un pescatore invitò un amico a casa e gli offrì un cibo raro e prelibato: la carne di una ningyo che aveva catturato con la sua rete. L’ospite però, preoccupato all’idea di cibarsi delle carni di una creatura dal volto umano, finse di gustarne, nascondendola però nelle vesti e portandola a casa con l’idea di disfarsene. Prima di poterlo fare, la figlia sedicenne ne mangiò e negli anni a venire sembrava miracolosamente impossibilitata a invecchiare mentre intanto tutti i suoi cari e gli amici, a poco a poco, morivano. Era il prodigio della carne di sirena, che si riteneva donasse l’immortalità. La donna decise infine di farsi monaca e prese a muoversi per le varie regioni del Giappone compiendo opere di bene finché tornò a Wakasa-Obama per ritirarsi in una grotta in riva al mare a praticare il nyūjō, un percorso ascetico di digiuno progressivo che porta all’automummificazione in vita. Prima di entrare nella grotta pare che piantasse una camelia vicino all’ingresso affermando che, quando fosse appassita, quello era il segno che anche lei era morta. Si dice che l’albero sia ancora in pieno rigoglio8.

Essere mostruoso, la sirena giapponese risponde al modello tipico dello yōkai della tradizione classica: il suo aspetto è ripugnante e minaccioso ma la sua indole può essere benevola e apportatrice di buona fortuna. Una delle penne più brillanti di periodo Edo, lo scrittore satirico Santō Kyōden (1762-1816), non mancherà di mettere un’affascinante e misteriosa ningyo al centro di un suo libretto comico, un kibyōshi9, facendone un fenomeno da baraccone mentre, in un’epoca più vicina alla nostra, l’immagine della sirena giapponese sarà astutamente sfruttata a fini commerciali. Ma queste sono altre storie che non mancheremo di raccontare in una prossima occasione.


Note

1. La sua passione per il sake è proverbiale. In Giappone, lo shōjō con i capelli rossi simboleggia l'ubriacone felice; ancora oggi la stessa parola è usata per descrivere un forte bevitore di sake o un oggetto rosso. ↩︎

2. William G. Aston (trans.), Nihongi: Chronicles of Japan from the Earliest Times to a.d. 697 , Tuttle, Tokyo 1972, p. 147. ↩︎

3. Citato in Yoshida Yukari, “Les Motifs des Netsuke. La sirène (Teijin)” in Bulletin Association Franco-Japonais, n. 114, Automne 2012, p. 16. Cfr R.E. Strassberg (ed. tr.), A Chinese Bestiary. Strange Creatures from the Guideways through Mountains and Seas [Shanhaijing], University of California Press, Berkeley 2002, p. 190. ↩︎

4. Si veda A. Castiglioni, “The Human-Fish. Animality, Teratology, and Religion in Premodern Japan”, in Japanese Journal of Religious Studies, n. 1, a. 48, 2021, pp. 9-13. ↩︎

5. Cfr. Citato in Yoshida Yukari, “Les Motifs des Netsuke. La sirène (Teijin)”, cit., p. 9. ↩︎

6. Detta anche la “monaca bianca”, Shiro bikuni, a causa dell’omofonia fra haku “cento” e haku “bianco”. L’associazione con il colore bianco è da attribuirsi, in alcune versioni della leggenda, al colore argenteo dei capelli, segno di veneranda età e, in altre, per un curioso contrasto, al bianco della pelle, segno di giovinezza e bellezza. ↩︎

7. Cfr J.I. Stone, M. Walter (eds.), Death and the Afterlife in Japanese Buddhism, Hawai’i University Press, Honolulu 2009, pp. 182-184. ↩︎

8. Per un’analisi delle varie versioni della leggenda alla luce delle antiche aspirazioni verso l’immortalità si veda il saggio di N. Raluca, “The Myth of Eternal Youth: Two Japanese Perspectives” in Trictrac, vol. 10, 2017, pp. 1-25. ↩︎

9. I kibyōshi erano libri di narrativa popolare, a buon mercato, dalla copertina gialla, abbondantemente illustrati. ↩︎


Bibliografia

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