MOMIJIGARI
La prima pellicola della storia del cinema giapponese (1899)

Scritto da Giulia Orsi -

Il 28 novembre del 1899 costituisce un giorno fondamentale per la cultura giapponese: viene girato su 60 metri di pellicola dall’operatore di macchina Shibata Tsunekichi Momijigari, il primo film della storia del cinema giapponese.

Per comprendere appieno l’importanza di questo film occorre pensare al contesto storico e culturale in cui la pellicola si inserisce, ossia l’era Meiji (1868-1912), un’epoca caratterizzata da grandi sconvolgimenti causati dall’entrata del Commodoro Perry e delle navi da guerra americane nella Baia di Edo nel 1853, che condussero all’apertura dei porti giapponesi ai commerci con l’estero tramite la firma della Convenzione di Kanagawa e l’abolizione della politica di isolamento in vigore dal 1641. Un periodo in cui il bakufu Tokugawa non riuscì a calmare il malcontento generale e i disordini interni al Giappone, per cui nel 1868, anno della Rivoluzione Meiji, l’ultimo shōgun Tokugawa venne deposto e il nuovo imperatore Meiji tornò al centro del potere, stabilendosi con la casa imperiale a Edo, rinominata Tokyo. I leader della restaurazione mirarono a rivoluzionare il Giappone culturalmente, socialmente e politicamente mutando completamente, nei successivi vent’anni, la fisionomia della nazione, consapevoli che per rinascere dal punto di vista economico, per diventare una potenza mondiale e per competere a livello militare, dovevano stare al passo con la modernità occidentale.

L'apertura dei porti favorì l'affluire di giapponesi verso l’estero e di genti provenienti da tutto il mondo determinando la possibilità di viaggiare, di studiare e di visitare. Ed è proprio grazie a questa apertura che il mezzo cinematografico venne importato in Giappone da parte di alcuni imprenditori giapponesi a partire dal 1896. Gli apparecchi cinematografici, il Kinetoscopio, il Vitascopio e il Cinematografo, vennero importati dagli Stati Uniti e dalla Francia, con le medesime modalità dei loro antenati fotografici e degli altri marchingegni ottici importati in Giappone a partire dalla metà del XVIII secolo. Non solo trovavano ad accoglierli una lunga tradizione nel campo delle arti visive e sceniche, ma si prestavano anche a diventare un tramite con quel mondo che il Giappone stava cercando di assimilare il più velocemente possibile. Infatti, dal 1896 diverse personalità eccentriche ed illuminate si impegnarono nello studio dei diversi macchinari e nell’inserirli all’interno dell’industria dell’intrattenimento, affrontando numerosi problemi ed ostacoli. In breve tempo, tutto ciò che venne osservato ed assimilato si trasformò in volontà di produrre film indipendenti dall’Occidente. Se è vero che i giapponesi conobbero inizialmente il cinema, come meccanismo tecnico, dall’Occidente, è altrettanto vero che questo tipo di conoscenza venne in seguito impiegata per creare un nuovo tipo di rappresentazione giapponese, totalmente autoctona ed originale. Si trattava di una autorappresentazione, che intendeva differenziarsi da quella di due operatori che lavoravano per la compagnia Lumière, Constant Girel e Gabriel Veyre, giunti in Giappone nel 1897 per riprendere scene di vita quotidiana del popolo, destinate ad un pubblico europeo e alle sue aspettative; una rappresentazione rispondente ad una loro specifica visione del Giappone, condizionata dal dilagante fenomeno del Japonisme, diffuso in Francia e in altri paesi europei. Se queste scene costituivano la principale fonte d’attrazione per il pubblico occidentale, quello giapponese richiedeva soggetti, storie e concetti più complessi e adatti alle proprie sfumature culturali.

Alle origini della prima produzione giapponese vi fu l’importante azione della casa fotografica Konishi Honten (ora conosciuta come Konica Minolta), che testimonia come il già esistente mondo fotografico fu cruciale per lo sviluppo del cinema giapponese. Fondata nel 1873, originariamente questa casa consisteva in un laboratorio farmaceutico situato a Tokyo, il cui proprietario, su suggerimento del figlio, trasformò la farmacia in un negozio di importazione di apparecchiature fotografiche provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti. Nel 1876 il negozio venne trasferito nel quartiere Nihonbashi di Tokyo con il nuovo nome Konishi Honten.

Dopo l’assunzione del cameraman Asano Shirō nel 1897, nel giugno dello stesso anno la Konishi acquistò la macchina da presa Gaumont dalla Francia e nel 1898 venne assunto il nuovo fotografo Shibata Tsunekichi, già cliente del negozio. Nell’ottobre del 1899 Asano lasciò la Konishi, per cui la macchina da presa Gaumont venne affidata a Shibata Tsunekichi.

Se della produzione cinematografica di Asano non ci restano che alcuni fotogrammi conservati presso il National Film Archive of Japan, di Shibata ci resta Momijigari, letteralmente “Una passeggiata per godere della vista degli aceri autunnali”, che venne interpretato dai due celebri attori kabuki Onoe Kikugorō V e Ichikawa Danjurō IX. Il negativo da 35 mm fu in seguito donato alla casa di produzione Nikkatsu, fondata nel 1912, che gli conferì il titolo attuale. Il film riprende la storia dell’omonima rappresentazione teatrale Nō, soggetto di molte silografie dell’epoca, entrando così a far parte di quel repertorio allora molto conosciuto dal pubblico.

La trama tratta del samurai Taira no Koremochi (interpretato da Onoe Kikugorō V) che viene invitato ad una festa tra gli aceri sul monte Togakushi da un gruppo di donne, tra cui la principessa Sarashinahime (interpretata da Danjurō IX). Mentre guarda le donne danzare bevendo del sake, il samurai si addormenta e, durante il sonno, gli appare in sogno una divinità che gli rivela che le donne in realtà sono dei mostri e gli lascia una spada sacra. Koremochi allora si sveglia, combatte i mostri e li uccide.

Il film, custodito dal National Film Archive of Japan, dura in totale 6.27 minuti (inclusi i crediti iniziali) e consiste di cinque sequenze di diversa durata. I primi 84 secondi sono costituiti dai crediti iniziali, dalle informazioni principali concernenti il titolo e la data, e termina con un fermo-immagine che riporta il fatto che il film, custodito dalla Nikkatsu, venne restaurato digitalmente nel 2009, anno in cui venne nominato Jūyō Bunzakai, ossia “proprietà culturale importante” del paese. Una volta conclusi i titoli di testa originali, Sarashinahime comincia a danzare con due ventagli, indossando un furisode (kimono a maniche lunghe). Nella terza sequenza la divinità danza con una sorta di asta sacra, mentre Koremochi siede addormentato sulla destra; nella sequenza successiva Koremochi si sveglia, prende la spada e assume la posa mie, tipica degli attori kabuki, in cui si fermano per qualche istante immobili per rappresentare il climax delle emozioni. Nell'ultima sequenza avviene il combattimento finale tra Koremochi ed un mostro dai lunghi capelli neri, durante il quale si affrontano con le spade e assumono pose mie fino a quando l’immagine si dissolve e termina il film.

La macchina da presa è posizionata ferma di fronte agli attori e al palco, inquadratura tipica del cinema delle origini. Le sequenze sono suddivise in stacchi netti e senza soluzione di continuità. Per quanto riguarda il set, le riprese vennero svolte nei pressi del teatro Kabukiza di Tokyo, in particolare nel giardino retrostante, e non all’interno, per catturare più luce possibile. Infatti, nella prima sequenza Danjurō IX si rivolge verso il sole e, alzando un ventaglio, crea l’ombra dell’oggetto sul suo viso.

La scenografia è costituita da un grande tronco di pino (reminiscenza della scuola pittorica Kanō) posto diagonalmente, con ai suoi lati altri alberi più sottili. Alle loro spalle vi è uno sfondo dipinto con raffigurato un giardino karesansui.

Guardando il film, si nota inoltre una terza figura seduta sotto il pino sulla destra dell’inquadratura. L’uomo, vestito di nero, è il kuroko cioè il macchinista di scena, che aveva il compito di aiutare gli attori durante le loro danze e di risolvere eventuali complicazioni. Per esempio, nella prima sequenza assiste Danjurō IX quando gli cade un ventaglio, nella penultima scena aiuta Koremochi a vestirsi, libera il palco dal suo tatami e nell’ultima sequenza raccoglie gli oggetti di scena che avrebbero ostacolato il libero movimento degli attori.

Ciò che viene spontaneo chiedersi è il perché questa pellicola venne nominata “importante proprietà culturale” del paese nonostante l’elevata quantità di errori e la presunta goffaggine nell’esecuzione delle danze. Due sono le valide motivazioni. In primo luogo, le riprese vennero girate in esterni e una testimonianza di Shibata Tsunekichi afferma che, nonostante la presenza del sole, il vento era molto forte. Ciò rese alquanto complicato compiere adeguatamente le movenze con i ventagli, il combattimento e i movimenti vorticosi della parrucca nera del mostro.

Ma, soprattutto, ciò che non permise di riprendere una seconda volta le sequenze fu il rifiuto da parte dei due attori di ripetere lo spettacolo. Il mondo del teatro considerava il cinema come un tipo di divertimento popolare di basso livello e i due attori, inizialmente, non avevano intenzione di impegnare il loro tempo e le loro energie in qualcosa in cui non credevano. Il direttore del teatro Kabukiza riuscì a convincerli a girare la prima affermando che Shibata avrebbe scattato delle semplici fotografie, senza menzionare che si trattasse invece di una macchina da presa. Gli attori accettarono solo dopo essersi assicurati che le fotografie sarebbero state tramandate ai posteri e ai successivi attori kabuki a scopo didattico. Il direttore allora promise che queste fotografie non sarebbero mai state mostrate in pubblico: in generale, quindi, non venne considerato necessario girare lo spettacolo una seconda volta. Onoe e Ichikawa si rifiutarono quindi di compromettersi con un genere d’arte ritenuto “impuro” rispetto al teatro kabuki e la proiezione pubblica di Momijigari fu possibile solamente nel luglio 1903, dopo la morte di Onoe.

Il riconoscimento come Juyō Bunzakai nel 2009 rende Momijigari il primo film giapponese ad ottenere questo titolo e, in secondo luogo, lo rende ufficialmente il più antico film giapponese esistente. Quindi, l’importanza di questa pellicola venne riconosciuta a prescindere dalla presenza di errori di prestazione, perché questi vennero causati dalle condizioni storico-culturali che condizionarono l’interno film e tutto il cinema giapponese delle origini. Ed è ironico riconoscere il fatto che questo prezioso tesoro del passato sia scaturito dalle menzogne, dal disprezzo e dai pregiudizi di molti, compresi i grandi nomi del teatro che vi parteciparono.

Per concludere, la storia del cinema giapponese delle origini dimostra l’urgente necessità che il pubblico popolare, come anche l’aristocrazia e la famiglia imperiale, avevano di conoscere questa nuova forma d’arte e di produrre film. Basti pensare alla velocità con cui tutto ciò avvenne, solamente quattro anni dall’entrata del primo dispositivo cinematografico, nel 1896, alla produzione della prima pellicola giapponese, nel 1899; a dimostrazione che nel mezzo cinematografico il Giappone vedeva l’inevitabile futuro della propria cultura.


Bibliografia

J. A. Dym, “Benshi and the Introduction of Motion Pictures to Japan” in Monumenta Nipponica, Winter, 2000, vol. 55, No. 4 (Winter, 2000)

D. Miyao, Japonisme and the birth of cinema, Duke University Press, Durham, 2020

P. B. High, “The Dawn of cinema in Japan”, in Journal of contemporary history, Sage Publications, Jan., 1984, Vol. 19, No. 1, Historians and Movies: the state of the art: Part. 2 (Jan. 1984)

M. R. Novielli, Storia del cinema giapponese, prefazione di Ōshima Nagisa, Venezia, Marsilio Editori, 2010

Sitografia

Catalogue Lumière: L’oeuvre cinématographique des frères Lumière
- https://catalogue-lumiere.com/operateur/constant-girel
- https://catalogue-lumiere.com/operateur/gabriel-veyre

Konica: Chinese Information Station
- http://www.hexanon.net/konica-history

National Film Archive of Japan: The Meiji Period on Film
- https://meiji.filmarchives.jp/works/01.html