Mizuko kuyō nel Giappone contemporaneo (prima parte)

Scritto da Marianna Zanetta -

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Cosa sono i mizuko kuyō

Il termine mizuko kuyō 水子供養 (lett. riti per i bambini d’acqua) indica un insieme di riti e di pratiche dedicate ai bambini e ai feti abortiti, sviluppatisi in Giappone a partire dalla seconda metà del Novecento, momento in cui ha avuto un vero e proprio boom, fino ai giorni nostri, dove trova ancora notevole successo presso la popolazione, a diversi livelli e intensità. Gli elementi che concorrono a dare vita a tale fenomeno sono molteplici, e affondano le radici in diverse tradizioni culturali e pratiche rituali antecedenti, elaborate nel corso dei decenni (se non di qualche secolo), con un conseguente slittamento di significato e di valenza. Il termine mizuko 水子 viene tradotto letteralmente con bambino d'acqua, e da tempi recenti indica l'anima dei bambini abortiti1.

L’immaginario che circonda queste credenze è variegato, ed anch’esso il risultato di evoluzioni storiche, ma possiamo dire che nella maggior parte dei casi, la rappresentazione ricorrente è quella che vede gli spiriti dei bambini radunarsi lungo il fiume dei morti, sai no kawara 賽の河原, incapaci di attraversarlo perché alcuni demoni gli intralciano la strada; su questa riva grigia, quindi le piccole anime giocano, e cercano di costruire degli stūpa (piccoli templi) con i sassi del fiume, nella speranza che quest’azione permetta loro di accumulare meriti e di raggiungere l’altra sponda del fiume o una rinascita immediata; immancabilmente i demoni arrivano e distruggono senza pietà le costruzioni, e immancabilmente i piccoli spiriti ricominciano da capo. È un'immagine innegabilmente triste, dove la piccola anima è rappresentata sola, spesso dimenticata dai genitori, e incapace di liberarsi da questo luogo di pena, per certi versi simile al Limbo cristiano, a metà tra la vita e la morte. Questa situazione tragicamente senza uscita è tuttavia interrotta in diverse tradizioni dalla comparsa del bodhisattva Jizō, figura estremamente popolare in Giappone, che distrugge i demoni e salva i piccoli dal loro stato di tristezza e miseria. L’azione di Jizō contro i demoni, in difesa delle piccole anime solitarie, è estremamente rapida e totalizzante, e non lascia spazio alla descrizione dell’effettivo scontro tra queste due figure: in altre parole, non esiste un vero scontro tra bene e male, tra demoni e dio salvatore, ma anzi l’azione di Jizō è assoluta e totalizzante, garantendo alle anime dei piccoli bambini l’immediata salvezza. Inoltre, è evidente la sorprendente indifferenza che i genitori sembrano provare nei confronti di queste anime sole, elemento che in alcuni inni sembra suggerire il risentimento da parte dei mizuko verso la famiglia che lo ha respinto, ma che più spesso ha la funzione narrativa di sottolineare la triste condizione delle piccole anime. L'insieme dei riti per i mizuko opera a partire da questa immagine molto vivida di quanto accade alle anime dei bambini abortiti nell'aldilà, elaborando diverse varianti o mettendo l'accento su diversi elementi.

Nella pratica contemporanea, i mizuko kuyō si articolano in diverse attività cultuali, a seconda delle dimensioni, dei tipi e dei costi del rito prescelto. Un primo genere di riti è quello gestito dalle donne della comunità locale, spesso organizzate in associazioni informali dedicate a Jizō. Si tratta di una sorta di cura perpetua rivolta ad una statua collocata agli incroci o sul ciglio della strada: si posano dei fiori di fronte alla statua, la si lava di tanto in tanto, e si accende qualche bastoncino di incenso. Questi piccoli altari di Jizō, la cui protezione si rivolge tanto ai bambini morti in tenera età quanto ai bambini abortiti, sono spesso il più vicino possibile alle diverse comunità locali.

Ad un secondo livello, possiamo individuare i riti che hanno il loro fulcro nell'altare domestico, dove i mizuko vengono venerati insieme agli altri antenati della famiglia. In questo caso non vengono individuate nette distinzioni tra le due categorie di spiriti, e il mizuko viene ricordato e omaggiato insieme agli altri antenati sul butsudan.

Passando ad un livello di maggior complessità, e uscendo in qualche modo dalla dimensione privata e domestica, si collocano altre attività rituali; tra i più diffusi troviamo la commissione di una statua ad immagine di Jizō, e la sua collocazione rituale all'interno di uno degli ormai numerosi cimiteri adibiti al culto dei mizuko. Tali cimiteri sono nati in origine all’interno di templi di diverse scuole buddhiste, ma si è assistito negli ultimi anni alla nascita di luoghi indipendenti che si occupano esclusivamente della commemorazione dei mizuko: si tratta in questi casi di istituzioni che non hanno una storia antica, né legittimazione da parte delle fonti classiche, e che assomigliano di più ad iniziative imprenditoriali, i cui intenti commerciali sono evidenti. All'interno dei grandi templi buddhisti tradizionali, i rituali per i mizuko hanno in ogni caso trovato la loro propria dimensione. In particolare, in molti luoghi di culto, si può trovare una grande statua di Jizō, o anche un gruppo di sei statue più piccole, con un bavaglino rosso. È qui che i genitori che hanno compiuto un aborto possono eseguire dei semplici riti di commemorazione; si inchinano profondamente, osservando un rispettoso silenzio, accendono qualche candela e recitano brevi preghiere. Alcuni templi riservano nicchie al cui interno possono essere collocate bambole e altri piccoli oggetti e giocattoli che rappresentano un legame con il bambino o il feto abortito. All'interno di alcuni templi è possibile trovare un cimitero dedicato a Jizō, rivolto specificamente ai bambini abortiti.

Al di fuori del Buddhismo, i mizuko kuyō sono stati oggetto di attenzioni da parte di quelle che vengono definite Nuove Religioni, culti nati a partire dalla fine della seconda guerra mondiale dall'attività di una figura carismatica che ha raccolto intorno a sé un buon numero di fedeli. Le nuove religioni spesso incorporano elementi misti di Cristianesimo, Shintoismo e Buddhismo, e anno forti elementi sciamanici, proprio nella figura del fondatore (o della fondatrice) e dei suoi eredi.

In generale, i rituali per i mizuko vengono eseguiti in vari momenti dell'anno, a partire dalle feste per gli spiriti degli antenati, come il bon, la festa per i morti di Agosto, quando gli defunti fanno ritorno alle loro dimore e alle loro famiglie tra i vivi. Si tratta di riti di preghiera, in cui gli officianti e i fedeli si riuniscono per rendere omaggio ai defunti; a volte, accanto alle preghiere, i fedeli scrivono dei brevi messaggi ai bambini, oppure ergono statue del dio Jizō come omaggio al mizuko. Oltre a questi momenti di preghiera legati al ritorno degli antenati, i riti per i mizuko possono essere tenuti regolarmente su base annuale, mensile o a richiesta dei fedeli interessati; alcuni templi inoltre hanno istituito servizi di preghiera e ricordo dedicati espressamente ai mizuko. Portiamo ad esempio il tempio Ninnanji, che offre dei servizi speciali per i bambini abortiti con cadenza mensile, o il tempio Adashino Nenbutsu-ji di Kyoto che conduce mizuko kuyō speciali il 24 di ogni mese.

Alcuni esempi

Hasedera

La cittadina marittima di Kamakura, a circa un’ora di treno da Tokyo, è una meta turistica tradizionale. Famosa per i templi che ne costellano il paesaggio, durante il XIII e buona parte del XIV secolo rappresentava il quartier generale di fatto del governo giapponese, precisamente nel momento in cui una nuova ondata di influenza buddhista dalla Cina giungeva in Giappone, portando con sé elementi di carattere artistico, estetico e architettonico.

Uno dei luoghi di maggiore interesse ai fini della nostra analisi è senza dubbio il tempio buddhista Hasedera, la cui storia risale al medioevo, e la cui fama è strettamente legata all’imponente statua di Kannon2 custodita al suo interno. Come tutti i templi buddhisti in Giappone, l’Hasedera è composto da diverse strutture che si snodano sul pendio del monte Kannon; si accede al tempio attraverso il cancello a livello di strada, e ci si imbatte subito in una prima sala, dedicata al dio Daikokuten (conosciuto anche nello Shintō con il nome di Daikokujin), uno dei Sette Dei della Fortuna; spostando lo sguardo a destra, al di là di un piccolo stagno, si trova la Benten-Do, con una statua di Benzaiten con otto braccia; Benzaiten è anch’essa una dei Sette Dei della Fortuna, l’unica dale sembianze femminili, ed è la divinità connessa al mare e alla pesca. La presenza di queste due divinità, dalle valenze estremamente terrene, indicano una delle caratteristiche più importanti del Buddhismo giapponese, vale a dire la sua capacità di avvicinarsi a quelli che sono i bisogni e i desideri pratici dei fedeli, riconoscendone e rispettandone la portata.

La struttura più importante del tempio è senza dubbio il Kannon-do, il padiglione dove è collocata la bellissima statua di Kannon alta più di 9 metri, con undici volti che vanno ad aggiungersi al viso centrale: ogni volto ha espressioni diverse, a indicare che la divinità presta ascolto ai desideri di tutti i tipi di persone. Benchè spesso si tenda a identificarla in una figura femminile, nella tradizione Kannon non ha connotazione sessuale; è un bodhisattva che, al pari di Amida e Jizō , ha prestato giuramento di salvare tutti gli esseri viventi, e rappresenta la compassione e l’amore. Poco prima di arrivare al Kannon-do, prendendo una deviazione, si incontra un secondo luogo di culto, il Jizō-dō, ovvero il piccolo padiglione dedicato al bodhisattva Jizō, oggi venerato quasi esclusivamente in connessione i mizuko. Questo è il luogo in cui si sofferma la maggior parte dei visitatori giapponesi, e a cui dedicano il tempo maggiore durante la visita. In anni recenti, l’Hasedera ha infatti iniziato a fornire indicazioni in merito all’area, sia sui volantini e sui depliant locali

Mizuko Jizō
The kannon is a Buddhist deity whose special task is to help raise healthy children. Many people come and set up small statues, representating their children, so that he can watch over them. More recently, parents have set up statues for miscarried, aborted or dead-born babies, for the Kannon to protect. There are called Mizuko Jizō and in Hase-dera there are about 50.000 such Jizō. Mothers and fathers often visit the Mizuko-Jizō to pray for the souls of the children they have lost.3

L’impatto visivo di quest’area, appena si salgono gli ultimi scalini, è intenso e particolare: in uno spazio raccolto circondati dagli alberi e dalla natura, ci si ritrova davanti a un piccolo padiglione al fondo di un breve sentiero di pietra, al cui interno una statua di Jizō accoglie i visitatori. Nel padiglione, ai piedi della statua, vengono collocate offerte di varia natura, dai dolci, ai giocattoli, ai piccoli vestitini per bambini, in un gesto che confonde e unisce insieme l’offerta per il dio e il regalo al bambino. Intorno al padiglione, sia alla destra che alla sinistra del visitatore, innumerevoli statuette di Jizō prendono posto su file di pietra disposte una dietro l’altra.

È innegabile la sensazione di trovarsi in un luogo che rassomiglia ad un cimitero; per quanto nei fatti in questo luogo non avvengano sepolture, le file di statuette che si snodano sui fianchi del padiglione sono offerte che i genitori hanno posto per i propri mizuko. In queste statue è riconoscibile la caratteristica figura del monaco bambino, con il viso rotondo, il capo rasato e un’espressione serena sul volto; la figura di Jizō viene a sovrapporsi a quella del bambino per il quale si richiede la protezione, e il viso sereno con il capo completamente rasato può illustrare allo stesso tempo un bambino in fasce e un monaco con la tonsura. In questo luogo, inoltre, alcune delle statuette vestono un bavaglino rosso; questa caratteristica si ripete costante nella stragrande maggioranza delle raffigurazioni di Jizō, ed è ormai un segno distintivo della sua presenza.

Da quanto ci viene indicato, e come si può leggere sul sito ufficiale, l’Hasedera consiglia, a chi ha intenzione di iniziare la pratica dei mizuko kuyō, l’acquisto di una statua di Jizō; esiste la possibilità di scegliere tra due immagini, per un costo che varia tra i 10.000 e i 20.000 yen (circa 100 – 200 euro). In seguito all’acquisto e alla collocazione della statuetta di Jizō, i monaci tengono una piccola cerimonia collettiva, durante la quale intonano canti buddisti ripetendo il nome dei mizuko per cui si prega. Si indica inoltre la possibilità, previo appuntamento, di tenere cerimonie private. Viene infine ricordato che la pratica dei mizuko kuyō viene solitamente portata avanti per molti anni e che quindi ci si dovrà recare spesso al tempio, in diverse occasioni, per pregare per il proprio mizuko.

Shiun-zan Jizō -ji

Esiste un altro tipo di tempio, che vede nei mizuko kuyō la vera e propria ragione d’origine, e l’unica attività effettiva di esistenza. Questo genere di templi sono relativamente nuovi, e sono stati l’oggetto della maggior parte delle critiche pubbliche sui mizuko kuyō in Giappone. Diversamente dall’Hasedera, essi nascono spesso come una sorta di memoriale che fornisce riti quasi esclusivamente per i bambini abortiti, e rinuncia a qualsiasi altro genere di servizio. Un buon esempio di questa tipologia è senza dubbio il Shiun-zan Jizō -ji, nei dintorni della città di Chichibu (prefettura di Saitama), circa a due ore di treno da Tokyo. La traduzione più diffusa del nome del tempio è “Tempio di Jizō della Montagna della Nuvola Purpurea”, più frequentemente abbreviato in Tempio della Nuvola Purpurea, e possiede una piccola filiale a Tokyo.

Per raggiungere il tempio dalla stazione di Chichibu si prende un bus locale, e dopo circa 40 minuti di viaggio si scende nei pressi di una strada secondaria, tra i campi e le montagne, non immediatamente riconoscibile. Si nota poi il cartello che indica la direzione da seguire per il tempio, e si inizia così un cammino in salita tra i boschi della bassa montagna. Il cammino prosegue mano a mano che le abitazioni private si diradano, e iniziano a comparire le prime costruzioni di carattere religioso. Il percorso è completamente immerso nel silenzio, fatto salvo per le sporadiche macchine che salgono o scendono per la montagna. Dopo circa 20-30 minuti di cammino, la strada all’improvviso si apre in una vallata la cui vista, al di la di ogni valutazione a posteriori, toglie il fiato: ci si trova infatti all’improvviso circondati da pendii completamente chiazzati di rosso, il rosso dei bavaglini delle innumerevoli statue di Jizō che si schierano senza sosta su tutta la superficie delle vallate.

Lo spettacolo è unico nel suo genere, ed è accompagnato dall’atmosfera assolutamente silenziosa che ha dominato l’area dall’inizio del cammino. Diversamente dalla maggioranza delle istituzioni buddhiste, che hanno un edificio prominente e impressionante a livello architettonico, e che rappresenta il centro stesso dell’istituzione, in questo luogo il corpo del tempio è assolutamente secondario, costituito da un edificio di fattura moderna, che scompare nello sfondo della collina. Prevale indubbiamente l’immagine del cimitero, il che inverte le proporzioni classiche dei templi buddhisti. Infatti, se in molte istituzioni buddhiste è presente un cimitero nell’area posteriore al tempio (come nel caso dell’Hasedera), il Shiun-zan Jizō -ji si presenta immediatamente come un cimitero, mentre la struttura del tempio in sé figura come una sorta di ufficio. Sarebbe quindi più corretto chiamarlo bochi, l’appellativo giapponese per i cimiteri o i parchi memoriali.

A questo punto ci si può incamminare verso qualsiasi pendio, e ci si può perdere tra le schiere di piccoli Jizō, ognuno dei quali reca un’incisione alla base (che identifica il donatore, e il mizuko) con la provenienza, fiori e girandole colorate, e diversi giocattoli. È importante sottolineare che ogni statua ha i propri giochi personali, diversi da quelli delle statue vicine; in alcuni casi vengono donati anche piccoli maglioncini e lavori a maglia di varia natura. Infine, vengono posti loro accanto vari fiori. Le statue non si differenziano l’una dall’altra se non per piccoli dettagli aggiunti a posteriori dai fedeli. L’immagine rappresenta un Jizō con la tonsura da monaco che indossa la lunga tonaca buddhista. Gli occhi sono quasi completamente chiusi, in una maniera comune a molte statue buddhiste, che indica uno stato meditativo e di pace che assorbe completamente la figura. Tutte queste caratteristiche identificano chiaramente la statua come l’immagine di un monaco sulla via dell’illuminazione. Allo stesso tempo, tuttavia, emerge un altro elemento: le figure sono minute, nella dimensione di un bambino. Anche la loro espressione, accanto all’idea della tranquillità meditativa, può sottolineare la perfetta innocenza di un bambino. E anche la testa completamente rasata può ricordare l’immagine di un neonato (come abbiamo visto nelle parti precedenti). Come abbiamo anticipato prima, infatti, la figura di Jizō tende ad incorporare allo stesso tempo il ruolo di monaco e quello di bambino.

L’effetto doppio dell’immagine di monaco e bambino è molto importante, perché rappresenta due realtà allo stesso tempo;

A Jizō image can do double service. On the one hand, it can represent the soul of the mizuko […] for parents who are doing rites of apology to it. At the same time, however, the Jizō is also the one to whom can be made an appeal or prayer to guide the child or fetus through the realm of departed souls.4

Jizō è una figura notevole proprio perché è una rappresentazione sia del bambino defunto sia della figura salvifica che dovrebbe prendersi cura delle sua anima nel suo viaggio nell’aldilà.

Un’altra cosa colpisce la sensibilità di uno straniero: le visite a questo luogo (e ad altri affini) non sono limitate ai soli adulti. Si possono infatti trovare spesso diversi bambini che accompagnano i parenti o i genitori e li aiutano a mettere i fiori accanto alle tombe, o a sistemare i giocattoli ecc.. Al tempio esiste anche una piccola area giochi dove i bambini possono divertirsi e giocare insieme. Questo ci porta a notare il tipo di umore relativamente sereno e gioioso che solitamente accompagna le visite delle famiglie a questo luogo. In effetti non c’è nulla nell’atmosfera che lo renda lugubre. I bavaglini rossi, le girandole colorate, i giocattoli, tutti questi elementi forniscono una leggerezza di sensazioni che probabilmente è completamente sconosciuta nei cimiteri Europei o Americani. In tutti questi dettagli c’è una gentile giocosità, quasi frivolezza, che ci riporta alla nozione di Jizō che, come salvatore, ama giocare con le anime dei bambini.

I visitatori non giapponesi potrebbero avvertire una sensazione di qualcosa di kitch, o quantomeno di inappropriato, per un luogo dedicato alla commemorazione dei morti. Osservando tuttavia i visitatori giapponesi aggirarsi per i pendii, la sensazione si modifica del tutto. Il senso di inappropriato emerge perché due elementi che nella cultura definita occidentale sono solitamente separati, sono qui fusi insieme; si tratta del cimitero e dell’asilo. Tuttavia questi templi non sono dedicati alla commemorazione di adulti ma di bambini, bambini che benché defunti, non sono considerati perduti per sempre; di conseguenza, l’atteggiamento giocoso non è considerato inappropriato. Questi cimiteri costituiscono la rappresentazione concreta dell’immaginazione umana diretta verso esseri che, benché non più nel mondo dei vivi, sono continuamente presente nei ricordi e nelle proiezioni dei credenti. Per quanto la leggerezza/frivolezza non sia del tutto assente dai cimiteri occidentali (basti pensare alle inscrizioni delle lapidi, o ai decori di diverse strutture tombali), ciò che rafforza la tendenza giapponese a rendere i cimiteri di Jizō luoghi di leggerezza e giocosità è la sensazione che nell’aldilà i bambini defunti sono desiderosi di godere dei momenti di gioia con i membri della famiglia viventi. Questo paradossalmente si ricollega ad un’immagine dei mizuko come figure tristi e solitarie, che attendono nell’aldilà un contatto con la propria famiglia, con la costante paura di essere dimenticati e abbandonati al proprio destino. La comunicazione promozionale dello Shiun-zan Jizō -ji rafforza questa visione: si cerca di rendere chiaro il più possibile, infatti che le anime dei bambini nel mondo dei defunti sono in uno stato di quasi costante tristezza, e che solo le visite dei familiari possono mitigare questa solitudine, e sono pertanto estremamente apprezzate. L’esperienza in questo cimitero è quindi modellata sul concetto di riunione anziché di separazione, e di conseguenza è consigliabile in tali occasioni mostrare gioia e allegria anziché tristezza.

L’attenzione amorevole verso il defunto è mostrata attraverso la pulizia dell’immagine con l’acqua, l’aggiunta di nuovi fiori freschi, e il regalo occasionale di nuovi giocattoli o indumenti, di solito accompagnati dalla recitazione di semplici preghiere. L’insieme di queste attività è accompagnato dal senso di una comunicazione attiva, quantomeno a livello emotivo, tra i due mondi.

Osorezan

Il monte Osore, o Osorezan (“monte del terrore”) rappresenta senza dubbio uno dei panorami religiosi più interessanti e studiati del Giappone contemporaneo. Situato nella area nord della prefettura di Aomori, nella penisola di Shimokita (Giappone Nord-orientale, Tohoku) è stato oggetto nel corso dell’ultimo secolo di una riscoperta da parte dei media, degli studiosi di folklore e della popolazione giapponese stessa. La sua stessa collocazione geografica e la sua geologia concorrono a fornirgli l’atmosfera di luogo misterioso e dallo strano potere: si tratta infatti di un vulcano spento, e il panorama che domina, tra il grigio e il giallo sulfureo, sembra perfetto per raffigurare i mondi dopo la morte: percorrere le varie zone del monte equivale ad attraversare diversi mondi nell’altra dimensione. Ai piedi del vulcano giace un lago dall’acqua cristallina, l’Usoriko, dove non è possibile alcuna forma di vita, e accanto ad esso sorge un complesso buddhista dedicato a Jizō, il Bodai-ji (inizialmente afferente alla setta Tendai, ora di denominazione Soto Zen) che si occupa della gestione dell’area e che due volte l’anno (in luglio e in ottobre) organizza una grande celebrazione in onore di Jizō che porta al monte turisti da tutti il paese. Come menzionato sopra, il monte nel suo insieme è una sorta di immagine in terra del destino postumo; il percorso inizia appena fuori dalle porte del tempio, con un piccolo ponte di un rosso vivo, che rappresenta simbolicamente il confine tra i due monti, e che solo le anime pure possono attraversare. Le anime impure, o malvage si accalcano a ridosso di questo ponte, e solo grazie alla purificazione rituale, operata dai monaci buddhisti, viene permesso loro di attraversare il ponte, e di entrare definitivamente nell’aldilà. Superato l’ingresso del tempio, si percorre una strada lastricata, che conduce all’edificio centrale, circondata da lanterne e toba5, oltre a diverse statue di Jizō, ad entrambi i lati del percorso. Una volta giunti al tempio vero e proprio, prendendo il percorso sterrato sulla sinistra, inizia il vero e proprio cammino attraverso le varie lande dell’inferno. Ciò che tuttavia colpisce lo sguardo con maggior forza è la macchia di colore rosa e rosso che si stende sul grigio sulfureo dei pendii infernali; si tratta di innumerevoli girandole, collocate quasi ovunque lungo il cammino, offerte dai viaggiatori e dei credenti per commemorare i morti. Queste girandole tuttavia, sono prevalentemente dedicate ai mizuko kuyō, e il rituale viene qui a inserirsi nella più ampia rappresentazione dell’aldilà: ad un certo punto del percorso infatti ci si ritrova ad osservare un gran numero di mucchi di pietre e sassi, disseminati senza ordine apparente lungo il cammino. Il viaggiatore però capisce immediatamente: sta attraversando il Sainokawara, l’aldilà dedicato ai bambini morti prima dei sette anni di età. La leggenda, come abbiamo visto all’inizio, è profondamente triste, poiché in passato si riteneva che i bambini morti in questa fascia di età non avessero ancora accumulato sufficienti buone azioni da poter accedere al paradiso, o ad una nuova rinascita. Devono pertanto ammucchiare queste pietre per creare uno stupa, che sia alto quanto la loro altezza, così da raggiungere le rinascite; tuttavia, arrivano i demoni che distruggono tutto il lavoro dei bambini, che sono così costretti a ricominciare da capo. I mucchietti di sassi che si notano sul percorso sono quindi quelli che i genitori si impegnano a costruire per proteggere e aiutare il proprio bambino nell’aldilà, ed è estremamente importante che i viaggiatori e i fedeli non danneggino o distruggano questi cumuli, altrimenti si rischia una punizione divina. Spesso accanto a questi piccoli cumuli si possono notare delle piccole statuette di Jizō, o delle monete, o ancora dei dolci. Le stesse offerte ritornano in altri luoghi del monte dedicati ai bambini, che nei periodi di festività vengono letteralmente ricoperti da queste offerte estremamente personali. Proprio appena superato il Sainokawara, ci si imbatte in uno di questi luoghi; scendendo qualche scalino, ci si trova fiancheggiati da due linee di statue di Jizō, sotto le quale vengono poste le offerte più disparate, e che nei periodi di particolare celebrazione vengono addobbate e vestite con bavaglini o cappelli. Superate queste schiere, ci si trova davanti ad uno stagno al cui centro si vede una statua di Jizō che tiene in mano un bambino; in questo luogo, durante le festività più importanti, si celebra un rituale per i mizuko, durante il quale viene dato ai partecipanti una striscia di carta con il nome del particolare mizuko, che viene poi buttata nello stagno; nel momento in cui questo foglio affonda, si ritiene che lo spirito abbia ottenuto la corretta celebrazione. La collocazione di questo stagno è praticamente di fronte alla spiaggia del paradiso, in un’atmosfera molto meno angosciosa rispetto a quella del Sainokawara in cui ci si imbatte in precedenza, e porta i viaggiatori verso un percorso di maggiore serenità che si conclude con il cammino sulla spiaggia e il ritorno verso l’uscita del tempio.

È evidente la differenza che intercorre tra le pratiche analizzate in precedenza e quanto si verifica in questa particolare località, proprio a partire dal carattere più occasionale del fenomeno. Il monte, e il tempio connesso, rimangono chiusi per metà anno, da novembre a maggio, e l’attività riprende solo quindi con l’arrivo della bella stagione. Per quanto non manchino turisti anche nei periodi immediatamente successivi alla riapertura, i momenti più attivi dal punto di vista delle attività religiose coincidono con le due celebrazioni di Luglio e Ottobre, in cui i fedeli e i curiosi si riuniscono da tutto il paese. Pertanto, le attività cultuali si concentrano prevalentemente in queste due finestre temporali, e vanno ad affiancarsi ad altre più ampie attività connesse con il culto degli antenati e con la commemorazione dei defunti. Rispetto quindi ai templi di vicinato, non è evidente la stessa costanza e ripetitività della pratica, e i mizuko kuyō sembrano delinearsi in questo luogo come effettivamente inseriti nel culto degli antenati in senso più ampio, pur mantenendo le tipicità di cui abbiamo parlato.

(continua)


Note

1. Tradizionalmente il termine si riferiva per estensione anche ai bambini nati morti, morti poco dopo la nascita o morti in tenera età. La particolare connessione con l'aborto è emersa intorno alla metà del secolo scorso.

2. Kannon 観音 è il corrispettivo giapponese dell’indiano Avalokiteśvara, bodhisattva della Grande Compassione, estremamente popolare e amato. È insieme a Jizō e Amida, una delle figure che ricorre più spesso nei luoghi destinati ai mizuko kuyō.

3. “Mizuko- Jizō. Kannon è una diinità buddista il cui incarico principale è quello di aiutare ad allevare bambini sani. Molte persone vengono e collocano piccole statue che rappresentano i loro bambini, così che Kannon possa vegliare su di loro. Più recentemente, i parenti hanno installato statue per i bambini abortiti o nati morti, affinchè Kannon li protegga. Sono chiamati Mizuko- Jizō, e all’Hasedera sono circa 50.000. Madri e padre visitano spesso questi Mizuko- Jizō per pregare per le anime dei bambini che hanno perso”. Citazione presente nel testo di Smith Bardwell L., Narratives of Sorrow and Dignity, New York, Oxford University Press 2013. Traduzione mia.

4. “Un’immagine di Jizō può svolgere una doppia funzione. Da una parte può rappresentare l’anima del mizuko [...] per i parenti che stanno eseguendo il rito per chiedere perdono. Allo stesso tempo, tuttavia, Jizō è anche colui al quale si fa appello o si rivolgono preghiere per guidare il bambino o il feto attraverso il regno dei defunti.”Smith, op.cit. pag., Traduzione mia.

5. Tavolette funerarie su cui si indica il nome di famiglia e il nome del defunto; sono visibili anche in diversi cimiteri, dietro le tombe di famiglia.