Luci al neon
Gutai a Osaka City

Scritto da Eleonora Bani -

Venendo in Giappone non sapevo cosa avrei trovato di nuovo sul movimento Gutai. Tanto è stato scritto negli ultimi anni, quando il gruppo di artisti giapponesi è stato ampiamente rivalutato e apprezzato dalla critica internazionale.

Il gruppo Gutai, 具体美術協会 (Gutai Bijutsu Kyōkai), si forma ad Ashiya nel 1954 attorno alla figura carismatica di Jirō Yoshihara (1905-1972)1, la cui personalità si delinea subito come quella di leader2. La rinnovata visione delle arti, all’insegna del motto “Fate ciò che non è mai stato fatto prima”, rende Gutai un precoce e curioso caso di arte che definiremmo a pieno titolo “contemporanea”. Fu grazie ad alcune figure chiave, tra le quali Shōzō Simamoto (1928-2013), Saburō Murakami (1925-1996), Akira Kanayama (1924-2006), Kazuo Shiraga (1924-2008), Atsuko Tanaka (1932-2005), che il Gutai divenne in breve tempo il ritratto dell’unificazione creativa dei generi artistici.Gutai fu un movimento originale, ma anche contradditorio, figlio del Giappone dicotomico del Secondo dopoguerra e ancora oggi vivente, come un riflesso, nelle opere degli artisti di ultima generazione. Fu la rivista “Gutai”

lo strumento per il lancio del gruppo sulla scena internazionale. Sebbene alla Martha Jackson Gallery di New York il movimento fu letto come una prosecuzione semplificata dell’Espressionismo Astratto e Tapié lo abbia interpretato come versione giapponese dell’Art Autreimpregnata di cultura Zen, Gutai inizia a godere di una propria autonomia in tempi recenti. Il carisma di questi artisti e la loro percezione dell’arte come attività libera da ogni vincolo “accademico” mi hanno da subito colpita e sono stati per me un’inesauribile fonte di ispirazione. Venire qui è stata una sorpresa, un arricchimento non quantificabile. La mia ricerca si costituisce di incontri, più o meno voluti, più o meno casuali. Ho scoperto qui e non avrei potuto scoprirlo altrove, che Gutai è tuttora una grande famiglia, molto lontana dal disgregarsi. Ciò che ancor ora anima questo movimento, solo apparentemente disciolto nel 1972 dopo la morte del fondatore, è un clima di familiarità e collaborazione tra critici, curatori museali, familiari di artisti e artisti stessi ancora in vita. Oltre il palcoscenico dell’arte, al di là dei riflettori e degli eventi internazionali, si può scoprire che un gruppo di artisti nasce innanzitutto da un contesto specifico. In questo caso è Ashiya, una città speciale nella regione unica del Kansai, in cui il tessuto sociale costruito da artisti ed intellettuali ha portato ad un fruttuoso clima culturale. Ashiya fu luogo di sperimentazione artistica sin dagli anni Trenta del Novecento. Non è un caso che Hanaya Kanbei, fotografo dell’Ashiya Camera Club, abbia collaborato durante le performance del gruppo3 e che “Kōga”, una delle riviste di fotografia d’avanguardia nipponica, sia l’anticipatrice della rivista “Gutai”.

Ampliando il nostro sguardo, ci accorgeremo che questa città si trova in una particolare area del Giappone, tra il carattere rurale delle prime capitali imperiali Nara e Kyoto e le moderne città fatte di grattacieli. Le attività dei membri Gutai si concentrano ad Osaka, un mix perfetto di strette vie tradizionali, antichi templi e quartieri dove è difficile districarsi per la sovrapposizione delle infrastrutture che creano, insieme ai nuovi palazzi, uno skyline confuso. Non ci sarebbe potuto essere posto migliore di questo per la nascita di un movimento così eccentrico e precursore di tante tendenze. Il Kansai, con il suo sonoro dialetto Kansai ben e le sue strade vivaci, ricche di insegne pubblicitarie, neon e palazzi dall’altezza vertiginosa già negli anni ’50, ben si addice ad un gruppo di giovani artisti, la cui arte si colloca agli antipodi del concetto occidentale di “tela” e pennello. Allora, camminando per le vie del quartiere Nanba di Osaka, illuminate e caotiche,

con i negozianti che urlano a squarciagola per vendere le specialità culinarie takoyaki ed okonomiyaki, appare più chiaro come mai Atsuko Tanaka abbia creato il suo Vestito Elettrico con delle lampadine dai colori fluorescenti

e lo abbia poi trasportato in versione bidimensionale all’interno di dipinti che emanano elettricità e movimento a intermittenza. Scultura, dipinto potenziale, abito, installazione e performance. Tutto questo è il Denki Fuku di Atsuko Tanaka, che lo ha ideato mentre stava seduta ad aspettare un treno alla stazione di Osaka, osservando le insegne pubblicitarie luminose e capziose di prodotti medicinali4.

Gli artisti Gutai, con la loro creatività senza limiti di spazio e tempo, ricercano in modo esasperato l’originalità contemporaneamente di artisti ed esseri umani, con un corpo individuale (kotai) e non collettivo e di massa (kokutai)5, nel clima di assoluto rinnovamento del Giappone del dopoguerra. Tuttavia, scavando sotto la superficie del completo cambiamento predicato da Yoshihara e dagli artisti Gutai, per la maggior parte Osakajin, cioè nati ad Osaka, si scoprono i sintomi di un attaccamento alla cultura giapponese tradizionale: i materiali, il legame con i matsuri e le lanterne, la pittura di Shiraga intesa come calligrafia non codificata, il sistema gerarchico istituito nel rapporto diretto tra allievo e maestro, il concetto di orizzontalità dell’opera, il ritorno ad un’arte senza confini che si riunisce nell’ideogramma(e), sino ad un progressivo rinnovamento del linguaggio e dei soggetti, che si legano alla nascente cultura pop e dei manga. (e) si adatta perfettamente all’arte Gutai6, i cui luoghi espositivi comprendono il parco pubblico, il palcoscenico, la rivista, rispetto al concetto di pittura絵画 (kai-ga). In senso figurato, Saburō Murakami aveva già oltrepassato i confini tra le arti, attraversando dei pannelli in carta durante la sua performance Passing through

Kazuo Shiraga aveva lottato metaforicamente contro l’accademismo, nella sua lotta nel fango Challenging mud, portando l’arte verso una dimensione terrena e materica

Mentre il termine kai-ga implica una serie di restrizioni, come l’uso del pennello e la bidimensionalità dell’opera, il concetto di e offre maggiori libertà di azione, comprendendo in sé molteplici varianti di sperimentazione. Il concetto di un’arte senza confini e senza gerarchie trova spiegazione nella storia artistica nipponica. Partendo dai sui albori, sino al periodo Heian ed Edo, non è mai avvenuta una distinzione tra “arti applicate” e “belle arti”. Gli oggetti decorati di uso quotidiano, infatti, avevano la stessa dignità artistica dei rotoli dipinti (kakemono ed emakimono), delle porte scorrevoli decorate(fusuma)e deiparaventi. Il Gutai, che aveva obiettivi di originalità e di internazionalizzazione, resta saldamente legato alla nazione di appartenenza, in modo del tutto naturale e continuo.

Questo contrasto, o legame inscindibile, diventa per me esplicito durante questo viaggio ad Osaka. Passando dalla strada che da Tennoji va verso Tezukayama, si percorre quella che in epoca Meiji era zona rurale, ma che si è gradualmente trasformata in una via di negozi e attività commerciali. Dopo un breve viaggio a bordo di un tram elettrico, superato un piccolo lago, arrivo ad una bellissima abitazione costruita in epoca Showa. Da dietro il cancello piuttosto alto, emerge il tipico tetto a spiovente delle case in stile giapponese. La casa è internamente costruita di legno e carta, così fragili ma accoglienti per chi si trova avvolto nel profumo e nel colore di questi due materiali. Ma proprio nel momento in cui solco l’uscio dell’abitazione, dopo aver tolto rispettosamente le scarpe, mi aspetta un sorprendente contrasto. Mentre la fisionomia della struttura si presenta classica, ciò che trovo dentro è di una modernità unica. Opere bianche e dalle forme non convenzionali, che emanano un’aura futuristica, di semplicità ed essenzialità metafisica, sono posizionate con cura alle pareti, sul soffitto, lungo i fusuma, tra una scrivania in legno e un vecchio paravento e sulla moquet verde maccha. È la casa di Imai Norio (1946-) uno degli artisti Gutai di ultima generazione con il quale ho avuto il piacere di parlare, in un’atmosfera familiare e tranquilla.

Quello che mi ha trasmesso questo incontro è l’energia delle sue parole, spese per ciò che è tutta la sua vita: l’arte. Lui stesso dichiara che Gutai è una filosofia, un modo di fare, prima di essere performance, installazione o prodotto finito. Questa filosofia, che lo accompagna quotidianamente nel suo lavoro, non morirà mai. La vedo infatti forte e trasparente ancora oggi, nei lavori di Imai sensei, che instancabilmente continua a produrre opere innovative. Alla base della ricerca di Imai c’è la volontà di cambiare forma alle opere. Rompere il concetto di una superficie rettangolare e fruibile da un'unica angolazione è stato ed è tuttora tema dominante nella sua produzione. Sperimentando dei nuovi formati ed utilizzando il meccanismo dei fori, Imai oltrepassa lo spazio della superficie unica e inviolabile dell’opera artistica nella sua integrità. La nostra piacevole chiacchierata viene interrotta dalla presenza silenziosa, ma squisitamente accogliente della signora Imai, che provvede a portarci del tè verde e dei dolcetti tradizionali. Misteriosamente scompare dietro uno shōji e l’atmosfera torna di nuovo estremamente concentrata. Parlare con Imai sensei della sua vita è a dir poco emozionante. Ho l’opportunità di osservare la sua figura, pacata ma assolutamente fiera di sé e del suo percorso unico. Ho la possibilità di condividere ricordi ed essere partecipe, anche se per pochi minuti, del suo passato. Come quando mi racconta che aveva solo sedici anni quando la curiosità per il gruppo Gutai lo ha portato a seguire le orme del fondatore Yoshihara. Con sincerità mi rivela che la sua visione dell’arte contemporanea è stata profondamente plasmata dall’attività del movimento. Con la saggezza di un uomo di settant’anni, che ha vissuto quando il Giappone era ferito e si è rialzato dopo il dramma della guerra, Imai ricorda come Gutai abbia avuto una vita di oltre diciotto anni. Una storia che ha visto crescere ed invecchiare i suoi membri, ognuno dei quali ha costantemente rinnovato il movimento, guardando al sogno di universalità del proprio linguaggio espressivo7.

Non potrò mai dimenticare questo incontro, così vivo ed inedito, ma da un sapore “senza tempo”.

Alzo il mio sguardo, rapito dalle opere di Imai e vedo la mia immagine riflessa nello specchio posto dietro la scrivania di sensei. Mi sento parte di questo mondo, sento che il movimento Gutai è vivo, qui ed ora, sempre ad Osaka.


Note

1 Il ruolo di capo gruppo e leader svolto da Yoshihara viene descritto in: Motonaga Sadamasa, "Gutai" to Yoshihara Jirō (Yoshihara Jirō= zen'ei seishin no kiseki (tokushū)), “Mizue”, No. 819, 06-1973, pp.45-49 [元永 定正,「具体」と吉原治良 (吉原治良=前衛精神の軌跡(特集))]

2 Shōichi Hirai, basandosi sul diario personale dell’artista Chiyū Uemae, sostiene che la formazione del gruppo si completa nell’agosto 1954. Cfr: Shōichi Hirai, Gutaitte nanda? What’s Gutai? Kessei 50-shūnen no zen'ei bijutsu gurupu 18-nen no kiroku, Hyōgo kenritsu bijutsukan, Bijutsu Shuppansha, Tokyo 2004, p.36 [平井章一、具体ってなんだ? What’s Gutai? 結成50周年の前衛美術グルプ18年の記録]

3 La collaborazione di Hanaya Kanbei con il gruppo viene esplicitata in: “Gurai VII”, 15 luglio 1957, Colophon

4 Intervista ad Atsuko Tanaka, in: Tanaka Atsuko mō hitotsu no Gutai, [田中敦子もうひとつの具] Ufer Art Documentary, 1998

5 Ming Tiampo, Gutai: decentering modernism, University Chicago Press, 2011, p.51

6 Ivi, pp.52-53

7 Interviste dell’autore a Imai Norio presso Cas (Contemporary Art and Spirits), Motomachi, Osaka, 18 novembre 2016 e presso la residenza dell’artista, Osaka, 29 novembre 2016