La poesia senza tempo di Li Qingzhao 李清照 (1081-1149)

Scritto da Simona Gallo -

Tra le voci femminili della tradizione lirica cinese spicca quella di Li Qingzhao 李清照 (1081-1149), considerata dalla critica una delle penne più raffinate della storia letteraria cinese, nonché la più talentuosa poetessa che l’impero abbia mai conosciuto. L’ammirazione nei suoi confronti, sorta quasi parallelamente alla sua creazione, si deve almeno a due fattori fondamentali. In prima istanza, a un formidabile talento letterario, testimoniato dal fatto che già all’epoca circolavano la sua raccolta di testi di poesia e prosa, dal titolo Li Yi’an ji李易安集 (Raccolta di scritti di Li Yi’an), assieme ad altre due antologie di testi poetici, lo Shuyu ci 漱玉词 (Canzoni di giada trasparente) e lo Yi’an ci 易安词 (Canzoni di Yi’an); ciò che si legge oggi di Li Qingzhao, tuttavia, non proviene da questi testi ormai perduti, bensì da antologie successive. In seconda istanza, la poetessa è stata nel tempo eletta a modello di virtù sociale, di sapore evidentemente classico, nell’erudizione, nell’eleganza estetica e di costumi.

Le origini di Li Qingzhao si collocano nella regione nord-orientale dello Shandong e nel periodo Song 宋 (907-1279) – e durante la transizione fra il dominio dei Song del Nord (Bei Song 北宋, 960-1127) e quello dei Song del Sud (Nan Song 南宋, 1227-1279) – caratterizzato da uno spirito di modernità e di splendore sociale e amministrativo, ma anche da una profonda riflessione sul rapporto con l’eredità culturale. Si tratta infatti di un’epoca che non si fa pienamente erede dell’apertura intellettuale e morale della dinastia Tang 唐 (618-907), bensì protende a una rinnovata razionalizzazione del sapere e delle strutture ideologiche. In quanto nipote di un cancelliere imperiale e figlia di un importante erudito di corte, Li Qingzhao ha il privilegio di ricevere una sofisticata formazione classica, chiave essenziale di accesso all’aristocrazia intellettuale dell’epoca. Giovanissima, va in sposa a Zhao Mingcheng 赵明诚 (1081-1129), fine uomo di lettere, stimato epigrafo e burocrate, discendente a sua volta da una famiglia di funzionari. Con lui condivide un vivace interesse per la letteratura e per l’arte, nonché per il collezionismo di oggetti d’antiquariato – come rivela il catalogo da loro curato (il Jinshi lu金石錄, Registro di iscrizioni su bronzi e pietre); pubblicata fra il 1119 e il 1125, quest’opera raccoglie e commenta circa duemila iscrizioni, anticipando così alcuni metodi per la ricerca archeologica. Il felice connubio con Zhao Mingcheng, con il quale trascorre venticinque armoniosi anni nella località di Qingzhou, nello Shandong, garantisce alla poetessa il consolidamento dell’alto lignaggio da cui proviene, ma anche la conquista di una posizione nell’élite intellettuale burocratica grazie alla straordinaria opportunità di approfondire lo studio e la pratica letteraria.

Tuttavia, l’idillio subisce una brusca interruzione 1127 a seguito di una serie di attacchi da parte dei Jürchen (anche noti come Nüzhen 女真, una popolazione nomade stanziata nel nord-est, sul bacino del fiume Sungari e lungo il corso medio e inferiore dello Heilongjiang 黑龙江) che riescono a sottomettere le regioni del Nord, governandole come dinastia Jin 金 (1115-1234).

Li Qingzhao è dunque costretta a fuggire dalla propria città, abbandonando la propria patria e rinunciando a una quantità notevole di libri e preziosi oggetti da collezione. Migra nelle regioni del sud, raggiungendo il marito, da poco trasferito in qualità di governatore distrettuale nella località di Huzhou 湖州, per spostarsi poi nei pressi di Nanchino. All’inesorabile rovina finanziaria segue la tragedia familiare: nel 1129 perde l’amato consorte, ammalatosi gravemente durante il viaggio, e rimane da sola sul delta del Fiume Azzurro.

Tale evento segna l’avvio di una fase di profondo sconforto e solitudine, come lei stessa scrive nella postfazione a un’edizione successiva del Jinshi lu, ma anche di un cambiamento nell’approccio alla scrittura letteraria. In linea generale, si tende a leggere un netto contrasto fra la produzione di questa seconda fase, probabile riflesso della mestizia vedovile e dell’invasione straniera, e quella coincidente i cinque lustri di serenità coniugale. Pur ammettendo che la componente autobiografica segni indelebilmente la sua poetica, risulta opportuno superare tale scissione convenzionale in favore di una concezione meno riduttiva della complessità del personaggio e della sua opera.

Muovendosi oltre le vicende esistenziali, un elemento di indubbio interesse che riguarda la figura di Li Qingzhao sta nel successo della sua carriera letteraria non vincolata alla consueta subordinazione a una figura maschile, pur sviluppatasi nell’alveo di un contesto storico-culturale poco incline a lasciare spazio all’educazione e all’espressione estetica delle donne. Oltre a ciò, è particolarmente rilevante il fatto che l’autrice sia riuscita a eccellere non soltanto nella creazione poetica, ma anche in un ambito tradizionalmente riservato alla penna maschile, ossia quello della teoria letteraria. Ci riferiamo, in particolare, allo Cilun 词论 (Discorso sulla poesia ci), un testo metaletterario piuttosto breve eppure denso, con cui si avvia la discussione critica sullo ci词. Emulando in maniera sperimentale una voce maschile, la grande poetessa descrive l’essenza della forma poetica, articolata in un proprio linguaggio, in una struttura narrativa e in peculiari attributi musicali di origine popolare – diversamente dal verso shi 诗, assai celebrato durante la dinastia Tang. Come evidenzia Anna Bujatti, traduttrice di poesie cinesi, nonché di Li Qingzhao:

“Illuminante è l’espressione cinese tian ci: “riempire un ci”, ossia comporre un ci facendolo corrispondere a uno schema dato.

In versi di varia lunghezza, ma soggetti a precise leggi prosodiche legate ai diversi “toni” dei monosillabi cinesi e disposti in strofe rigidamente fissate – rime comprese – per ogni schema metrico (riconoscibile dal titolo), il ci esige grande padronanza della musicalità e della ricchezza semantica della lingua attingendo, per maggiore varietà di ritmi e di espressioni, sia alla lingua letteraria sia alla lingua parlata”.

Un’ulteriore differenza fondamentale riguarda la natura dei topoi tipici dello ci, forma che meglio si presta ad esprimere sentimenti e che risulta meno appropriata a trattare di affari di stato. Con coraggio e, secondo alcuni, una certa arroganza, la poetessa critica aspramente coloro che compongono ci senza rispettarne le cifre distintive, contestando le scelte di autori del calibro di Su Shi 苏轼 e Ouyang Xiu 欧阳修. Li Qingzhao ascrive alla poesia ci una complessità compositiva fuori dal comune, derivata anche dagli standard molto elevati che lei stessa contribuisce a definire, nel tentativo di renderlo un genere meno popolare e più raffinato, da un punto di vista strutturale quanto contenutistico.

Dell’opera lirica di questa straordinaria scrittrice restano oggi una ventina di poesie shi e circa settanta ci, suddivisibili per tema, periodo e tono dominante nella composizione. Ciò che la colloca nella tradizione lirica dominante sviluppatasi in epoca Song è, fra le altre cose, l’attenzione all’uso delle parole, sia nella cesellatura fonologica e dunque alla sofisticazione musicale, sia nell’adozione di uno stile indiretto e suggestivo, anche attraverso l’uso di un raffinato simbolismo. Li Qingzhao attribuisce talvolta un significato inedito a immagini ormai consolidate nel repertorio tradizionale, quasi a rivendicare una propria autonomia autoriale e creativa nel dominio di uno spazio letterario eminentemente maschile. Un esempio è fornito dal riferimento al crisantemo, da emblema dell’“eremita” fra i fiori a icona di gioventù lontana e di bellezza ormai sbiadita. Ne leggiamo nello ci “Sull’aria Ebbrezza all’ombra dei fiori – La festa di Chaoyang” (Zui hua yang 醉花阴), di cui Anna Bujatti1 ci offre una resa italiana:

薄雾浓云愁永昼
瑞脑消金兽
佳节又重阳
玉枕纱厨
半夜凉初透

东篱把酒黄昏后
有暗香盈袖
莫道不消魂
帘卷西风
人比黄花瘦
Bruma leggera nebbia più densa angoscia interminabile
esala pungente fragranza il bruciaprofumi d’oro.
La Festa di Chaoyang è ritornata.
Sul cuscino di giada sotto il velo di garza
A mezzanotte passa un brivido autunnale.

Nel giardino orientale ho bevuto del vino al crepuscolo
e la veste ne serba un aroma leggero.
Non dite che l’animo non si senta mancare,
al vento di ponente che arrotola la tenda
sono più gracile di un crisantemo.

E ancora, nello ci intitolato Shengsheng man 声声漫, “Sull’aria Lenta modulazione”2, che recita:

寻寻觅觅
冷冷清清
凄凄惨惨戚戚
乍暖还寒时候
最难将息
三杯两盏淡酒
怎敌他晚来风急!
雁过也
正伤心
却是旧时相识

满地黄花堆积
憔悴损
如今有谁堪摘?
守着窗儿
独自怎生得黑!
梧桐更兼细雨
到黄昏
点点滴滴
这次第
怎一个愁字了得!
Cerco e ricerco
nella fredda limpida frescura
e smarrita e dolente mi smarrisco.
Nel tepore è rimasto un rigore invernale
difficile addolcirlo.
Con due o tre coppe di vino leggero
come affrontarlo?
Le oche selvatiche passano
il mio cuore è ferito
eppure un tempo mi sono state care.

Per terra i crisantemi si ammonticchiano
sciupati e pesti
chi oggi più li raccoglie?
Alla finestra, immobile
sola, come giungerò fino a notte?
Sulle sterculie cade pioggia minuta
nell’ora del crepuscolo stilla a goccia a goccia
Questo momento
come esprimerlo
in una parola: tristezza?

L’elegante e sapiente voce femminile rimane prodigiosamente uniforme nell’intero corpus di poesie; pur non ponendosi quale portavoce di genere, né prefiggendosi di parlare alle donne, è percepibile una sorta di desiderio di condivisione empatica della propria condizione. Ecco un altro merito della grande poetessa Li Qingzhao.


Note

1. Li Qingzhao. Come in sogno. Venti ci con testo cinese a fronte. A cura di Anna Bujatti. Libri Scheiwiller, Milano: 1996, p. 29. ↩︎

2. Li Qingzhao. Come in sogno, pp. 43-45.↩︎