L'influenza del teatro Kabuki sull'Ukiyo-e

Scritto da Paolo Linetti -

L'Ukiyo 浮世絵 è uno stile di vita e una nuova cultura che iniziò a delinearsi nel periodo Edo (1603-1868), sviluppando delle tematiche sempre più distintive col passare dei secoli.

Il termine Ukiyo nacque in seno alla classe borghese in contrapposizione al pensiero buddista che per primo utilizzò la parola omofona; ma Ukiyo, scritto con i kanji 憂き世 (mondo di sofferenza) indicava qui uno stato d'ascetismo che mirava all’atarassia e ad estraniarsi dai piaceri terreni, illusori e d'intralcio al raggiungimento dell’Illuminazione.

Il monaco Asai Ryōi (1612 - 1691) nel 1661, nel suo Ukiyo monogatari scherzosamente descriveva lo stile di vita dei suoi concittadini dediti ai piaceri temporanei: “il vivere momento per momento, godendo della vista dei fiori di ciliegio e delle foglie rosse degli aceri, della luna e della neve, cantare canzoni, bere sakè, consolarsi, dimenticandosi la realtà, non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell'acqua: questo io lo chiamo Ukiyo”.

La classe borghese con la stessa parola indicò un concetto opposto: se il mondo è sofferenza e la vita è effimera, imparando a godere dei piaceri e vivendoli appieno posso assaporare ogni singolo istante, sfuggendo alla sofferenza. I kanji indicavano ora un “Mondo fluttuante” che, in quanto effimero, invitava a lasciarsi trasportare dalla corrente della vita, come una zucca che, seppur preda di acque agitate, non si fa affondare, ma le asseconda, godendosi il lungo percorso.

Agli inizi del 1600 le nuove disposizioni dello Shogun Tokugawa Ieyasu costrinsero ogni signore feudale, Daimyō, ad avere un secondo palazzo a Edo (capitale amministrativa e nome dell'odierna Tokyo), con relativa corte e spostamenti molto onerosi fra le due sedi; la classe dei commercianti si ritrovò così ad avere nello stesso luogo ricche famiglie nobiliari e una città in forte espansione demografica in un periodo di prosperità.

La classe borghese, nel benessere e con nuove capacità finanziarie, iniziò a sviluppare l'esigenza di assorbire parte di quella cultura che era caratteristica elitaria della nobiltà, fino a produrne una propria: fra i casi più emblematici vi è il teatro Kabuki, che ebbe notevole influenza direttamente sul Mondo fluttuante e che si diffuse soprattutto nei quartieri di piacere, frequentati da artisti, oiran, geisha, poeti e ronin.

In origine il termine Kabuki, scritto con i kanji 歌舞伎 di arte del canto e della danza, richiamava il verbo katamuki-katabuku-kabuku che significa piegarsi, deviare, uscire dalla norma, trasgredire, comportarsi in modo inappropriato. Il termine si adattava alla diffusione di samurai rimasti senza padrone, ronin, individui ribelli e anticonformisti chiamati kabukimono, che si vestivano con abiti eccentrici, usavano tagli di capelli insoliti e spade eccessivamente decorate o con lunghezze fuori dall'ordinario, che si diffusero dalla fine del periodo Muromachi (1336-1573).

Il Kabuki ebbe subito un aspetto e tematiche popolari, più vivace del Nō che aveva invece un carattere aristocratico. Nel Nō vigeva l’essenzialità dei segni, nel Kabuki si accentuò da un lato il gesto ridondante, esagerato e dall'altro l'attenzione al dettaglio più delicato.

Il Kabuki nacque grazie a un danzatrice, Izumi no Okuni, che nel 1603 salì sul palcoscenico provvisorio di Nō a Kyoto vestita con un abito maschile, interpretando un kabukimono in visita a una cortigiana. Nelle sue interpretazioni donne dei bagni pubblici e delle case da tè, si accompagnavano a uomini con abiti femminili, creando un’atmosfera di sensualità, comicità, travestitismo. Nacque l'Onna-kabuki, Kabuki delle donne che però vide una degenerazione che sfociò anche nella prostituzione, fino a che nel 1629 venne proibito alle donne di esibirsi. Si diffusero allora gli spettacoli con giovinetti, ma anche questi furono proibiti nel 1652 per il medesimo motivo. La licenza fu poi concessa solo a due condizioni: taglio della frangetta (simbolo del fascino adolescenziale) e riconversione in un “teatro di rappresentazione”, volto a inscenare eventi o personaggi (monomane genzukushi) e non scene di danze sensuali.

Nacque così il teatro di soli maschi (yarokabuki) in cui gli uomini interpretavano anche i ruoli femminili.

Il testo teatrale era un canovaccio di massima su cui gli attori di volta in volta, secondo il proprio estro, costruivano lo spettacolo che ha perciò quel carattere di mutevolezza e di evento irripetibile tipico dell'Ukiyo (Mondo fluttuante).

I teatri stabili cittadini, diventarono, accanto ai quartieri di piacere, luoghi di divertimento, di cultura, di scambi sociali. Gli spettacoli Kabuki raramente avevano un mecenate, ma si sostenevano con il finanziamento di ogni singolo spettatore. Nacque quindi l'asigenza di produrre dei manifesti per promuovere al meglio la rappresentazione in essere.

La tecnica più veloce ed economica risultava essere la xilografia, tecnica di stampa con matrici lignee che, fino a quel momento, era prevalentemente usata nei monasteri, per la divulgazione dei testi buddisti.

L'esigenza di produrre un numero sempre maggiore di stampe, il successo del Kabuki tra la crescente borghesia, e la fama degli attori, protagonisti assoluti di molte stampe e veri idoli delle folle, portarono a una rapida evoluzione di questa tecnica. Il teatro Kabuki promosse e influenzò la storia delle xilografie.

In breve alcune scuole xilografiche si specializzarono nelle stampe teatrali e nei ritratti di attori come ad esempio la scuola Torii.

Le locandine teatrali iniziarono ad avere alcune caratteristiche funzionali, tratti marcati, scritte grandi e colori brillanti, atti a richiamare l'attenzione per essere visti anche dal basso e da lontano. L'importanza dell'attore in breve soverchiò il personaggio. Gli attori iniziarono ad essere delle vere e proprie star popolari. La cultura del Kabuki e, in senso più ampio, tutto il Mondo dell'Ukiyo-e era alimentata dal popolo e si rivolgeva preferibilmente ad esso.

Le xilografie iniziarono a raffigurare gli attori con un taglio a mezzo busto, anziché a figura intera, per meglio godere dell'espressività del proprio idolo del momento.

Comparvero anche pubblicazioni di critica sull'esibizione degli attori (yakusha hyobanki), inizialmente concentrate soprattutto sull’avvenenza fisica.

Il Kabuki esaltava il fascino dell'attore, evidenziandone carisma, movimento scenico, abilità tecnica e spettacolare, capacità mimetica e trasformistica.

Si dava grande risalto all’impatto visivo delle scene con sfondi complessi che si rifacevano ai colori piatti delle xilografie.

Contro di essi si stagliava l’attore che, con le sue movenze, assumeva pose statiche prolungate mie (見え), vere e proprie “istantanee” che, come indicava il nome, invitavano all'”osservazione” ed enfatizzavano il vigore e il carisma attoriale. Ogni istantanea pareva una xilografia vivente, fra il sollevarsi delle kakego-e 掛け声, le acclamazioni e grida di approvazione del pubblico. I pittori e incisori dell'Ukiyo-e ritraevano le mie dello spettacolo, in modo che durante la tournée queste stampe fossero già messe in vendita per i fan.

Danjuro Ichikawa I fu l'attore che riuscì a inventare un particolare tipo di trucco teatrale, il kumadori (隈取 “tracciare linee”), che riuscì a valorizzare l'espressività degli attori, con un dizionario iconico di colori e tratti che stigmatizzavano i ruoli dei personaggi. Massimo omaggio che un attore poteva fare a un ammiratore a fine spettacolo era il dono dell'oshiguma, impressione del proprio trucco su un panno; con esso l'attore trasferiva non solo il trucco, ma la perforance della serata, creando una sorta di reliquia laica.

Le vesti dei kabukimono, fonte di ispirazione primigenia, tracciarono la via verso vesti teatrali sempre più estrose, fulgide, abbondanti, con forme eccessive, gli hakama ad esempio divennero talmente lunghi da ostacolare il movimento.

La venerazione per gli attori fu un fenomeno crescente, fino ad essere considerato eccessivo, tanto che nell'austerità del periodo Tenpo (1830 -1844), fra le censure che colpirono le xilografie, ci fu anche il divieto di raffigurare ritratti di cortigiane e attori.

Le stampe che raffiguravano le stelle del Kabuki erano fra le più vendute, quindi gli artisti Ukiyo-e ricorsero a un sotterfugio, i Mitate 見立てる, una sorta di “allusioni”, “somiglianze”, in cui attori noti venivano nascosti sotto travestimenti: personaggi della letteratura o addirittura in burattini del teatro delle marionette Bunraku che mantenevano le fattezze dell'attore che era solito interpretare il medesimo ruolo nel Kabuki.

A seconda della compagnia teatrale, le storie note venivano rinnovate con variazioni della sceneggiatura e del finale. Apparvero quindi fra i popolari kusazoshi 草双紙, libri illustrati, i kurohon, libri neri che raffiguravano e narravano la nuova edizione teatrale e i loro interpreti.

Il proliferare delle compagnie teatrali e degli spettacoli contribuirono al diffondersi di vere e proprie scuole di xilografia in competizione fra loro per produrre opere via via più elaborate e spettacolari. Questa tecnica di stampa garantiva una grande produzione seriale a costi molto modesti, accessibili anche al ceto meno abbiente, ulteriore dettaglio che contribuiva ad aumentare la richiesta di acquisto e ad elevare la qualità editoriale.


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