L’illuminazione esiste solo nella dimensione dell’illusione

Scritto da Aldo Tollini -

Parlando di “illuminazione” il maestro zen Dōgen, nel capitolo "Yuibutsu yobutsu” (Solo un Buddha e con un Buddha) dello Shōbōgenzō fa una affermazione apparentemente sconcertante:

…l'illuminazione si basa soltanto direttamente sulla forza stessa dell'illuminazione. Si sappia che non esiste illusione, ma si sappia anche che non esiste illuminazione.

Questa affermazione ci induce a fare delle riflessioni su cosa sia il satori 悟りo “illuminazione” e se la Via dello Zen sia davvero, come si continua a ripetere, il mezzo per realizzarla. Si pensa e si scrive che lo scopo ultimo dello Zen sia quello di portare i praticanti, attraverso un percorso di pratica e di regole di comportamento alla realizzazione spirituale più elevata, alla saggezza, insomma all’illuminazione, chiamata anche realizzazione, o liberazione: realizzazione del proprio vero sé, o liberazione dai vincoli imposti dal proprio io illusorio.

L’affermazione di Dōgen, probabilmente il maggior maestro giapponese di questa scuola, quindi personaggio di grande autorevolezza, può, quindi, sorprendere quando afferma, come di fatto fa in varie occasioni, che una cosa come l’illuminazione non esiste, sebbene, però, spesso parli anche di “ottenimento dell’illuminazione” o di “perseguimento dell’illuminazione”.

Tuttavia, scrive anche:

Recentemente, in Cina, monaci stupidi dicono:" L'illuminazione della Via è il vero scopo". Dicendo così, vanamente si aspettano l'illuminazione. Tuttavia, ciò non è rischiarato dallo splendore dei Buddha e dei patriarchi. …
… Per esempio, riguardo all'espressione "ottenere l'illuminazione", si pensa normalmente che essa [prima] non c'era. Riguardo all'espressione "l'illuminazione è giunta", si pensa a dove mai fosse fino a quel momento. Riguardo all'espressione "diventare illuminati", si pensa che vi sia un inizio all'illuminazione. Sebbene non si possa dire così e le cose non stiano così…
Daigo1

Da questo testo capiamo che la concezione di Dōgen dell’illuminazione non è quella largamente corrente secondo cui per mezzo di lunghi periodi di pratica, di sacrifici e di una condotta ineccepibile, si “ottiene” qualche cosa che normalmente è lontana dalla quotidianità, trascendente, invisibile e sconosciuta: l’illuminazione. Talché, una volta ottenuta diventa cosa propria e può essere usata secondo la propria volontà e inclinazione: questa visione dell’illuminazione non è l’insegnamento del vero Buddhismo. Infatti, chi pretende di ottenere l'illuminazione opera una discriminazione intellettuale e divide la realtà in illuminazione e illusione, in nirvāṇa e saṃsāra, in bene e male, in virtù e peccato, cioè in coppie di opposti. Questa visione manichea della realtà è fittizia e fuorviante poiché la realtà è una sola e non suddivisibile dualisticamente in bene e male, in illusione e illuminazione. Ciò è frutto della mente umana discriminante: nasce dall’illusione dell’essere ordinario, ma non rispecchia la realtà delle cose. Come potrebbero le persone ordinarie interpretare correttamente la realtà e la sua natura? Per questo nel Wùxìnglùn (“Trattato della natura dell’illuminazione”) attribuito a Bodhidharma si dice:

Nello stato di illusione, esiste il Buddha ed esiste il Dharma, ma nello stato di illuminazione, non c’è Buddha e non c’è Dharma.2

E quindi neppure una cosa che possa essere identificata con l’illuminazione!

Chi pensa che per ottenere la buddhità debba abbattere il muro della realtà che percepisce come saṃsāra e attendersi la manifestazione di una realtà diversa e meravigliosa, sconosciuta e nuova, sbaglia. Costoro falsamente …

… pensano che dopo aver abbattuto il mondo delle dieci direzioni che percepiscono attualmente si manifesterà finalmente la natura-del-Dharma e falsamente credono che questa natura-del-Dharma non siano tutti i fenomeni che si manifestano ora.
Hosshô

Nella concezione di Dōgen, questa stessa misera terra che calpestiamo ogni giorno è la terra della buddhità, e non vi è altra terra che questa. Questa stessa realtà in cui vivono gli esseri ordinari, è anche quella dei buddha e dei bodhisattva.

Perciò, proprio il luogo di questo momento è la natura-del-Dharma. La natura-del-Dharma è proprio il luogo di questo momento. Indossare i vestiti e mangiare il riso è indossare i vestiti e mangiare il riso della natura-del-Dharma e del samādhi. Si realizza la natura-del-Dharma dei vestiti e si realizza la natura-del-Dharma del riso.
Hosshô

Perciò, la mente che realizza la buddhità è una mente che vive il presente e fa di ogni momento la mente del Buddha. Ma questa mente non è la mente degli esseri ordinari poiché il Buddha-Dharma non è conoscibile da parte delle persone [ordinarie]("Yuibutsu yobutsu"), ma solo da parte dei buddha e con i buddha. La buddhità è solo dei buddha e non è accessibile alle persone ordinarie e queste non possono diventare dei buddha, poiché buddha non si diventa, si è. La buddhità non è la meta di un processo, non è un divenire, ma è uno stato, non è acquisibile, ma solo attuabile. Se una persona ordinaria "ottiene" la buddhità è perché essa era già un buddha, quindi non acquisisce nulla di nuovo, ma attua la propria natura. Per questo, l'illuminazione si attua solo per la forza stessa dell'illuminazione, non in seguito allo sforzo delle persone che praticano. Quindi si dice:

L'illuminazione si basa soltanto direttamente sulla forza stessa dell'illuminazione. Si sappia che non esiste illusione, ma si sappia anche che non esiste illuminazione.

Allora, l'espressione "ottenere l'illuminazione" non ha più nessun significato poiché si comprende che non c'è nulla da ottenere e da raggiungere, e si capisce che qualunque direzione si prenda è una direzione nell'illuminazione, o nella terra della natura-di-buddha. Per questo il Tathāgata ha detto:

Io con la perfetta illuminazione non ho ottenuto davvero nulla.3

Anche la natura-di-buddha che nel Sūtra del Loto viene presentata come una latente potenzialità insita in tutti gli esseri senzienti, viene letta da Dōgen come una identità tra gli esseri senzienti e la natura-di-buddha, in questo modo insegnandoci che gli esseri senzienti non “hanno” la natura-di-buddha, ma “sono” la natura-di-buddha, e che questa è di già pienamente operante. Tuttavia, attende di essere attuata, manifestata, resa concreta nella vita quotidiana di ciascuno, attraverso la pratica e la condotta.

Se volete ottenere la cosa così com'è,4 allora dovete essere persone di questa cosa così com'è.
Inmo

Cioè, se volete essere l’illuminazione, allora dovete essere persone dell’illuminazione, quindi comportarvi come illuminati. Tutta la realtà, così com'è è manifestazione continua e instancabile del Dharma, e con la pratica non si raggiunge, né si aggiunge nulla! poiché l'illuminazione non è qualcosa di ottenibile, né di raggiungibile e nessun mezzo vi ci può portare. Illuminazione non è ottenere e raggiungere uno stadio diverso e separato dalla realtà comune. Non è ottenere o raggiungere in nessun senso, semmai è essere. L'illuminazione è essere illuminati, attuare in sè l'illuminazione che è l'illuminazione di tutto l'universo contemporaneamente e fin dall'inizio. Dōgen ci dice che l’illuminazione non è ottenibile poiché gli esseri senzienti sono già natura-di-buddha, sono già illuminazione, e quindi, come si può ottenere qualcosa che si è già?

In quest’ottica, anche la pratica assume un senso particolare: non è più un mezzo per giungere all’illuminazione, ma piuttosto per scoprire che l’illuminazione è sempre stata presente fin dall’inizio. In altre parole, non è strumentale, ma è il modo per prendere coscienza della natura della realtà e di se stessi.

Su queste premesse, si può comprendere l’affermazione: non esiste illusione, ma si sappia anche che non esiste illuminazione. Il senso è che non esiste una cosa definibile come “illuminazione” - e neppure una “cosa” definibile come “illusione” – a se stanti e separate. Stati particolari fuori della quotidianità, contrapposti e mutualmente esclusivi. Non è questo che il Buddhismo insegna. Si deve stare molto attenti a distinguere gli “abili mezzi” hōben 方便, verità relative e incomplete dette a fin di bene, con la verità assoluta. La prima si rivolge alle persone ordinarie incapaci di afferrare la verità ultima e viene usata per sospingere gli esseri immersi nell’illusione a intraprendere il percorso della Via. La verità assoluta o ultima è, invece la parola dei buddha, degli illuminati e spiega la loro visione della realtà, una dimensione in cui non esiste altro che illuminazione, ma non essendovi alcuna alternativa, anch’essa non esiste, poiché l’esistenza si spiega solo con la contrapposizione con l’opposto. Se esiste l’illusione, allora esiste anche il suo opposto, l’illuminazione, e viceversa, ma se tutto è solo e sempre illuminazione, allora né l’uno né l’altro esistono.

Pur tuttavia, nonostante che gli esseri senzienti siano immersi nella dimensione dell’illuminazione, non la vedono, non la riconoscono, non ne sono coscienti, come ciechi che brancolano nel buio, cioè:

Sebbene questo Dharma sia intrinsecamente presente in modo abbondante in ogni persona, non viene alla luce finché non si pratica e se non ci si illumina non si ottiene.
Bendōwa

In definitiva, l’illuminazione è e non è, esiste nella dimensione ordinaria, ma non nella dimensione dei buddha. Si manifesta per mezzo della pratica, ma nel momento in cui si realizza, non è più…

Nel già citato Wùxìnglùn si dice:

Riguardo a coloro che dicono di usare la mente per cercare la Via, si dice che tutti costoro hanno una falsa visione. Nello stato di illusione, esiste il Buddha ed esiste il Dharma, ma nello stato di illuminazione, non c’è Buddha e non c’è Dharma. 

Note

1. Dopo le citazioni, tra parentesi, i capitoli dello Shōbōgenzō di riferimento. ↩︎

2. A.Tollini, Alla ricerca della mente. Testi del buddhismo chán cinese di epoca Tang, Ubaldini, Roma, 2021, p.181. ↩︎

3. Keitoku denkōroku, S.A.T. Daizōkyō, Vol. 51, al sito: https://21dzk.l.u-tokyo.ac.jp/SAT/satdb2015.php ↩︎

4. Cioè: l'essenza della realtà. ↩︎