Kusari-Dō
La Via Guerriera della Catena

Scritto da Christian Russo www.yoshinryu.com - www.facebook.com/kusarido/ -

I lettori di Pagine Zen, appassionati cultori del Giappone e spesso delle tradizionali arti marziali Budō/Bujutsu, avranno probabilmente familiarità con alcune tra le più diffuse armi classiche nipponiche: la katana, il lungo arco yumi, le lame e stiletti da lancio noti come shuriken, o l’arma inastata corrispondente al nostro falcione, la naginata.

Oltrechè alle arti marziali, la “fama” di queste armi in Occidente è stata resa possibile grazie all’iconografia silografica, alla letteratura, alle esposizioni artistiche, ai manga, agli anime e alla cinematografia. Meno di frequente si sarà incontrata un’altra piccola arma “nascosta”, il kusari (*Anche nota come kusarifundō, manrikigusari, sodegusari, tamagusari, ecc.) – una corta catena appesantita alle estremità.

Pratico e insegno arti marziali nella città in cui vivo - Torino, ed il kusari, tra le diverse armi presenti nel percorso proposto dalla mia Scuola, la Yoshin Ryu, mi ha affascinato profondamente per la varietà in termini di tecnica e per il mistero che l’attorniava. Un mistero che mi ha spinto a cercare di capire, a leggere libri nelle lingue disponibili; un mistero che mi ha portato in Giappone - a Ōgaki, a Odawara, a Tōkyō, inseguendo tracce. Ogni volta ho portato a casa un tassello, da approfondire con lo studio e con la pratica.

Non è uno strumento semplice, il kusari. Come e forse più delle altre armi tradizionali enfatizza le potenzialità del praticante, quelle naturali, quelle da plasmare - e ne sottolinea i difetti. Non stupisce che da arma si sia trasformata nel tempo in amuleto di quella meditazione attiva che chiamiamo arti marziali.

Ho deciso di raccogliere gli appunti - di viaggio, di pratica e ricerca - che negli anni ho collezionato in merito a quest’arma, in un libro che ho intitolato “Kusari-Dō. Sulla Via Guerriera della Catena”, uscito lo scorso aprile.

Il libro prosegue idealmente il cammino che ho iniziato con il libro sulla Corda da Cattura “Hojōjutsu”, disciplina che è in qualche modo intimamente collegata all’Arte della Catena.

Il kusari è ritenuta un’arma ausiliaria dell’antico jūjutsu: di fatto con la catena ed i pesi è possibile eseguire e potenziare un’ampia gamma di tecniche presenti nelle antiche arti marziali a mani nude: percussioni, pressioni, prese e leve articolari.

Le origini dell’arma non sono chiare, la ristretta storiografia che le ruota attorno ha dei connotati agiografici, come è comune per argomenti analoghi nel Giappone antico: su alcuni documenti di tardo periodo Edo viene narrata la storia e le gesta di Masaki Dannoshin Toshimitsu, un samurai del feudo di Mino-Ōgaki il quale, nel compiere il proprio lavoro a guardia del portale Ōtemon del castello shogunale di Edo, avrebbe ricevuto in sogno il kusari dalla dea Marishiten manifestatasi in Akiba Gongen, una sorta di tengu (demone-corvo) della tradizione religiosa e folklorica sino-giapponese.

Più realisticamente, il corto kusarifundō è nato dall’adattamento di una lunga catena di periodo precedente, il konpi, utilizzata sovente in abbinamento ad un falcetto (kusari-gama), e di cui Masaki era esperto, e ancora se ne rinvengono “antenati” nella Cina continentale e a Okinawa.

Certamente il kusari è un’arma minore nell’ambito di un ipotetico armamentario giapponese classico, ma uno dei motivi per cui la sua storia non è stata riportata interamente, ritengo risieda non solo nella rarità ma nella natura stessa dello strumento: la segretezza.

In una forma grezza di categorizzazione le kusaribuki (armi con catena) più piccole sarebbero infatti da annoverare fra le cosiddette kakushibuki: quell’insieme di piccole armi da celare nelle vesti o nelle mani, o ancora dissimulate all’interno di oggetti d’uso comune, atte a svolgere una funzione di difesa o di attacco in maniera improvvisa, non enunciata, talvolta in veri e propri agguati. Sotto quest’ottica il kusari dichiara la propria appartenenza ad una sorta di guerra individuale non ortodossa, asimmetrica, ove cioè per mezzo di segretezza e indecifrabilità un individuo e un’arma apparentemente deboli, piccoli e dimessi si contrappongono a un’arma o a un individuo dalla forza diametralmente sovrastante. La gloriosa katana è l’esercito, l’umile catena l’intelligence.

E non è un caso forse che i maggiori esperti dell’utilizzo di questo strumento siano stati agenti di polizia, appartenenti ai servizi segreti e guardie del corpo: persone la cui mansione era stata di proteggere un luogo o un’importante personalità, senza ostentare le risorse di cui disponevano.

Sotto questa prospettiva, l’esistenza di tali tipologie di armi non è certo prerogativa esclusivamente giapponese: anche la storia ‘occidentale’ ed i nostri musei sono ricchi di lame e spunzoni contenuti in oggetti come pipe, specchi, bastoni da passeggio, orologi e persino crocifissi, da ben prima che la moderna cinematografia li rendesse celebri, a partire dai film di James Bond o di Sherlock Holmes.

Mater artium necessitas (“La necessità è la madre delle Arti”) - sostenevano i Latini: queste armi occultate nacquero dall’intelletto di persone sprovviste di grandi ricchezze, talvolta in seno alla criminalità, o in occasione di particolari condizioni storiche. Ciò è  valso anche in Giappone, se sappiamo peraltro che molti dei livelli più bassi dei torimono - polizia e censori di epoca Edo, erano assoldati tra le fila della gente comune e persino degli ex-criminali.

La natura così peculiare di questi strumenti suggerisce le chiavi per la loro neutralizzazione in combattimento: conoscerne l’esistenza, le caratteristiche, la collocazione e le tecniche di utilizzo. Conseguentemente la segretezza diviene, per l’esperto nell’arte della catena, voto assoluto, inviolabile - pena certa in caso di infrazione del voto: l’intervento divino con conseguente sciagura per l’eternità.

Nel ricercare le origini del kusari mi sono imbattuto sovente in concetti complessi e ambigui ma estremamente interessanti, come l’invenzione e reinterpretazione delle tradizioni, la ricostruzione di strumenti e discipline andate perdute - e della segretezza e standardizzazione come forme di preservazione della proprietà intellettuale. Questi temi riguardano l’Arte della Catena come moltissime tradizioni marziali, e arricchiscono il dibattito sulla storia e sul folklore.

Un abbinamento che nell’immaginario collettivo è stato fatto sin dal periodo Edo è kusari-ninja. L’arma infatti ben si presta ad un utilizzo occulto e silenzioso, in difesa o in attacco, ed esistono alcune leggende che mettono in connessione la Catena e le spie del periodo feudale nipponico, come la seguente:

Akutagawa Kuroemon, un ninja di Kōka al servizio del Signore Toda trasferitosi a Shinano, nel feudo Shinshu-Matsumoto, inventò una pozione segreta che rendeva il suo corpo trasparente.

Nel terzo anno dell’era Tenmei (1783), nel corso dei disordini chiamati “Rivolta di Ninomaru”, Chino Sadaaki (o Hyōgo), un rivale politico di Suwa Yoriho, a seguito di uno stratagemma di quest’ultimo, venne incarcerato.

Akutagawa, per ordine del Signore Mitsukazu Matsudaira, si rese invisibile con la propria pozione, si intrufolò nella prigione e, dopo averla fatta bere anche a Chino, si dileguarono insieme.

Le sentinelle, resesi conto della “scomparsa” del prigioniero, diedero l’allarme ed un brulicare di soldati accorse fiancheggiando le mura della prigione. Più soldati accorrevano e più Akutagawa ne abbatteva con il suo tamagusari. Dal momento che nessuno poteva vederlo, sembrava che la catena volteggiasse nell’aria, impegnando da sola - ma furiosamente - la battaglia.

Come molte altre armi giapponesi, la fattura della catena e dei pesi doveva rispettare dei canoni legati al suo utilizzo, ma non potevano mancare riferimenti esoterici nelle proporzioni, nelle forme, nel numero degli anelli e nelle dimensioni: elementi che andavano ad aggiungere un potere “spirituale” (e placebo?) alla versatilità del kusari.

Un’arma enigmatica il kusari, che proviene da un periodo estremamente fervido da un punto di vista culturale e religioso, ma anche ammantato da brutalità e leggende. Leggendo Kusari-Dō è possibile avventurarsi, per pochi affascinanti passi, lungo la Via della Catena.