Kokeshi: Il Tōhoku fra tradizione e design

Recensione di Anna Lisa Somma www.bibliotecagiapponese.it -

Lo sguardo aperto e ridente, le palpebre abbassate; le labbra che accennano un sorriso, velate dalla malinconia, chiuse a serrare parole di legno; l’espressione giocosa, criptica, quasi nostalgica; i corpi squadrati e severi, accarezzati dai colori, sgargianti… Innumerevoli sono le variazioni dei kokeshi, innumerevoli le ragioni per le quali sono popolari ormai in tutto il mondo. Merito della loro bellezza austera, talvolta quasi ruvida? O dell’essenzialità apparentemente bambinesca delle loro forme?

Il volume Kokeshi. Il Tōhoku fra tradizione e design — che prende le mosse da un’omonima mostra tenutasi al Mudec-Museo delle Culture di Milano nel 2019 —intende sollecitare risposte plurime, articolate, fondate, offrendo finalmente al pubblico italiano delle coordinate (storiche, geografiche, artistiche, antropologiche…) per meglio contestualizzare questi manufatti all’interno della cultura nipponica.

Non si tratta, infatti, di meri giocattoli, souvenir, curiosi oggetti di arredamento, quanto, piuttosto, di custodi di sapienza manuale e tradizioni tramandate di generazione in generazione.

Affermatisi a partire dal XIX secolo nel Tōhoku, non di rado in corrispondenza delle stazioni termali, con il trascorrere degli anni i kokeshi hanno goduto sempre maggiore popolarità sino a trasformarsi in uno degli emblemi stessi del Giappone (o, per lo meno, del suo artigianato).

Se «[è] forse vero che a un primo sguardo i kokeshi possono sembrare pericolosamente uguali uno all’altro» ma «basta solo un minimo di attenzione per cogliere e apprezzarne le differenze» (p. 15), Maria Teresa Orsi (Viaggio tra i kokeshi del Tōhoku) ci insegna a classificarli in tradizionali (dentō kokeshi, 伝統こけし), “nuovi kokeshi” o “kokeshi di nuova forma” apparsi dal secondo dopoguerra in grandi quantità (shingata kokeshi, 新型こけし) e, infine, i “kokeshi creativi” (sōsaku kokeshi, 創作こけし), spesso opere con forti intenti artistici prodotte in numero limitatissimo, e a riconoscerne i tratti salienti sulla base delle dodici celebri scuole di produzione.

Questi manufatti dalla fisionomia minimalista e realizzati con un materiale altrettanto semplice quale il legno si distinguono, difatti, per una moltitudine di caratteristiche e dettagli più o meno evidenti che spaziano dalla foggia della capigliatura alle fantasie riprodotte sul corpo.

Carmen Covito (Cose a forma di bambola) indaga le complesse implicazioni antropologiche dei kokeshi, i loro legami con cerimonie, manufatti con fattezze di bambola, e con l’elemento dell’acqua, pregno di valenze.

Virginia Sica (Il Tōhoku e la tradizione rurale. Eredità storiche, artigianali e rituali</em >) ci racconta, invece, la storia del Tōhoku, terra di leggende, cavalli, poesia, boschi, fiumi, rituali e artigianato, evidenziando come esso non sia «non [sia] rurale nella realtà economica e neppure completamente nello stile di vita, ma vuole esserlo nell’immaginario, perché il pervicace attaccamento a una seduttiva e idealizzata ruralità agreste del passato si è trasformato in strumento vincente per affermare identità e alterità» (p. 59).

Andrea Maurizi (La forza evocativa della tradizione folclorica del Tōhoku</em >) ci aiuta a comprendere come i kokeshi siano diventati «il simbolo di quello che in giapponese viene efficacemente espresso dal termine furusato (lett. “villaggio antico”, anche letto kokyō), vale a dire il luogo in cui gli uomini e le donne possono rifugiarsi, anche solo idealmente, per ritrovare quella serenità e quel benessere interiore di cui i ritmi spesso disumani della vita condotta nelle grandi città li hanno privati» (p. 63).

Infine, Rossella Menegazzo (Riconsiderazioni contemporanee sui kokeshi tra arte popolare, artigianato e design</em >) mostra in che modo i corpi stessi dei kokeshi possano trasformarsi in un campo di sperimentazione, contaminando design, kōgei (artigianato) e geijutsu (arti visive e applicate).

Arricchito da molte bellissime fotografie a colori, il saggio presenta in appendice approfondimenti iconografici (sempre a colori) dedicati all’esibizione milanese già menzionata, alle dodici scuole tradizionali e alle botteghe artigianali in cui i kokeshi artigianali sono ancora prodotti nonostante la massificazione. Scopriamo così gli strumenti, le mani e i volti di coloro che danno sapientemente vita a queste creature che sembrano provenire da un altro tempo e custodiscono un muto segreto di bellezza, come ci raccontano i loro sguardi: «Gli occhi dei kokeshi non sono tratti veloci su legno inerte, hanno sguardi vivi e, qualche volta, parlano di una dolente saggezza» (p. 55).


Questo volume è il primo in Italia a trattare in maniera approfondita, con la voce di noti studiosi della cultura, della letteratura e dell’arte nipponica, il soggetto dei kokeshi, le piccole sculture in legno dipinte dall’aspetto di bambola che sono considerate l’emblema culturale della regione del Tōhoku, nel nord-est del Giappone. Dopo i tragici eventi causati dal grande terremoto del 2011, la regione del Tōhoku è oggi particolarmente attiva nella valorizzazione del proprio patrimonio artigianale, che si presenta come una tradizione vivente, con botteghe dove le tecniche e i sistemi decorativi dei kokeshi vengono ancora oggi tramandati di padre in figlio. Un nutrito apparato fotografico illustra le caratteristiche delle diverse scuole anche attraverso alcune collezioni private italiane esposte nella recente mostra del 2019 presso il MUDEC-Museo delle Culture di Milano.


* Il numero 118 di Pagine Zen</a > (Maggio 2019) si apriva con un articolo scritto da Maria Teresa Orsi “I kokeshi del Tōhoku” [Leggi approfondimento]</a > - ↩︎