Kabuto: funzioni e simboli dell’elmo giapponese

Moira Luraschi -

Le immagini che illustrano l’articolo ritraggono le opere della Collezione Morigi, conservata presso il Museo delle Culture di Lugano (MUSEC), che ne ha gentilmente concesso l’uso.

Insieme alla corazza (), una caratteristica costante delle armature giapponesi, dalle più semplici a quelle appartenenti ai grandi samurai, è la protezione per il capo e si ritrova nei corredi delle armature giapponesi fin dai tempi più antichi. Non prenderemo qui in considerazione i semplici jingasa, utilizzati dai bassi ranghi degli eserciti e da altri soldati semplici come i fanti (ashigaru) e realizzati a forma conica in pelle o metallo a volta laccati, e neanche gli elmi in maglia metallica e ripiegabili (kusari kabuto detti anche tatami kabuto). In questa sede si considereranno invece i kabuto, ovvero gli elmi dei samurai di alto rango.

L’elmo dei guerrieri assunse un ruolo particolare durante il cruento periodo Azuchi-Momoyama (1573-1603). Molti samurai di alto rango decorarono i propri elmi con cimieri frontali (maedate) dalle forme fantasiose (mantidi, libellule, molluschi, crostacei, simboli buddisti e shintoisti, teste di leoni cinesi (shishi) o di demoni (onigashira), draghi rampanti, strumenti musicali, ventagli). In molti casi i cimieri frontali erano accompagnati anche da cimieri laterali (wakidate), per lo più corna di cervi (shika), di bufali d’acqua (suigyū) o di altri animali, originali o create da abili artigiani. In alcuni casi non si aggiungevano ornamenti fantasiosi all’elmo, ma l’intero elmo era modellato in una forma peculiare, come la coda di un’aragosta o di pesce, la foglia di una pianta, la forma di un coniglio o la testa di un orso. Questi elmi appariscenti furono detti kawari kabuto, ovvero «elmi straordinari». La funzione principale, come già detto, era quella di premettere ai fanti distinguere il proprio comandante nel mezzo della mischia della battaglia. Distinguersi tra la folla e tra gli altri comandanti, inoltre, aveva anche la funzione di riaffermare il proprio prestigio personale, in un tempo in cui i signori della guerra si contendevano il controllo del Giappone. L’elmo diventò quindi un elemento identificante e individualizzante del proprietario. Nella storia giapponese molti signori della guerra possedevano più elmi, ma molti sono ancora oggi ricordati e identificati proprio per l’elmo che indossavano, come Katō Kiyomasa (1562-1611) che durante la tentata invasione della Corea indossava un semplice elmo allungato a forma di nagaeboshi, un lungo copricapo tradizionale, laccato in argento e con il sole nascente rosso su entrambi i lati; Honda Tadakatsu (1548-1610) con un kabuto con le lunga corna di cervo; Kuroda Nagamasa (1568-1623) con quelle del bufalo d’acqua; Date Masamune (1567-1636) con una mezza luna crescente. La riconoscibilità vale non solo per i propri uomini, ma anche per i nemici. Paradossalmente quindi, la funzione di difesa dell’elmo è ribaltata dall’appariscenza delle sue decorazioni. Il paradosso delle armature che nascondono l’identità e al contempo la rivelano non è peculiare della cultura giapponese: si pensi per esempio all’epica omerica e al caso del greco Patroclo, ucciso per errore da Ettore che lo aveva scambiato per il rivale Achille perché ne indossava le armi. Del resto, per un guerriero valoroso era fondamentale poter essere identificato, da vivo come da morto.

Difendere una delle parti più importanti del corpo del guerriero è solo una delle funzioni più immediate del kabuto, ma accanto a questa ve ne sono molte altre, in un gioco quasi contraddittorio. Ad esempio, come il resto dell’armatura, il kabuto nasconde alla vista chi lo indossa, lo rende misterioso e potenzialmente pericoloso. Il messaggio è rinforzato in particolar modo dai cimieri. Analizzando meglio la funzione dei cimieri però è chiaro che più che nascondere l’identità di chi lo indossa, l’elmo la rivela: è piuttosto la peculiare combinazione dei risvolti laterali (fukigaeshi) e dei cimieri (meadate e /o wakidate) con la forma e la tecnica usata per la costruzione della calotta che rende ogni elmo unico e quindi identificabile, come mostra il caso dei kawari kabuto. La basilare funzione protettiva dei kabuto non è però solamente da intendersi in senso fisico: vi è infatti anche una protezione spirituale. Infatti i guerrieri non solo indossavano gli elmi, ma sotto gli elmi inserivano amuleti acquistati nei templi o semplicemente erano inscritti i nomi delle divinità o di Buddha. In altri casi le divinità erano rappresentate sull’elmo stesso.

La simbologia dei cimieri degli elmi non è ancora del tutto chiara. Ad esempio, ancora oggi non si sa a cosa alluda uno dei più antichi cimieri, il kuwagata. Forse la forma a zappa potrebbe essere ricollegata alla vita agricola e quindi alla fertilità della terra; potrebbe quindi trattarsi di un simbolo di vita e un buon auspicio per il guerriero. I maedate mostrano invece chiari riferimenti ad elementi simbolici presi dal mondo animale; i crostacei in generale posti come cimiero sono un riferimento alle corazze e alla difesa dei guerrieri. In particolare i granchi fanno riferimento ad un evento storico descritto nell’Heike monogatari durante la guerra genpei tra il clan dei Taira e dei Minamoto nella baia di Dannoura nel 1185: durante l’ultimo scontro navale l’imperatore bambino, consapevole della sconfitta, si getta in mare con la vecchia nutrice, seguito poi da tutti i suoi samurai che si dice si siano reincarnati nei granchi della baia (Béliveau, 2012:16). Le libellule sono invece considerate animali predatori e sono quindi un simbolo di aggressività posto sugli elmi. Altri elementi invece mostrano più chiaramente la connessione con il concetto di vita o di rinascita, come mostra il caso delle corna dei cervi. Nello shintoismo i cervi (shika, lat. Cervus nippon) sono considerati messaggeri degli dei e sono una presenza caratteristica in santuari come il Kasuga a Nara o Istukushima sull’isola di Miyajima. Negli inverni particolarmente rigidi, i maschi perdono le grandi corna ramificate, il cui peso da portare provoca un inutile dispendio di energia in un periodo già duro per gli animali. Le corna, tuttavia, vanto estetico dei cervi maschi ma anche importante strumento di attacco, rispuntano poi in primavera. Le corna cadute che vanno a decorare l’elmo dei samurai sono quindi un simbolo al contempo di aggressività e di bellezza, ma anche un buon auspicio per sapersi riprendere nei momenti difficili.

Le corna del bufalo d’acqua (suigyū, lat. Bubalus bubalis) richiamano invece questo animale estremamente comune in Asia, usato per arare le risaie e quindi strettamente collegato al concetto di vita che proviene dal riso, alimento base per milioni di persone.

Nel seguente e pacifico periodo Edo (1603-1863) le armature non furono più utilizzate per la guerra, ma per le parate dei samurai di alto rango; gli elmi mantennero dunque l’appariscenza dei cimieri che, per ragioni di comodità, spesso erano realizzati come nel periodo Azuchi-Momoyama in cartapesta laccata (harikake). Tuttavia le funzioni e le simbologie dei kabuto subirono dei cambiamenti profondi. In quel momento storico, l’intera armatura divenne principalmente un’armatura da parata e non di uso militare, amplificandone così gli elementi decorativi che acquisirono dimensioni sempre maggiori e mantennero le fantasie dei kawari kabuto pur senza averne le funzioni. Infatti, non essendoci più guerre da combattere, le decorazioni degli elmi non avevano più i significati protettivi e propiziatori che possedevano quelle utilizzate sugli elmi in battaglia. Gli elmi mantennero tuttavia la funzione di identificazione del nobile samurai non per fini bellici, ma quale status symbol; divennero sempre più imponenti e pesanti, al punto da richiedere l’uso delle cosiddette maschere da guerra (mempō) per fissarli meglio al capo. Ancora più importante, gli elmi mantennero la funzione di trasfigurazione del guerriero identificandone l’immagine superumana del potere in tempo di pace (Marks, 2012:19). Un samurai pacificato, primo nel sistema confuciano quadripartito delle classi sociali (shinōkōshō), esprimeva la propria posizione di privilegio attraverso la manifestazione di simboli di un potere che non era più esercitato sui campi di battaglia. Una serie di elementi iconografici tradizionali rimase dunque sugli elmi a puro scopo decorativo senza tuttavia possederne più le funzioni e i significati originari protettivi e propiziatori, ma acquistandone altri di tipo estetico e legati alla manifestazione della simbologia del potere. Indossando un kabuto, un samurai oramai ex-guerriero diveniva quindi forte come un orso o come un cervo, pronto alla difesa come un crostaceo, assimilabile a una divinità come la divinità rappresentata sul proprio elmo.

Proprio a causa dei loro profondi significati trasfigurativi e simbolici, gli elmi erano conservati con particolare cura, spesso messo in mostra nelle case private insieme alle armi principali di un guerriero. Vi era inoltre una serie di regole di etichetta da rispettare da parte di chi maneggiasse l’elmo di un guerriero: si poteva infatti ammirarne solo l’esterno senza mai rovesciarlo per guardare la fodera interna (Ratti & Westbrook, 2007:232). Questo mostra da un lato la cortesia degli ospiti volta ad ammirare solo la bellezza dell’elmo e non le parti che maggiormente si rovinano, come la fodera. Dall’altro lato però, ricordando che dentro gli elmi si mettevano formule scritte, preghiere e piccoli oggetti propiziatori, guardare la parte interna di un elmo avrebbe significato rivelare le migliori difese mistiche del guerriero che lo indossava. L’etichetta nel modo di maneggiare un elmo mostra ancora dunque la potenza simbolica, quasi sacrale, di questo oggetto.

In definitiva, l’elmo celava il guerriero, ma al contempo lo identificava; lo proteggeva con rappresentazioni simboliche, ma con le stesse aggrediva e spaventava i nemici. L'elmo finisce così a riassumere in se stesso tutte le principali funzioni dell'armatura.




Bibliografia

Barbier-Mueller J. Gabriel (a cura di), Armure du Guerrier. Armures samouraï de la collection Ann et Gabriel Barbier–Mueller, Yale University Press, New Haven e London 2011.

Béliveau Richard, Samouraïs. La grâce des guerriers, Libre Expression, Montréal 2012.

Civita Francesco & Fuchs Dominique Charles, Draghi e peonie. Capolavori dalla collezione giapponese, catalogo della mostra omonima tenuta a Firenze e primo periodico semestrale pubblicato dall’Opera Museo Stibbert, Edizioni Polistampa, Firenze 1999.

Marks Andreas, Lethal beauty. Samurai Weapons and Armor, International Arts & Artists, Washington D. C. 2014.

Ratti Oscar & Westbrook Adele, I segreti dei samurai. Le antiche arti marziali, Edizioni Mediterranee, Roma 2007. I. ed. 1978.

Robinson Russell Henry (a cura di), Il Museo Stibbert a Firenze, primo volume, Electa (Gallerie e musei di Firenze), Milano 1973.